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    Predefinito Commenti

    Il Cav. della pioggia

    La magagna dell’economia italiana si chiama corporativismo.
    Un sistema escogitato per attenuare e regolare gli effetti della distruzione creatrice del capitalismo dinamico.
    Un sistema che riserva allo stato il ruolo di armonizzare gli interessi in conflitto.
    Un sistema che dà risultati solo se le decisioni sono prese al livello più centralizzato possibile – il governo, le organizzazioni nazionali dei sindacati dei lavoratori e degli imprenditori.
    Solo in questo modo è possibile che il vantaggio in termini di coordinamento che il corporativismo potrebbe raggiungere prevalga sugli svantaggi derivanti dagli ostacoli che esso pone al meccanismo di mercato.
    Ma è anche un sistema che ha incorporato in sé un pregiudizio per lo status-quo, una distorsione verso la conservazione dell’esistente, e che perciò diviene particolarmente inefficiente quando l’economia e la società hanno un bisogno vitale di cambiamenti radicali per sopravvivere e rimettere in moto il meccanismo della crescita.
    Berlusconi ha rappresentato, al di là delle sue intenzioni e al di là dei suoi meriti, una sfida a questo sistema. Per questo motivo egli ha suscitato aspettative anche in chi non è mai stato soggiogato dal suo carisma e anzi ha sempre trovato il suo stile populistico e disturbante. L’incursione fuori programma all’assise degli imprenditori rientra certamente in questo stile e rafforza i motivi di coloro che lo trovano detestabile.
    Il fatto è che costoro vedono solo quello che vogliono vedere, e qualunque cosa faccia Berlusconi, anche quando come a Vicenza dà una prova di orgoglio, lo detestano. Giacché il fuori programma di Vicenza è un’altra prova seppure meramente simbolica della portata anti-corporativa e anti-conformistica che è un attributo intrinseco dell’esperienza politica di
    Silvio Berlusconi.
    Naturalmente qui bisogna dire che Silvio Berlusconi non è riuscito a compiere la rivoluzione anticorporativa per la quale sembrava così adatto nel 2001. Di certo, molto più adatto del centrosinistra di allora per non parlare di quello di oggi. E sebbene si possano trovare delle giustificazioni per le difficoltà incontrate, il fallimento resta.
    Un fallimento che ha rappresentato non solo la sconfitta personale di Silvio Berlusconi, ma ha portato con sé la dissipazione di un capitale che per comodità può esser chiamato liberismo e in nome del quale si poteva passare sopra una serie di “danni collaterali”, come il conflitto d’interessi, le leggi ad personam eccetera.
    Lo hanno scritto efficacemente Pierluigi Battista e Sergio Romano sul principale giornale dell’establishment vittorioso.
    Quando i tentennamenti del presidente del Consiglio cominciarono a farsi preoccupanti, e già molto tempo era stato sprecato invano, scrissi su questo giornale che il Cavaliere mi faceva venire in mente il re della pioggia di Saul Bellow, intrappolato dal divenire incapace di essere (il Foglio, 24 novembre 2004). Erano i tempi in cui Berlusconi si lamentava dei vincoli che l’euro e il Patto di stabilità e crescita imponevano all’azione del suo governo. Che l’uno e l’altro avessero conseguenze problematiche per le politiche nazionali, soprattutto per il modo dottrinario con il quale entrambi venivano gestiti, non può essere discusso e l’esperienza successiva lo ha confermato.
    Ma i veri limiti del governo non erano quelli imposti dall’Europa ma quelli derivanti dalla mancanza di coraggio nel compiere le scelte per le quali era stato eletto.
    Dunque allora Berlusconi appariva come il “Cav. della pioggia”. Oggi mi sembra più appropriato Conrad.
    “Nessuno riesce in tutto quello che intraprende.
    In questo senso siamo tutti dei falliti. L’essenziale è di non fallire nel dirigere e sostenere lo sforzo della nostra vita. In questo campo è la vanità che ci fa deviare. Ci precipita in situazioni dalle quali non possiamo uscire senza danno; mentre l’orgoglio è la nostra salvaguardia, sia per le riserve che impone nella scelta dei nostri tentativi, sia in virtù della sua forza sostenitrice” (“I duellanti”).

