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  1. #491
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  2. #492
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    GIORGIO LA MALFA - INTERVENTO IN AULA SUL COMPORTAMENTO DEI DEPUTATI DELLA LEGA

    Camera dei Deputati, 14/6/2007

    GIORGIO LA MALFA: Signor Presidente, non esiste giustificazione alcuna, né politica, né regolamentare, per impedire il normale svolgimento dei lavori del nostro Parlamento e per violarne le regole. Questo è il punto di fondo che deve governare il giudizio di questo gravissimo episodio cui abbiamo assistito. La gravità dell'episodio è nel fatto che esso si sia verificato. Poco, sfortunatamente, possono fare le parole, che pur devono essere pronunciate, a commento di un episodio molto doloroso della vita democratica del nostro Paese. In questo senso mi associo alle parole di quanti, a cominciare dall'onorevole Franceschini, hanno condannato con chiarezza questo episodio che ferisce il nostro Parlamento. Esprimo questa valutazione recisa e negativa del comportamento della Lega, tanto più che con questo partito siamo stati insieme in un'alleanza di Governo nell'ultima legislatura e oggi condividiamo l'opposizione a questo Governo. Voglio però dire a tutti i colleghi dell'opposizione che, proprio perché sentiamo che nel Paese vi è oggi un maggiore consenso e forse la maggioranza degli italiani condivide le critiche che muoviamo al Parlamento, si impone a tutti noi una maggiore compostezza e un maggiore rispetto del Parlamento, che è proprio di chi aspira al diritto di governare l'Italia. Queste sono le ragioni per le quali, signor Presidente, ho voluto esprimere in questo modo la solidarietà a lei, che ha presieduto pro tempore la nostra seduta ed esprimere insieme la piena fiducia che la Presidenza della Camera saprà difendere, come essa deve, la dignità del Parlamento italiano (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Repubblicani, Liberali, Riformatori, Popolari-Udeur e La Rosa Nel Pugno e di deputati del gruppo L'Ulivo).

    tratto da http://www.giorgiolamalfa.it/

  3. #493
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    Nervi saldi
    Il fantasma della crisi non è stato ancora scongiurato

    Quando i tempi diventano particolarmente difficili bisogna sapere tenere i nervi saldi. Abbiamo visto nella sola giornata di giovedì la folla di un Comune del napoletano dare la caccia al responsabile per i rifiuti della Campania Bertolaso. A poche ore di distanza il ministro Bersani veniva accolto dai fischi della Confartigianato. Non fosse sufficiente tutto questo, un gruppo di deputati leghisti aveva la bella idea di occupare i banchi del governo a Montecitorio.

    Che il clima ribolla nel paese è dunque certo. Bisogna trovare un po' d'acqua fredda.

    Per questo il segretario del Pri Francesco Nucara, che ha incontrato il leader dell'opposizione Silvio Berlusconi nella stessa giornata di tante escandescenze, ha raccomandato calma e gesso. E se è vero che il Capo dello Stato riceve ed ascolta volentieri, in particolare, i leader dei principali partiti politici, non è il caso di chiedergli cose che non può fare, come sciogliere le Camere. Ci ha fatto dunque piacere sapere che il presidente Berlusconi non voglia salire al Colle per chiedere il voto anticipato, quanto per illustrare lo stato d'animo che muove l'opposizione e la valutazione della situazione politica della stessa. Cosa questa che riteniamo opportuna ed utile, nella nostra convinzione che il capo dello Stato sappia cosa lo aspetti in caso di una crisi di governo. Perché il fantasma della crisi di governo non è affatto scongiurato. Anzi, forse si è rafforzato. Perché fino a ieri esso era agitato solamente dai dissidi fra i cosiddetti riformisti ed i cosiddetti massimalisti. Ora c'è uno scandalo delle intercettazioni ad aprire un nuovo fronte anche nel campo moderato, e tale da porre un nuovo problema al governo.

    I Ds sono usciti da questa esperienza molto più sensibili, e si sono ricordati come il premier non abbia voluto dare loro retta nel momento in cui chiesero un cambio di passo del governo: di converso ottennero il nulla. Non solo: Prodi per loro la mette giù troppo pesante, visto che se non si fa come egli dice, è pronto ad andarsene.

    I Ds quindi non esprimono solo una divergenza rispetto alle posizioni della sinistra radicale, come disse D'Alema all'indomani della visita di Bush a Roma: "basta con il partito di lotta e quello di governo".

