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  1. #61
    illuminista eretico
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    In origine postato da bohemiankiller
    ahhh il programnma di governo erano quindi le leggi salvaculo di Berlusconi!!
    caspita ora capisco la recessione a cosa è dovuta
    leggi bene le 40 pagine del programma della cdl del 2001. Si parla di tutt'altro.
    Altro che cazzi!
    Leggi il primo post di questo 3d....

  2. #62
    illuminista eretico
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    In origine postato da Logos
    Sarà solo riformata. Radicalmente cambiata, come dice il Mortadella. Perché lui si fida di Bertinotti... traduzione sono costretto a fidarmi di lui altrimenti alle elezioni non si vince...
    che questione di lana caprina che stai montando... radicalmente cambiata vuol dire che verra' modificata sin dalle radici, quindi in sostanza verra' cancellata la legge cosi' come e' e riscritta. L'unica cosa che rimarra' sara' il nome, per rispetto al giuslavorista ucciso (il cui nome secondo Prodi e' stato usato in maniera impropria travisando le sue idee).
    E questo e' quanto.


    LAVORO: PRODI, BIAGI VOLEVA MOBILITA’ NON PRECARIATO
    Roma, 30 mar. (Adnkronos) - ‘’Biagi pensava alla mobilita’ e non la precariato’’. Lo afferma il leader dell’Unione, Romano Prodi, ospite di ‘Radio anch’io’, parlando del mercato del lavoro e della legge Biagi. Secondo il Professore, si sta creando ‘’una generazione di precari massacrati per un’interpretazione sbagliata dal liberalismo’’. ‘’I giovani sono continuamente licenziati ogni tre mesi e non possono progettare il loro futuro. Io su questo saro’ durissimo. Stiamo creando -conclude Prodi- una generazione che sara’ senza pensione ed e’ questo il vero problema’’.


    andate adesso e non peccate piu'...


    PS carissimo Logos, una letturina al programma della CDL del 2001, ti farebbe vedere che le leggi come la Schifani, la Cirami, e la ex-Cirielli non erano affatto nel programma... anzi soprattutto quest'ultima, come ho fatto notare anche nel primo post di questo 3d...

  3. #63
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    In origine postato da Max72
    Bel cambiamento...altri 5 anni cosi' e possiamo attaccarci alla canna del gas.

    5 anni e' "ottimistico" , in perfetta linea berlusconiana ovviamente.
    2 anni è più realistico.


  4. #64
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    In origine postato da Nelson
    2 anni è più realistico.

    Da buona "cassandra disfattista" direi di si...forse anche qualcosina in meno.

    L'ottimismo e' il profumo della vita...ma a quanto pare noi sentiamo tutt'altro "aroma"...

  5. #65
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    Predefinito sul lavoro

    Ho notato che, nonostante i propositi, il 3d si è spostato sulla scia di logos a sparare sul banana e sulle sue leggi vergogna.
    Tornando invece sul lavoro, prima di arrivare al tema giustizia, dove tutti potremo sfogarci alla grande, rilevo solo come l'esigenza unanime degli elettori di centro sinistra è:
    - avere meno precarietà
    mentre lo strumento indicato è:
    - cambiare (con varie sfumature) la legge Biagi

    Volevo dare un mio contributo con alcune domande integrative.
    Premesso di riuscire a tutelare i lavoratori attuali, come si creerà altra occupazione?
    Come si finanzierà l'impresa nel sud?
    Come rendere più competitivo il mercato italiano e dunque più ricco il mercato del lavoro?
    Come reimpostare la concertazione con le parti sociali dopo anni di guerra permanente coi sindacati?
    Come confrontarsi coi sindacati sulle riforme chiave del Paese?
    Prodi for president

  6. #66
    Il cinismo ci salverà
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    In origine postato da estewald
    che questione di lana caprina che stai montando... radicalmente cambiata vuol dire che verra' modificata sin dalle radici, quindi in sostanza verra' cancellata la legge cosi' come e' e riscritta. L'unica cosa che rimarra' sara' il nome, per rispetto al giuslavorista ucciso (il cui nome secondo Prodi e' stato usato in maniera impropria travisando le sue idee).
    E questo e' quanto.