    Ernesto Felli il Foglio del 21 marzo

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Disperato, efficace

    Il commento prevalente a sinistra sul discorso pronunciato da Silvio Berlusconi all’assemblea degli industriali parla di “disperazione”, quello che circola nella maggioranza fa riferimento alla capacità del premier di scavalcare le rappresentanze per rivolgersi direttamente alla base degli imprenditori.
    Le due diagnosi, apparentemente lontanissime tra loro, a mio avviso, invece, in realtà coincidono. Seguendo lo schema tradizionale delle campagne elettorali, che consiste in sostanza nel puntare ad assicurarsi il sostegno degli opinion leader, identificati un po’ pigramente nei responsabili delle organizzazioni di categoria, Berlusconi non aveva speranze.
    Contro di lui si era già realizzata una sorta di “concertazione”, che, pur priva di punti di accordo reali, costituiva un’inespugnabile rete di protezione per i suoi avversari.
    E’ giusto quindi pensare che sia stata questa “disperazione” a spingerlo a capovolgere le regole del gioco, a non cercare un’impossibile recupero di consenso da parte di un establishment che aveva già scelto di schierarsi contro di lui, per puntare invece a dimostrare che la scelta dei titolari della rappresentanza ufficiale non sono in sintonia con la base associativa.
    Se c’è riuscito, e non mancano segni che le cose stiano proprio così, ha riaperto la partita, che era il massimo che potesse augurarsi nelle circostanze date. Quel che conta non è tanto il modo deciso con cui si è scontrato con l’ideologia del declino, ma il fatto che abbia trovato, dopo tanti tentennamenti, un’interpretazione della realtà da proporre, una storia da raccontare per collegare l’esperienza di governo passata e gli obiettivi per il futuro.
    E’ la storia di un’Italia che cerca faticosamente di liberarsi dei condizionamenti e dei freni costituiti da classi dirigenti miopi ed egoiste, che ha trovato in un outsider dell’economia e della politica un punto di riferimento e che, se lo perdesse, tornerebbe a vivacchiare nei riti bizantini della concertazione e del politicamente corretto.
    E’, naturalmente, una storia unilaterale, come debbono essere quelle che si propongono in contrapposizione con altre. Presenta il vantaggio di dare una spiegazione all’atteggiamento, altrimenti incomprensibile, di un premier che si è presentato in campagna elettorale più come il leader dell’opposizione all’opposizione che come il titolare del governo uscente.

    Una coerenza con la propria storia
    Ora si tratterà di vedere se la linea sorniona di Romano Prodi, che dà ragione a tutti, forte della convergenza con gli opinion leader tradizionali, prevarrà su quella specularmente opposta di Berlusconi, che si ribella alle leadership costituite e ne contesta l’effettiva rappresentatività.
    Quel che si può dire fin d’ora è che con questa mossa, azzardata e probabilmente istintiva, Berlusconi ha rotto l’assedio, è uscito dal terreno della ricerca di convergenze di vertice, sul quale partiva sconfitto, e ha rilanciato la sfida.
    In questo modo ha spiazzato gli avversari che insistevano sull’anomalia del centrodestra italiano, sottolineando che, a differenza di quel che accade generalmente negli altri paesi in cui i moderati si appoggiano all’establishment, da noi accade il contrario.
    Quest’anomalia non è stata negata, ma al contrario affermata con orgoglio, e questo permette a Berlusconi di rivendicare una coerenza complessiva con la propria storia.
    Le reazioni a questa scelta, per ora, appaiono piuttosto impacciate.
    In generale consistono nell’accusa che il Tecoppa di Edoardo Ferravilla lanciava ai suoi avversari, accusati di non star fermi mentre lui cercava di infilzarli.
    Berlusconi non si è fatto infilzare, non ha riconosciuto ai vertici di Confindustria il diritto di esaminarlo senza essere esaminati. Ha persino capovolto il tormentone sulla sua responsabilità, come proprietario di Fininvest, della linea editoriale dei telegiornali, addossando alla proprietà delle grandi testate della carta stampata la stessa responsabilità. E’ difficile negare che si sia trattato di una mossa disperata, ma è altrettanto chiaro che, in questo modo, Berlusconi è uscito dall’angolo in cui era stato chiuso.

