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  1. #141
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    La strategia della seppia e la tattica del giornalista

    13 dicembre 2005

    di Il Calibano

    Questo mondo è il "migliore" non perché tutto va bene, né perché vi sia una provvidenza che lo governa e lo porta a buon fine, ma perché l'uomo con la sua azione può ridurre progressivamente il ma*le e perfezionarlo: "progressus est in infinitum perfectionis". Di qui, "perfectionem universi semper augeri" (S.N. citazione da Koselleck-Meier).





    La seppia e il giornalista, nonostante alcune irrilevanti diversità morfologiche, hanno in comune il…Calamaio. La seppia, come il giornalista, tira a campare grazie all’inchiostro; il gustoso, ahi, lui!, cefalopode, quando si trova in stato confusionale, reagisce al pericolo svuotando la tasca con la sostanza nera che si apre nell’ultimo tratto dell’intestino, mettendo così in difficoltà gli spettatori indesiderati; il giornalista, quando si trova in difficoltà, reagisce allo stato confusionale svuotando la sostanza nera contenuta nella stilografica su un foglio bianco che, una volta riempito di Buchstaben, metterà in difficoltà i lettori desiderosi di informazioni chiare e comprensibili. Ecco un esempio di come il giornalista-seppia mette in atto la strategia del cefalopode: “Infatti, per lorsignori come per il confetto Falqui, basta la parola. Così, anche in quello che si scrive testamento biologico ma si legge eutanasia, “Abbiamo trovato un accordo” ha detto Prodi “senza mai usare il termine “eutanasia”. Grandi. Anche Mastella e Rutelli sono sistemati. E (forse) il cardinal Ruini.” (L’Opinione -12-12-2005).

    C’è meno foschia in Val Padana che in queste poche righe dove, tra il lusco e il brusco, si riesce a intravedere la buonanima di Carletto Dapporto che declama le scatologiche proprietà del noto lassativo al sapore di prugna, per la gioia di Prodi, Mastella, Rutelli e Ruini che, finalmente, capiamo avere una sola cosa in comune: la stitichezza! In attesa che Bruno Vespa si occupi di questa sconvolgente notizia, allestendo un plastico al colore di prugna, con le statuine di Prodi, Mastella, Rutelli e Ruini che fanno la fila davanti ai servizi igienici di un bar di Cogne, una domanda ci molesta “gli occhi della mente” come il molesto ed amletico pruno: perché si deve banalizzare e –buttare in vacca- un problema sul quale “il Comitato Nazionale di Bioetica si augura che [anche] nel nostro paese si attivi, […] un serio dibattito sulla bioetica della morte. Eludere o peggio che mai rimuovere il problema non è degno […] di una società civile. (I Pareri del Comitato; Questioni bioetiche relative alla fine della vita umana; 14 luglio 1995). Non sarà, per alcuni, “degno il problema”? o non siamo “una società civile”? Confondere l’eutanasia con il testamento biologico può essere considerata una normale dialettica politica o rivela un fumus di cinismo che antepone l’ideologia alla pietas, o, più semplicemente, preferisce i colpi bassi dell’agone politico alla comprensione sofferta, dolorosa, lacerante di fenomeni (fenomenon –ciò che appare-) del nostro tempo. Il Prof. Demetrio Neri, Ordinario di Bioetica all'Università di Messina, Membro del Comitato nazionale per la bioetica, in una memoria presentata in occasione dell'audizione al Senato, tenuta in data 23 settembre 2004, così scrive: “Devo dire che sono rimasto piuttosto sorpreso nel leggere alcuni commenti riassumibili nel titolo di un pezzo apparso su Avvenire del 6 febbraio 2004: "Nessuna apertura al diritto di eutanasia": quasi un sospiro di sollievo per aver scongiurato un pericolo che, in realtà, non si è mai profilato, poiché, fin dall'inizio del lavoro di gruppo, il tema dell'eutanasia è stato esplicitamente escluso dall'orizzonte del discorso per due ragioni. La prima è molto semplice, persino banale direi: poiché lo scopo del documento è quello di suggerire al legislatore di dare un fondamento giuridico alle dichiarazioni anticipate nell'ambito del diritto vigente, è del tutto evidente che nessuna disposizione potesse essere prevista che chiedesse al medico di compiere atti "contra legem". D'altro canto, se si esclude l'Olanda e il Belgio, dove però c'è già una legge sull'eutanasia, nessuno dei documenti di questo genere esistenti contiene disposizioni richiedenti l'eutanasia attiva su richiesta del paziente”.

  2. #142
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    La Chiquita della CEI

    15 dicembre 2005

    di Il Calibano





    Una persona diventa moralista prima che un'altro diventi infelice.

