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Discussione: Errata corrige

  1. #1
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    Predefinito Errata corrige

    Ragazzi, ciao a tutti.
    Parlate di quello che vi pare, divagate quanto volete, giratevi le frittate e cambiate argomento ma.......PER FAVORE, non chiamate più "kamikaze" i TERRORISTI.
    Non sono kamikaze. Il KAMIKAZE era una persona d'onore, con un vastissimo rispetto e amore per la patria, la famiglia, i propri usi e costumi. Il kamikaze non si nascondeva sugli autobus, non si camuffava per fare stragi. Il kamikaze si poteva riconoscere a centinaia di metri di distanza, perchè sulle ali del suo velivolo campeggiava la bandiera nipponica e tutti sapevano quali sarebbero state le sue intenzioni. Non fingeva di sacrificarsi per la religione (lo faceva per la patria), ma soprattutto, NON VENIVA OBBLIGATO A FARLO (se sapete le cose saprete certamente che legano le mani del terrorista al volante per evitare che si getti giù dai veicoli prima dell'esplosione). Il kamikaze SI SACRIFICAVA di sua volontà, e non per raggiungere 72 vergini in cielo.
    COMINCIAMO A CHIAMARE QUESTI INTERDETTI COME MERITANO, "CAROGNE".

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  2. #2
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    Predefinito Re: Errata corrige

    In Origine Postato da Compa
    Ragazzi, ciao a tutti.
    Parlate di quello che vi pare, divagate quanto volete, giratevi le frittate e cambiate argomento ma.......PER FAVORE, non chiamate più "kamikaze" i TERRORISTI.
    Non sono kamikaze. Il KAMIKAZE era una persona d'onore, con un vastissimo rispetto e amore per la patria, la famiglia, i propri usi e costumi. Il kamikaze non si nascondeva sugli autobus, non si camuffava per fare stragi. Il kamikaze si poteva riconoscere a centinaia di metri di distanza, perchè sulle ali del suo velivolo campeggiava la bandiera nipponica e tutti sapevano quali sarebbero state le sue intenzioni. Non fingeva di sacrificarsi per la religione (lo faceva per la patria), ma soprattutto, NON VENIVA OBBLIGATO A FARLO (se sapete le cose saprete certamente che legano le mani del terrorista al volante per evitare che si getti giù dai veicoli prima dell'esplosione). Il kamikaze SI SACRIFICAVA di sua volontà, e non per raggiungere 72 vergini in cielo.
    COMINCIAMO A CHIAMARE QUESTI INTERDETTI COME MERITANO, "CAROGNE".
    Domanda: i kamikaze uccidevano di proposito? Magari civili? Magari gente che non c'entrava niente?
    Comunque, sicuro che i terroristi siano carogne.

  3. #3
    proteus
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    Predefinito Re: Errata corrige

    In Origine Postato da Compa
    Ragazzi, ciao a tutti.
    Parlate di quello che vi pare, divagate quanto volete, giratevi le frittate e cambiate argomento ma.......PER FAVORE, non chiamate pi¨´ "kamikaze" i TERRORISTI.
    Non sono kamikaze. Il KAMIKAZE era una persona d'onore, con un vastissimo rispetto e amore per la patria, la famiglia, i propri usi e costumi. Il kamikaze non si nascondeva sugli autobus, non si camuffava per fare stragi. Il kamikaze si poteva riconoscere a centinaia di metri di distanza, perch¨¨ sulle ali del suo velivolo campeggiava la bandiera nipponica e tutti sapevano quali sarebbero state le sue intenzioni. Non fingeva di sacrificarsi per la religione (lo faceva per la patria), ma soprattutto, NON VENIVA OBBLIGATO A FARLO (se sapete le cose saprete certamente che legano le mani del terrorista al volante per evitare che si getti gi¨´ dai veicoli prima dell'esplosione). Il kamikaze SI SACRIFICAVA di sua volont¨¤, e non per raggiungere 72 vergini in cielo.
    COMINCIAMO A CHIAMARE QUESTI INTERDETTI COME MERITANO, "CAROGNE".
    Sei di un ignoranza preoccupante.

