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  1. #251
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    TELECOM/ VOCE REPUBBLICANA: DIMISSIONI ROVATI NON BASTANO
    Era Prodi a dover andare via. Parte Unione non vuole nuova Iri

    Roma, 18 set. (Apcom) - Per il quotidiano del Pri, la Voce Repubblicana, le dimissioni di Rovati non bastano: "Chi si doveva dimettere - sostiene il partito dell'Edera in merito al caso Telecom - ovviamente era il presidente del Consiglio che invece ha preferito immolare in sua vece un solerte consigliere. Non è una vicenda edificante e soprattutto appare tale da segnare profondamente i rapporti interni alla maggioranza".

    "E' chiaro infatti - si sostiene sulla Voce Repubblicana - che non tutta la coalizione, che pur sostiene il presidente del Consiglio, ha voglia di rivedere disegnata la sagoma di una sottospecie di nuova Iri stagliarsi sul futuro imprenditoriale del Paese, come invece vorrebbero il professor Prodi e la pletora di suoi collaboratori".

    tratto da http://notizie.alice.it/home/index.html

  2. #252
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    Il fattaccio
    Quando la dirigenza pubblica si mostra peggiore di quella privata

    Come avevamo prospettato, l'idea che il governo ed il presidente del Consiglio potessero far passare in cavalleria la vicenda Telecom - al punto di poter evitare di rendere conto al Parlamento e perfino di ignorare conseguenze interne alla stessa struttura di Palazzo Chigi - non era plausibile.

    Il governo risponderà al Parlamento sugli eventi che hanno portato alle dimissioni di Tronchetti Provera dal vertice del gruppo, ed il consigliere economico del presidente del Consiglio, che aveva inviato un piano con carta intestata di Palazzo Chigi a Tronchetti Provera, si è dimesso, dopo la riluttanza iniziale.



    Chi si doveva dimettere, ovviamente, era il presidente del Consiglio, che invece ha preferito immolare in sua vece il suo collaboratore. Non è una vicenda edificante e soprattutto appare tale da segnare profondamente i rapporti interni alla maggioranza. E' chiaro infatti che non tutta la coalizione, che pur sostiene il presidente del Consiglio, ha voglia di rivedere disegnata la sagoma di una sottospecie di nuova Iri stagliarsi sul futuro imprenditoriale del Paese, come invece vorrebbero il professor Prodi e la pletora di suoi collaboratori. Lo stesso Guido Rossi, chiamato al vertice di Telecom, ha subito fatto sapere che una nuova Iri non avrebbe senso alcuno; e di più, Rutelli - oltre che leader della Margherita, vice presidente del Consiglio - ha apertamente dichiarato il suo disinteresse per ipotesi simili. Gli stessi Ds sono contrari, perché hanno la netta impressione che le eccezionali capacità di Prodi nel costruire nuovi equilibri di potere siano volte principalmente a metterli fuori gioco. Da qui, una nuova fase di incertezza politica - e su un fronte del tutto inatteso - si è aperta per la maggioranza e per il Paese. Ha ragione Berlusconi nel denunciare un progetto dirigista e statalista proveniente da Palazzo Chigi. Ma, per la verità, noi non è che abbiamo mai avuto dubbi nel merito: vediamo, semmai, che qualche alleato del premier si sorprende.

    Ribadiamo il nostro punto di vista: si può anche sostenere un'impostazione dirigista e statalista, soprattutto quando si ha l'impressione, come deve averla Prodi, di scarso coraggio e intraprendenza da parte dell'impresa privata del nostro Paese. Ma se poi non ci si assumono le proprie responsabilità, non si difendono le proprie idee ed i propri uomini impegnati allo scopo, la dirigenza pubblica non si distingue certo in meglio da quella privata. Ed è bene che ne paghi subito le conseguenze.