    (Marcel Proust)



    Per non offendere Hermes e i suoi protetti, premetto che sono tutti innocenti – fino a prova contraria – e che gli unici colpevoli – fino a prova a favore – sono i correntisti che si sono fatti scremare il conto, e i morti che, invece di starsene nell’avello a far compagnia ai vermi, si accalcano davanti agli sportelli bancari per fare versamenti e bonifici. Ciò detto, penso di avere il diritto di togliermi un sassolino dalla scarpa. I custodi dei Valori, parola, in questi giorni, più che mai ambigua e che presta il fianco, ma non il portafoglio, a sarcastiche ironie e scontate allusioni, avevano accusato i referendari e i sostenitori del testamento biologico e di una depenalizzazione dell’eutanasia, di essere relativisti, cinici, nichilisti e “necrofili”. Accuse pesanti dalle quali non è facile difendersi, in special modo, quando chi le muove si autoproclama paladino della morale unica, della filantropia e amante della vita. Ecco, il sassolino che vorrei togliermi: quando Camillo Ruini, “ex cathedra”, assolveva i banchieri-cattolici e condannava le intercettazioni telefoniche, faceva opera di evangelizzazione o faceva il juke-box? Sì, lo so, che resuscitare i morti non è cosa che accada sovente, ma basta mandare i morti in banca per ottenere, come la Chiquita, il bollino blu dell’imprimatur CEI?

  3. #143
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Irak al voto. Ministro Pisanu! Ora, tocca a loro!

    16 dicembre 2005

    di il Calibano

    Nessun complimento può essere eloquente, eccetto che come espressione d'indifferenza.

    (George Eliot)



    Oggi, dicembre 2005, possiamo dire che il suffragio sia –veramente- universale? Sì, lo possiamo affermare con certezza se escludiamo “dall’universo dei votanti” i disabili gravi. Il loro numero si aggira intorno alle centomila unità. Non sono molti, è vero! Inoltre, non bloccano le stazioni, non fanno barricate sulle autostrade, non fanno cortei, non scioperano, non vanno in TV, nemmeno in differita, perché sono, a detta di alcuni, strumentalizzabili e…non votano. Cosa fanno? Trasumano, quando possono, da un letto ortopedico ad una carrozzella ortopedica. Non possono nemmeno leggere il cartaceo e gli editori non commercializzano le novità dell’editoria in digitale. Cosa si può fare per questi cittadini che non sono di serie A, B, o C, né possono “scendere in campo” per provare l’ebbrezza, se non di fare gol, almeno quella di buttare nell’urna la scheda?
    Grazie alla legge 459 del 27 dicembre 2001 l’elettore residente all’estero può scegliere di esercitare il suo diritto di voto. Il voto, come tutti sanno, o dovrebbero sapere, è un diritto costituzionalmente tutelato. Il disabile vive sul pianeta dell’handicap, nella galassia della disabilità grave. I media, in genere, provano verso il disabile e i suoi problemi un interesse dicotomico o, se volete, schizofrenico. Ci si interessa dei disabili solo se diventano un caso, o per tranquillizzare, o per edificanti spot. Se un disabile cerca, tra mille difficoltà e frustrazioni di conservare integra quella personalità che la genetica, un trauma, o il caso, o una delle tante patologie dai nomi inquietanti stanno lentamente, ma inesorabilmente, disgregando, allora, viene ignorato. Quando si è costretti a vivere, avendo come orizzonte le quattro mura di una stanza, se ci si vuole sentire ancora membri di quell’agorà intessuta di conoscenza, curiosità, partecipazione che è la vita civile, anche quel piccolo gesto, con il quale si esprime la propria volontà, assume un’importanza ed un valore inconcepibile per chi vive la quotidianità della propria autonomia. Votare può essere possibile anche per chi non può allontanarsi dalla propria abitazione: l’art. 44. (legge 23 marzo 1956, N. 136, art. 24 sub 39-quater) prevede, per gli ospedali e case di cura minori, che il Presidente della sezione elettorale, nella cui circoscrizione sono posti, possa fissare, all’atto dell’insediamento del seggio, sentita la direzione sanitaria, le ore in cui nei luoghi stessi i ricoverati potranno esercitare il diritto di voto. La Legge 5 febbraio 1992, n. 104 recita: La Repubblica garantisce il pieno rispetto della dignità umana e i diritti di libertà e di autonomia della persona handicappata e ne promuove la piena integrazione […] previene e rimuove le condizioni invalidanti che impediscono lo sviluppo della persona umana, il raggiungimento della massima autonomia possibile e partecipazione della persona handicappata alla vita della collettività, nonché la realizzazione dei diritti civili e politici […]. Questo chiedono i disabili, nulla di più, nulla di meno. Alberto Donola, di Selvazzano Dentro (Padova), un anno fa scriveva: “Mi rivolgo a tutti (istituzioni, esponenti di partito, organi di stampa), ma ancor più alle associazioni che rappresentano i disabili, affinché si giunga quanto prima ad una soluzione che consenta veramente a tutti gli elettori di esercitare il diritto al voto.” Il –quanto prima- per Alberto Donola, arriverà sempre troppo tardi perché Alberto, affetto da una grave forma di miodistrofia, è morto senza poter votare al referendum del 12 giugno.