    La parola kamikaze in Giappone è usata ed è stata usata
    ESCLUSIVAMENTE per parlare del leggendario tifone
    che si dice abbia salvato il Giappone da una flotta di invasione
    Mongola inviata da Kublai Khan nel 1281. In Giappone la parola "kamikaze" viene usata solo per riferirsi a questo tifone.

    Quelli che in Occidente (solo in Occidente)
    vengono chiamati kamikaze erano chiamati
    "tokubetsu kōgeki tai"che letteralmente significa "unità
    d'attacco speciale"

    E quindi lascia perdere l'esatto uso dei termini.

  4. #4
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    Predefinito Re: Re: Errata corrige

    [QUOTE]In Origine Postato da Lizard
    [B]Domanda: i kamikaze uccidevano di proposito? Magari civili? Magari gente che non c'entrava niente?
    $$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$
    Se parli dei kamikaze giapponesi che entrarono in azione l'ultimo anno della seconda guerra mondiale i loro obiettivi erano esclusivamente militari (in particolare le portaerei americane ).

  5. #5
    proteus
    Ospite

    Predefinito Re: Re: Re: Errata corrige

    [QUOTE]In Origine Postato da [email protected]
    [B]
    In Origine Postato da Lizard
    Domanda: i kamikaze uccidevano di proposito? Magari civili? Magari gente che non c'entrava niente?
    $$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$
    Se parli dei kamikaze giapponesi (la parola kamikaze è un termine giapponese traducibile in"vento divino")che entrarono in azione l'ultimo anno della seconda guerra mondiale i loro obiettivi erano esclusivamente militari (in particolare le portaerei americane ).
    L'IGNORANZA DOMINA

  6. #6
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    Predefinito Re: Re: Re: Errata corrige

    [QUOTE]In Origine Postato da [email protected]
    [B]
    In Origine Postato da Lizard
    Domanda: i kamikaze uccidevano di proposito? Magari civili? Magari gente che non c'entrava niente?
    $$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$
    Se parli dei kamikaze giapponesi che entrarono in azione l'ultimo anno della seconda guerra mondiale i loro obiettivi erano esclusivamente militari (in particolare le portaerei americane ).
    Capisco, ti ringrazio. Una specie di 'bomba intelligente' di altri tempi?

  7. #7
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    Predefinito Re: Re: Errata corrige

    In Origine Postato da proteus
    Sei di un ignoranza preoccupante.

    La parola kamikaze in Giappone è usata ed è stata usata
    ESCLUSIVAMENTE per parlare del leggendario tifone
    che si dice abbia salvato il Giappone da una flotta di invasione
    Mongola inviata da Kublai Khan nel 1281. In Giappone la parola "kamikaze" viene usata solo per riferirsi a questo tifone.

    Quelli che in Occidente (solo in Occidente)
    vengono chiamati kamikaze erano chiamati
    "tokubetsu kōgeki tai"che letteralmente significa "unità
    d'attacco speciale"

    E quindi lascia perdere l'esatto uso dei termini.
    Quindi il termine 'kamikaze' è entrato nel nostro vocabolario intendendo unacosa diversa rispetto all'originale?

  8. #8
    proteus
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    Predefinito Re: Re: Re: Errata corrige

    In Origine Postato da Lizard
    Quindi il termine 'kamikaze' è entrato nel nostro vocabolario intendendo unacosa diversa rispetto all'originale?
    Ebbene sì.

    E quindi non c'è da meravigliarsi
    se adesso vengono chamati kamikaze
    anche i terroristi.

    Dal punto di vista della cultura occidentale
    resta incomprensibile il suicidio come atto
    onorevole di guerra, a differenza della cultura giapponese.

  9. #9
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    Predefinito Re: Re: Errata corrige

    [QUOTE]In Origine Postato da proteus
    [B]Sei di un ignoranza preoccupante.

    La parola kamikaze in Giappone è usata ed è stata usata
    ESCLUSIVAMENTE per parlare del leggendario tifone
    che si dice abbia salvato il Giappone da una flotta di invasione
    Mongola inviata da Kublai Khan nel 1281. In Giappone la parola "kamikaze" viene usata solo per riferirsi a questo tifone.