    Roma, 18 settembre 2006



    tratto dal sito del Partito Repubblicano
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  3. #253
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    Modelli esemplari
    Nemmeno in Svezia la socialdemocrazia sa più dare risposte

    L'onorevole Fassino, che nell'ultimo congresso del suo partito vantava il modello svedese come esemplare per la sinistra italiana al momento del governo del paese, farebbe bene a dare un'occhiata alle elezioni che si sono svolte proprio in quel paese. Dopo 12 anni i principali fautori del modello ammirato da Fassino hanno perso le elezioni. Per un pugno di voti, ma sufficienti ad un amaro bilancio che la società svedese ha espresso per un tipo di sistema di cui non si disconoscono i risultati economici, quanto l'esigenza di interpretare nuovi bisogni. Non si può nemmeno dire che la destra vinca in Svezia, ma solo che la sinistra perda, proprio per una sua insufficienza a dare soluzioni alle esigenze della popolazione svedese, placando l'irrequietezza e lo scontento che l'hanno pervasa.



    Avevamo fatto osservare a suo tempo all'onorevole Fassino che ci sembrava un'idea bizzarra prospettare per l'Italia un sistema che godeva di una grande omogeneità sociale e si estendeva su una ridotta dimensione geografica, considerando le caratteristiche ben diverse del nostro paese. E aggiungevamo che quel modello, da tempo, anche dove veniva applicato, non era più in grado di dare le eccezionali performance degli anni '50. Ne abbiamo avuto, con il voto in Svezia, la controprova. Si badi bene che qui non stiamo tenendo una lezione accademica, perché il problema del progetto politico e di come realizzarlo è oggi di particolare concretezza ed attualità. Lo scriviamo pensando alla vicenda Telecom, o all'unione Banca Intesa - San Paolo. Il protagonismo del premier ha dato fastidio, e non poco, ai suoi alleati, che appaiono di volta in volta presi alla sprovvista. Ma se i suoi alleati non hanno progetti, o ne vantano di già superati, non deve stupire che almeno il presidente del Consiglio ne accarezzi di suoi. Quello che stupisce è semmai che egli non ne riveli l'entità alla sua maggioranza e non la convinca della bontà di quello che si persegue. E, se non lo fa, evidentemente ciò è dovuto al fatto che tali progetti non sono condivisi dalla sua maggioranza. Da qui la situazione di oggi: un governo che non è in grado, non solo di offrire un progetto plausibile e appetibile per la nostra società, ma nemmeno di elaborarlo e condividerlo all'interno della sua alleanza politica. In questa maniera il paese lo si conduce allo sbando.

    Roma, 19 settembre 2006



    tratto dal sito del Partito Repubblicano
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  4. #254
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    Elogio di Bertinotti
    Difesa del ruolo del Parlamento da chi lo ha insolentito

    Diamo atto, e lo facciamo volentieri, al presidente della Camera, onorevole Bertinotti, di una notevole sensibilità istituzionale. Questo perché il presidente Bertinotti si è interposto personalmente al tentativo di ignorare la richiesta dell'opposizione di avere la presenza del presidente del Consiglio in Aula per riferire sul caso Telecom. E' stata una scelta, quella del presidente della Camera, rispettosa del ruolo del Parlamento e capace di riparare ad un atteggiamento di sfrontata insolenza ed arroganza, da parte del premier, con le sue battute dalla Cina. Crediamo anche che il presidente Bertinotti abbia perfettamente compreso l'esigenza di sentire la persona del presidente del Consiglio proprio perché è stato Romano Prodi ad avere un ruolo diretto nella vicenda.

    Infatti, pur trascurando il memorandum inviato alla Telecom dal consigliere del premier Angelo Rovati, con tanto di carta intestata di Palazzo Chigi, Prodi ha avuto una serie di contatti in prima persona con l'ex presidente di Telecom, quando questo era nel pieno delle sue funzioni: un incontro a Cernobbio con Tronchetti Provera, un altro a luglio, e poi una serie di contatti di cui ha dato conto con quella puntigliosa nota che ha diffuso prima che si sapesse del documento Rovati.



    Non capiamo come si potesse dunque pensare, a fronte di tanta attività in prima persona, di poter sostituire Prodi con un ministro, né cosa ci potesse dire a proposito, con tutto il rispetto, il ministro Gentiloni.

    Solo il presidente del Consiglio può spiegare al Parlamento che cosa è davvero successo.

    Riteniamo altrettanto importante che in una maggioranza riluttante, dove gli ambienti delusi dal comportamento del premier potevano essere comunque disposti ad assecondarne il desiderio di non rispondere delle sue scelte e delle sue strategie, vi sia stata una parte autorevole interessata a fare chiarezza. Perché è evidente che non solo il Parlamento non è informato sui piani del professor Prodi, ma nemmeno il suo governo e, conseguentemente, tantomeno la sua coalizione.