    I Ds hanno anche avvisato il premier che con il "cesarismo" non si va avanti. O, peggio, in tal mondo si accrescono i problemi e non si vede la ripartenza del Paese. Ed anche la Margherita, con il suo quotidiano "Europa", è pronta a riconoscere che il futuro partito democratico "non può essere la dependance di un governo in difficoltà". Per cui l'ala riformista del centrosinistra è tornata ad agitarsi e si agiterà ancor di più se non troverà un punto di convergenza sulla leadership del futuro partito.

    E chissà se, dopo le intercettazioni, questo punto di convergenza è ancora più difficile da trovare rispetto a prima. Per questo una situazione così confusa, delicata, capace di offrire colpi di scena imprevisti, pretende particolare cautela, evitando strappi e fughe in avanti. Noi crediamo che questo governo abbia dato una manifestazione di sé, tale da non consentire particolari prove d'appello.

    E' la prima volta che leggiamo il giudizio poco lusinghiero * per usare un eufemismo - di Pippo Baudo nei confronti di un ministro della Repubblica: e soltanto ciò è sufficiente per dare il senso della misura.

    Ma i numeri del Parlamento restano quelli che sono e non saranno le piazzate a modificarli. Serve invece una politica capace di sconfiggere una maggioranza in agonia. Questa politica - ancora ci dispiace dirlo - non si vede.

    E' vero invece che l'opposizione sta seduta sulla sponda del fiume aspettando il cadavere. Ma non basta questo atteggiamento per essere certi che il cadavere del proprio avversario passi davvero, piuttosto che l'opposizione cada - anch'essa - nel fiume. Il centrodestra semmai proponga un programma alternativo al governo, cominciando dal Dpef, ad esempio. Dia esso il senso all'Italia che si saprebbe dove andare - e con successo - con un'altra guida politica rispetto all'attuale. Si prepari alla battaglia parlamentare, potendo contare magari su qualche falla dell'attuale coalizione. Rinunzi al sogno della spallata, tanto sono altri a voler sognare. Ecco allora che davvero si aprirà la possibilità di operare un cambiamento radicale dell'attuale governo a poco più di un anno dal suo insediamento. E di questo si sente davvero bisogno.

    Roma, 15 giugno 2007

    tratto da http://www.pri.it

  4. #494
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    Guardia di Finanza
    Il viceministro Visco poteva risparmiarsi quella presenza inopportuna

    Ci è parsa una presenza inopportuna, con un vago sapore provocatorio, quella del viceministro Visco alla cerimonia di insediamento del nuovo comandante generale della Guardia di Finanza. A che titolo egli era presente? Il governo ha ritirato le deleghe sulla Guardia di Finanza al viceministro dell'Economia e, fino a quando tali deleghe non gli saranno restituite, se mai lo saranno, sarebbe opportuno che il viceministro Visco si riservasse maggiore discrezione nei confronti della Guardia di Finanza, sopratutto per ciò che concerne le manifestazioni ufficiali. Anche perché la credibilità del viceministro è in caduta libera, se financo Claudio Rinaldi sull'"Espresso" è convinto che "(Visco) nel volersi impicciare delle questioni interne alla Gdf, non fosse affatto corretto".



    ( Generale di Corpo d'Armata Cosimo D'Arrigo )

    E ci dispiace molto muovere questo rilievo ad un ministro che discende da una famiglia azionista con la quale noi abbiamo un legame storico profondo, ma l'assenza di sensibilità è stata tale da parte del viceministro che non possiamo tacere a riguardo. E forse sarebbe il caso che il ministro dell'Economia richiamasse per una volta il suo vice all'ordine. Scriviamo questo anche per la ragione che il nuovo comandante generale ha voluto esprimere "profonda stima" al suo predecessore, cioè al comandante Speciale che, cacciato dal governo, non era presente alla cerimonia. Il generale Speciale merita in ogni occasione le ragioni della nostra solidarietà per il suo comportamento esemplare, per il rifiuto di ricorrere al Tar - come pure sarebbe stato suo diritto - e perfino per non presentarsi a una Cerimonia ufficiale del Corpo che ha servito con dedizione ed onore fino all'ultimo.