    LAVORO: PRODI, BIAGI VOLEVA MOBILITA’ NON PRECARIATO
    Roma, 30 mar. (Adnkronos) - ‘’Biagi pensava alla mobilita’ e non la precariato’’. Lo afferma il leader dell’Unione, Romano Prodi, ospite di ‘Radio anch’io’, parlando del mercato del lavoro e della legge Biagi. Secondo il Professore, si sta creando ‘’una generazione di precari massacrati per un’interpretazione sbagliata dal liberalismo’’. ‘’I giovani sono continuamente licenziati ogni tre mesi e non possono progettare il loro futuro. Io su questo saro’ durissimo. Stiamo creando -conclude Prodi- una generazione che sara’ senza pensione ed e’ questo il vero problema’’.


    andate adesso e non peccate piu'...


    PS carissimo Logos, una letturina al programma della CDL del 2001, ti farebbe vedere che le leggi come la Schifani, la Cirami, e la ex-Cirielli non erano affatto nel programma... anzi soprattutto quest'ultima, come ho fatto notare anche nel primo post di questo 3d...
    Infatti, e non avevano certo la priorità... sono state leggi "difensive" dettate dalle contingenze, dice Pecorella, tu dirai altro, immagino, e anch'io... ma non posso dimenticare che, per quanto fortemente avversate dall'opposizione, sono state portate a compimento:
    1) Riforma del mercato del lavoro o legge 30 o legge Biagi;
    2) Riforma della Giustizia.
    3) Riforma della Scuola.
    4) Riforma dell'Università.
    5) Riforma delle pensioni.
    6) Riforma del codice della strada (patente a punti).
    7 Legge anti-fumo.
    8) Innalzamento pensioni minime - parziale.
    9) Riduzione pressione fiscale - parziale.
    10) Devolution.
    11) Riforma legge elettorale - probabile.
    12) Poliziotto di quartiere.
    13) Bossi-Fini sull'immigrazione.
    14) Abolizione della leva obbligatoria.
    15) Operazioni internazionali di peace-keeping.
    16) Poi ci sono le leggi cosiddette "ad personam", che se potessi, pure io, ci rimetterei le mani, ma gettare il bambino con l'acqua sporca mi pare una operazione semplicistica e poco seria, tanto è vero che sia Rutelli che Fassino che Prodi hanno già preannunciato che si provvederà, nella prossima legislatura(vincerà il csx, questo è l'unico dato certo), ad operare alcuni cambiamenti ma non a cnacellare tutto... anche perché continuare a riformare le riforme delle riforme chissà dove potrà portare...

  7. #67
    Il cinismo ci salverà
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    In origine postato da MrBojangles
    Rispettabile e confermata dai fatti e dagli esiti.

    Poi; potete sempre "smentire"...
    Altrettanto rispettabile opinione...

  8. #68
    eh?
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    quando non hai più niente, ti resta il futuro
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    Predefinito In tema di Lavoro