  4. #144
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Vita dignitosa e morte opportuna

    22 dicembre 2005

    di Il Calibano

    Visto che le parole sono soltanto nomi di cose, sareb*be assai più comodo che ognuno portasse con sé le cose che gli servono per esprimere le faccende di cui intende parlare [... ].

    (Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver)





    Notava Oscar Wilde che la moda è una forma di bruttezza così intollerabile che siamo costretti a cambiarla ogni sei mesi. Purtroppo, esistono mode che non vogliono saperne di uscire dalla comune e si ostinano a calcare il palcoscenico nonostante l’imbarazzo che traspare nel pubblico ad ogni loro entrata in scena. La moda dell’ossimoro, dopo aver spadroneggiato, senza far troppi danni, nella poesia, s’è imposta, con qualche danno collaterale, anche all’attenzione dei massmediologi che l’hanno usata per sdoganare la guerra che, da una delle punte dell’Apocalisse, è diventata una apotropaica panchinara. La guerra umanitaria e la morte dignitosa! Due ossimori che gridano vendetta al cospetto di Tibullo ed Eschilo. Le cose andrebbero già meglio se la guerra fosse dignitosa e la morte umanitaria. Gl’è che la gente “agisce con le parole”, ma alle parole, come ai mortali, possono capitare incidenti che possono danneggiarle. La morte non può essere “dignitosa”; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili e inguaribili. La morte è altro. Definire la morte, per eutanasia, dignitosa è un modo di negare la tragicità del morire. È un continuare a muoversi nel solco dell’occultamento o del travisamento della morte che, scacciata dalle case, nascosta da un paravento negli ospedali, negletta nella solitudine dei gerontocomi, appare essere ciò che non è. Cos’è la morte? La morte è una condizione indispensabile per la vita. Ma –scrive Natoli, in un recente saggio - la storia cristiana ha lasciato in eredità agli uomini *ormai senza Dio - un mondo inospitale: in hac lacrimarum valle. A fronte di questo, l'uo*mo moderno non può più porsi il problema della difesa dal male in termini di pura auto*conservazione - secondo il modello antico -, ma in quelli specificatamente nuovi dell' au*toaffermazione. Per l'uomo non è più suffi*ciente dimensionarsi alla propria condizione, ma è necessario attaccare: muovere contro quel che viene contro di noi. […]. L' "autoconservazione" è conatus existendi: l'uomo la possiede in forza della sua stessa costituzione biologica. L'uomo è natura, e co*me tale si difende.

    Ma se, vittime di una malattia incurabile o che costringe a sopravvivere in condizioni inaccet*tabili, si arriva ad un punto “morto” e si è troppo stanchi per continuare a lottare contro la propria morte, allora, per alcuni, - è necessario attaccare: muovere contro quel che viene contro di noi – e chiedere che la sofferen*za cessi.

    Ostico, lottare. Sfacelo m'assale, gonfia fiumana. Oceano cieco, pozzo nero di pena m'accerchia senza spiragli. Non esiste approdo (Eschilo, Le supplici). L’approdo esiste, ma l’eutanasia non è “morte dignitosa”, ma morte opportuna e “La mort opportune“ è il titolo di un libro di Jacqus Pohier. Opportuno è ciò che “spinge verso il porto”; per Plutarco, la morte dei giovani è un naufragio, quella dei vecchi un approdare al porto e Leopardi la definisce il solo “luogo” dove è possibile un riposo –non lieto, ma sicuro-.

    In Italia, l’eutanasia è reato, ma ciò non vuol dire che non “esista”: vi sono richieste di eutanasia che non vengono accolte per il timore dei medici di essere sottoposti a giudizio penale e viceversa, possono venir praticati atti eutanasici senza il consenso informato di pazienti coscienti. “La mancanza di normative precise, di protocolli e di linee guida in materia condiziona ancora di più i medici: solo il 36% si dichiara sereno. Nel 46% dei casi, riferiscono gli anestesisti rianimatori, il volere dei familiari e del malato viene sempre rispettato, ma nel 35% non viene considerato. Il 74% degli intervistati non e' influenzato dall'aspetto economico-gestionale della struttura in cui lavora. Infine, i camici bianchi chiedono più informazione. Il 60% afferma di avere bisogno di chiarimenti adeguati e corretti sulle problematiche morali ed antropologiche. Solo il 50% conosce la normativa sulle Direttive anticipate di fine vita: è il Testamento biologico, che per il 46% dovrebbe avere valore giuridico. (Il dato emerge da un'indagine conoscitiva promossa dalla Società italiana di anestesia rianimazione emergenza e dolore (Siared) e dall'Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani (Aaroi), con la collaborazione del Centro di bioetica dell'università Cattolica di Milano. I risultati sono stati presentati al II Congresso della Siared, a Verona.)