    Sergio Soave

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Un calcio al mondo

    Hanno ammazzato il Cav., il Cav. è vivo.
    Con la lombosciatalgia farlocca, con l’incazzatura vera, con lo spettacolo addosso, sempre. Trascina la gamba e dice “Sono guarito”, si siede e poi si alza, torna al posto, si dimena, si indica la gola e dice a Giulio Tremonti: “Ce l’avevo qui, ce l’avevo”, e il gran finale per Diego Della Valle, tutto rosso e sommerso dai fischi.
    Che volgarità, che arroganza, che inammissibile attacco, che sconcezza, che necessità di prendere le distanze, che cosa fantastica finalmente.
    Meglio la gabbia bianca del Truman Show con Prodi, certo.
    Meglio le regole, meglio il fair play, molto meglio autodenunciarsi per avere fatto goal con un pezzetto di braccio, meglio accettare il massacro, meglio lo sputacchio altero di quelli sul treno giusto, meglio gli occhi bassi, le scarpe basse, i toni bassi, allora evviva Silvio Berlusconi.
    Se questa è la sconfitta ci si è tuffato con una piroetta, se questa è la morte le ha tirato una torta in faccia.
    Non so se qualcuno abbia davvero ascoltato Romano Prodi, il giorno prima, grigioreggiare tiepido e lento in Confindustria, so che nessuno si è perso il Cav., sabato, mentre prendeva a calci il mondo, i giornali, gli industriali, i catastrofari, i vacanzieri, i sindacalisti per finta, i super proprietari snob, gli scarpari. Con nessuna classe e nessuna bugia (tranne la gamba malata, forse, essendo lui tecnicamente immortale), e la prima fila della platea in gelida furia, immobile, digrignata e svelata. Allora Fausto Bertinotti ha spiegato che Berlusconi ha agito così perché “ha ormai introiettato la sconfitta”, mentre gli altri in discesa verso la vittoria, spiazzati dall’entusiasmo totale, hanno denunciato la presenza di orrendi mercenari entrati apposta per applaudire senza vergogna.
    Ma chiunque fosse stato lì dentro, a parte Diego Della Valle, avrebbe fatto il tifo, sarebbe saltato sulla sedia, avrebbe almeno rimandato il pisolino. Come a un concerto, come a una partita, come in un film con sparatoria finale, come quando arrivano gli indiani, come al circo, quando l’equilibrista si lancia e riesce ad afferrare gli anelli, semplicemente c’era una star e da star andava applaudita.
    Non è una strategia, non è ripetibile, il Cav. non potrà camminare sui trampoli fino al nove aprile. Però c’era da tirare un cazzotto, e lui ha ricordato a tutti che sa benissimo fare a botte.
    Non si può vivere da Berlusconi e morire da qualcun altro, in grisaglia e in par condicio, con dietro le risatine di quelli che bevono il caffè con il mignolo alzato. Li ha tirati giù dalle nuvole, li ha rimessi alla sua altezza, quella vera, quella che cercano disperatamente di abbandonare per librarsi contenti, e tutti insieme, su divani più chic.
    Ha preso per i braccialetti Della Valle e gli ha ricordato che non c’è differenza fra ieri e oggi, nonostante le giacche, gli occhiali, il ciuffo, le suole, nonostante il vento che si può sempre annusare per saltare su un’altra giostrina: “Se si rivolge al presidente del Consiglio, gli dia del lei, non del tu”, mentre quello restava a gridare: “Vergogna, vergogna” in prima fila con le mani (non molto elegantemente) a imbuto sulla bocca.

