Gelido e ottuso tenere Sofri in cella
GUIDO TROMBETTI -Rettore dell'Università Federico II di Napoli
Tenerlo in cella è decisione gelida e ottusa
Piovono messaggi di auguri bipartisan ad Adriano Sofri. E torna d´attualità la sua vicenda. Per effetto delle sue gravi condizioni di salute. Non è il caso di tornare a discutere sul piano generale. Se cioè sia ragionevole processare qualcuno dopo decenni dai fatti contestati. Se per caso, procedendo in tal modo, non si processi a fortiori un´altra persona. Completamente diversa, anche se colpevole, da quella dell´epoca dei fatti. La qual persona, se poi innocente, è costretta a difendersi da qualcosa di cui non può ricordare granché.
(segue dalla prima di cronaca)
È questione tanto complessa che non ho la presunzione né gli strumenti culturali per affrontarla. Men che mai credo sia opportuno discutere sulla colpevolezza o sull´innocenza di Sofri. Come in tutti i grandi casi giudiziari ognuno ha la sua idea. Il suo convincimento. L´interesse collettivo, però, come è ovvio, non può essere affidato ad una sommatoria di sensazioni individuali. Talvolta inquinate da passioni. Ideologie. Superficialità. L´unica cosa che conta (e che può contare) è la verità giudiziaria. Che va ricercata nell´interesse collettivo. E che va rispettata. E quindi Sofri è colpevole. Preso atto di ciò, resta aperto un problema enorme. Si persegue l´interesse collettivo tenendo oggi Adriano Sofri in carcere? Questo è un quesito fondamentale cui occorre dare risposta in nome della civiltà giuridica. Intanto il carcere ha una doppia funzione. Punitiva e rieducativa. E la prima delle due funzioni deve essere funzionale e subordinata alla seconda. Qualcuno può sostenere il contrario? Che in un moderno stato democratico la pena possa avere un valore intrinseco separato dalla finalità di recuperare il soggetto? In definitiva non riesco a capire perché Sofri sia ancora detenuto. La pena è stata, sia pur parzialmente, scontata. Ha passato molti anni in carcere. Carcere che ha affrontato – lo ricordo per quello che può valere - non fuggendo quando poteva farlo con facilità estrema. Come altri hanno fatto. Qualcuno può sostenere, oltre ogni ragionevole dubbio, che Adriano Sofri libero rappresenti un pericolo per la collettività? Lo può sostenere osservando i suoi comportamenti? Leggendo i suoi scritti? Insomma, data per acquisita la verità giudiziaria, credo che sull´avvenuto recupero non possano esservi ragionevoli dubbi. Siamo, inoltre, in presenza della posizione di grande spessore dei familiari del commissario Calabresi, depositari di un dolore incancellabile con straordinaria dignità: Essi non dimenticano e non perdonano. Ma non odiano. Hanno troppo conosciuto e subito l´odio per farne un loro sentimento: è estraneo alla loro cultura e credo. La libertà o il carcere per i condannati, è del tutto indifferente ai familiari di Luigi Calabresi. Non saranno mai loro a dire la parola sì o la parola no. È certo che una decisione che venisse adottata dal Capo dello Stato, non può riaprire la ferita per l´assassinio del loro congiunto, perché queste sono ferite che non si cicatrizzano mai.
Per di più Sofri è un uomo capace di provvedere da solo al suo sostentamento. Capace di contribuire alla vita civile lavorando. Se tenuto in carcere, genera un inutile costo sociale. In definitiva dov´è l´interesse collettivo a tenere Adriano Sofri ancora in prigione? Spero di essere stato chiaro. Non faccio appello ad un facile perdonismo di maniera. Né sono tanto ingenuo da credere che si possano sopprimere le pene carcerarie. Mi chiedo soltanto se si salvaguarda l´interesse collettivo riducendo la funzione dello Stato unicamente a quella di colpire i rei con cieca determinazione? Non si rischia di generare un meccanismo gelido ed ottuso? Mi sembra questo il tema fondamentale. Va da sé che il caso Sofri è divenuto paradigmatico di una serie di situazioni tra loro comparabili. Magari generatesi all´interno di differenti nebbie ideologiche.




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