    Quelli che in Occidente (solo in Occidente)
    vengono chiamati kamikaze erano chiamati
    "tokubetsu kōgeki tai"che letteralmente significa "unità
    d'attacco speciale"

    E quindi lascia perdere l'esatto uso dei termini.
    $$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$
    Non hai tutti i torti dal punto di vista di correttezza della lingua però la parola kamikaze riferita ai piloto suicidi giapponesi è adottata comunemente da moltissimi storici.
    Tanto per fare un'esempio riporto una piccola opera di storiografia (mi scuso in anticipo per l'eccessiva lunghezza del testo):

    L'etimologia di Kamikaze. La parola kamikaze ha origine da due termini giapponesi: Kami che significa "Dio" e kaze che significa "vento, tempesta". Comunemente oggi l'espressione è associata a quelle persone che compiono azioni che implicano un pericolo per la loro vita o che sono disposti a sacrificare la propria vita per un ideale.
    Il termine nacque in ogni caso in circostanze storiche che nulla hanno a che fare con l'azione degli uomini.
    Correva l'anno 1274 e il Giappone stava per essere invaso e conquistato dai mongoli di Kublai Khan, capo della Cina e nipote del famoso Gengis Khan. Con orgoglio i giapponesi respinsero gli ambasciatori cinesi che avevano preceduto i tentativi d'invasione, chiedendo la resa. Anche se militarmente svantaggiato, il governo degli Houjou ritenne inaccettabili le proposte cinesi che avrebbero di fatto trasformato il Giappone in un protettorato della Cina. Una spedizione forte di novecento navi e trentamila soldati salpò dalla Corea per invadere il Giappone. L'esercito mongolo aveva già conquistato l'isola di Kyushu, quando un tifone si levò all'improvviso e costrinse la flotta di Kublai Khan alla ritirata. Nel 1281 Kublai Khan ritentò l'impresa, questa volta con ben centoquarantamila soldati. Anche in questa occasione si levò un tifone che costrinse l'armata mongola alla ritirata. I giapponesi interpretarono l'evento come una protezione data dagli dei al popolo nipponico e chiamarono quel tifone Kami kaze, tempesta divina o spirito degli dei.

    Fin dall'attacco a Pearl Harbour (7 dicembre 1941) esisteva una pratica diffusa fra i piloti giapponesi che consisteva una volta colpiti, e quindi in una situazione dalla quale era difficile sperare di uscirne vivi, di lanciarsi con il loro stesso aereo contro il nemico. Infatti il 5 luglio 1944 il comandante capo della quinta squadra aerea Takada, nella battaglia dell'isola di Biak, dopo essere stato colpito in volo andò a scagliarsi contro una nave nemica.