    E ora il colpo di scena finale
    Dicono: il premier è il nulla, è di plastica, è finto, ha il lifting, il fondotinta, i tacchi, il trapianto, la calza sulla telecamera, è un replicante, non esiste.
    Ma nessun nulla potrebbe riuscire a fare tutto questo casino.
    Dire, sbagliando telecamera, nel torpore del mega dibattito generale, quello col cronometro e le regolette, durante l’appello agli elettori: “Mi dispiace, ho fatto schifo, anzi no, è questo metodo che fa schifo”, e dopo qualche giorno saltellare su un palco sbugiardando i vincenti, mischiando come sempre le parole sbagliate a quelle giuste, facendo urlare “Silvio Silvio” a chi se ne stava lì rassegnato, addormentato, a pensare che comunque non cambia mai niente, quindi chissenefrega.
    Poi magari non cambia niente davvero, però, come nei film, ora viene da aspettare il colpo di scena finale, bello come quella zoppicata sul palco.

    Annalena Benini

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Lo spirito animale

    L’intervento di Berlusconi a Vicenza può essere senz’altro letto come un richiamo agli spiriti animali della classe imprenditoriale contro l’establishment degli eletti come sua rappresentanza, che non brilla nell’evocarli e nel sostenerli.
    Bisogna però scavare più a fondo.
    Si può cominciare dal fatto che a Vicenza egli ha toccato con forza il punto dei benefici per le imprese di una politica estera attiva, senza la quale gli sforzi dei privati nei mercati esteri possono produrre risultati poco soddisfacenti.
    Si può proseguire notando che, in passato, il premier ha più volte evocato il debito pubblico come strumento di rilancio dell’economia tramite la domanda privata.
    Sulla questione Cina, anziché posizioni liberiste, ha sostenuto l’opportunità dell’introduzione di quote all’export cinese tarate sui livelli di import di quella nazione.
    Uno dei primi atti del suo governo è stato l’aumento delle pensioni minime, ed inoltre, nel dibattito sul cuneo fiscale, ha sostenuto che un suo abbassamento oltre certi limiti metterebbe a repentaglio l’intera struttura del sistema pensionistico pubblico, nelle modalità con cui è stato costruito nel corso degli anni 90.
    Forse, al di là degli slogan, Berlusconi è quasi colbertista quanto Tremonti, che sulla necessità di un governo attivo del sistema economico, e non solo e non tanto sulla direttrice “meno stato”, ha tarato gran parte delle sue azioni e intenzioni.
    Da questo punto di vista, la chiave dell’intervento di Vicenza non va cercata nella contrapposizione tra liberismo e interventismo pubblico, ma nell’evocazione dei pericoli dell’interventismo del centrosinistra, in quanto targato su vecchi modelli statalisti, con scarsa attenzione alle specificità italiane (i distretti, le partite Iva), e in quanto compromesso con le istanze corporative delle grandi organizzazioni imprenditoriali e sindacali, le cui rappresentanze lo sostengono più o meno apertamente.
    Potenzialmente la carta calata da Berlusconi è molto forte, perché i timori che il programma di centrosinistra non colga le sfide legate ai “rischi fatali” (Tremonti), in cui il paese potrebbe trovarsi coinvolto nei prossimi anni, sono molto estesi. Tuttavia, pur rispondendo a verità che la cultura illuministico-razionalista del centrosinistra non ha prodotto novità significative, e che questo viene largamente percepito, è altrettanto ampia la percezione che la cultura positivistica del centrodestra in questa fase storica sia inadeguata, in quanto non è nel suo codice genetico la capacità di produrre disegni generali. Questi sono invece necessari per trovare nuovi equilibri tra libertà e sicurezza, sentitissimi perché in parte sperimentati in passato e ora invece messi in pericolo dal grande cambiamento del contesto economico.