    Le proposte dei giovani del PdCI

    Gli Invisibili del terzo millennio

    L’attuale struttura del capitalismo avanzato ha profondamente mutato l’organizzazione del lavoro. Il capitalismo nell’era della rivoluzione tecnologica e del dominio neoliberista è sempre più contraddistinto dalla prevalenza della produzione immateriale. Le grandi multinazionali tendono a delocalizzare ed esternalizzare nei Paesi in Via di Sviluppo la produzione materiale fordista -dove si trova mano d’opera a bassissimo costo e non sindacalizzata- e a concentrare nei Paesi a capitalismo avanzato le attività immateriali. Ricerca e sviluppo, marketing, comunicazione, vendita del brand, customer care, attività finanziarie, organizzazione aziendale, lavoro congnitivo, aspetti relazionali… sono alcune delle attività immateriali sempre più centrali nelle aziende.
    Nei paesi a capitalismo avanzato la classe lavoratrice è stata volutamente frantumata in una moltitudine di figure, configurando inedite dinamiche dello sfruttamento del capitale sul lavoro. Il prevalere della tendenza a rendere immateriale il lavoro si accompagna ad un’elevata flessibilità dell’organizzazione aziendale e, soprattutto, del mercato del lavoro. La flessibilità è strumento del capitalismo attuale, non mera pratica mirante alla riduzione del costo del lavoro. È dal cambiamento del modello produttivo che nascono forme di lavoro flessibili e precarie.
    In Italia l’introduzione di dosi massicce di flessibilità avviene in una società impreparata ad affrontare questa nuova situazione. Lo stato sociale, in fase di progressivo smantellamento e modellato sulle esigenze dell’era fordista, non riesce a soddisfare le esigenze nei nuovi lavoratori flessibili. La flessibilità, con l’introduzione della Legge 30 di riforma del mercato del lavoro, diviene precarietà. La Legge 30 ha portato ad una frantumazione del lavoro con l’introduzione numerose nuove tipologie contrattuali, autonome, subordinate e parasubordinate, come: Co.Pro (la collaborazione a progetto che sostituisce largamente il contratto Co.Co.Co.), “job sharing”, “job on call”, somministrazione di mano d’opera, apprendistato...
    Il contratto Co.Pro. continua a celare, nella maggioranza dei casi, rapporti di lavoro subordinati e mansioni che nulla hanno a che vedere con il lavoro a progetto.
    La Legge 30 e i suoi applicativi marginalizzano la contrattazione collettiva e incentivano quella individuale a favore delle agenzie interinali ormai trasformate in uffici di collocamento privati: il lavoratore fornisce le sue prestazioni ad un’azienda essendo in realtà dipendente di un’altra. Le grandi agenzie che fanno somministrazione del lavoro mirano a gestire tutto il mercato del lavoro, espropriando, così, il sindacato della sua funzione storica di rappresentanza degli interessi dei lavoratori. La Legge 30 è il più duro attacco portato ai diritti sindacali, di cui sono del tutto privi i precari, lasciati soli davanti al datore.
    I precari non hanno accesso al credito, hanno redditi bassi e privi di continuità, non hanno possibilità di migliorare le proprie condizioni lavorative perché ogni volta che cambiano lavoro devono ripartire da zero. Non hanno diritti: niente ferie, malattia, maternità, diritti sindacali. Pagano i contributi ad un fondo separato INPS e li perdono se vengono assunti con contratti tipici a tempo determinato. Non hanno TFR. Andranno in pensione con un massimo del 30% dell’ultima retribuzione. Non possono quasi mai usufruire di un contratto di lavoro nazionale.
    La precarietà non è caratteristica solo del lavoro nel settore privato, ha ormai da tempo pervaso anche il pubblico. C’è ormai un esercito di precari nella scuola e nell’università, così come nelle pubbliche amministrazioni, dove il blocco delle assunzioni ha favorito l’adozione di contratti atipici parasubordinati. I Co.Co.Co. nel pubblico impiego sono ormai oltre due milioni. Inoltre l’esternalizzazione e la privatizzazione dei servizi pubblici hanno enormemente favorito la precarietà del lavoro, tanto che oggi accanto ai lavoratori pubblici ci sono precari dipendenti di aziende private che svolgono esattamente le stesse mansioni.
    La precarietà del lavoro è il meccanismo dello sfruttamento nelle nuove relazioni tra capitale e lavoro. È il buco nero delle società capitalistiche in cui precipitano esistenze, forme di vita, alimentando un disperante senso di fragilità individuale e collettiva.
    Per questo è necessario battersi con forza per abrogare la Legge 30.
    Da troppo tempo, però, i lavoratori, i loro problemi, le loro esigenze di lungo e di breve periodo sono scomparsi dall'agenda della politica, sono diventati "invisibili", relegati a problema tra i problemi. Il mondo del lavoro dipendente e, soprattutto, il lavoro precario non ha oggi in Italia una rappresentanza politica adeguata.
    I precari sono gli invisibili del terzo millennio, poiché non hanno rappresentanza politica e sindacale, dato che come scrive Luciano Gallino: “la frantumazione dei rapporti di lavoro fa sì che fra la massa dei lavoratori si sviluppino interessi materiali e ideali profondamente divergenti e sovente conflittuali, che sarà sempre più difficile rappresentare su ampia scala”.
    Se nell’era del fordismo la socializzazione del lavoro e la dimensione solidaristica erano immediatamente visibili ed acquisibili nella contiguità fisica e nella cooperazione lavorativa della grande fabbrica, nella omogeneità delle condizioni di lavoro, ora tale condizione in larghi settori del mondo del lavoro si è indebolita, anche se non è scomparsa. Occorre una politica che riunifichi il lavoro e vanno assunte nel loro insieme le quattro proposte di legge di iniziativa popolare presentate dalla CGIL, in particolare quella per estendere i diritti ai lavoratori atipici, e perseguite proposte contenute nel Documento della CGIL dell’8 ottobre 2004 inviato a Prodi.
    La precarietà, infatti, non ha dato vita a movimenti sociali consistenti, anche se hanno assunto un rilievo assai interessante le lotte degli ultimi mesi a Milano, Roma e Mestre.
    Il lavoro è il tema centrale dell’azione politica della FGCI, che opera per ridare visibilità ai lavoratori e agisce per radicare la presenza nei luoghi del lavoro precario nella convinzione che ciò produrrà la crescita della Federazione giovanile come soggetto politico comunista interlocutore reale del composito mondo del lavoro giovanile, nella prospettiva di giungere all’ambiziosa elaborazione di una visione del tutto differente dell’organizzazione del mercato del lavoro non più precario e flessibile, ma funzionale al raggiungimento della piena, buona e stabile occupazione per tutte e tutti.