    Capiamo ovviamente che Bertinotti, andando incontro all'opposizione, ha reso un servizio alla sua parte politica, ma l'importante è che l'abbia reso alle istituzioni. Se poi tutto questo dovesse avere un effetto destabilizzante per il governo, la responsabilità cadrà su qualcun altro, non certo su Bertinotti.

    Roma, 20 settembre 2006



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  5. #255
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    Telecom/Pri: se Prodi non si dimette sarà premier dimezzato
    O ha mentito su Rovati o non ha controllo dei collaboratori

    Se Romano Prodi ''rimarra' ad occupare la poltrona, sara' un presidente del Consiglio dimezzato, politicamente inesistente, privo della forza necessaria per rilanciare il Paese ed avviare le riforme che l'Europa ci richiede''. E' questa la conclusione della segreteria del Pri, al termine dei lavori della Direzione nazionale sul caso Telecom. ''Il presidente del Consiglio - si legge nella nota - e' costretto a riferire alle Camere perche' il suo rifiuto pregiudiziale era divenuto insostenibile per la sua stessa maggioranza. O il presidente Prodi ha mentito sul fatto di non sapere dello studio di Rovati, e per questa ragione si deve dimettere, o non ha mentito e non ha dunque nemmeno il controllo dei suoi personali collaboratori, cosa che squalifica un capo del governo''. Per questo La Direzione nazionale del partito, conclude il comunicato, ha anche predisposto un gruppo di lavoro per seguire l'iter della Finanziaria e preparato una prossima proposta di legge per l'abolizione delle province e per il riassetto complessivo delle autonomie locali.

    Roma, 22 settembre 2006 (ANSA)



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  6. #256
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    Come perdere tempo
    Già si agita lo spettro dello scioglimento anticipato delle Camere

    Nel 1998 il centrosinistra non ebbe particolari scrupoli a liquidare Romano Prodi. Si era deteriorato il rapporto con Rifondazione comunista, al punto da dover organizzare una microscissione di quel partito, e c'era stato un voto sfavorevole del Parlamento, a cui Prodi incautamente si era sottoposto. E questo nonostante che il premier avesse comunque dato una prova positiva di sé e del suo esecutivo nell'importante questione dell'ingresso della lira nell'euro, un risultato che da solo era in grado di alterare la bilancia a suo favore, anche se, come sappiamo, i problemi riguardavano la gestione del dopo euro, che rimasero aperti. Comunque il professor Prodi, con tanti ringraziamenti, fu inviato a Bruxelles, e D'Alema si installò a Palazzo Chigi. La situazione di oggi è molto peggiore di quella di allora. Una certa supponenza del premier ha irritato tutti i partiti della coalizione; lo scontro con Tronchetti - Provera ha suscitato apprensione nel mondo imprenditoriale, ma soprattutto l'idea di rivedere, nei disegni reconditi del premier, una ricostituzione dell'Iri, indispone gli spiriti liberali della coalizione, da chi è più direttamente impegnato in essa, Rutelli, a chi è più apparentemente distaccato, ma comunque influente, Guido Rossi.



    Ciononostante, il premier sembra destinato a restare in sella, anche se i rapporti con la sua maggioranza non potranno tornare buoni come lo sono stati agli esordi: e sono passati solo cinque mesi dall'investitura popolare.

    La ragione di ciò è data dal fatto che la figura di Prodi è stata rafforzata dal voto delle primarie, cosa che, come ha ricordato in un'intervista per Sky il ministro Vannino Chiti, pesa - eccome - essendo questa un'esperienza unica in Europa. Si smentirebbe, con la sostituzione del premier, non solo la scelta della coalizione, ma anche l'impegno preso con i propri più convinti sostenitori. Una autentica ammissione di fallimento completo. Vi è poi da considerare un quadro politico generale, tutt'altro che promettente. Perché, essendo già debole la maggioranza (pensiamo solo al Senato), servirebbe un'apertura all'opposizione o a una parte di essa, e chi sarebbe in grado di assumersi una tale responsabilità? La contrapposizione frontale imposta dalla scelta elettorale, come si sa, non aiuta. Un semplice governo di decantazione potrebbe dunque provocare le elezioni anticipate, che, come nota acutamente Luigi La Spina sulla "Stampa", possono essere sgradite anche all'opposizione. Sia a coloro che vorrebbero nel centrodestra sostituire Berlusconi, a maggio del prossimo anno o a giugno (sarebbe il presidente di Forza Italia il leader della Cdl, naturalmente), sia allo stesso Berlusconi, che in una fase di riassestamento del capitalismo italiano, potrebbe preferire non trovarsi alle prese con la guida del governo, che i sondaggi gli darebbero già come assicurata in caso di ritorno al voto a breve. Per questo, chiosa La Spina, converrebbe a tutti che l'attuale presidente del Consiglio "resti a Palazzo Chigi". Ma, detto questo, La Spina si pone anche la fatidica domanda: "conviene anche agli italiani?".

