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Discussione: Iran. Quale futuro.

  1. #21
    stellarossa1959
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    Citazione Originariamente Scritto da Alex FN
    l'orrore comunista non è paragonabile a niente ricordatelo!100milioni di morti non li ha raggiunti nessuno,e sono morti per una ideologia ,nemmeno per soldi!
    per quanto riguarda gli armamenti iraniani,sono nulla in confronto alla sviluppatissima tecnologia militare americana.i missili vari,gli azarakhsh gli fanno una sega
    Bene, allora per i tuoi amici americani sarà una passeggiata. Come in Irak. Accomodatevi, please.

  2. #22
    Mai l'altra guancia
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    L'11 settembre 2001 il mondo ha assistito alle spaventose conseguenze del fallimento dell'intelligence americana nella lotta al terrorismo.
    L'opinione pubblica si è domandata come un complotto ordito in tempi lunghi e con un coordinamento internazionale tanto vasto fosse potuto sfuggire al controllo della Cia.
    Robert Baer non è rimasto affatto sorpreso.
    Veterano con 21 anni di servizio, ha trascorso la sua carriera a caccia di terroristi nelle zone più "calde" del pianeta.
    Ma mentre rischiava la vita raccogliendo informazioni ha visto la Cia, intrappolata sempre più nelle trame di Washington, ridurre le operazioni all'estero, negare alle sue sedi funzionari in grado di capire la lingua degli "avversari", togliere lo sguardo dall'azione dei fondamentalisti.

    --------------

    Consiglio la lettura di questo libro.

  3. #23
    Mai l'altra guancia
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    Nuovo rifiuto del paese di Mahmoud Ahmadinejad alle Nazioni Unite
    "Solo scopi pacifici", e si avvicina il dialogo con l'America dopo 26 anni
    "Irreversibile" il no dell'Iran sull'atomica
    Possibile un incontro tra Usa e Teheran



    Monuchehr Mottaki

    TEHERAN - Nuovo no dall'Iran alla richiesta avanzata dalle Nazioni Unite di bloccare il programma di arricchimento dell'uranio nei prossimi trenta giorni. "La decisione dell'Iran sull'arricchimento, in particolare nei settori della ricerca e dello sviluppo, è irreversibile" ha dichiarato a Vienna l'ambasciatore iraniano presso l'Agenzia internazionale dell'energia atomica, Alisgar Soltanieh. "Non è possibile decidere una sospensione" ha aggiunto l'ambasciatore rifiutando la dichiarazione del Consiglio adottata ieri.

    Il capo della diplomazia iraniana Monuchehr Mottaki, ha ribadito ulteriormente il concetto nel corso di una conferenza stampa a margine della Conferenza sul disarmo tenutasi a Ginevra. "Nessuno in Iran è pronto a rinunciare al diritto inalienabile di condurre un programma nucleare a scopi pacifici - ha detto il ministro aggiungendo che il suo paese "è pronto ad affrontare ogni possibile conseguenza". Mottaki ha anche aggiunto di non credere ad "una reale possibilità di sanzioni" e si è detto "scettico" anche a proposito di un'eventuale azione militare israeliana. " Nel contesto attuale - ha detto - non crediamo che il regime sionista sia in grado di mettere in pratica la sua minaccia".

    E se il ministro degli esteri di Teheran ha poi definito "un'azione sbagliata" il deferimento al Consiglio di sicurezza della questione nucleare iraniana "che indebolisce Consiglio e l'Aiea", Mottaki ha invece mostrato in seguito piena disponibilità a discutere con Washington della situazione irachena. "Un dialogo sarebbe un'occasione per aiutare la nazione irachena - ha dichiarato, aggiungendo che "i negoziati saranno limitati all'Iraq". Luogo, data e delegazione ancora da precisare. Sarebbe un grande passo avanti tra le diplomazie dei due paesi che interruppero i rapporti nel 1980, un anno dopo la rivoluzione islamica di Teheran. Ottimismo in questo senso è stato espresso dal segretario americano Condoleezza Rice che, la scorsa settimana, si è detta "convinta" che ci saranno negoziati diretti con l'Iran sulla situazione irachena.

