Dopo lo sgombero dei coloni da Gaza Fassino: ora Sharon sia rivalutato Il segretario dei Ds: «La sinistra deve riconoscerlo, dal premier israeliano un atto di gran coraggio» STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
ROMA - «Il ritiro da Gaza è un passaggio di straordinaria importanza, e quello di Sharon è un atto di coraggio. Bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscerlo, perché chi vuole la pace in Medio Oriente non può che esserne contento». Sarà pur vero che Fassino si cautela, che attende dopo «il primo passo» del governo israeliano «il ritiro dalla Cisgiordania, per consentire la nascita dello Stato palestinese».
Ma con le sue parole il leader dei Ds si assume il compito di rompere il silenzio in una sinistra dov’è stata coltivata finora una forte diffidenza verso lo Stato ebraico e dove non si è mai smesso di demonizzare il suo premier, «il falco» Ariel Sharon. Per usare una battuta di D’Alema, «Piero, si sa, è un po’ sionista». Fu lui a organizzare nel ’91 il «viaggio della riconciliazione» in Israele di Occhetto, che allora definì il sionismo «un movimento di liberazione nazionale». Per certi versi il capo della Quercia rappresenta un’area culturale minoritaria in un partito dal profilo filo-palestinese. E quel partito viene chiamato a prender atto dell’«evento» che si compie oggi in Medio Oriente, un «atto che può riaprire la strada al processo di pace, interrottosi dopo la morte di Rabin»: «Sappiamo che il percorso è complesso, perché sono in conflitto due ragioni, quella degli israeliani di vivere in sicurezza, e quella dei palestinesi di avere una patria. Ma la linea intrapresa da Sharon insieme a Peres va incoraggiata, e va spronato anche Abu Mazen a far crescere una nuova classe dirigente».
Fassino lega il destino di Sharon e Mazen, «chi vuole la pace deve sapere che vanno sostenuti entrambi». E’ un segnale al governo, ma è soprattutto un appello al suo mondo, sebbene provi a rigettare la tesi, spiegando che «i ds hanno una linea condivisa, riassunta nel concetto "due popoli due Stati"»: «C’è soltanto una parte della sinistra radicale che rimane intransigente e ha un riferimento nel Manifesto». Riconoscendo i meriti di Sharon, Fassino ha come voluto destar tutti dall’oblio, visto che il drammatico esodo dei coloni da Gaza si va consumando nel più totale disinteresse. «E’ la politica italiana che mostra il suo provincialismo», replica per difendere la sinistra. E c’è il desiderio di guardare avanti, di cancellare le polemiche del passato, le tensioni che accompagnarono la visita di Sharon in Italia nel novembre del 2003. Allora Fassino scelse di vederlo, «e oggi si capisce quale era la ragione che mi spinse a farlo». Ma in quei giorni la sinistra si divise, il capo del Pdci Diliberto disse al Manifesto che era «sbagliato ricevere il responsabile dei massacri di Sabra e Chatila e del muro dell’apartheid», e che si rifiutava di fare lo stesso errore degli alleati: «Io non andrò a stringergli la mano». Tra le posizioni della sinistra radicale e un pezzo autorevole dei Ds è emerso in questi anni un filo conduttore. D’Alema, per esempio, si è sempre espresso con toni aspri verso Sharon, per come ha deciso di contrastare il terrorismo, eliminando i capi di Hamas e costruendo il muro anti-kamikaze. Quando nel 2003 scrisse sul Messaggero che «ormai si palesano quali enormi responsabilità gravino sul governo israeliano», provocò la reazione della comunità ebraica italiana: «Se fosse al governo - commentò Riccardo Pacifici - saremmo preoccupati, perché sarebbe a rischio l’esistenza degli ebrei e la nostra sicurezza in questo Paese».
Ma l’acme si raggiunse l’anno scorso, quando su Repubblica D’Alema disse che «non possiamo e non dobbiamo accettare l’idea che a Gerusalemme si combatte il terrorismo come a Madrid. A Gerusalemme ci sono tragici atti di terrorismo che vanno condannati, ma c’è anche uno Stato aggressore che tende a confinare i palestinesi in una riserva indiana. A reprimerli, a umiliarli». L’ambasciatore israeliano in Italia protestò contro il «pericoloso» sillogismo che vedeva nel terrorismo una reazione all’aggressione, e dunque accreditava l’idea che fosse provocato da Israele. Oggi che Sharon compie un «atto coraggioso», mettendo in gioco anche se stesso, Fassino sostiene che «bisogna avere l’onestà di riconoscerlo»: «Ciò non vuol dire scordare il suo passato. Ma nella vita di uno statista ci sono momenti di svolta. Io equiparo Sharon al capo del governo razzista sudafricano che a un certo punto decise di stringere la pace con Mandela. E lo fece». Il leader dei Ds vuol dar credito al «falco», scontando i tormenti della sinistra, quei «pregiudizi su Israele» di cui parlò sul Corriere Furio Colombo. Erano i giorni in cui Sharon annunciava il ritiro da Gaza, e l’allora direttore dell’ Unità lo definì «un grande personaggio», aggiunse che «ci sono stati ritardi nel capire l’orrore dei kamikaze», e rivelò che nel 2003 il premier israeliano gli disse: «Sarò io a fare la pace».
Già prima di Colombo un altro ex direttore dell’Unità, Peppino Caldarola, oggi deputato ds, avvisò la sinistra che «gli schemi interpretativi su Sharon sono errati». Prima lo disse a Otto e Mezzo, la trasmissione di Giuliano Ferrara, poi lo scrisse sul Riformista : «Meno viaggi a Teheran per incontrare pallidi riformisti, e più viaggi in Israele per appoggiare l’azione di Sharon». Caldarola sa quanto sia difficile sradicare nella sua area una cultura figlia della guerra fredda e intrisa di anti-imperialismo, «che vede in Israele l’alleato degli americani e non un Paese democratico». La sua è una posizione quasi eretica, se arriva a dire che «dopo aver insignito Rabin del Nobel per la pace, oggi Sharon andrebbe quantomeno inserito tra i candidati al premio».
Francesco Verderami




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