    Alla ricerca di valori bipartisan
    Paradossalmente, in questa fase occorrerebbe riuscire a sviluppare sia valori appartenenti tradizionalmente alla destra, quali la sussidiarietà, l’interventismo per la crescita economica e dell’occupazione; la semplicità e la trasparenza delle regole; sia valori tradizionali della sinistra, quali il riporto del sistema fiscale a una sostanziale legalità; la solidità di un welfare non minimale; l’importanza dei momenti collettivi nella vita civile.
    Forse, si potrebbe trovare una via conducente a tali obiettivi cominciando a riflettere a fondo su questioni quali:
    a) il risparmio inteso non solo in termini finanziari, ma anche in termini
    di effetti sugli equilibri di domanda delle varie economie;
    b) il modello di tassazione, la cui impostazione in termini personali va
    superata non solo alla ricerca della semplificazione, ma anche ai fini
    di un federalismo fiscale inteso nel senso della sussidiarietà;
    c) i distretti, come modello di organizzazione concorrenziale ma insieme
    integrato, da promuovere e valorizzare anche come prevenzione
    rispetto al dominio dei poteri forti;
    d) la ricerca in materia energetica, compresi gli aspetti di tassazione,
    quale obiettivo principale su cui cercare di far convergere gli sforzi
    europei.
    Per quanto riguarda l’economia e la politica economica, queste sono le vere sfide, che superano vecchi steccati e vecchie impostazioni. Il prossimo governo se le troverà di fronte, e se non riuscirà a misurarvisi finirà per logorarsi molto presto.

    Giuseppe Vitaletti

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Maniere forti

    Silvio Berlusconi non avrà buone maniere, ma quelle forti sa usarle con consumata perizia.
    Con uno sbalorditivo colpo di teatro ha sparigliato le carte all’assemblea degli industriali.
    Luca di Montezemolo pensava di tenerli uniti sotto il manto dell’equidistanza tra i due poli, i cui programmi sono stati misurati con il millimetro della concorrenza e delle liberalizzazioni da capitani della rendita monopolistica e del profitto garantito.
    Il gioco si è rotto quando il Cavaliere ha fatto emergere abilmente le divisioni latenti tra vertici e base della Confindustria.
    Divisioni tra la cultura del “fare squadra” dei primi e l’istinto antisindacale e antistatalista della seconda.
    E l’istinto, come diceva il filosofo americano J. Dewey, è una pulsione carica di abitudini inveterate.
    Il tardivo scatto d’orgoglio della Giunta confindustriale, dunque, non serve a riparare l’offesa. Perché la vera offesa è venuta non dal presidente del Consiglio, quanto dalla maggioranza degli imprenditori che si è schierata apertamente con lui. Silvio Berlusconi a Vicenza è stato l’astuto demiurgo di quell’ala moderata che ha radici profonde nel nostro capitalismo, e che resta permeabile al fascino di un blocco nazional-popolare a sostegno di una modernizzazione in chiave liberale della società italiana.