    Già gli italiani hanno oramai ben presente che in queste condizioni il premier è poco più che un sopportato, debolissimo al fine di perseguire qualunque obiettivo utile al Paese, in particolare quello così importante del risanamento economico. Quali decisioni potrebbe prendere un premier dimezzato, a fronte della protesta dei sindacati o ai piedi puntati delle segreterie politiche? Con quali forze sarebbe in grado di difendere e fare approvare le contestate richieste di rigore del suo ministro dell'Economia? In breve, il governo sarebbe quasi costretto ad un tran tran insignificante, altro che a dare un contributo al decantato e piuttosto ambizioso progetto di una "nuova Italia".

    Considerando questa situazione occorrerà porsi davvero il problema di cosa conviene fare e soprattutto di quale strategia adottare. La mera sopravvivenza potrebbe alla fine non convenire a nessuno dei soggetti in campo. Forse è davvero il momento di un soprassalto di coscienza e di responsabilità, da assumersi a fronte alta davanti al Paese. Non possiamo permetterci di perdere altro tempo: ma un premier ed un governo in questo stato, sembrerebbero proprio la perdita di tempo più grande.

    Roma, 22 settembre 2006



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  7. #257
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    Un uomo solo
    Telecom: Prodi avvolto nel gelo della sua stessa coalizione

    Tralasciando il riferimento alla sua storia professionale, che a noi è parsa una provocazione utile a cercare una solidarietà di maggioranza che tardava a venire - come è tardata la presenza del vice premier e ministro degli Esteri D'Alema ai banchi del governo - l'informativa del premier sul caso Telecom non ci ha informato di un bel niente. Egli non ha spiegato la ragione per la quale aveva negato la sua presenza alle Camere, quando dalla Cina disse che si era matti a richiederla e, cosa più grave, non ha dato una versione sul caso Rovati, che pure riguardava un suo consigliere che inviava un piano aziendale a Tronchetti Provera, che di artigianale non aveva nulla, nemmeno la carta su cui era redatto, vista l'intestazione di Palazzo Chigi.



    Il presidente Prodi ha evitato completamente di entrare sulle scelte di Telecom, dopo aver assicurato che il governo non è interessato ad una politica dirigista, dimenticando evidentemente che dei contatti con la proprietà di Telecom c'erano pure stati, e tali da fornire due versioni diverse dei fatti, date dallo stesso Prodi e dall'allora presidente Tronchetti Provera. "Il governo non interviene", ha detto Prodi: eppure è intervenuto attraverso la sua persona, che ha criticato la strategia aziendale della proprietà, e ci pare anche pesantemente. Probabilmente lo ha fatto sulla base delle sue stesse frasi riferite all'Aula, secondo le quali il capitalismo italiano va riformato: "Non possiamo certamente essere soddisfatti dei risultati conseguiti sul versante degli assetti del capitalismo italiano", ha detto il presidente del Consiglio. Ci pare che l'idea di riforma del capitalismo italiano spinga i confini del dirigismo ben oltre quelli che pur si potevano immaginare.

    All'indomani del caso Rovati, abbiamo sostenuto, o che il presidente del Consiglio mentisse al Paese sulla natura del ruolo del suo consigliere economico, o che il presidente del Consiglio non fosse in grado di scegliere nemmeno i suoi collaboratori personali e valutare la loro lealtà ed affidabilità. A questo problema, evidente almeno a metà del paese, ma forse anche - se valutiamo il gelo della maggioranza nel seguire il discorso del suo presidente del Consiglio - a buona parte dell'altra metà, il presidente Prodi non ha saputo rispondere. Per questa ragione, prima egli prende atto di una realtà per la quale egli stesso si è definito "dimezzato", meglio sarà per l'Italia.