    Il 15 ottobre dello stesso anno, il contrammiraglio Aima, comandante della XXVI flotta aerea di base a Manila, condusse da solo, fallendo, un attacco suicida contro la Task force 38.
    L'origine dell'azione dei Kamikaze giapponesi è da imputarsi quindi non ad un'azione premeditata, ma al coraggio degli avieri giapponesi. L'idea di creare e organizzare speciali squadre d'assalto per missioni mortali, venne al comandante della portaerei "Ciyoda", il colonnello Eiiciro Jyo.
    Siamo nell'estate del 1944, il Giappone, dopo il fulmineo attacco di Pearl Harbour e le travolgenti avanzate nel Pacifico, si rese conto che ormai la guerra era passata nella fase difensiva. La linea di resistenza giapponese nella Nuova Guinea e alle
    sostanza annientata e gli americani stavano iniziando l'attacco nel golfo di Leyte. Fu così che l'ammiraglio di divisione Takijiro Onischi, comandante della prima flotta aerea, riprese l'idea del colonnello Jyo. Egli elaborò una "strategia speciale".
    Questa consisteva nell'organizzare squadre speciali per "missioni di non-ritorno". La missione consisteva in pratica nello sganciare da un aereo una bomba di duecentocinquanta chili ad un'altezza di dieci metri e alla distanza di trecento metri dall'obbiettivo. Una volta colpito, il pilota si sarebbe lanciato sul nemico per provocare più danni possibili. Per quanto abile fosse il pilota, aveva solo una probabilità su cento di non essere colpito.
    Questi piloti avrebbero dovuto incarnare i samurai del XX secolo: a loro spettava combattere per allontanare il nemico dalla Nazione per difendere l'imperatore.
    Il 20 ottobre 1944 è la data di nascita del reparto kamikaze, l'Unità d'attacco Shinu, formato da ventitre piloti del 21° Stormo. Questa squadra speciale, denominata Tokkoutai (abbreviazione di Tokubetsu Kougekitai) fu divisa in quattro gruppi denominati: Scikiscima (isola bella), Yamato (razza giapponese), Asashi (sol levante) e Yamazukura (fiori di ciliegio selvatico).
    La prima missione kamikaze fu ostacolata dal tempo avverso, la seconda arrivò al successo. Il 25 ottobre il gruppo Scikiscima, guidato dal capitano Yukio Seki, fu il primo a lanciarsi sulle navi nemiche cogliendole di sorpresa. Questo attacco fu sferrato al largo delle isole Samar, a sud di Luzon, nelle Filippine. I primi sei caccia giapponesi (i famosi Zero) partiti dalla base di Davao, riuscirono ad infliggere pesanti danni alle portaerei americane Santee e Suwanee, senza però riuscire ad affondarle. Successivamente, a distanza di poche ore, dalla base di Mabalacat partirono altri cinque Zero. Questa volta riuscirono a non rendere vano il loro sacrificio, affondando la portaerei St. Lo e danneggiando in maniera considerevole anche la Kalinin, la White Plains e la Kitkun Bay.
    Questa variante militare allo scontro diretto sconcertò gli avversari, che tennero segreto all'opinione pubblica statunitense questo tipo di reazione giapponese.
    Questo primo successo invogliò i giovani piloti giapponesi, educati dalla storia dei samurai e imbevuti dalle regole del Bushido, ad offrirsi volontariamente per le missioni di non-ritorno. Tuttavia, dopo numerose missioni, all'esercito giapponese rimanevano solo poche migliaia di aerei, mentre il numero dei volontari kamikaze aumentava. Il comando militare giapponese finì col meditare un altro tipo di attacco non-convenzionale.
    L'ammiraglio Ugaki Matome organizzò una nuova unità speciale: la Jinrai Butaí, la "Folgore Divina". I piloti disporranno di una bomba volante più economica e meno preziosa dei caccia Zero: lo Yokosuka MXY-7, detto Ohka (Fiore di ciliegio). In pratica era un piccolo aereo monoposto, senza motore ma con razzi propulsori, con dotazione mille e ottocento chilogrammi d'esplosivo. I motori jet del veicolo furono costruiti su licenza italiana. Si trattava del reattore Caproni-Campimi, i cui progetti furono portati nel 1941 in Giappone da un nostro sommergibile che circumnavigò tre oceani per fornire questa preziosa arma agli alleati giapponesi. Questa nuova formula d'attacco divenne l'estrema speranza del Giappone per tentare di capovolgere l'esito militare.
    Lo spirito suicida non si limitò ai soli piloti. Furono utilizzate, infatti, altre strategie ispirate sempre alle missioni di non-ritorno: le barche esplosive, le famose Shinyo, e i pericolosissimi siluri umani, i Kaiten.
    Le Shinyo erano praticamente dei barchini imbottiti di esplosivo che dovevano provocare, esplodendo, delle falle alle grandi navi nemiche. Storico è l'attacco di trentasei motoscafi Shinyo del 15 febbraio del 1945. Al largo dell'isola Corregidor, vicino al Golfo di Manila, queste piccole imbarcazioni riuscirono ad affondare tre navi statunitensi.
    I Kaiten, la cui traduzione letterale potrebbe essere "che inverte la marea", erano gli equivalenti subacquei dei piloti Kamikaze. Si trattava di tre versioni di siluri, lanciati da unità di superficie o da sommergibili, guidati da uno o più militari, con in dotazione una testata esplosiva di 1550 chilogrammi per le versioni "Kaiten 1" e "Kaiten 2", e di 1800 chilogrammi per la versione "kaiten 4". Questi siluri umani venivano sganciati a circa settemila metri dal bersaglio; a cinquecento metri dal nemico il pilota bloccava i comandi dopo averlo portato alla profondità di cinque metri. L'impatto era tale da poter affondare una nave di medie dimensioni, ed era evidente molto più efficace delle cariche esplosive dei cugini aerei kamikaze.
    Le missioni suicide non si limitarono a questo. Storico rimane "il canto del cigno" della regina della flotta imperiale giapponese: la corazzata Yamato. La Yamato era infatti, non solo la corazzata più grande e meglio armata di tutti i tempi, ma soprattutto è stata il simbolo dell'intera marina giapponese.
    Lo stesso nome Yamato è quello che anticamente aveva il Giappone. Il 6 aprile 1945, per scongiurare l'invasione statunitense dell'isola di Okinawa, la corazzata Yamato partì assieme a un incrociatore leggero e otto cacciatorpediniere per una missione dichiaratamente suicida. La strategia militare prevedeva che queste navi dovevano incagliarsi nelle secche al largo di Okinawa, dopo aver distrutto la flotta americana. Una volta arenata doveva essere utilizzata come batteria costiera, in difesa dell'isola. La corazzata aveva carburante bastevole al solo viaggio di andata. Appena arrivati in mare aperto, la Yamato fu intercettata da due sommergibili americani, che cominciarono a tallonarla. Dopo poche ore, la corazzata fu raggiunta da aerei caccia nemici e fu attaccata. La Yamato e l'incrociatore furono affondati, circa tremilaseicento marinai giapponesi morirono con essi.
    Per gli ufficiali superiori giapponesi, l'organizzazione di tutte queste operazioni suicida aveva anche un significato di guerra psicologica contro il nemico, che avrebbe potuto decidere di rinunciare allo sbarco finale sul territorio giapponese. Combattere contro un nemico determinato e che non si comprendeva, rendeva tutto molto destabilizzante. Gli americani rimasero ovviamente sbigottiti nel constatare la determinazione dei giapponesi, ma la loro superiorità militare (di potenza e numerica) prevalse.
    Nonostante la determinazione di questi giovani piloti kamikaze, l'operazione Shinu non poté raggiungere i suoi scopi e gli americani riuscirono a sbarcare nell'isola di Leyte. Un dato per capire chiaramente la risolutezza di questi uomini. Nelle sole operazioni aeree attorno ad Okinawa nel 1944, si sacrificarono novecentotrenta piloti che però affondarono solamente diciotto unità alleate fra le quali: una portaerei di scorta, dodici cacciatorpediniere. Centonovantotto furono le unità danneggiate, anche gravemente, tra cui venticinque portaerei.
    La dura resistenza giapponese fece prendere al presidente Usa Truman la criminale decisione di lanciare le due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. La prima bomba atomica fu lanciata su Hiroshima il 6 agosto, la seconda su Nagasaki il 9, tre giorni dopo. I morti furono 300.000, nella quasi totalità civili, vecchi, donne e bambini.
    L'ammiraglio Matome Ugaki volle comandare personalmente l'ultima missione kamikaze. Questo volo era stato già programmato anzitempo, doveva essere composto da tre bombardieri che si sarebbe dovuti schiantare su una portaerei.
    A mezzogiorno del 15 agosto 1945 venne trasmesso il radio-messaggio dell'imperatore di resa incondizionata (fatti salvi comunque i diritti dell'imperatore). L'ammiraglio tuttavia non volle modificare la sua ultima missione di guerra. Sulla pista di partenza trovò, affiancato al suo aereo, altri undici veivoli con altrettanti piloti volontari, otto in più del previsto. Alla notizia della resa, il contrammiraglio Onischi fece hara-kiri. Il 15 agosto 1945, con la resa, si consumò il dramma del Giappone.

  10. #10
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Errata corrige

    [QUOTE]In Origine Postato da Lizard
    [B]Capisco, ti ringrazio. Una specie di 'bomba intelligente' di altri tempi?
    $$$$$$$$$$$$$$$$$$$
    In un certo senso sì ma tieni conto che gli aerei dei piloti suicidi giapponesi per arrivare a schiantarsi sulle portaerei americane dovevano prima superare il fuoco di sbarramento antiaereo tanto che spesso erano decimati mentre erano in volo.

 

 
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