
Originariamente Scritto da
locke
Storiografia
Racconto di fatti realmente accaduti, accertati e interpretati secon do un metodo (metodo storico). Termine di origine dotta, prevalso nell'uso nel corso del XX secolo, derivante dal greco historiographía (scrittura di storie). I greci distinguevano il syngraphéus, come Tucidide, che racconta fatti accaduti intorno a lui, e l'historiográphos, come Erodoto, dagli interessi più ampi e universali. Gli umanisti tenevano a separare gli annali, pure cronache erudite e di ambito locale, dalle historiae retoricamente composte. Ancora Voltaire (e con lui N. Tommaseo) sosteneva che «lo storiografo è un semplice scrittore di annali e lo storico sembra avere un campo più libero per l'eloquenza». Storiografia, storie, cronache, annali: cercare una distinzione nel labirinto dei termini è lavoro sottile, ma inutile. La diversità dei termini non fa che riflettere la varietà dei punti di vista su un'attività unica: scrivere di fatti realmente accaduti, ricostruiti secondo un metodo. La distinzione va fatta invece tra lo scrivere (la narrazione storica), da una parte, e la ricerca, l'accertamento, l' interpretazione dall'altra. L'ideale della storiografia è la sintesi perfetta di ricerca e racconto. Le concrete realizzazioni nel corso dei secoli mostrano spesso, invece, vicende distinte per le ricerche e le narrazioni. Gli uomini hanno perfezionato nel tempo attività, strumenti, metodi indispensabili alla storiografia, ma che non sono propriamente storiografici: la raccolta e la pubblicazione di fonti e documenti, la critica e l'interpretazione delle testimonianze, la critica erudita della storiografia, le tecniche di accertamento archeologico, epigrafico, numismatico, le indagini geografiche, etnografiche, antropologiche, l'analisi sociologica, lo sguardo biografico e autobiografico, la filosofia della storia come riflessione sul senso degli avvenimenti. Alcune di queste attività sono essenziali per stabilire se un fenomeno del passato si è realmente verificato e per interpretarlo. Ma al di là di esse non c'è storiografia senza racconto. È stato detto giustamente che l'umanità ha conosciuto, in questa costellazione di attività, un progresso costante registrabile nella completezza (maggior numero di eventi accertati) e nell'ampiezza (maggior numero di campi storici dominati) del racconto storiografico (L. Canfora). L'ampiezza dello sguardo storico dipende in gran parte dallo sviluppo di tutte quelle discipline che si usa chiamare ausiliarie (come appunto la numismatica, o la papirologia); e la completezza della conoscenza (oltre che del racconto) dipende tanto dall'abilità tecnica e dal "genio" con cui lo storico legge i documenti, quanto da fenomeni storici più ampi, che presiedono alla formazione e alla tradizione dei documenti stessi, alla conservazione, modificazione, distruzione delle tracce da ritrovare e interpretare (tradizione storica). Ma perché si ricerca e si scrivono storie sul passato? Al di là della capacità tecnica nell'uso degli strumenti della ricerca, dell'abilità retorica nella costruzione del racconto, della potenza d'immaginazione e di "visione" quasi divina-toria del passato, i motivi della storiografia svolgono un ruolo essenziale, sempre puntualmente determinati, sempre difficili da ricostruire. La situazione in cui si trova lo storico è la condizione in base alla quale può prender forma di storiografia l'amore della conoscenza e la sete di verità, che a torto si suppongono invariabili nei secoli. È difficile credere che sia stata sempre la stessa la forza che spinse Tucidide a usare la dote di sua moglie per comprare tra i soldati informazioni sulla guerra del Peloponneso, Orosio a scrivere le Storie contro i pagani, l'ignoto autore del Chronicon sublacense, alla fine del XIV secolo, a raccontare le gesta dell'abate Giovanni VII, che mosse Marin Sanudo a scrivere i Diari dal gennaio 1496, Cesare Baronio a illustrare la storia della chiesa negli Annales ecclesiastici (1588-1607) e L.A. Muratori a raccogliere notizie Sul dominio temporale della Sede apostolica sopra la città di Comacchio (1708) o che spinse, infine, F. Braudel, in campo di concentramento, a scrivere senza appunti e a memoria la prima versione del suo Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II (1949). Resta un'acquisizione fondamentale del pensiero storico che «solo un interesse della vita presente ci può muovere a indagare un fatto passato» (B. Croce). Nella varietà di situazioni che possono suscitare l'interesse per il passato ve ne sono alcune che ricorrono più spesso: per esempio il bisogno di assicurare a un gruppo sociale un'identità caratteristica, completando l'azione della memoria collettiva (il legame della storiografia con la coscienza civile e politica è un elemento di lunga durata, per esempio, nella tradizione storiografica italiana) o la necessità delle classi dirigenti di esercitare un potere: il racconto del passato è un mezzo per assicurare un dominio, un'egemonia (scrisse G. Orwell che «chi controlla il passato controlla il futuro»), ma è anche un'arma sottile di rivolta, che si serve dell'azione della critica. E le biblioteche talora conservano, accanto alle molte opere degli storiografi regi e ufficiali (dei quali Voltaire diceva che «è difficilissimo che non siano dei mentitori»), anche qualche volume in cui i miti propagandistici vengono pazientemente distrutti. Nel corso del XIX secolo la critica storica è progredita mirabilmente e durante il XX secolo nuove tecniche di accertamento scientifico hanno perfezionato l'analisi storica. Ma l'esperienza umana, che è l'oggetto della storiografia, avviene nel tempo, e se è vero che ciò che avviene nel tempo è conoscibile solo in forma di racconto (P. Ricoeur), allora per comunicare l'esperienza delle cose reali il racconto è indispensabile. Lo storico non può fare a meno di una retorica, di una strategia di comunicazione di quel che sa, e questo spesso avvicina la storiografia alla fiction (anche se non è rara l'adozione della retorica delle scienze naturali, del linguaggio non ambiguo dei numeri e dei grafici). La costellazione degli eventi da raccontare (quel che si vuol far sapere) e i document disponibili condizionano la scelta di tale retorica, per cui lo storico non è libero come lo scrittore di favole o di romanzi. Con eventi reali non si possono scrivere "esercizi di stile" come quelli di Raymond Queneau. Lo storico è «in debito verso il passato» (Ricoeur): strategia retorica, metodo di ricerca, stile di spiegazione sono strettamente connessi. Alla tesi postmoderna secondo cui l'universo è costituito da segni, e non da cose, ed è impossibile verificare la realtà dei fenomeni storici (linguistic turn), occorre rispondere che la tradizione di questi segni, delle tracce, dei documenti esiste perché fenomeni reali sono esistiti, e che tale tradizione si deve analizzare, per verificare in che consiste la sua autorità: che è l'autorità delle società del passato.
• B. Croce, Teoria e storia della storiografia, Adelphi, Milano 1989; A. Momigliano, Contributi alla storia degli studi classici e del mondo antico, Edizioni di storia della letteratura, Roma 1955-1992; P. Rossi (a c. di), La teoria della storiografia oggi, Il Saggiatore, Milano 1983.
M. Mastrogregori
Ho preso il primo link serio che ho trovato con google.
http://www.pbmstoria.it/dizionari/st.../lemmi/407.htm
Cordiali Saluti