    Roma, 28 settembre 2006




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  8. #258
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    La sinistra arcaica
    Un passo avanti quasi indietro o tanti passi indietro?

    Anche noi ci ricordiamo, come Francesco Giavazzi sul "Corriere della Sera", le dichiarazioni bellicose del ministro Padoa - Schioppa nei primi giorni del suo mandato, quando spiegava che era necessaria "una forte correzione di bilancio compiuta soprattutto sul lato della spesa", e annunciava l'intenzione riformatrice verso i grandi comparti da cui questa scaturisce: governi locali, previdenza, sanità. Il ministro Padoa - Schioppa si sentiva chiamato a compiere "un'operazione ardua" che non a caso non era stata intrapresa, "da anni", o perfino da "decenni".



    Visti i risultati doveva trattarsi davvero di un'operazione titanica, di tale proporzioni che forse sarebbe stato meglio lasciare perdere. In verità, il professor Giavazzi, che asserisce di non vedere questa prima Finanziaria procedere nella "direzione auspicata", è ancora molto generoso. Questa Finanziaria non va da nessuna parte, nel senso che aumenta sì l'imposizione fiscale, ma in maniera tale da non poter incidere davvero sui conti dello Stato, che ovviamente, senza taglio alcuno alla spesa, sono destinati ad espandere e non a restringere il deficit. Abbiamo delle gabelle odiose, e non avremo il risanamento. In compenso diamo corda ai sindacati che, strenui difensori dello status quo, l'hanno scampata un'altra volta. Il vice presidente del Consiglio, Massimo D'Alema, ci tiene alla patente di riformista ed è costretto ad ammettere come sia "evidente che la manovra è molto parziale". Dunque la considera solo "un primo passo" rimandando a marzo la revisione della previdenza. Non vorremmo dare l'impressione di un giudizio aprioristico e strumentale, ma dobbiamo notare che l'onorevole D'Alema a questo proposito è più prudente del generale Fabio Massimo, detto il Temporeggiatore. La riforma della previdenza l'onorevole D'Alema l'aveva già annunciata nel '98 al tempo del suo governo. Siamo al 2006, e qui il primo passo non l'abbiamo proprio visto. In compenso continuando così, il celebre generale romano morirebbe di vecchiaia.

    E' vero che nella manovra c'è il grande programma di lotta all'evasione del governo. Temiamo che proprio su questo fronte la sconfitta sarà quella più grande, perché, per far pagare le tasse a tutti, c'è un solo sistema: livellarle.

    Va aggiunto che, accanto alla soddisfazione del sindacato (il segretario della Cgil, Epifani, addirittura gongola) vi è più che il malumore e lo sconcerto di Confindustria. I vice presidenti Bombassei e Pininfarina hanno usato a proposito parole molto dure.

    La nostra impressione è che il governo e questa maggioranza non abbiano fatto i conti con l'effetto dell'introduzione dell'euro. L'alto deficit dell'Italia è penalizzante, i parametri impongono misure restrittive * la manovra è infatti di 33 e passa miliardi, cioè tre in più di quanto annunciato, 8 di quanto voluto * e queste sono destinate a soffocare la crescita. L'unica ricetta possibile per evitare di tirare il freno a mano dello sviluppo era abbassare le tasse e negoziare con l'Europa un rientro più lento del deficit, come seppero fare Germania e Francia e cercò di fare il ministro Tremonti. La strada scelta da Padoa - Schioppa * sempre ammesso che di una scelta del ministro dell'Economia si tratti * è opposta: e c'è da credere che ne pagheremo le conseguenze. Mario Deaglio scrive sulla "Stampa": "Appare evidente l'arcaismo di una parte della sinistra, che in quest'occasione è risultata politicamente egemone, prigioniera di una visione sociale non aggiornata, oltre che di una forte diffidenza verso qualsiasi tipo di lavoratore autonomo considerato un evasore potenziale e quindi da punire in anticipo con minori detrazioni e aumenti di contributi". Non sapremmo fare commento migliore.