    Per esaudire la richiesta di eutanasia, alcuni paesi europei, Olanda, Belgio, hanno introdotto delle procedure che consentono al paziente “terminale” che ne faccia richiesta di programmare con il medico il percorso di “approdo” alla morte opportuna. La Svizzera ha scelto la via del suicidio assistito che l’articolo 115 del codice penale consente anche ai non medici, purché chi aiuta il malato non sia mosso da moti*vi egoistici. Dal primo gennaio a Losanna, i volontari potranno operare in ospedale.

    I volontari nei consultori italiani o negli ospedali svizzeri non mi convincono e non convincono nemmeno il prof. Veronesi che scrive: “Il suicidio assistito - va chiarito subito - è l'atto mediante il quale un malato si procura una rapida morte grazie all' assistenza del medico. Chiedia*moci però: quale medico? Non un medico qualsia*si, ma il medico che conosce profondamente il ma*lato, che ha condiviso con lui le speranze e le disillusioni, che ha ricevuto la sua fiducia e gli ha dato la sua empatia, in quel rapporto di alleanza terapeutica che è il punto più alto del rapporto tra medico e paziente. Ma se la morte richiesta e ottenuta non rientra nel cono di luce di questo rapporto di profonda corrispondenza e d'intelletto d'amore tra medico e paziente - uomini entrambi -, allora si entra in una zona buia dove tutto diventa ambiguo […] E anche le organizzazioni che aiutano a morire, pur motivate nella loro buona fede, talvolta pos*sono entrare in questa zona d'ombra. Nel dibattito che si è tenuto in Svizzera è entra*to anche l'oncologo Franco Cavalli, che è presi*dente della Lega svizzera contro il cancro e che io stimo molto. Ha chiesto che in un' eventuale revi*sione di questi articoli venga stabilito che in ma*teria di eutanasia solo i medici non debbano esse*re considerati punibili.”.

    Credo di trovarmi in ottima e autorevole compagnia.

  5. #145
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Strano paese, il nostro!

    26 dicembre 2005

    di Il Calibano

    Ci sono due categorie d'uomini: quelli che sono in prigione, e quelli che dovrebbero esserci.

    (Alphonse Allais)



    Strano paese, il nostro! Senza nulla togliere a Dio per dare a Cesare, è perlomeno schizoide l’accoglienza riservata alla richiesta di amnistia avanzata da Marco Pannella. I “clericaleggianti”, incalzati dal ricordo delle parole di Papa Wojtyla, hanno ritrovato il perduto orgoglio repubblicano e invocato la –certezza della pena- contro la –misericordia perdonista-, mentre i “laicistizzanti” hanno ritrovato le radici cristiane e invocato la –misericordia assolutoria-, contrapposta ad un –rigorismo vendicativo-. Tra questi mostri (monstrum, ovvero fenomeno singolare) che, come Scilla e Cariddi, si fronteggiano minacciosi, sta perigliosamente navigando il fragile vascello della “questione” penitenziaria che, nonostante tutto, fluctuat nec mergitur. Per ritardare il mergitur, dicono alcuni che è necessario sanare le piaghe della giustizia (che insegue se stessa invece di perseguire i reati) con l’amnistia. Per evitare il naufragio, dicono altri che è necessario edificare più carceri dove ospitare il materiale umano di risulta.

    Strano paese, il nostro! Sempre alla ricerca di un’autorità che come Mosè, spazzi le acque del dubbio e mostri finalmente il fondo delle cose e, mentre si guarda intorno per cercare questa autorità morale, le piaghe diventano cancrena.

    C’è un’autorità che ha dettato legge ed è il Comitato Nazionale di Bioetica. I suoi “consigli” sono diventati legge (40), le sue opinioni su eutanasia, disposizioni anticipate di trattamento, accanimento terapeutico ecc, sono state accolte come le tavole della legge, ma quelle orecchie, tanto attente a cogliere ed esaudire ogni sospiro emesso dal Comitato, improvvisamente sono state colte da sordità selettiva. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire!

    Il 17-01-2003, il Cnb approvò la mozione -DICHIARAZIONE DEL COMITATO NAZIONALE PER LA BIOETICA SUL PROBLEMA PENITENZIARIO- nella quale si faceva presente che “le preoccupazioni ampiamente condivise e autorevolmente rimarcate circa l'attuale situazione penitenziaria impongono alcuni rilievi di carattere bioetico.