    Diritti, redddito e garanzie per tutti e tutte

    Pur riuscendo a vincere la battaglia per l’abrogazione della Legge 30, superando anche le resistenze che pur esistono all’interno del CentroSinistra, la flessibilità del lavoro non scomparirà e con essa continuerà a permanere un elevato tasso di precarietà. Non solo perché fu il pacchetto Treu ad introdurre le nuove forme di lavoro, ma anche perché l’esigenza della flessibilità è ormai connessa all’immaterialità del lavoro e il capitale sferrerà un attacco per soddisfarla percorrendo altre strade, poiché è interesse delle classi dominanti tenere strettamente legati lavoro flessibile e precarietà per perpetrare lo sfruttamento del capitale sul lavoro. Già oggi molte delle aziende iniziano a costringere i lavoratori ad aprire la partita IVA, trasformandoli in autonomi/parasubordinati. Il lavoro nero, inoltre, resta sempre ipotesi praticabile.
    Per ridurre gli effetti perversi della frantumazione del lavoro è necessario, quindi, battersi per spezzare il nesso tra flessibilità e precarietà, riconoscendo uguali tutele e garanzie a tutti i lavoratori, individuando un nuovo corpo di diritti sociali universali adeguati alla nuova situazione del lavoro e costruendo nuove forme di difesa sociale che non si riferiscano al cittadino-lavoratore per il suo stato occupazionale presente, ma alla persona, con riferimento alla sua storia di vita professionale. Questa è la filosofia di fondo della fléxecurité, o flexicurity: dare sicurezze, costruire forme di welfare e di diritti per i lavoratori e le lavoratrici flessibili. La flexicurity riconosce che i diritti di tutti i lavoratori devono essere eguali e valorizza la libertà dei giovani lavoratori di scegliere la propria occupazione.
    Per noi fléxecurité significa:
    1. Statuto dei diritti per le nuove identità di lavoro con: ferie, malattie, maternità, paternità, formazione continua e diritti sindacali;
    2. welfare per tutte e tutti;
    3. stabilizzazione del rapporto di lavoro dopo un certo numero di anni;
    4. continuità del reddito, attraverso la costituzione di un Fondo specifico;
    5. accesso al credito facilitato e garantito in modo mutualistico;
    6. regime fiscale specifico;
    7. pensioni dignitose, grazie ad un sistema previdenziale favorevole alle nuove identità di lavoro;
    8. contrattazione collettiva.