    La stessa condanna unanime del sistema proporzionale va letta in questa luce.
    Dal grosso dell’imprenditoria domestica il ritorno al maggioritario è invocato nella prospettiva di una governabilità svincolata dalle pastoie della concertazione. Più che sulla riforma dell’Irap o sulle temute patrimoniali, è su questo punto che si accentrano le diffidenze nei confronti del centrosinistra.
    Non c’è partito, ovviamente, che non si dichiari favorevole alla ripresa del dialogo sociale.
    Ma il leader dell’Unione è stato categorico. Ha ribadito in modo netto che la concertazione è la stella polare della sua strategia di governo. Ora, la concertazione – se le parole hanno un senso – non è una sorta di galateo sui rapporti cordiali tra istituzioni e rappresentanza degli interessi.
    Da circa un trentennio essa designa un metodo, in verità tutt’altro che omogeneo, di decisione congiunta o di negoziazione trilaterale tra governo, sindacati dei lavoratori e associazioni imprenditoriali. Gli obiettivi possono essere diversi, dal contenimento dell’inflazione alla crescita del pil e dell’occupazione.
    Ma gli strumenti utilizzati sono sempre riconducibili a qualche forma di politica dei redditi, la quale postula un incremento allo stesso saggio di salari reali e produttività. Da noi la concertazione nasce con la “svolta dell’Eur” del 1978. I sindacati accettano una linea di moderazione salariale a fronte di determinate riforme di struttura. Uno schema di scambio politico che ha segnato, con alterne fortune e con la parentesi craxiana del 1984, la storia delle relazioni industriali fino a tutti gli anni Novanta.
    Se oggi, poi, la concertazione viene riproposta in funzione di un’alleanza tra le forze produttive (Ds), di un patto fiscale (Cgil) o addirittura di una nuova fase costituente del paese (Confindustria), la sostanza non cambia. Restano ancora da definire le partite dello scambio.
    Fin qui, il comportamento asimmetrico dei suoi fautori è evidente.
    Romano Prodi, in fondo, le sue promesse le ha fatte.
    Al convegno di Confindustria ha promesso riduzione del cuneo fiscale, aiuti alle piccole e medie aziende, finanziamenti alla ricerca, lotta senza quartiere alla criminalità nel Mezzogiorno.
    Al congresso della Cgil ha promesso di debellare i fenomeni patologici del lavoro sommerso e precario. Il problema è che il gruppo dirigente di Viale dell’Astronomia e quello della confederazione maggioritaria non hanno ancora chiarito cosa sono disposti a mettere sul piatto della bilancia: quale modello contrattuale e di politica dei redditi, quali impegni per diminuire la spesa pubblica parassitaria e rilanciare la competitività delle nostre produzioni.
    Romano Prodi, in realtà, nemmeno lo ha chiesto.
    Dopo il 9 aprile, passata la festa e gabbato lo santo, si potranno aprire le ostilità.