    Il quadro obiettivo risulta di gravissimo disagio, come indicano un tasso di suicidi in carcere quasi venti volte superiore al tasso nazionale e un numero impressionante di condotte autolesionistiche; resta anche la percezione, in molti casi, del ricorso da parte di detenuti a sostanze stupefacenti.

    La stessa garanzia immediata della salute dei reclusi appare messa in discussione, come hanno evidenziato i responsabili della sanità penitenziaria: il che richiede la messa a disposizione di risorse adeguate. Il sovraffollamento in quanto tale, del resto, ostacola in maniera drastica la garanzia effettiva dei diritti umani riconosciuti ai detenuti dalla Costituzione e dall'ordinamento penitenziario, rendendo pletorici i riferimenti al trattamento e all'impegno rieducativo. Da questo punto di vista va constatata, altresì, la carenza drammatica nel numero degli educatori e delle altre figure che fanno capo ai servizi sociali dipendenti dal Ministero della Giustizia. Né può trascurarsi di segnalare la necessità di un'attenta riflessione sul fatto che la popolazione penitenziaria risulti ormai comprensiva nella sua quasi totalità di individui caratterizzati da condizioni specifiche di grave disagio sociale (si pensi ai tassi elevatissimi di c.d. extracomunitari e di tossicodipendenti), condizioni delle quali è doveroso farsi carico anche pensando a percorsi sanzionatori nuovi.

    Alla luce di queste considerazioni il CNB sottolinea:

    - che la tutela della salute degli individui sottoposti a restrizioni della libertà personale in strutture penitenziarie è preciso dovere morale oltre che giuridico dei pubblici poteri;
    - che la condanna a pena detentiva non deve implicare una compromissione dei diritti umani fondamentali che ecceda quanto strettamente connesso al provvedimento legalmente applicato;
    - che rispetto alla situazione venutasi contingentemente a creare di marcato sovraffollamento penitenziario sono necessari provvedimenti urgenti, motivati da un'esigenza insopprimibile di salvaguardia della salute e della dignità dei reclusi;
    - che in rapporto ai problemi strutturali dell'esecuzione penale penitenziaria è auspicabile l'approfondimento finalizzato all'introduzione di pene principali non detentive, finora assenti - tranne ciò che riguarda lo spazio molto modesto della mera pena pecuniaria e taluni provvedimenti dei giudici speciali - dall'ordinamento giuridico italiano.”.

    Strano paese, il nostro! Senza nulla togliere a Dio per dare a Cesare, basterebbe dare al Comitato Nazionale di Bioetica quello che è del Comitato Nazionale di Bioetica.

  6. #146
    io e basta
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Fatti più in là

    27 dicembre 2005

    di Il Calibano

    Non si deve forse essere quasi disumanizzati per sentire in sé l’inclinazione opposta?

    (F. Nietzsche, Umano, troppo umano)





    Se “grande è il disordine sotto il cielo, tutto va bene!”, anche nei cieli, affollati di Cherubini e Serafini, dopo gli ultimi arrivi delle legioni di Santi&Martiri, il traffico dev’essere sempre più simile a quello di un centro storico all’ora di punta.

    Oltre che nel traffico, celeste o pedestre, il disordine è tracimato dalle abitudini omosessuali, dove lo aveva confinato Buttiglione, alle news. Ma se, come sostengono illuminati psichiatri e non meno luminosi psicologi, -la confusione è sintomo di sanità mentale- allora, l’aforisma dell’itterico Timoniere si conferma, nella sua icasticità, resistente agli insulti del tempo.

    Negli anni ’70 erano Le sorelle bandiera, con “Fatti più in là”, a stupire gli Italiani. Oggi, nell’horribilis agonia del 2005, a stupire è fratello Pera, con “Prenderò in mano la bandiera dell'Occidente, la bandiera dell' Europa, delle relazioni transatlantiche, dei nostri princìpi e valori, la bandiera della nostra identità giudaico cristiana".

    Senza voler entrare nel merito di un impegno che, per essere onorato, richiederebbe tante mani quante ne possiede la dea Kalì, tutto questo giro di parole&bandiere, poteva essere riassunto dal “Fatti più in là” delle Sorelle bandiera. Infatti, Fratel Pera, con tutta quella foga da sbandieratore senese, voleva solo dire “fatti più in là” alla Turchia.

    Sarà il nostro Presidente Pera l’alfiere della verginità dell’Occidente? Forse, è troppo tardi: alfiere viene dall'ararabo al-faris.