  4. #24
    Mai l'altra guancia
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    NUCLEARE: IRAN, SIAMO RIUSCITI AD ARRICCHIRE URANIO
    L'Iran e' riuscito con successo ad arricchire l'uranio al livello necessario per produrre combustibile nucleare. Lo ha annunciato il vice presidente, Gholam Reza Aghazadeh, che e' anche capo dell'Organizzazione iraniana per l'energia atomica.

  5. #25
    Saloth Sâr
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    Citazione Originariamente Scritto da stuart mill
    già io sono contrario all'intervento militare: se però si dotassero VERAMENTE (cioè non come saddam) si potrebbe far rapire/uccidere il nazista che guida l'iran. Questo eviterebbe un massacrom, ma andrebbe fatto dopo aver esaurito tutte le opzioni.
    Il "nazista che guida l'Iran", come lo chiami tu, è stato eletto democraticamente

    La sua uccisione sarebbe una violazione del diritto internazionale

  6. #26
    Saloth Sâr
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    Citazione Originariamente Scritto da stellarossa1959
    Bene, allora per i tuoi amici americani sarà una passeggiata. Come in Irak. Accomodatevi, please.
    La vera forza dell'Iran la si è vista nella guerra contro l'Iraq (1980-88)

    Per gli ameri-cani una guerra contro l'Iran sarebbe un vero e proprio suicidio

  7. #27
    Vittima del kali yuga
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    Citazione Originariamente Scritto da Saloth Sâr
    Il "nazista che guida l'Iran", come lo chiami tu, è stato eletto democraticamente

    La sua uccisione sarebbe una violazione del diritto internazionale
    non sono democratico, quindi...
    a maggior ragione lo sarebbe un bombardamento a tappeto e la successiva invasione, non trovi?
    comunque anche rapimento/uccisione, siono una soluzione estrema, e la semplice dichiarazione di costruzione di testate nucleari, non è sufficiente, non dopo la truffa dell'iraq

  8. #28
    Mai l'altra guancia
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    Vagliate diverse opzioni per rispondere al regime di Teheran
    si pensa anche alla possibilità di un attacco diretto sotto l'egida Onu
    Iran, al Pentagono prove di guerra
    obiettivo: cambiare il regime




    Donald Rumsfeld

    NEW YORK - Mentre il mondo assiste preoccupato alle escalation verbali del presidente iraniano, alle minacce di distruzione di Israele e agli annunci che gli ayatollah di Teheran potrebbero entrare nel "club nucleare", in due palazzi di Washington decine di persone sono impegnate ogni giorno per valutare opzioni politiche ed elaborare opzioni militari. Dalle stanze di "Foggy Bottom" (come viene chiamato il Dipartimento di stato) e da quelle del Pentagono escono ogni giorno i memo, i suggerimenti, le proposte e le discussioni che attraverso il filtro delle gerarchie militari e politiche arriveranno alla fine nello studio ovale della Casa Bianca, lì dove verranno prese le decisioni che possono cambiare i destini del mondo.

    La carta Onu. La prima opzione per Bush e i suoi principali consiglieri resta quella diplomatica. Il Segretario di stato Condoleezza Rice e l'ambasciatore alle Nazioni Unite John Bolton hanno come obiettivo quello di costringere "pacificamente" il governo di Teheran a rinunciare al programma nucleare attraverso una serie di risoluzioni e soprattutto di sanzioni dell'Onu.

    Stando agli ultimi "niet" pronunciati dal presidente Ahmadinejad l'ipotesi sembra destinata all'insuccesso ma al Dipartimento di stato sono convinti di due cose: primo, che le minacce di Ahmadinejad facciano parte di un bluff ricattatorio nei confronti della Russia, della Cina e soprattutto dell'Europa, e che di fronte a sanzioni Onu severe Teheran sarà costretta alla marcia indietro; secondo, che in caso gli ayatollah decidano di sfidare la comunità internazionale, le risoluzioni Onu possono diventare la base "legale" per passare all'opzione militare.


