In origine postato da fedalmor
Ma questo col comunismo non c'entra un c*zzo, con tutto il rispetto...Quello che tu giustamente condanni è il mondialismo, movimento trasversale per la globalizzazione economica, della produzione e del consumo. Ci vuole una grande capacità astrattiva per porre le multinazionali a capo della dittatura popolare e concepire la massificazione dei trust come sorta di nuovo monopolio statale (su scala planetaria)...
Il vero, imminente pericolo (contingente) è il passaggio ad un'economia di consumo di quei Paesi che furono comunisti, semmai. Per la nostra economia (opinabile e contestabile quanto volete, ma pur sempre nostra...) una Cina che abbraccia il capitalismo è un'autentica catastrofe! Finché non ci sarà un brusco ri-assetto mondiale che decreti la fine del capitalismo, almeno così com'è concepito, ossia basato sullo sfruttamento intensivo e sbilanciato del terzo e quarto mondo, la crescita finanziaria di una regione come quella cinesesi presenterà come una sciagura dalla portata inarrestabile e devastante. Quello che oggi è un Paese che fornisce una forza-lavoro su cui lucrano le multinazionali, domani sarà uno Stato in cui un miliardo di consumatori pretenderanno il benessere occidentale, sconvolgendo quegli equilibri che ad oggi ci consentono di essere una potenza economica mondiale. Questo è il pericolo. Ce ne fossero, di Stati comunisti! Il comunismo di maniera o, d'avanspettacolo che è sorto e si è sviluppato in Italia si fa - tuttavia - garante di una certa difesa dello Stato sociale, con un potere contruattuale che noi non possiamo permetterci. Ciò ad un prezzo che, rispetto a quello pagato da Russia e Cina, è risibile. Poi è fuor di discussione che un campanilismo bolscevico sia deleterio, per non dire assassino, nei confronti della nostra identità, e cultura, e spiritualità (pagana o, cristiana che sia...). Ma, economicamente parlando, il comunismo di URSS e Cina ci ha fatto comodo, per decenni, e adesso la prospettiva più apocalittica è la riconversione di queste realtà in nuovi baluardi del capitalismo.
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Il problema della globalizzazione economica è strettamente connesso, ma distinto, da ciò di cui parlo io.
Io parlo del fatto che tale globalizzazione, oltre che dei suoi tecnici, cioè di tutti i qudri economici che contribuiscono ad alimentarla, ha bisogno anche dei suoi ideologi, cioè degli intellettuali. E gli intellettuali più funzionali non sono quelli che si compiacciono dello sfruttamento del Terzo Mondo da parte delle multinazionali, come Ferrara o la Fallaci. Quelli sono soltanto meno ipocriti.
Gli intellettuali funzionali sono quelli che cercano di veicolare una versione edulcorata, umanizzata, di questa globalizzazione, i buonisti che propongono dei falsi correttivi, i finti critici, che in realtà rafforzano ancor di più il sistema, perché forniscono anche l'illusione non solo del pluralismo ideologico, ma addirittura di un'istanza morale di giustizia, che è talmente velleitaria da risultare ridicola, ai nostri occhi però, ma ahimé non a quelli della gente comune, o meglio, delle borghesie colte occidentali, colte ma sostanzialmente conformiste e incoscienti, prive di ogni vera capacità critica.
Il fatto che l'Europa, diversamente dagli Stati Uniti, sia politicamente molto più condizionata da questa genia è tutt'altro che un vantaggio. Perché se fino a ieri essa ci ha garantito certi ammortizzatori sociali e un benessere diffuso (che però sono prevalentemente merito nel resto d'Europa dei partiti socialdemocratici, non certo degli sparuti gruppi comunisti, e in Italia e in Germania rispettivamente del regime fascista e di quello nazionalsocialista) oggi è completamente corriva e complice dell'ideologia del capitalismo selvaggio e, quel che è peggio della sua attuazione, tantevvero che in Italia è la sinistra a stare coi poteri forti e con la finanza internazionale, mentre la destra berlusconiana è comunque l'espressione, sia pure parzialmente, degli interessi della piccola imprenditoria e di ceti produttivi "provinciali".
L'Europa, lungi dall'essere avantaggiata da questo ceto politico-intellettuale, è semmai paralizzata da esso e dai suoi dogmi politicamente corretti. Gli Stati Uniti sono sull'orlo di una catastrofe economica e, di conseguenza, sociale e politica e sono alla vigilia di un accerchiamento geopolitico e militare, ma l'Europa sta morendo di lenta agonia grazie a una graduale implosione interna e a una morte spirituale. E ciò è intimamente connesso al fatto che le due sponde dell'Atlantico esrpimono due forme diverse di mondialismo omologatore.
Solo che quello americano, esplicito e aggressivo, è meno dannoso di quello europeo, perché proprio la sua aggressività suscita, come sta avvenendo, delle reazioni nel resto del mondo e dei blocchi geopolitici altri (Cina, Russia, mondo islamico, America Latina...) che sono estremamente salutari e contribuiscono proprio a rompere tale omologazione e a creare linee di frattura geopolitica e, di conseguenza, culturale.
