Il Cav. della pioggia
La magagna dell’economia italiana si chiama corporativismo.
Un sistema escogitato per attenuare e regolare gli effetti della distruzione creatrice del capitalismo dinamico.
Un sistema che riserva allo stato il ruolo di armonizzare gli interessi in conflitto.
Un sistema che dà risultati solo se le decisioni sono prese al livello più centralizzato possibile – il governo, le organizzazioni nazionali dei sindacati dei lavoratori e degli imprenditori.
Solo in questo modo è possibile che il vantaggio in termini di coordinamento che il corporativismo potrebbe raggiungere prevalga sugli svantaggi derivanti dagli ostacoli che esso pone al meccanismo di mercato.
Ma è anche un sistema che ha incorporato in sé un pregiudizio per lo status-quo, una distorsione verso la conservazione dell’esistente, e che perciò diviene particolarmente inefficiente quando l’economia e la società hanno un bisogno vitale di cambiamenti radicali per sopravvivere e rimettere in moto il meccanismo della crescita.
Berlusconi ha rappresentato, al di là delle sue intenzioni e al di là dei suoi meriti, una sfida a questo sistema. Per questo motivo egli ha suscitato aspettative anche in chi non è mai stato soggiogato dal suo carisma e anzi ha sempre trovato il suo stile populistico e disturbante. L’incursione fuori programma all’assise degli imprenditori rientra certamente in questo stile e rafforza i motivi di coloro che lo trovano detestabile.
Il fatto è che costoro vedono solo quello che vogliono vedere, e qualunque cosa faccia Berlusconi, anche quando come a Vicenza dà una prova di orgoglio, lo detestano. Giacché il fuori programma di Vicenza è un’altra prova seppure meramente simbolica della portata anti-corporativa e anti-conformistica che è un attributo intrinseco dell’esperienza politica di
Silvio Berlusconi.
Naturalmente qui bisogna dire che Silvio Berlusconi non è riuscito a compiere la rivoluzione anticorporativa per la quale sembrava così adatto nel 2001. Di certo, molto più adatto del centrosinistra di allora per non parlare di quello di oggi. E sebbene si possano trovare delle giustificazioni per le difficoltà incontrate, il fallimento resta.
Un fallimento che ha rappresentato non solo la sconfitta personale di Silvio Berlusconi, ma ha portato con sé la dissipazione di un capitale che per comodità può esser chiamato liberismo e in nome del quale si poteva passare sopra una serie di “danni collaterali”, come il conflitto d’interessi, le leggi ad personam eccetera.
Lo hanno scritto efficacemente Pierluigi Battista e Sergio Romano sul principale giornale dell’establishment vittorioso.
Quando i tentennamenti del presidente del Consiglio cominciarono a farsi preoccupanti, e già molto tempo era stato sprecato invano, scrissi su questo giornale che il Cavaliere mi faceva venire in mente il re della pioggia di Saul Bellow, intrappolato dal divenire incapace di essere (il Foglio, 24 novembre 2004). Erano i tempi in cui Berlusconi si lamentava dei vincoli che l’euro e il Patto di stabilità e crescita imponevano all’azione del suo governo. Che l’uno e l’altro avessero conseguenze problematiche per le politiche nazionali, soprattutto per il modo dottrinario con il quale entrambi venivano gestiti, non può essere discusso e l’esperienza successiva lo ha confermato.
Ma i veri limiti del governo non erano quelli imposti dall’Europa ma quelli derivanti dalla mancanza di coraggio nel compiere le scelte per le quali era stato eletto.
Dunque allora Berlusconi appariva come il “Cav. della pioggia”. Oggi mi sembra più appropriato Conrad.
“Nessuno riesce in tutto quello che intraprende.
In questo senso siamo tutti dei falliti. L’essenziale è di non fallire nel dirigere e sostenere lo sforzo della nostra vita. In questo campo è la vanità che ci fa deviare. Ci precipita in situazioni dalle quali non possiamo uscire senza danno; mentre l’orgoglio è la nostra salvaguardia, sia per le riserve che impone nella scelta dei nostri tentativi, sia in virtù della sua forza sostenitrice” (“I duellanti”).
Ernesto Felli il Foglio del 21 marzo
saluti




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