    La battaglia per la flexicurity deve divenire patrimonio comune di tutto il Partito e deve essere condotta insieme al più grande sindacato di Sinistra italiano, la CGIL e il suo settore delle nuove identità di lavoro, la Nidil-CGIL. Deve essere condotta insieme al movimento e divenire oggetto di approfondimento serio all’interno dei fori sociali europei.
    La battaglia per la flexicurity va affrontata anche a livello locale, partendo dall’eliminazione della precarietà nelle pubbliche amministrazioni territoriali.
    È evidente che anche il conseguimento della flexicurity non sarà garanzia di piena e buona occupazione. È necessario che l’imprenditoria la smetta di rivendicare l’abbassamento del costo del lavoro, poiché su questo terreno non potremo mai competere con i Paesi in Via di Sviluppo. Dopo anni in cui è assente una politica industriale, occorre avviare una nuova stagione per promuovere politiche economiche efficaci, basate sull’innovazione, la ricerca e la qualità dei prodotti, in grado di rendere competitivo il nostro sistema produttivo e garantire così occupazione piena, buona e stabile per tutte e per tutti.
    C’è un ampio dibattito a Sinistra sul tema del reddito di cittadinanza, sostenuto da ampi settori del movimento, dal PRC e dalle mozioni congressuali DS di Mussi e di Salvi. Reddito di cittadinanza significa riconoscere un reddito minimo garantito come diritto universale di cittadinanza. La proposta è complessa ed ha delle implicazioni che andrebbero approfondite. L’introduzione del reddito di cittadinanza in Campania, ad esempio, si è tradotta in un piccolo assegno a favore di una fascia di popolazione assai ristretta (famiglie con redditi annui al di sotto dei 5.000 euro). Riconoscere un reddito di 300 euro mensili non ci sembra una soluzione seria per risolvere la questione della condizione precaria dei giovani.
    Garantire reddito è anche ciò che propongono il grande capitale, le agenzie del lavoro, Confindustria e persino il governo Berlusconi per bocca del Sottosegretario Sacconi. La loro proposta è ovviamente assai diversa dal reddito di cittadinanza ed è riconducibile sotto il nome di workfare, il welfare to work, lo stato sociale finalizzato alle politiche attive del lavoro (in concreto le forme di avviamento forzoso a lavori scadenti attraverso la riduzione del welfare). Non più indennità di disoccupazione, ma reddito per l’occupazione. Sull’esempio di molti paesi anglosassoni (questa è la ricetta adottata, ad esempio, da Blair in Inghilterra e da Clinton in USA) i giovani, nel momento in cui dichiarano di essere disponibili a lavorare (iscrivendosi alle agenzie private di somministrazione di mano d’opera), iniziano a percepire un reddito; quando poi vengono chiamati a svolgere un lavoro non possono rifiutare se vogliono continuare ad avere l’assegno mensile. Al fondo di tale dottrina c’è l’idea che se le persone sono disoccupate la colpa sia loro e che, dunque, non meritino né sussidi né cassa integrazione. Sostegni e sussidi sono legati al fatto di accettare il lavoro qualunque esso sia. Ciò significa dare alle aziende un enorme potere nei confronti dei lavoratori, che sarebbero così costretti a svolgere qualsiasi mansione, in luoghi di lavoro anche molto distanti dalla propria residenza. È la fine della libertà, poiché ai lavoratori verrà imposto di cambiare frequentemente occupazione senza che ciò sia frutto di una scelta, ma di un’imposizione. È la fine di ogni potere contrattuale del lavoratore e del sindacato. È la creazione dello stato sociale funzionale al capitale invece che al lavoratore.
    I precari non chiedono l’elemosina. Chiedono che la flessibilità sia condivisa e tutelata, di essere messi nelle condizioni di lavorare serenamente senza che su di essi gravi la bestia nera della precarietà e non vogliono essere sottoposti a ricatti padronali per avere reddito.
    Sarà necessario vigilare affinché non si concretizzi un’inedita alleanza tra i sostenitori del reddito di cittadinanza e i fautori del workfare (presenti anche all’interno del CentroSinistra), perché si potrebbe correre il rischio di far passare uno dei più biechi provvedimenti iperliberisti come una grande conquista della Sinistra.
    La vera sfida è quella di estendere lo stato sociale a tutti i lavoratori atipici, uno stato sociale nuovo, non assistenziale, ma efficace e concreto. Un welfare che aiuti gli atipici ad avere una casa, ad usufruire dei servizi, ad avere accesso ai saperi.
    A nostro avviso è necessario studiare forme per garantire la continuità del reddito alle lavoratrici e ai lavoratori flessibili. Guarderemo con interesse a tutte quelle proposte sul reddito di cittadinanza che non siano demagogiche e che non aprano la via alla logica del workfare, così come sosterremo di buon grado tutte quelle proposte miranti ad eliminare la precarietà della vita e del lavoro.
    Si potrebbe, ad esempio, ipotizzare la costituzione di un Fondo, con il contributo determinante dei datori di lavoro, per garantire la continuità del reddito nei periodi di inattività, senza però costringere il lavoratore ad accettare qualsiasi tipo di mansione e sede di lavoro. Meccanismi di questo tipo, rendendo più costoso il mancato rinnovo del contratto, favorirebbero la stabilità del lavoro e del reddito.

  9. #69
    eh?
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    Predefinito In tema di scuola