L'Europa invece, col suo putrescente e crepuscolare multirazzialismo buonista, rischia di infettare, grazie al suo approccio morbido e penetrante, il resto del mondo e di inficiare, o contribuire a inficiare, proprio questo positivo processo di rottura.
Per questo l'umanitarismo e il pacifismo velleitario di Fassino o, peggio, di bertinotti e dei no-global, è più pernicioso e devastante delle bombe su Baghdad. E non è un caso che i no-global siano finanziati proprio da George Soros, lo stesso che finanzia ogni volta la campagna dei democratici americani e i movimenti di opposizione nelle repubbliche ex-sovietiche.
Non condivido poi la tua anlisi storica, o meglio, la morale che ne ricavi.
Il comunismo in Russia e in Cina, ammesso che sia stato un vantaggio per l'Europa (cosa che non credo, perché se in Russia al posto di Stalin ci fosse stato lo Zar, Hitler quasi certamente non avrebbe avuto un fronte orientale e probabilmente oggi noi avremmo in mano il mondo), è stato comunque una catastrofe per la Russia e la Cina stessa.
Non ne senso che ciò che è venuto dopo, almeno in Russia (la Cina comunista sta metabolizzando il capitalismo fin troppo bene, come tu stesso lamenti) sia stato meglio, tutt'altro. Ma nel senso che ciò che c'era prima era incommensurabilmente meglio.
Cioè il marxismo ha rappresentato la via asiatica all'occidentalizzazione e alla modernità. Quindi non è che sia funzionalmente tanto diverso dal capitalismo e dalla civiltà borghese. D'altronde è stato imposto dagli stessi poteri.
Ha attuato quindi, in mondo non tanto dissimile, solo più diretto e violento, quella stessa sovversione dei valori tradizionali che le rivoluzioni borghesi hanno attuato in Occidente un secolo prima e hanno continuato a diffondere grazie all'onda lunga culminata nella Prima Guerra Mondiale.
Non bvedo cosa ci sia di positivo nella distruzione della grande tradizione culturale russa, delle sue radici slave e ortodosse, della sua raffinata cultura ottocentesca, in nome di un sistema anonimo, disumanizzante e collettivista, da utopia-incubo. E tantomeno in cosa possa aver giovato alla Cina e alla sua millenaria cultura politica, filosofica e artistica (non parliamo del Tibet) la catastrofe incarnata da quel criminale di Mao. E non me ne importa nulla del fatto che oggi gli americani difendono il Tibet interessatamente: non è una ragione sufficiente per non esservi solidali.
E se la stessa feccia rossa avesse prevalso in Itaia subito dopo a guerra (e ci siamo andati vicini), oggi, anziché vantare la nostra identità e la nostra ricchezza di identità cristiana, rinascimentale e classica, potremmo solo contemplare le rovine materiali e spirituali e il deserto culturale nel quale il bolscevismo - che è sempre una creatura ebraica, non dimentichiamo mai il suo marchio D.O.C. - ci avrebbe lasciati.




Quello che tu giustamente condanni è il mondialismo, movimento trasversale per la globalizzazione economica, della produzione e del consumo. Ci vuole una grande capacità astrattiva per porre le multinazionali a capo della dittatura popolare e concepire la massificazione dei trust come sorta di nuovo monopolio statale (su scala planetaria)...
Il vero, imminente pericolo (contingente) è il passaggio ad un'economia di consumo di quei Paesi che furono comunisti, semmai. Per la nostra economia (opinabile e contestabile quanto volete, ma pur sempre nostra...) una Cina che abbraccia il capitalismo è un'autentica catastrofe! Finché non ci sarà un brusco ri-assetto mondiale che decreti la fine del capitalismo, almeno così com'è concepito, ossia basato sullo sfruttamento intensivo e sbilanciato del terzo e quarto mondo, la crescita finanziaria di una regione come quella cinesesi presenterà come una sciagura dalla portata inarrestabile e devastante. Quello che oggi è un Paese che fornisce una forza-lavoro su cui lucrano le multinazionali, domani sarà uno Stato in cui un miliardo di consumatori pretenderanno il benessere occidentale, sconvolgendo quegli equilibri che ad oggi ci consentono di essere una potenza economica mondiale. Questo è il pericolo. Ce ne fossero, di Stati comunisti! Il comunismo di maniera o, d'avanspettacolo che è sorto e si è sviluppato in Italia si fa - tuttavia - garante di una certa difesa dello Stato sociale, con un potere contruattuale che noi non possiamo permetterci. Ciò ad un prezzo che, rispetto a quello pagato da Russia e Cina, è risibile. Poi è fuor di discussione che un campanilismo bolscevico sia deleterio, per non dire assassino, nei confronti della nostra identità, e cultura, e spiritualità (pagana o, cristiana che sia...). Ma, economicamente parlando, il comunismo di URSS e Cina ci ha fatto comodo, per decenni, e adesso la prospettiva più apocalittica è la riconversione di queste realtà in nuovi baluardi del capitalismo.
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2010:
