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  1. #351
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    Il governo nella tenaglia Usa-Vaticano

    di Arturo Diaconale

    Ha rispettato in pieno la liturgia della Prima Repubblica il vertice che Romano Prodi ed i rappresentanti dei partiti della maggioranza hanno tenuto a Palazzo Chigi. Si è trattato di una riunione notturna, come quelle che tanto piacevano ai notabili della Dc. E, soprattutto, si è trattato del classico incontro dalla conclusione scontata: un compromesso formale ammantato da una formulazione oscura che lascia ogni differenza immutata. Il presidente del Consiglio potrà dunque nella giornata di oggi inneggiare alla ricucitura della coalizione sul tema scottante della politica estera. Ma tutti sanno che la partita non è affatto finita. E che, anzi, le difficoltà vere per il governo di centro sinistra incominciano proprio adesso. Questa consapevolezza nasce dalla riconferma da parte dei cinque-sei dissidenti dell’ultrasinistra del Senato della loro volontà di votare contro il proseguimento della missione in Afghanistan. Cioè dalla previsione che senza il supporto di tutti i senatori a vita il governo è destinato a subire un nuovo e più clamoroso scivolone a Palazzo Madama. Ma dipende soprattutto dalla considerazione che per la prima volta dalla nascita della Repubblica il vertice politico del Paese si trova in rotta di collisione, aperta e dichiarata, con il Vaticano e con gli Stati Uniti.

    In passato altri governi hanno vissuto momenti di tensione o con il principale alleato atlantico o la Chiesa cattolica. Ma nessuno si è trovato a combattere contemporaneamente una battaglia su questi due fronti. Prodi, naturalmente, nega di trovarsi in una simile condizione. Non perde occasione per ribadire la fedeltà all’alleanza con gli Stati Uniti e per sottolineare che il centro sinistra è più che rispettoso delle posizioni della Santa Sede. Ma la posizione del segretario di stato Usa Condoleezza Rice sulla irritata reazione italiana alla lettera dei sei ambasciatori sull’Afghanistan esclude che si tratti di un incidente facilmente componibile. E la netta posizione della Cei che esclude ogni possibilità di compromesso sui Pacs impedisce di considerare superabile la questione della legge sulle coppie di fatto. Usa e Vaticano, dunque, non considerano né amico, né affidabile il governo di Romano Prodi.

    Ed, evitando di nascondere la loro ostilità dietro le tradizionali cautele diplomatiche, sono scesi in campo in lotta aperta contro un governo giudicato troppo sbilanciato su posizioni degne non di uno Zapatero ma di un Castro e di uno Chavez. Se Prodi avesse alle spalle una società italiana ferma e compatta potrebbe addirittura sfruttare a proprio vantaggio una circostanza del genere. Ma in meno di un anno di governo il Presidente del Consiglio e la sua coalizione sono riusciti a compiere il miracolo di alienarsi il consenso e le simpatie di gran parte dei propri elettori e della stragrande maggioranza degli italiani. Per questo, a dispetto di qualsiasi vertice, la tenaglia del doppio fronte è destinata ad essere fatale al governo degli apprendisti castristi.

    tratto da http://www.opinione.it/

  2. #352
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    Nucara: governo, l'accordo è finto

    Il segretario del PRI, Francesco Nucara, ha dichiarato: "L'accordo raggiunto nel vertice di governo sulla politica estera è un accordo finto. Lo si capisce dal fatto che la sinistra radicale è già pronta a scendere in piazza a Vicenza e non è in grado di assicurare il dovuto sostegno parlamentare da parte dei suoi deputati. Dubito che in queste condizioni il governo possa durare molto.

    tratto da http://www.pri.it

  3. #353
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    Un miracolo prodiano
    Davvero difficile che la maggioranza regga ancora per lungo tempo

    "Il clima di intesa nell'Unione ha retto in modo miracoloso. Ma sta vacillando pericolosamente il rapporto fra Italia ed Usa". E' la descrizione efficace del vertice di maggioranza tracciata da Massimo Franco Sul "Corriere della Sera". Potremmo aggiungere che questo presunto miracolo deve poi confermarsi nelle aule del Parlamento, visto che il presidente del Consiglio ha assicurato al Capo dello Stato un dibattito ampio ed approfondito alle Camere su tutta la materia. La linea del governo è chiara, ed ha confermato le posizioni già espresse dal ministro della Difesa Parisi e da quello degli Esteri D'Alema, in base alle quali si autorizza l'ampliamento della base di Vicenza e si resta in Afghanistan.