    Le nostre proposte sulla scuola

    La tendenza del capitalismo maturo è quella di puntare sugli aspetti immateriali della produzione. Siamo entrati nell'era della conoscenza. Era nella quale il fattore dinamico della società è il sapere e il lavoro è principalmente intellettuale. Il sapere diviene elemento centrale dell’economia della conoscenza e l’accesso ai saperi costituisce il fattore discriminante per l’inclusione o l’esclusione sociale.
    Nell’accresciuta complessità della società la formazione continua e la qualità delle competenze e delle conoscenze personali sono fattori determinanti per sottrarsi al lavoro dequalificato o per evitare di essere espulsi dal processo produttivo.
    Contemporaneamente la conoscenza continua a rappresentare un potente strumento per interpretare criticamente i processi economici, politici e sociali della contemporaneità. Un grande strumento di emancipazione sociale. L’accesso ai saperi è sempre più questione cruciale di democrazia e uguaglianza.
    In questo quadro i saperi vanno riconosciuti come un bene pubblico universale, accessibile e condiviso. La conoscenza deve poter essere un patrimonio diffuso, aperto, partecipato e ricombinabile.
    Le destre, invece, consapevoli dell’importanza della conoscenza come fattore di emancipazione e desiderose di ricavare profitto dallo sfruttamento dei saperi perseguono politiche miranti a produrre forme di accesso elitarie che creino un mercato delle conoscenze e garantiscano al contempo la perpetrazione dello sfruttamento. Basti pensare all’uso che viene fatto della proprietà intellettuale, che è stato dilatato fino a far divenire brevettabili gli organismi viventi, e ai nuovi negoziati internazionali (TRIPS e GATS), che mirano a rendere mercificabili i saperi. Tali misure sono tanto più gravi in un contesto in cui la ricerca scientifica è sempre più accentrata nelle mani del settore privato.
    In Italia il governo Berlusconi è stato fedele interprete di queste politiche, come nel caso dell’adozione dei provvedimenti che introducono pesanti sanzioni penali per chi condivide in rete, anche se a fini non commerciali, files audio e video coperti da copyright, o nel caso dei pesanti tagli alla ricerca scientifica pubblica.
    L’attacco più grave all’accessibilità ai saperi, però, è stato portato con le riforme del sistema dell’istruzione scolastica e universitaria.
    Il modello che si sta realizzando mira a radicare una divisione tra coloro che potranno accedere ai gradi più alti dell’istruzione e coloro che saranno destinati fin da subito al lavoro dequalificato e non specializzato. Tale modello agli occhi della destra, inoltre, ha il non secondario effetto di ridurre la spesa pubblica del settore, considerata un costo e non un investimento strategico.
    Le politiche scolastiche del governo muovono da una concezione elitaria dell’istruzione: le scuole private assicurano la qualità per pochi, i licei statali garantiscono un servizio solamente basilare, la formazione professionale è il serbatoio di mano d’opera per le imprese. In tal modo i provvedimenti del governo derubricano l’istruzione da diritto inalienabile, ascritto al capitolo dei “rapporti etico-sociali” della Costituzione, a bene, servizio, merce, oggetto in qualche misura regolato dai rapporti contrattuali che implicano variabili e quindi disparità economiche. La proposta di riforma costituzionale della devolution rischia di distruggere definitivamente la scuola affossando definitivamente il sistema nazionale d’istruzione. Il governo, eliminando in questi anni i finanziamenti all’edilizia scolastica, mira a dequalificare ulteriormente la qualità della scuola pubblica nel suo aspetto essenziale della sicurezza delle strutture. In questo quadro si devono inserire le cambiali che le destre hanno pagato alla Chiesa (con l’immissione in ruolo dei docenti di religione) e alle scuole private (con i finanziamenti diretti e i buoni scuola regionali). A tutto ciò si accompagnano ingenti tagli ai fondi per l’autonomia (ormai completamente svuotata) e tagli di organico (soprattutto ai docenti di sostegno), che rischiano di aprire la strada ai privati nelle scuole.
    Gli obiettivi principali a difesa e sviluppo della scuola pubblica, statale, laica, aperta, inclusiva e pluralista sono:
    1. elevare il livello dell’istruzione aumentando la qualità delle competenze e delle conoscenze;
    2. favorire una scuola aperta a tutti e a ciascuno, attenta ai bisogni formativi e garante dell’inclusione, che valorizzi la persona, non “uno di meno”, combattendo la dispersione scolastica;
    3. promuovere il pieno sviluppo della cittadinanza studentesca attiva e responsabile, informata ai principi della libertà, dell’uguaglianza, della pace e del rispetto dei diritti umani e ai valori democratici e antifascisti della Costituzione;
    4. rafforzare e sostenere l’autonomia didattica delle istituzioni scolastiche, anche attraverso la promozione di appositi e mirati corsi di formazione;
    5. investire e sostenere tutte le iniziative delle agenzie formative miranti a favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e la “long life learning”;
    6. promuovere l'integrazione delle persone disabili, dei portatori di handicap, di chi vive situazioni di svantaggio individuale e sociale, degli stranieri immigrati;
    7. sostenere le attività di qualificazione del personale docente e valorizzare la ricerca e l'innovazione didattica.

    Le principali azioni necessarie per raggiungere questi obiettivi sono:
    1. abrogare la controriforma Moratti, a partire dalla rigida separazione tra licei e istruzione professionale e dall’eliminazione dell’obbligo scolastico, ponendo al centro del dibattito politico le proposte di Legge sulla scuola presentate dal nostro Partito;
    2. stanziamento di fondi per l’autonomia scolastica didattica a fronte dei tagli che il governo continua a operare al fondo nazionale della 440 per l’arricchimento dell’offerta formativa. Sono inoltre necessarie politiche che supportino l’attuazione dell’autonomia favorendo la creazione di reti, di servizi di sviluppo progettuale, di corsi di formazione e di tutti quei processi che possano determinare un’effettiva integrazione tra la scuola e il territorio, fino a giungere ad una stesura partecipata e condivisa del Piano dell’Offerta Formativa;
    3. sostenere il diritto allo studio dei meno abbienti con finanziamenti per l’acquisto dei libri, delle spese dei trasporti, degli alloggi, nell’ottica progressiva della costruzione di un reddito di formazione
    4. rendere più efficace la lotta alla dispersione scolastica e promuovere la formazione lungo tutto l’arco della vita, compresi gli interventi formativi per i lavoratori e gli adulti;
    5. sostenere le politiche giovanili della rappresentanza e della partecipazione studentesca attraverso il supporto, anche mediante finanziamenti, agli organismi istituzionali ed associativi e ai progetti elaborati dagli studenti;
    6. perseguire la generalizzazione della scuola dell'infanzia, quale parte integrante del sistema nazionale di istruzione, finalizzata all'educazione ed allo sviluppo del bambino, nel rispetto dei suoi ritmi evolutivi, assicurando una effettiva uguaglianza delle opportunità educative mediante l’introduzione di elevati standard di qualità e di criteri di accesso inclusivi.