    La rivolta interna. Da pochi mesi a Foggy Bottom è stato creato un nuovo ufficio per gli "affari iraniani" che si pone l'obiettivo di un cambio di regime a Teheran. Per quest'anno fiscale il Dipartimento di stato ha stanziato un budget di sette milioni di dollari che sarà moltiplicato almeno per dieci se il Congresso, come sembra certo, approverà la richiesta dell'amministrazione Bush di un fondo di 85 milioni di dollari: serviranno per potenziare le tv e le radio iraniane che trasmettono dagli Stati Uniti, per finanziare un programma di borse di studio e scambi culturali e per tutte le attività di aiuti e propaganda che possano favorire una crisi politica interna all'Iran.
    Raid aerei.

    Qualora la Casa Bianca fosse costretta ad optare per l'opzione militare, il Pentagono aggiorna in tempi reali diversi scenari possibili e una serie di "war games": scenari difficilmente realizzabili. L'opzione militare più probabile resta quella che prevede una serie di raid aerei. Il bombardamento - limitato a un paio di settimane - colpirebbe solo il sito nucleare di Natanz e gli impianti per la riconversione dell'uranio di Isfahan.

    Israele. Sembra accantonata, per ora, l'ipotesi di coinvolgere i caccia di Israele negli attacchi aerei. La complicata situazione che si è determinata in Medio Oriente dopo la vittoria elettorale di Hamas e le elezioni a Gerusalemme hanno convinto la Casa Bianca che è meglio tenere fuori l'alleato, per evitare ritorsioni e nuovi pericolosi incendi nella regione.

    L'invasione. L'ipotesi di una invasione sul modello iracheno è per il momento considerata soltanto a livello di "war game". Ieri il Guardian ha rivelato che nel luglio del 2004 in un incontro a Fort Belvoir (Virginia) strateghi militari americani e britannici hanno sperimentato - durante l'esercitazione congiunta Hotspur 2004 - i piani di invasione di un Paese virtuale chiamato Karona, che assomiglierebbe in tutto e per tutto all'Iran. Un piano elaborato solo sulla carta che prevedeva l'uso di mezzi da sbarco americani e la partecipazione di una brigata britannica sotto il comando Usa. Al Pentagono fanno notare che essendo passati quasi due anni "l'invasione di Karona" è uno scenario vecchio e superato.

    L'atomica. Il possibile uso di ordigni atomici denunciato da un articolo di Seymour Hersh sul New Yorker viene escluso. Sia il Pentagono che il Dipartimento di stato bollano la notizia come "pura invenzione giornalistica" pur senza rispondere alle dichiarazioni virgolettate (anonime) di alti funzionari su cui l'articolo si basa. Si tratta solo, commentano al Pentagono, del "worst case" (lo scenario peggiore), che come tutti gli altri vengono presi in considerazione ma che non è considerato realistico.

  9. #29
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    Ahmadinejad (ri)nega l’Olocausto. La diplomazia sta a zero, dice Gerecht
    L’analista americano spiega sul Weekly Standard pro e contro di regime change, sanzioni e attacco. Amara la conclusione