    Michele Magno

  6. #6
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    Predefinito Spot da abolire

    Io che le Tod’s non le ho portate mai e che anzi, per puro snobismo del paese in declino d’ora in poi le scarpe andrò a comprarle da Pittarello, o in qualche hard-discount della pelletteria cinese in cartone.
    Io che l’ultima Fiat l’ho rottamata dieci anni fa, senza un ripensamento.
    Io che sulla retorica della Confindustria la penso più o meno come Bobo Maroni (“io la penso esattamente come il premier: condivido le sue opinioni su Confindustria”), cioè non la pensiamo in nessun modo particolare, fantastica tautologia del chissenefrega.
    E ciononostante. Sentire l’Acciaccato del Signore che mulina improperi su armadi con il doppio fondo e “imprenditori fuori di testa”.
    Che strilla a Della Valle “lei mi dia del lei” come un piazzista in crisi di nervi da tamponamento sulla circonvallazione, insomma un disco rotto che quasi ci voleva l’Annunziata col suo proverbiale “ritiri quello che ha detto, ritiri quello che ha detto”.
    Berlusconi che arriva esibendo una zoppìa degna di miglior palcoscenico e canovaccio, tranne poi saltar su come un anfetaminizzato da Giro d’Italia.
    Che dice “è stata una della Cgil a farmi venire il colpo della strega”, battutona che non riderebbe neanche un tassista di Monte Berico. Che accusa l’imprenditore assalito dal convincimento di votare a sinistra di “essersi messo sotto l’ala protettrice di Magistratura democratica”, perché ultimamente gli è venuta pure questa mania giustizialista (ma perché non va dai giudici a denunciare?).
    Insomma a un Berlusconi così – non so bene se sembri di più Mussolini ultimo atto o Luigi XV “dopo di me il diluvio” – io francamente non gli farei guidare neanche la macchina.
    Non dico la Ferrari, ma pure la Multipla.
    E come ha detto Andreotti, forse servirebbe l’antidoping.
    Tanto che persino Ferruccio De Bortoli, a disagio come un cristallo in elefanteria e aggredito persino sul piano del puro buon senso (“se lei crede che il tempo sia più importante delle cose da dire!”), a un certo punto ha alzato le mani al cielo. E sembrava la resa di fronte alla pochade.
    E può anche darsi che sia così, che in versione Enrico Toti con la stampella al cielo Berlusconi guadagni consensi e vinca davvero le elezioni, che essendo ormai poco più che una variante complicata del televoto, alla fine vince sempre Povia.
    Non è solo questione di stile
    Ma non è solo questione di stile. La perplessità è un’altra.
    E’ che Silvio Berlusconi gioca sempre troppe parti in commedia.
    E’ andato a Vicenza da premier (per quanto nell’angolo, per quanto sapendo di averceli tutti contro), invece a un certo punto ha dimenticato la sua sciatalgia politica e si è messo a parlare da industriale, a “quelli che sono come me degli imprenditori”.
    E ha gridato “facciamo un po’ meno vacanze” e altre amenità più vicine al normotipo “va’ a laurà barbùn” che alla grande visione d’insieme.
    Sia chiaro: legittimo che tra industriali Berlusconi parli inter pares, e anzi anche da primus inter pares, per quel che ne sappiamo noi, lo merita.
    Ma allora non faccia il premier.
    Se invece vuole parlare da capo del governo, risponda alle domande e accetti le critiche: il declino è quella cosa che non basta dire “chi non salta declinista è!”.
    Prenda atto che che – magari – da Confindustria sono venute anche delle analisi normali, obiettive, fallaci come tutte le analisi, ma certo non dettate solo da biechi pregiudizi.
    Come ieri, ripresosi dallo shock, il direttore De Bortoli ha messo per iscritto sul giornale di Confindustria, con puntiglio garbato:
    “Il Sole 24 Ore ha sottolineato, senza disfattismi, i gravi ritardi nelle scelte di fondo per l’economia, la perdita di competitività, lo stato difficile dei nostri conti pubblici… La retorica del declino non ci appartiene”. E ha concluso: “Spiace notare il tenore e la violenza delle critiche, di Berlusconi e dei suoi. L’idea sottesa in molte prese di posizione, non solo a Vicenza, è che la società, il mondo dell’economia e quello dell’informazione si debbano dividere brutalmente in due categorie: gli amici e i nemici. Con l’accetta. Un atteggiamento che denota uno scarso rispetto per le idee degli altri”.
    E che andrebbe abolito, come uno spot di Rocco Siffredi.

    Maurizio Crippa

  7. #7
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    Predefinito I vaffa di Calearo e i fischi di Pininfarina.....

    ....rappresentano o no tutta la Confindustria?

