Per Romano Prodi e il suo sistema bipolare si preannuncia un futuro a tinte fosche.
Prima la trovata delle primarie, che ha tenuto banco nel dibattito del centrosinistra per un anno intero, caldeggiata dal Professore come ineluttabile e necessaria, brandita come un'arma (non si sa se per fare harakiri o cos'altro...), presentata come una svolta epocale, ed infine liquidata dall'Unione come mera idiozia. (Rileggere i dibattiti sull'argomento, e in particolare le cose scritte in merito da me e da Alberich, sin dal primo minuto).
Ora la Fed che vacilla di nuovo. Dopo la grande convention in pompa magna con tanto di solenni giuramenti e di firme svolazzanti, il progetto torna in seria discussione. Non si sono mai riuniti gli stati generali dell'alleanza, non ha ancora funzionato la collegialità. E la Margherita, che dovette inghiottire un boccone indigesto all'epoca, oggi comincia a vomitare.
Le forzature contronatura, prima o poi, si rivelano un boomerang.
E' ciò che sta accadendo al nostro sistema bipolare. Il suo fallimento è sotto gli occhi di tutti. Sono bastati dieci anni di precarietà governativa, su un fronte e sull'altro, a dimostrarlo. Tanto che si è giunti ad un bivio: o forzare sul bipolarismo, tentando di correggerne le ambiguità e di arrivare al bipartitismo secco; o mollare tutto e cambiare strada.
Il percorso che i leader di entrambi i poli hanno intrapreso è il primo. Un percorso disperato che spinge sull'acceleratore a manetta, proprio mentre la macchina arranca e dà segnali di cedimento, e che sta portando a fondere il motore.
A destra, infatti, l'idea di un partito unico, ma anche di una federazione, non ha scaldato gli animi. La caldeggia Berlusconi e il suo partito che, come noto, pende dalle labbra del padrone. Ma trova contraria la Lega, tiepida An e, malgrado la diplomazia di rito, sostanzialmente ostile l'UdC.
A sinistra, invece, si profila una situazione di vero e proprio stallo. Prodi e i prodiani vanno avanti, i Ds spingono, ma esistono due problemi di fondo: la Margherita e i partitini. La formazione di Rutelli è animata da una fortissima vocazione all'identità e visibilità dei cattolici e dalle ambizioni personali del suo leader. E' inoltre incoraggiata dalla strepitosa crescita elettorale del proprio simbolo. I partitini invece vivono la dicotomia tra la rosea prospettiva politica dei loro leader e il digiuno sempre più difficile delle rispettive basi, costrette ad umilianti frustrazioni elettorali.
A tutto questo si aggiunga il fatto che appare chiaro oramai ad entrambi i poli, che oggi insistere sul bipolarismo equivale a dare linfa alla presenza politica di Silvio Berlusconi.
E' chiaro infatti che la caduta del Cavaliere, la sua uscita di scena e lo sfaldamento di Forzitalia, fa troppa gola a tutti. E la corsa alla spartizione del patrimonio elettorale azzurro non può che favorire la scommessa sui partiti, piuttosto che sui monoblocchi.
Per questo Berlusconi si fa scudo con il compattamento e la fusione bipartitica. In altri termini, si dimostra quanto vado sostendo da tempo: Prodi e Berlusconi sono le due facce della stessa medaglia, e il progetto di Prodi non fa altro che tenere in piedi berlusconismo e antiberlusconismo.
Ma l'Italia di sinistra, e finalmente anche quella di destra, sono stanche di Berlusconi. Ne sono a vario titolo asfissiate.
Dunque tutto lascia pensare che stiamo assistendo ai colpi di coda (e di mano) finali.
Non resterà che la seconda strada. Quella della rinascita democristiana (una manna per la politica, disintossicabile così dalla corsa diffusa e indistinta al voto cattolico) con tutto ciò che ne conseguirà a livello istituzionale e politico.
Aspettiamo sulla riva del fiume. Da lontano, la puzza di cadavere si sente già.




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