    Alla fine sarà lo stesso regime dei mullah a determinare se gli Stati Uniti lo attaccheranno o no. Così scrive Reuel Marc Gerecht, dell’American Enterprise Institute, in un lungo articolo sul Weekly Standard, il magazine neocon che questa settimana dedica copertina e analisi alla questione del nucleare iraniano. “Bombardare o non bombardare?” è la domanda. Se l’Iran agirà in modo incauto, usando un linguaggio minaccioso, se sarà coinvolto in azioni in Iraq e in atti di terrorismo all’estero prima di avere abbastanza centrifughe nucleari, “allora è possibile immaginare che il presidente deciderà che l’America non avrà scelta”.
    La settimana appena trascorsa dimostra che il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, non ha intenzione di lasciare molte alternative. Ieri ha rimesso in discussione l’Olocausto, dicendo che Israele è la minaccia più grande del mondo, mentre il Consiglio dei Guardiani tuonava contro le pressioni internazionali: “Noi non siamo l’Iraq o l’Afghanistan. Abbiamo una posizione di forza”. Due giorni prima festa grande a Teheran: “Siamo entrati nel club nucleare”, ha annunciato Ahmadinejad. Il segretario di stato americano, Condoleezza Rice, ha prospettato il ricorso alla forza per risolvere la questione, facendo appello all’articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite, che prevede la possibilità di attacchi militari. Il crescendo minaccioso di Ahmadinejad non può restare senza risposta, ha detto Rice, ci devono essere conseguenze, anche se gli esperti sono divisi sui tempi in cui il know how tecnologico si trasformerà in Bomba. Secondo Gerecht – che esplora le ragioni di chi è favorevole e contrario all’attacco – l’Iran diventerà sempre più bellicoso. Lo scenario più probabile vede Bush, che ha più volte definito “inaccettabile” un Iran nucleare, incapacitato da Teheran ad andare avanti con pressioni diplomatiche: si troverà costretto a muovere l’esercito. Con o senza “coalition of the willings” all’irachena, dice Gerecht: siamo andati in Iraq senza l’appoggio di tutta la comunità internazionale e “il cielo non è caduto”: “Forse non cadrà, almeno in Europa, se attacchiamo da soli”.

    La soglia della sopportazione
    Certo, le ripercussioni di un attacco americano, dentro e fuori l’Iran, sono enormi. Ma una cosa è sicura: “Il processo diplomatico è alla fine”, a meno che gli iraniani non si rivelino più collaborativi di quanto lo siano stati dall’elezione di Ahmadinejad in poi. L’Amministrazione Bush “non ha gran voglia” d’entrare in un dibattito sull’Iran che preveda l’attacco, ritenuto “non socialmente accettabile” da molti. Eppure, secondo Gerecht, sarà lo stesso regime iraniano a forzare gli Stati Uniti a discuterne: “Il dibattito rimarrà teoria fino al punto in cui gli Stati Uniti crederanno veramente che i mullah stiano per ottenere la Bomba. Da quel momento in poi, la discussione a Washington, finora poco seria, diventerà mortalmente seria”. E dovremo aspettare che Bush decida se armi nucleari nella mani di Ahmadinejad siano qualcosa con cui si può convivere. “Quelli che non sono pronti” ad accettare questa situazione “devono essere onesti e ammettere che diplomazia e sanzioni (…) probabilmente non avranno successo e dovremo combattere una guerra, forse, prima o poi, per impedire a questi uomini cattivi di ottenere le peggior armi che conosciamo”.

  10. #30
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    Bush stampa tonnellate di carta straccia