    Rifondazione comunista verdi e Pdci masticheranno amaro, ma non sembrano intenzionati ad aprire la crisi di governo su questi temi, per lo meno sul piano delle intenzioni. Perché resta poi da vedere la disciplina delle loro componenti parlamentari. Qualche dubbio in merito lo abbiamo se si leggono, ad esempio, le dichiarazioni del deputato di Rifondazione Cannavò, che ha visto nell'esito del vertice la mortificazione della linea pacifista dell'Unione.

    Ammettendo anche che la sinistra radicale si accontenti della levata di toni del ministro degli Esteri sulle prerogative di non ingerenza negli affari interni del nostro Stato da parte di altri, Usa in primis, tale fierezza complica i rapporti con Washington. Gli americani sanno che in Afghanistan si va verso una escalation e non comprendono come reagirà il nostro Paese in questa evenienza. Di più, la sinistra radicale si recherà in piazza a Vicenza per continuare la protesta contro la base della discordia. Uno strano modo di rafforzare il governo che ne ha autorizzato l'ampliamento. La freddezza del Segretario di Stato Usa nei nostri confronti è indicativa in proposito. I "bye bye Condy" sono ricordi lontani. Può darsi che il governo italiano confidi in un prossimo cambio di guida politica alla Casa Bianca. Ma se questo può aiutare sul versante del contenzioso sull'Iraq, nulla muta per ciò che concerne l'Afghanistan, dove una qualsiasi titubanza italiana aggraverebbe il distacco con l'Atlantico; e, c'è da credere, anche con l'Onu. Voler mantenere a tutti i costi unita la coalizione che ha vinto le elezioni, potrebbe spezzare un filo tenuto saldo per più di cinquant'anni della politica estera italiana. Chissà se a Palazzo Chigi ci pensano.

    Certo è che i problemi con gli Stati Uniti sono quasi poca cosa rispetto al fronte aperto con la Chiesa cattolica.

    Il quotidiano dei vescovi, l'"Avvenire, ha ribadito il suo non possumus sui pacs. Il cardinale di Torino ha persino spolverato "il satanismo" pronto a rovinare le nostre famiglie. Il pontefice, dopo la Cei, rincara la dose. Per cui, così come la sinistra radicale non intende riporre la bandiera del pacifismo, le componenti cattoliche della coalizione non intendono recedere sulle coppie di fatto. Si tratta di due spine nella compagine capaci di lasciare ferite profonde. Se da un lato Prodi può rivolgersi all'opposizione per tenere ferma la barra del timone in politica estera, è molto più complessa per lui la vicenda sui pacs. Perché se mai li accantonasse, darebbe un colpo non solo alla sinistra radicale, ma anche ai Ds ed al loro ministro Pollastrini. Una simile spregiudicatezza non pare proprio plausibile per il premier, anche perché significherebbe la fine del centrosinistra. Anche in questo caso la speranza è di un cambiamento ai vertici vaticani, tale che, al posto di Ruini subentri un cardinale più moderato e sensibile alle esigenze sociali. Non escludiamo nulla in questo delicato caso di questioni vaticane, ma notiamo che la posizione del pontefice non concede molti spazi in merito. Soprattutto non ne concedono i cosiddetti "teodem" dell'onorevole Binetti e di Enzo Carra, a costo di creare malessere nel loro stesso partito. Queste ultime non sono posizioni riassorbibili.

    Si comprende, dunque, in un contesto così accidentato, che ci sia chi si dà da fare per soluzioni alternative e, insieme a chi parla di un governo agli sgoccioli, c'è perfino chi indica candidati alla presidenza del Consiglio.

    Quali che siano le terapie ed i cambi di campo che si preparano, è chiaro che stiamo scrivendo l'ennesimo capitolo di una lunga crisi politica italiana che in questo bipolarismo non ha trovato una soluzione soddisfacente e semmai rischia di produrre nuovi errori.

    Roma, 7 febbraio 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  4. #354
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    Bye bye Condy
    Distacco dalle gravi conseguenze per i rapporti atlantici

    Ci sembra piuttosto difficile una distensione dei rapporti tra Italia ed Usa, indipendentemente dai colloqui tra il ministro degli esteri D'Alema e l'ambasciatore Spogli, sulla base di due semplici fatti.

    Il primo è la richiesta di rinvio a giudizio del militare americano Lozano con l'accusa di omicidio volontario e "politico" - secondo quanto scritto dal gup Sante Spinaci - con la Farnesina che chiede a Washington di rispettare i trattati. Il secondo è l'annunciata partecipazione di alcuni sottosegretari del governo alla manifestazione promossa contro l'ampliamento della base statunitense di Vicenza.

    Non è gradevole commentare una richiesta di rinvio a giudizio richiesta dalla procura romana ma, se la logica ha ancora qualche valore, sostenendo, come si sostiene, l'intenzione politica e volontaria da parte del singolo marine nella morte di Calipari, si finisce col dire che il processo non concerne tanto la persona del militare ma il capo politico del soldato, cioè il presidente degli Stati Uniti d'America. Se la Farnesina promuove la richiesta del gup presso le autorità statunitensi, in sostanza richiede l'autorizzazione per un tribunale italiano a processare la Casa Bianca.

    Venendo invece all'ipotesi di esponenti dell'esecutivo che contestano una decisione del loro governo presa nel rispetto degli accordi fra Usa ed Italia, c'è da dire che se il governo italiano non richiede le dimissioni di detti suoi esponenti, perde ogni credibilità internazionale. Soprattutto se vi è il rischio che la pantomima si ripresenti anche sul voto concernente il rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan.

    Veniamo infine alla protesta formale contro gli ambasciatori, che si sarebbero permessi irritualmente di pretendere di non fare venire meno il nostro impegno militare in quella regione. Vale il commento di un lettore del ‘Foglio': "Abbiamo protestato con sei Paesi alleati per essere liberi di fare quello che ci chiederebbero". Parrebbe una buffonata, purtroppo è una cosa seria e gravissima che produrrà conseguenze dolorose nell'ambito delle relazioni atlantiche. Il professor Michael Walzer sintetizza in questa maniera la controversia: contro il terrorismo "l'America usa la forza, è convinta che sia la strada per ottenere la sicurezza e si aspetta che gli alleati facciano lo stesso mentre l'Italia non è d'accordo. Non vuole usare affatto la forza". Ma, come vorrebbe rispondere ad una minaccia che ci è rivolta, davvero non si capisce.

    Roma, 8 febbraio 2007

    tratto da http://www.pri.it

  5. #355
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    Questione di sicurezza
    Prodi e Amato due valutazioni diverse, chi sbaglia?

    A cosa serve l'informativa urgente del ministro degli Interni alla Camera, dove si indica la pericolosità della manifestazione di Vicenza, a causa di una saldatura fra elementi eversivi - inclusa la criminalità organizzata - per colpire le forze dell'ordine, se poi il presidente del Consiglio, il giorno dopo, assicura che a Vicenza tutto sarà tranquillo?

    "Quella di Vicenza - ha detto Prodi - è una manifestazione che ha tutti gli elementi per essere pacifica. Io conto su una saggezza dei comportamenti". Vorremmo sapere se la saggezza dei comportamenti su cui conta il presidente Prodi si riferisca agli antagonisti, agli ultrà, o alla criminalità organizzata, i soggetti che secondo Amato sarebbero pronti a scatenarsi a Vicenza. Forse Prodi non era informato di cosa ha detto il ministro degli Interni in Aula a Montecitorio. O stiamo sognando?

    E' evidente, da una tale differenza di toni e contenuti fra il premier ed il ministro degli Interni, alla distanza di un solo giorno, che il governo non sappia a cosa sta andando incontro a Vicenza.

    Vorremmo capire a questo punto quali misure devono essere prese per la sicurezza della città e per l'impiego delle forze dell'ordine: se fosse possibile dare garanzie in proposito. Speriamo che non si voglia scherzare con la vita dei cittadini e con quella dei poliziotti.

    A meno che l'unica preoccupazione del presidente Prodi sia quella di evitare di trovarsi i suoi sottosegretari in Piazza ad urlare "yankee go home" e, scampata quella, pensi che per il resto vada tutto bene. Soltanto sabato sera sapremo chi fra Amato e Prodi si è sbagliato su Vicenza, ma siamo certi che chi l'avrà azzeccata coprirà l'altro. E' questo il sistema che regola la vita del governo. Questo riguarda anche i sottosegretari. In maniera encomiabile Gianni, Cento e altri hanno rinunciato alla giornata di marcia con i loro compagni contro l'occupazione militare statunitense del nostro patrio suolo. Mica perché sono stati convinti che sia sbagliato mettere in questione gli accordi internazionali dell'Italia, ma perché tengono al loro posto governativo, incompatibile con la protesta. Poi continueranno a protestare lo stesso, è ovvio, ma non nelle piazze. E' molto più comodo farlo dall'interno del governo di cui fanno parte. Se questa può considerarsi una maggioranza coesa, ditelo voi. Noi possiamo solo dire che sta andando oltre ogni limite della decenza.

    Roma, 15 febbraio 2007

    tratto da http://www.pri.it

  6. #356
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    Monta la tensione dentro il governo e non solo per la marcia
    Sinistra radicale e riformista sono ormai alla resa dei conti

    Pierfrancesco Frerè

    ROMA - La grande tensione che serpeggia nel governo e nella maggioranza alla vigilia della manifestazione di Vicenza contro la base Usa non sembra spiegabile solo con le incognite che gravano sullo svolgimento del corteo.
    L'impressione è che siano venuti al pettine tutti i nodi del rapporto tra sinistra riformista e radicale. Il modo con il quale Romano Prodi ha implicitamente difeso Giuliano Amato dalle accuse di allarmismo ingiustificato mossegli dall'estrema sinistra ne è la migliore dimostrazione: il premier ha parlato di un fenomeno terroristico non ancora completamente sradicato e della necessità di una sorveglianza «molto più forte» del sindacato contro le infiltrazioni dell'eversione. La telefonata del presidente del Consiglio a Guglielmo Epifani per ribadire piena fiducia nel sindacato quale argine democratico contro il terrorismo ha portato una schiarita momentanea: ma dalla Cgil trapela comunque sorpresa e imbarazzo per la difesa, considerata tiepida, dell'Ulivo dopo le accuse di contiguità con l'estremismo piovute dall'opposizione all'indirizzo di alcuni ambienti del maggiore sindacato italiano (Giorgio La Malfa si è spinto a chiedere lo scioglimento e la rifondazione della Fiom).
    In realtà la partita in corso è assai complessa: l'operazione anti-Br è caduta proprio nel momento in cui Prodi, Fassino e Rutelli stanno tentando di convincere i leader della sinistra radicale a una linea di moderazione sulla politica estera. Oltre all'esistenza di un esercito clandestino pronto a colpire, è venuta a galla una zona grigia vicina all'estremismo che rischia di condizionare il cammino stesso della sinistra di governo. Quando il ministro Alfonso Pecoraro Scanio chiede alla polizia di aiutare i pacifisti a bandire dal corteo di Vicenza i black bloc sembra evocare lo spettro di un mini G8 e in qualche modo ammette il rischio di infiltrazioni.
    Quali sono i reali pericoli? Quelli indicati dal ministro dell'Interno alla Camera? O si tratta di esagerazioni, come dice il segretario di Rifondazione Franco Giordano? Secondo il segretario Ds Piero Fassino a questo punto serve a sinistra un passo ulteriore, liberarsi definitivamente da certe forme di compiacenza verso l'estremismo e anche dall'intolleranza verbale. Un richiamo indiretto ma chiaro a Oliviero Diliberto che in Tv ha esternato il proprio «schifo» per Berlusconi. Il segretario del Pdci è rimasto solo, difeso solo dal proprio partito: il centrodestra dice che quando ci sono questi «cattivi maestri» è inutile invocare l'unità contro il terrorismo.
    Prodi non ha nascosto la propria irritazione per queste polemiche che sovraespongono il governo nel momento meno opportuno; e non ha nemmeno gradito il modo in cui si continua a contestare la sue decisione di dare il via libera all' ampliamento della base Usa di Vicenza. È vero che ministri e sottosegretari di Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi non scenderanno in piazza, ma ci saranno i leader di quei partiti: ciò getta automaticamente un'ombra di ambiguità sulla politica del governo. Il presidente della Camera Fausto Bertinotti si è spinto a confessare che non sarà a Vicenza solo per i doveri connessi alla sua carica istituzionale, ma di condividere la protesta. Bertinotti sostiene che non ci sono decisioni dell' esecutivo che non possano essere riviste.
    Così Prodi rischia di comparire un leader sotto tutela, sul filo perenne di un precario equilibrio, esattamente come lo dipinge l'opposizione: è ragionevole attenderne la controffensiva in vista di due passaggi parlamentari decisivi, quelli sulla politica estera e sul rinnovo della missione in Afghanistan. È a questo appuntamento che Prodi aspetta la sinistra radicale.