    “Lungo il Meridiano di Greenwich (che passa per Londra) non scatterà immediatamente il primo giorno del nuovo anno. Occorrerà pazientare un istante e aspettare che passino le 239:60 (in Italia le 009:60). Colpa della rotazione terrestre, capricciosa e «in frenata»”. La terra non è più quella divina sfera celeste aristotelicamente perfetta, rallenta, perde secondi e non sta al passo con gli orologi atomici. Chissà, è possibile che anche i Presidenti del Senato perdano qualche secondo, o qualche treno.

  7. #147
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Achtung, Camauri!

    29 dicembre 2005

    di Il Calibano



    "Regole e formule, questi strumenti mec*canici di un uso razionale o piuttosto di un abuso delle disposizioni naturali [dell'uo*mo], sono i ceppi di un' eterna minorità."

    (Immanuel Kant)



    Il camauro non è, come il buon senso farebbe supporre, l’inquietante risultato delle prometeiche ambizioni dell’ingegneria genetica che ha intrallazzato con i geni di un cammello e di un paguro, ma è il non meno inquietante copricapo, riservato al papa, fatto di velluto rosso con bordo di ermellino per l'inverno e di raso rosso per l'estate. Sembra sia stato introdotto nell'uso durante il periodo avignonese.

    Sottratto il camauro alle illazioni evocate da facili assonanze e restituitolo al rango che gli spetta, è giocoforza parlare di chi il camauro ha sottratto alle nebbie dell’oblio: Benedetto XVI.

    Benedetto XVI, durante l'udienza generale del 28 dicembre 2005, tenutasi a San Pietro, ha detto: "di quell'embrione ancora informe, Dio vede già tutto il futuro: nel libro della vita del Signore già sono scritti i giorni che quella creatura vivrà e colmerà di opere durante la sua esistenza terrena".

    Il passo successivo dovrebbe essere quello di “pretendere” che lo Stato laico si comporti di conseguenza e “punisca” chi commette un omicidio che, si badi bene, alla luce di quel “già sono scritti i giorni che quella creatura vivrà” non riguarda solo l’aborto, ma anche la spirale o IUD e, ovviamente, gli effetti abortivi che possono essere ottenuti attraverso l'uso combinato di pillole regolarmente in commercio, prodotte con finalità contraccettiva, ma capaci di impedire l'annidamento, se miscelate in un certo modo. Perfino la pillola, assunta dalla donna con l'intento di impedire il concepimento, ha un effetto remoto ma assolutamente certo di carattere abortivo.

    È solo una speculazione? Ma i recenti “scontri” sui temi di bioetica dimostrano che i problemi speculativi condizionano pesantemente la vita concreta. Ad esempio, gli appelli della Chiesa, se recepiti massicciamente da medici e farmacisti, porterebbero ad una endemica obiezione di coscienza che in medicina solleverebbe problemi difficilmente valutabili perché il medico, oltre a rifiutarsi di ricorrere ad una pratica medica che ritiene moralmente riprovevole, potrebbe anche ”ingannare” il paziente che intende fare qualcosa in contrasto con la sua coscienza.

    L’ultimo numero del New England Journal of Medicine affronta il problema in un interessante editoriale. “Cosa vuol dire “agire secondo coscienza” di fronte a richieste di aborto, eutanasia, suicidio assistito, riproduzione medicalmente assistita, ricerche su cellule staminali? Può voler dire oltre che rifiutarsi di praticare l’aborto, per esempio, anche rifiutarsi di prescrivere la pillola del giorno dopo, astenersi dal fornire tutte le informazioni ad un paziente che si pensa voglia fare una scelta in contrasto con la coscienza dell’operatore. Un pediatra, per esempio, si potrebbe rifiutare di dire al paziente che sono disponibili dei vaccini contro la varicella perché per produrli sono stati usati tessuti provenienti da feti abortiti.”.

    Bonifacio VIII, un uomo di cui Edward Gibbon, il grande storico inglese, disse che: “Riusciva a mettere insieme due vizi quasi inconciliabili, quello dell'ambizione e quello dell'avarizia” fece una Bolla nella quale sfidò apertamente Filippo il Bello in questi toni: “Noi dichiariamo che la salvezza di ogni creatura umana passa necessariamente per la sottomissione al Pontefice di Roma”.

    Filippo il Bello non si scaldò più di tanto e, senza temere di essere accusato di anticlericalismo, fece sapere che, in tal caso, non avrebbe fatto più arrivare le decime (il 10% di tasse che spetta alla chiesa) dalla Francia a Roma e gli rispose: “Devi sapere, molto stupida eminenza (maxima tua fatuitas), che noi (il re) non siamo soggetti a nessuno nelle cose terrene”. Bonifacio che era un giurista, capì l'antifona e ritirò la Bolla.

  8. #148
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    Il discorso del Proustidente

    1 gennaio 2006

    di Il Calibano

    Se sognare un poco è pericoloso, la sua cura non

    è sognare meno ma sognare di più, sognare tutto il tempo.