    Nella scuola è necessario rivendicare il ruolo degli studenti come componente centrale della comunità scolastica, attraverso la costante attenzione ai bisogni dello studente e al riconoscimento della sua centralità come soggetto attivo e responsabile, non più utente/destinatario, ma cittadino della comunità scolastica, in grado di contribuire a delineare il suo percorso formativo grazie alla valorizzazione delle sue inclinazioni personali, anche mediante la possibilità di realizzare iniziative autonome, avanzare proposte e pareri, partecipare ad attività, esprimere una rappresentanza a tutti i livelli, organizzare spazi associativi. A tal fine è necessario restituire concreta applicazione allo Statuto delle studentesse e degli studenti -con l’abolizione del voto di condotta- e ai decreti sulle attività integrative e le iniziative complementari (ex. 567/97). Occorre poi, nel rispetto dell’autonomia scolastica didattica, valorizzare la partecipazione degli studenti alla costruzione condivisa e partecipata del Piano dell’Offerta Formativa e del regolamento d’Istituto. La scuola, inoltre, non può eludere il suo ruolo di comunità educativa di pace, valorizzando in tale ambito i progetti formativi per la promozione della cultura della pace.
    Per quanto riguarda il sistema di rappresentanza e di partecipazione deve essere rimesso al centro un progetto di riforma degli organi collegiali antitetico a quello proposto dalle destre, che garantisca la rappresentanza paritetica degli studenti nel Consiglio d’istituto. Va, inoltre, restituita centralità alle Consulte Provinciali degli Studenti, alla Conferenza Nazionale dei Presidenti delle Consulte e al Forum delle Associazioni studentesche. Così come va rilanciato il concetto di scuola come luogo del confronto culturale, mediante la creazione di spazi appositi, oggi fortemente depotenziati, in grado di rilanciare dibattiti sommersi, ma mai affondati, come quello delle diversità, della micro-criminalità o del consumo delle droghe tra i giovani.
    Se per la scuola il governo ha varato una vera e propria controriforma, le Università si sono trovate a fare i conti con l’applicazione della riforma Zecchino, che aveva l’obiettivo dichiarato di ridurre i tempi di laurea, ma in realtà puntava a cambiare il rapporto tra cultura e mondo del lavoro. Molti sono gli aspetti deleteri emersi dall’applicazione di questa riforma, che rischiano di distruggere la cultura e la ricerca di base: il doppio livello è risultato un allungamento degli anni necessari per conseguire una laurea; la laurea triennale non ha trovato una sua effettiva spendibilità; la logica dei crediti formativi ha prodotto un supermercato della cultura; i corsi di laurea triennali sono proliferati, è aumentata la complessità della scelta ed è diminuita la qualità dell’offerta formativa; i corsi di specializzazione sono divenuti il proseguimento dei corsi che si affrontano nel triennio, senza alcun investimento sull’attività di ricerca da parte dello studente.
    Rivendichiamo la necessità di riforma del sistema universitario precedente alla Zecchino; necessità di rendere reali i tempi programmati di laurea, di poter scegliere tra diversi titoli assegnati dall’università, di una maggiore ricchezza di corsi di laurea, di una didattica e di una ricerca partecipata dagli studenti, il contenimento del fenomeno degli abbandoni, ma tutti questi obiettivi non sono stati realizzati dalla riforma Zecchino, aprendo le porte, al pari del pacchetto “Treu”, alla scelleratezza del governo di centro-destra.
    In questo quadro è stato approvato il deleterio decreto del Ministro Brichetto che modifica nuovamente la struttura universitaria introducendo un percorso ad Y nel triennio: dopo un primo anno comune per classi di laurea si aprono due binari separati, il primo di soli 2 anni e che non permette l’accesso ai dottorati, il secondo 2+2 ritenuto il massimo grado di istruzione, gli atenei dovranno imporre criteri di selezione rigidi per separare i due percorsi.
    Tra i provvedimenti più gravi adottati dal governo, inoltre, ci sono quelli che vanno nella direzione del taglio delle risorse e delle privatizzazioni.
    A questo si aggiunge il riordino dello status giuridico dei docenti e dei ricercatori (DDL Moratti) che, aggiungendo dosi massicce di precarietà, cancellando la figura dei ricercatori e permettendo ai privati di finanziare direttamente le cattedre, porta un gravissimo danno a tutto il sistema che risulterà, nella parte viva del lavoro, in difficoltà a svolgere le sue mansioni a pieno e, nella parte dell’elaborazione e ricerca, dipendente dai privati con relativa perdita della sua funzione pubblica.
    Il nostro impegno prioritario è la difesa del carattere pubblico e statale della scuola e dell’Università.
    Per l’Università diviene centrale la battaglia per il finanziamento pubblico che garantisca la qualità della formazione e della ricerca. La battaglia per la democrazia universitaria resta aperta: occorre valorizzare il ruolo delle rappresentanze studentesche, la partecipazione e la cittadinanza studentesca, con particolare riferimento all’inclusione nel tessuto sociale cittadino degli studenti “fuori-sede” e degli studenti stranieri.
    È necessario, inoltre, recuperare l’Università come luogo di crescita culturale collettiva degli studenti e cancellare la concezione dell’autonomia come concorrenza tra Atenei, come se questi offrissero un prodotto in un mercato, per rilanciare la concezione dell’Università come luogo di alta formazione, di pluralità culturale e libertà di ricerca.
    Il diritto allo studio resta tema centrale per migliorare il sistema universitario.
    Ad oggi i dettami costituzionali in materia restano largamente non rispettati, le circa 138.000 borse di studio erogate per circa 1.750.000 studenti sono un’elemosina non dignitosa, soprattutto se considerata l’entità:
    a) studenti fuori sede: 4.500 euro nell’anno accademico 2004/05, 4.700 euro nell’anno accademico 2005/06, 4.900 euro nell’anno accademico 2006/07;
    b) studenti pendolari: 2.500 euro;
    c) studenti in sede: 2.000 euro.” [dal dpcm 2004].
    Inoltre, con i fondi a disposizione, non si riesce a coprire la totalità degli aventi diritto, solo nel 2004 oltre il 25% è rimasto scoperto. Lo stesso discorso è estendibile ai posti letto (33.255 pari al 1.9% della popolazione universitaria, l’aliquota più bassa d’Europa).
    La questione dei costi rimane quella dirimente: accanto ad un sistema di tasse equo e giusto è necessario potenziare gli interventi per le politiche abitative ed incrementare la quota dei servizi nelle borse di studio, ostacolando ogni tentativo di delegare gli interventi in favore agli studenti allo strumento dei prestiti d’onore.
    Rinnoviamo la nostra contrarietà ad ogni forma di privatizzazione degli enti regionali per il diritto allo studio e all’ampio uso delle esternalizzazioni dei servizi per gli studenti.
    Accanto a queste proposte prende corpo una linea di più ampio respiro, soprattutto in considerazione delle trasformazioni a cui la società sta andando in contro, con la progressiva centralità dei saperi; la necessità di formazione continua, lungo tutto l’arco della vita, rende indispensabile ripensare in chiave innovativa i provvedimenti in favore degli studenti; un sistema di sostegno all’istruzione dovrebbe essere in grado di connettere il concetto di diritto allo studio con quello d’accesso ai saperi generando l’autonomia sociale dei soggetti in formazione.

  10. #70
    eh?
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    Chiedo scusa per la lunghezza, ma quelle parti del nostro Documento Politico credo possano diventare patrimonio di tutta la sinistra.
    Fatemi sapere cosa ne pensate, in particolare il compagno matteomatteo

 

 
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