    Vista dalla telecamera, è una torsione del capo a destra e a sinistra, una rotazione di 180 gradi lenta, ripetuta molte volte già prima delle 13.03, l’ora che Berlusconi ha scelto per mandare in onda in diretta, dalle assise di Vicenza, l’attacco al potere forte di Confindustria.
    Lo stato d’animo di Luca Cordero di Montezemolo sta tutto in quel guardarsi alle spalle, quella vigilanza nervosa sulla geografia degli applausi che, in attesa del presidente del Consiglio, premiano Giulio Tremonti.
    Montezemolo si volta e si rivolta indietro come un generale che cerchi di capire per tempo quali truppe lo seguiranno, setacciando con gli occhi potenziali intrusi e disertori. Che ci sarebbe stata aria di burrasca Montezemolo aveva cominciato a sospettarlo già nella riunione della Consulta dei presidenti, 400 rappresentanti, fra numeri uno e numeri due, delle associazioni di categoria.
    Li aveva convinti tutti sulla linea dell’autonomia di Confindustria, ma era bastato l’intervento polemico contro l’endorsement del Corriere della Sera, dell’ex presidente degli imprenditori lombardi, Mario Mazzoleni, per innalzare il livello di allerta.
    Sabato a mezzogiorno dunque la questione per Montezemolo non è se ci sarà il blitz di Berlusconi, ma quando.
    Il bersaglio è lì, bene in vista a pagina 2 dell’intervento del presidente di Confindustria, riga 4: “ Sono orgoglioso di rappresentarvi tutti”.
    Berlusconi arriva e chiede il microfono. “A mano”, dice.
    Prudentemente la regia del convegno concentra le telecamere su di lui, evitando la platea.
    Si fanno tesi i volti nelle prime file, dove siedono Marco Tronchetti Provera e Sergio Marchionne, Diego Della Valle e Matteo Colaninno, Luigi Abete e Vittorio Merloni, quelli che il premier vuole separare dalla base, quelli che 24 ore prima avevano tirato un sospiro di sollievo per la mancata claque anti Prodi.
    Berlusconi dice: “Vi voglio guardare negli occhi”, racconta il primo aneddoto sul “colpo della strega nel senso di una sindacalista Cgil”.
    La commissaria europea alla concorrenza Neelie Kroes, seduta fra Montezemolo e Tronchetti, si calca sulle orecchie le cuffie della traduzione.
    Berlusconi comincia la serie di affondi, i giornali, il declinismo, “lavorare di più perdere meno tempo in Confindustria”.
    Montezemolo si ravvia i capelli e guarda l’orologio, l’economista Francesco Giavazzi lascia la sala (causa aereo in partenza, Giavazzi parte sempre), mentre perde l’aplomb il padrone di casa, Massimo Calearo, presidente dell’Associazione industriali di Vicenza nonché della Federmeccanica, uno che Repubblica colloca nello specchietto degli imprenditori pro Casa delle libertà.
    Grida per otto volte “vergogna” nelle varianti “vergognati”, “è una vergogna” , “vergognoso”. Fino – se il labiale non ci inganna – a “stronzo di merda” e “vaffanculo”.
    Avrebbe voluto, Calearo, la replica di Della Valle dal palco: “Sì sì, falla, cazzo”, grida mentre in sala contro il nemico numero uno di Berlusconi vola qualche: “Scarparo!”.
    Poi Calearo si gira verso il governatore del Veneto Galan e il re degli inserzionisti Giulio Malgara e spiega veemente: “Ho votato centrodestra tutta la vita, ma non si può..… ’sta roba”.
    Le poltrone delle prime file sono diventate ormai panchine a bordo campo, gli occupanti hanno assunto la postura degli allenatori quando il gioco si fa duro, tutti in avanti, gomiti sulle ginocchia. Calearo azzarda invano due fischi con le mani a megafono, Andrea Pininfarina mette quattro dita in bocca e fischia rumorosamente alla volta del premier (successivamente negherà).
    La telecamera di un tg ha ripreso un breve consulto Tronchetti-Montezemolo. Abete si avvicina. Il terzetto è unanime. Meglio non replicare a caldo agli attacchi berlusconiani.
    Profilo istituzionale, ma la base è base anche nell’establishment. E quando il direttore del Sole 24 Ore Ferruccio De Bortoli si felicita ironicamente per la guarigione del premier dalla lombosciatalgia scatta il tifo da stadio: bravo bravo, sì sì. Berlusconi lascia la sala applaudito molto e fischiato un po’, Tremonti va a sedersi dopo breve esitazione tra Montezemolo e Tronchetti.
    “E’ troppo”, gli dice il primo. “No non dico niente”.
    Tremonti fa le smorfie a Della Valle, per marcare le distanze da Berlusconi, lui con Della Valle non vuole litigare.
    Poco prima però sul palco aveva incoraggiato Berlusconi in tempo reale con un “hai fatto bene”.
    Poi applaude durante i ringraziamenti ai padroni di casa e al moderatore De Bortoli. Non applaude quando Pininfarina scandisce: “Montezemolo ci rappresenta tutti”.

    Alessandra Sardoni

    Come i sei commenti precedenti da il Foglio del 21 marzo

    saluti

 

 

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