    La Casa Bianca ha ordinato segretamente alla Federal Reserve di stampare due bilioni di dollari e di metterli immediatamente in circolazione, per inondare il mercato statunitense e l’economia mondiale. Ecco che quanto coraggiosamente denunciato e dimostrato con valide argomentazioni da Etleboro in queste ultime tre settimane, stia davvero accadendo. Abbiamo analizzato e monitorato i mercati borsistici di questo mese di “marzo” giungendo a delle conclusioni che il tempo e la forza degli eventi stanno confermando.
    La Federal Reserve lo scorso 20 marzo ha annunciato che non avrebbe più pubblicato i dati della “M3”, ossia dell'ammontare della moneta stampata dal governo e messa in circolazione. In questo modo, tuttavia, non c'è alcun modo di sapere, per il pubblico, per gli investitori e i possessori di Titoli del Tesoro, quanta valuta esiste, né alcun modo per conoscere quanto un "dollaro" veramente valga. Questo probabilmente spiega perché il Segretario del Tesoro si dimise mesi fa e fu sostituito da un collaboratore di Bush, e perché lo stesso Greenspan si è dimesso molte settimane fa dalla carica di Governatore, appunto per non affondare con la sua nave. Anche il dibattito dell'Amnistia dell'Immigrazione ha lo scopo di deviare intenzionalmente l’attenzione dal grande evento della svalutazione degli Stati Uniti. Accanto alla mancata pubblicazione degli M3, Bernanke il 28 marzo ha annunciato un aumento dei tassi di interesse sui Titoli del Tesoro, con una variazione più marcata sui titoli di breve scadenza rispetto ai titoli pluriennali, cosa di per sé anomala in un’economia sana. Una scelta questa assai discutibile in un momento in cui il rischio di recessione è molto elevato e il debito pubblico è giusto al limite sostenibile, stando al rapporto della stessa FED risalente al 23 marzo: aumentando il costo dell’indebitamento, degli investimenti e del consumo, e deprimendo il mercato azionario, non si fa altro che accelerare una crisi già in atto.
    E infatti il motivo è ben altro, ossia quello di svalutare il dollaro per svalutare anche i debiti e per rivalutare invece la bilancia commerciale, che soffre l’aumento delle importazioni verso le economie emergenti, che grazie a questi surplus sono riuscite ad accumulare riserve sino ad 800 miliardi di dollari. Tale processo di svalutazione sfuggirà tuttavia al controllo della FED nel momento in cui i grandi detentori di riserve in dollari, ossia i paesi produttori di petrolio e i paesi in via di sviluppo, non decideranno di “diversificare” il portafoglio a favore di una moneta più forte.
    Entra a questo punto in scena l’euro, che è nato appunto per diventare il nuovo punto di accumulazione degli investimenti. L’Iran ha infatti da tempo stabilito che scambierà il proprio petrolio solo a fronte di euro, spingendo così tutti i paesi a vendere i propri dollari. E questo è proprio ciò che sta accadendo: le banche centrali di Cina , Giappone, Qatar e Kuwait hanno dichiarato che immetteranno sul mercato gran parte dei titoli denominati in dollari. Sarà assolutamente impossibile per gli Stati Uniti far fronte ad una tale richiesta di solvibilità, in quanto la massa di dollari in circolare è almeno 60 volte superiore all’economia reale statunitense. Inoltre l’aumento dei tassi interesse da parte della BCE avrà l’effetto di richiamare gli investimenti degli ultimi euroscettici.

    Questa è la vera guerra che si sta combattendo, e Bush non ha altra scelta che muovere guerra all’Iran per frenare il crollo del dollaro, ma nulla potrà fare per evitare il collasso dell’economia statunitense, e di quella di tutte le altre economie fortemente agganciate al dollaro e al petrolio. La bufera che si è abbattuta sull’amministrazione Bush in questi giorni ne è una prova: la crisi è inevitabile e delle scelte sono state prese.
    La guerra all’Iran è stata infatti rimandata e posticipata solo per ragioni meramente tattiche, e questo temporeggiamento ha reso possibile il terrore mediatico e la creazione di un nuovo nemico da combattere: nemico dell’occidente e di Israele.
    La crisi petrolifera che si produrrà, accanto alla caduta del dollaro come moneta di riferimento del sistema monetario internazionale, produrrà una iperinflazione che non ha nulla da invidiare a quella del secondo dopoguerra. Il timore del scoppio di questa enorme bolla finanziaria è ormai diffuso, tanto che il costo dell’oro, bene rifugio per eccellenza, ha raggiunto i massimi storici di questi ultimi 25 anni, così come è avvenuto nel mercato delle commodities.

    Il capitalismo sta ormai crollando, il concetto di economia basato sulla mera speculazione senza alcuna base reale produttiva è destinato a tramontare, e un nuovo modo di fare economia è alle porte. Saranno le merci e i beni materiali ad essere il fulcro degli investimenti, e così anche il controllo dei traffici e dei porti sarà la nuova arma nelle mani delle lobbies. Noi non vedremo le bombe cadere ma ne sentiremo gli effetti devastanti: le economie più deboli crolleranno al primo soffio, e quelle avanzate dovranno affrontare gravi recessioni.


 

 
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