    Se a questo si aggiungono le intenzioni di riformare il capitalismo, come ha detto Prodi alla Camera, e i progetti nazionalizzatori di parte della sua maggioranza - Diliberto e Giordano insegnano - abbiamo chiaro un percorso imboccato diritto verso il sottosviluppo. Ora si può anche scendere in piazza per protestare, ma come riuscire a cambiare la testa e l'impostazione politica del governo è un compito che rischia di essere più lungo del tempo con cui l'attuale maggioranza riuscirà ad affossare il nostro Paese. Allora sì che riuscire a rimetterlo in piedi sarà un'impresa ardua e l'uscita dalla moneta unica, come si pronostica, più plausibile.

    Roma, 2 ottobre 2006



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    In piazza non ci andiamo
    Battaglia da condurre nelle sedi istituzionali che sono proprie

    Detto con chiarezza che la Finanziaria non ci piace e anche ci preoccupa (notiamo del resto che buona parte della maggioranza deve avere la nostra stessa apprensione, visto che già si predispone per cambiarla e migliorarla), non condividiamo, e soprattutto non riteniamo utili, alcuni toni scomposti gridati dall'opposizione.

    Ha ragione, ad esempio, Giuliano Ferrara, che sul "Foglio" rifiuta di ritorcere uno slogan usato dal centrosinistra contro il governo Berlusconi ai tempi della Finanziaria Tremonti, come quello di "macelleria sociale". Il problema che abbiamo di fronte in verità è molto diverso, anche considerando il tentativo di attribuire, da parte di influenti membri del governo, le loro scelte ai supposti disastri avvenuti della passata legislatura. A questo proposito non si ha timore del ridicolo, e nemmeno pudore, come dimostrano le dichiarazioni del viceministro Visco.



    Evidentemente il tentativo di far passare una Finanziaria pessima come quella attuale, come la lotta del bene sul male, del degrado sul risanamento, richiede quale risposta una scelta di campo molto accurata e precisa, in modo da fermare sul nascere strali demagogici e privi di alcun senso. In gioco c'è il destino economico del nostro Paese, le sue prospettive di ripresa e di sviluppo, ed è evidente che vi è un movimento di opinione interno a molti economisti che gravano nell'area del centrosinistra - o vi appartengono organicamente, come Luigi Spaventa, per fare un nome ma non certo l'unico - che hanno le stesse riserve che sono presenti nell'opposizione. Altrettanti dubbi si vedono nelle stesse file parlamentari della coalizione di governo, non solo nella Rosa nel pugno o nell'area cosiddetta di "centro" del centrosinistra. Non vorremmo che una manifestazione di piazza, dove è facile lanciare più slogan ad effetto - e magari pure ritriti - che contenuti (che ci pare stiano già circolando) ricompatti le crepe nel centrosinistra per una manovra che certo non convince neppure quest'ultimo. Per questa ragione i repubblicani, come ha ricordato il segretario del partito, Francesco Nucara, non andranno in piazza, e invitano tutta l'opposizione ad una battaglia ordinata, meticolosa e puntuale nelle sedi istituzionali che sono proprie della legge Finanziaria. Anche perché alla Camera i giochi sembrano fatti, ma al Senato c'è da credere che la banda Prodi ballerà come al solito e più del solito.

    Roma, 3 ottobre 2006



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  10. #260
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    Predefinito Crisi in senato . . . Breve analisi

    La crisi che sta colpendo la Maggioranza di Governo è tutta al senato, dove le strategie della sinistra di imbarcare "carogne" ed ex cidiellini ha causato paura e instabilità, non dovuta solo al numero esiguo di senatori a far la differenza.

    Dall'altra, Dini, sembra fare dichiarazioni già da oppositore. La RnP invece passa in secondo piano (per via della sterilità che ha al senato).

    La novità è invece l'ondignazione di Prodi per la richiesta fatta a 5 senatori di optare tra senato e Governo . . .2 di questi avrebbero già deciso di optare per il solo seggio a palazzo Madama (vista l'instabilità del Governo), gli altri 3 restano indecisi ma nessuno dei 5 fa il primo passo e soprattutto la camera dei 315 sembra respingere strumnetalmente le dimissioni . . . .

    Che finalmente ci si trovi di fronte ad una svolta ? Quanto durerà questo Governo ?
    La mia Libertà equivale alla mia Vita

 

 
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