    tratto da http://www.gazzettadelsud.it/

  7. #357
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    Dopo Vicenza
    Il ministro D'Alema faccia valere la ragione di Stato

    Giuliano Amato ha fatto bene a lanciare l'allarme sui rischi per l'ordine pubblico provenienti dalla manifestazione di Vicenza, tanto è vero che, all'indomani della stessa, e nonostante la massima tranquillità con cui si è svolta, il ministro degli Interni ha ancora ribadito come tali rischi fossero ben presenti. Il fatto che non si siano materializzati, è sicuramente dovuto all'impegno sul campo delle forze dell'ordine, ma forse anche al desiderio della sinistra radicale di dare buona prova di sé. A distanza di sei anni dagli scontri del G8 di Genova, non c'è tanto una raggiunta maturità dei movimenti no - global e affini che protestano nelle piazze, ma ci sono un governo e una maggioranza amica a consigliare prudenza: per cui, anche un tipo come Casarini, si trasforma in un sensibile ecologista. E scopriamo, se già non lo si sapeva, che c'è ovviamente la capacità di eterodirigere questi movimenti; per cui, se i loro cortei li aprono gli onorevoli Rizzo e Diliberto, nessuno muove foglia. La controprova di tutto questo l'avremo alla prossima manifestazione, in cui parte dei partecipanti, invece di stare al governo, starà all'opposizione. Solo allora vedremo davvero quanto valgono la sensibilità democratica e il rispetto dell'ordine pubblico dei tanti personaggi che hanno sfilato compostamente a Vicenza. Non ci incantano, perché sappiamo che per molti di loro il ricorso alla violenza non si distingue dal pensiero politico. Preso atto volentieri che la marcia di Vicenza non ha prodotto devastazioni cittadine, essa resta una manifestazione di massa senza senso. Il governo infatti ha già deciso riguardo all'ampliamento della base americana, e non può rimangiarsi questa decisione. Ds e Margherita vorranno anche dialogare con i movimenti, ma non al punto di perdere la faccia. E così il ministro degli Esteri D'Alema: se egli mercoledì in Senato non confermerà che l'ampliamento della base statunitense di Vicenza fa parte di una sola politica estera del governo, la sua credibilità sarà bella che andata in fumo.

    Se il governo si mostrerà fermo nei suoi impegni, si potrebbe pensare che la sinistra radicale ami perdere tempo e farlo perdere al Paese, inseguendo illusioni vane. Ma non escludiamo affatto che la tentazione di una parte del governo di cedere alla piazza e ridiscutere gli accordi, finisca per pesare davvero. Siamo certi che D'Alema saprà far valere la ragione di Stato.

    Roma, 19 febbraio 2007



    tratto dal sito del Partito Repubblicano
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  8. #358
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    Predefinito governo battuto al senato per due voti

    ROMA - Il governo è stato battuto al Senato per due voti sulla risoluzione per approvare la relazione di politica estera del ministro Massimo D'Alema. La maggioranza richiesta era infatti di 160 voti, mentre la risoluzione dell'Unione ha avuto solo 158 voti.

    AL SENATO CDL GRIDA DIMISSIONI, DIMISSIONI
    Il Senato ha bocciato la mozione di maggioranza sulla politica estera e tutti i senatori della Cdl in coro hanno gridato: 'dimissioni, dimissioni'. La mozione di maggioranza ha infatti ottenuto 158 voti a favore e 136 contrari più 24 astenuti, ma la maggioranza prevista era di 160.
    http://www.ansa.it/opencms/export/si...107308792.html

  9. #359
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  10. #360
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    Predefinito by by prodi by by

    Al termine di una riunione della segreteria del partito repubblicano con i parlamentari La Malfa e Del Pennino il segretario del Pri Francesco Nucara ha rilasciato la seguente dichiarazione:
    “ La bocciatura della politica estera del governo Prodi avvenuta al Senato ha una tale rilevanza politica da imporre le dimissioni del governo.
    Qualsiasi tentativo di non trarre le conseguenze da quanto avvenuto rappresenterebbe un vulnus istituzionale gravissimo. I repubblicani avevano apprezzato, almeno parzialmente, il discorso del ministro degli Esteri, ma nel momento in cui la sua maggioranza gli viene meno, il Ministro degli Esteri non è nelle condizioni di rappresentare il Paese internazionalmente”.

 

 
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