    (Marcel Proust)



    La reminiscenza proustiana è stimolata da una struggente percezione d’ incompletezza * di fronte al sapore di una madeleinette.

    Il panettone ha la stessa forza evocativa della madeleinette? Forse, sì.

    Il presidente Ciampi, assaggiato il panettone, si è proustianizzato e la percezione di una struggente amarezza o algia del nous lo ha rapito e trasportato in un’atmosfera di estenuanti ricordi e spaesanti presenti.

    Quel ''Vi ho parlato di ciò che si era sedimentato in me stesso sin dalla gioventù”, cela lo stesso sconforto del Proust che scrive “Noi non riusciamo a cambiare le cose secondo il nostro desiderio, ma gradualmente il nostro desiderio cambia.”.

    Un altro morso al panettone e “Ho difeso la laicità dello Stato”, delusione nel vedere un’ Italia dove turiferari e tonache si spartiscono il potere?

    Un morso ancora e “'Mi sono proposto di esercitare imparzialmente il mio mandato e ho costantemente rivolto a tutti l'esortazione al dialogo”, ma chi ha voglia di dialogare in questo paese di sordi?

    Un morso ancora, l’ultimo ''In questi anni vi ho parlato di ciò che avevo nel cuore e nella mente. Come un italiano che si rivolge a ogni altro italiano”; ''il nesso ideale che lega Risorgimento, Resistenza, Repubblica, Costituzione''.

    Cala il sipario sulle sparse briciole di panettone e aleggia nell’aria un pensiero di Proust “Ho orrore dei tramonti, sono così romantici, così melodrammatici.”.

    Auguri, signor presidente, non sia triste, non tutti riescono, come Proust a concludere, allo stesso tempo, la loro vita e la loro opera.

  9. #149
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    L’amico del Pastore

    3 gennaio 2006

    di Il Calibano



    “I greci, nell' eleggere scopi, non pretendono di conferire alla storia un destino, e meno che mai ritengono di muoversi nella direzione della storia. Al contrario, essi cercano di cogliere le opportunità che le circostanze offrono, di non lasciarsi sfuggire gli appuntamenti del tempo.”

    (S. Natoli, I secoli Cristiani)





    Vi ricordate, quei lunedì tragicamente fantozziani, quando, imberbi discendi, ci illudevamo di renderci invisibili sparendo sotto il banco per evitare l’interrogazione? Beh, a volte andava male e a volte andava bene.

    Ho rivissuto quei panici sussulti nell’ascoltare il messaggio di Benedetto XVI per la Giornata Mondiale della Pace del 1 gennaio 2006. Pensavo: ora, mi becca! Non era paranoia da impreparazione, la mia. Gl’è che da quando il Professore è tornato da Colonia, dove aveva risciacquato i suoi panni nel Rhein, è diventato come Achille dopo il bagnetto nello Stige: invulnerabile e attaccabrighe. Ad ogni uscita, giù mazzate al relativismo e ai suoi fiancheggiatori, ed io, relativista da parte di mammà e scettico da parte di babbo, di mazzata in mazzata, pensavo: eh, sì! È proprio con me che ce l’ha! Invece, questa volta, ero già rassegnato ad iniziare l’anno sotto il segno del bastone, il Prof salta il relativismo e se la prende con il “nichilismo tragico e sconvolgente” e “il fanatismo religioso, oggi spesso denominato fondamentalismo”.

    Nessuna meraviglia per la consueta strapazzata al nichilismo che è diventato il punching ball del Vaticano, ma che sorpresa per il fanatismo religioso. Vuoi vedere, ho pensato, che ce l’ha con quelli di Milizia Christi e con Radio Maria che invade l’etere? Poi, leggo su Avvenire che il filosofo tedesco Robert Spaemann “amico personale di Papa Ratzinger e autore di importanti studi sull'etica (ma anche sull'evoluzionismo e sul ruolo della scienza)”, mette in guardia l’Europa da “ se l'individualismo liberale è preso a valore assoluto diventa fondamentalista e pericoloso, anche per la Chiesa”. O di riffa o di raffa anche l’individualismo liberale viene arruolato tra i fanatismi.

    Ma l’amico del giaguaro…Ehm, volevo dire, l’amico del Pastore, con un crescendo rossiniano, attacca la Turchia “Se la Turchia entra in Europa, allora avremo i giorni contati.”; l’evoluzionismo “Così ci possono essere affinità tra gli uomini e le scimmie, ma non possiamo dire che noi eravamo scimmie.[…] Nell'evoluzione ci sono salti che non si spiegano senza un progetto. […] Questi salti non si spiegano senza un disegno intelligente”; il relativismo “Solo con Dio si può spiegare l'eterno di ogni verità.”; e conclude relegando tra i “deficienti” tutti quelli che non credono in Dio “Se Dio non c'è, noi non possiamo pensare. Se non esiste, allora il nostro intelletto è solo un prodotto del caso, e quindi non può conoscere la verità. Spiegare l'eterna essenza di ogni verità presuppone pertanto di ammettere l'esistenza di Dio”; e, in cauda venenum, una stoccata al progresso “L'idea di un progresso senza fine attraverso cui l'umanità passa di bene in meglio, ha dominato l'Europa degli ultimi 300 anni, ma oggi è definitivamente morta. Sono pochi a credere che vi sia un progresso che porta a felicità continua”.

    Io non so cosa volesse esattamente dire Benedetto XVI con quel “fanatismo religioso, oggi spesso denominato fondamentalismo”, pero, se fossi il filosofo Robert Spaemann, comincerei a preoccuparmi. Le mazzate, si sa, fanno più male se a darle sono i vecchi amici.

  10. #150
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    Predefinito Rif: Gli editoriali del Calibano

    La finzione sviluppa l’organo

    7 gennaio 2006

    di Il Calibano

    O Morte, mia Morte, fissa me, adesso, fatti vicina; non importa se ti starò accanto in eterno, di là, e potrò sempre parlarti. (Sofocle, Aiace)



    Il procuratore di Boulogne-sur-Mer ha richiesto di prosciogliere madre e medico per la morte del giovane tetraplegico Vincent Humbert.

    Vincent morì nel 2003, quando il dottor Frederic Chaussoy, per - non lasciare il giovane spegnersi poco a poco -, staccò il respiratore artificiale e gli iniettò una dose letale di cloruro di potassio due giorni dopo che la madre, con un iniezione di barbiturico, l'aveva indotto in un profondo coma.

    Il laconico lancio ANSA non rende giustizia ad una vicenda che avrebbe ispirato Eschilo, Sofocle e Euripide, così come, all’indomani del fatto, Primo Piano, il programma di approfondimento di Rai3, affidando il commento della storia di Vincent a due ospiti di professione, Andreoli e Tonini, invece di –approfondire- si limitava a fare l’eutanasia dell’eutanasia, e Marina Corradi, su Avvenire, scriveva: “Poche madri sono disperate come Marie Humbert, e sole come lei. Peggio che sole: usate. Le bozze sono pronte, il libro annunciato, il giorno deciso. Qualcuno certo le dice: è per il 24, è per il terzo anniversario dell'incidente. Lei, smarrita, sola, ubbidisce.”.

    Insomma, una “tragedia” che avrebbe dovuto culminare nella catarsi e liberare gli animi dalle passioni attraverso la con-passione, veniva metabolizzata dagli “organi” dell’informazione e offerta ai fruitori come se, sfrondata dagli inutili orpelli barocchi di una sofferenza che non ha risposte, si riducesse a “L'eutanasia è una battaglia ideologica dei sani, gridata sui giornali. Una battaglia di carta, abile a usare cinicamente le storie giuste.”. Quindi, non la sofferta e tragica scelta di una madre, Marie Humbert, -che dopo aver somministrato un barbiturico al figlio di vent'anni, che un incidente aveva reso muto, cieco e tetraplegico, dice: “È terribile pensare di non vederlo più, di non accarezzare più la sua mano, di non essere più sua madre. Ma se non avessi fatto quello che mio figlio mi ha pregato ogni giorno di fare non avrei più potuto guardarmi allo specchio”-, ma lo squallido escamotage dell'editore Michel Lafon che, d’accordo con Marie Humbert, pubblicizza il libro “Fatemi morire” scritto da Vincent, con l’aiuto del giornalista Frédéric Veille, usando la sua morte come trampolino di lancio.

    Sospetti, insinuazioni, illazioni che, pur se ammantate di pietas e amore per il prossimo, non sono altro che modi per non riconoscere alle persone (per-se-una) una volontà e costringerle in un perenne stato di minorità. Dell’eutanasia non si deve parlare e, quando non se ne può fare a meno, si deve ridurre un gesto tragico a un episodio di cronaca nera.

    Forse la “colpa” è del cristianesimo che, sottraendo la morte all’irreparabile dell’individualità che non torna per ridurla a - peccato-morte-resurrezione- ha liquidato definitivamente il tragico, oppure è il riflesso pavloviano di chi non vuole ammettere che l’eutanasia non è “una battaglia ideologica dei sani”, ma una –possibilità- di cui gli uomini, o meglio -i mortali- (nel senso greco del termine) non possono fare a meno perché, come scrive Euripide, nelle Troiane: “non esistere equivale a morire, e che morire è preferibile a vivere penosamente.”.

 

 
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