    Sinceramente ancora non abbiamo compreso come il governo possa aver rivolto le accuse che ha rivolto al generale Speciale, per poi proporlo alla Corte dei Conti, e ora saremmo curiosi di capire come il governo si orienterà con un comandante che ha riconosciuto i meriti dell'alto operato di Speciale e gli ha espresso pubblicamente "profonda stima". Il caso della Guardia di Finanza resta dunque delicatissimo, considerando l'inchiesta sul generale Poletti, che ha sollevato le proteste del Cocer, per il quale si è trattato dell'"ennesima mortificazione". Per recuperare la serenità perduta dell'Arma, il governo dovrebbe mostrare maggiore prudenza. I suoi esponenti, che sono entrati in conflitto con l'Arma - e che oltretutto ancora hanno un contenzioso con la stessa - meglio farebbero a tenersene distanti.

    Roma, 19 giugno 2007

    tratto da http://www.pri.it

  5. #495
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    ... bisogna assolutamente fermare questa masnada sudamericana che sta portando la Repubblica alla deriva ... prima con il Comandante della Guardia di Finanza ... ora con il Capo della Polizia ... e ... prossimamente ... con il Comandante dei Carabinieri (?!) ... bisogna assolutamente che il Popolo butti a mare questa zavorra di governanti incapaci e pappamerende ... che sta infangando le Istituzioni Repubblicane ....

  6. #496
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    L'allarme di Napolitano
    Come salvaguardare gli equilibri istituzionali dalla lotta politica

    Il Capo dello Stato ha ragione, nel momento in cui denuncia il suo timore per lo scontro in atto nel paese e per le conseguenze sugli assetti istituzionali. Se le parti politiche sono impegnate in un urto perenne e senza inibizioni fra loro, è inevitabile che il tessuto istituzionale della Repubblica venga messo ad una prova talmente dura da provocare conseguenze gravi e preoccupanti, nell'immediato o nel tempo. Ed è importante e positivo che il presidente del Consiglio abbia voluto raccogliere l'allarme di Napolitano, impegnandosi in prima persona per "ammorbidire" le tensioni che si sono create.

    Non riteniamo che sia troppo tardi e che i danni siano già stati fatti. Crediamo semplicemente che dopo un impegno tanto solenne, servano un'analisi e un comportamento conseguenti. E' inutile ricordare al presidente del Consiglio che, a fronte di un consenso minimo del paese, il suo governo e la sua maggioranza non si sono preoccupati di tutelare l'opposizione, né nell'ambito delle cariche dello Stato, né nei ruoli di garanzia.

    E va dato atto al Presidente della Repubblica di essere stato capace di dimostrarsi un punto di riferimento per la vita nazionale, indipendentemente dall'essere espressione di una sola parte politica. Ciampi fu eletto al Quirinale sulla base di un'intesa più ampia. Ed il presidente della Rai, nella passata legislatura, faceva riferimento alle file dell'attuale maggioranza, non a quella passata. Ma quelle che potevano essere occasioni importanti per il dialogo, si sono oramai concluse, e rivangarle serve solo a comprendere la natura dello scontro in atto.

    Le lasciamo da parte. Ma il governo del professor Prodi è andato avanti con un metodo di spoil system, che ha un vago sapore arbitrario e di prepotenza, come notava Piero Ostellino sul "Corriere" di venerdì. E' stato fatto dimettere Pollari, in condizioni a dir poco rocambolesche, si è arrivati alla rimozione del comandante generale della Guardia di Finanza. Non contenti, si è congedato il capo della Polizia, e stiamo parlando solo di giovedì scorso, con una vera e propria escalation. E tanto è più grave questa decisione del governo, perché accompagnata ad indiscrezioni che davvero non hanno niente di politico e non fanno bene al prestigio democratico dello stesso esecutivo. E neanche su questo si può più tornare indietro.

    Ma il presidente Prodi può ancora concordare il nome del futuro capo della Polizia con i vertici dell'opposizione. Un segnale importante, utile a dimostrare una correzione di rotta, nel senso richiesto dal Quirinale.

    Roma, 22 giugno 2007

    tratto da http://www.pri.it

  7. #497
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    Destra e sinistra/In realtà è tutta la politica italiana a mostrarsi inadeguata alle sfide future
    Una proposta per il Paese: governo del Presidente

    di Guglielmo Castagnetti

    Sono grato a Italico Santoro che, dalle colonne della "Voce", ha voluto avviare questo interessante dibattito; ma spero che non me ne voglia se, più che sul quesito da lui posto su "cosa siano oggi destra e sinistra", mi soffermerò sulla desolante inadeguatezza della politica rispetto alle esigenze di modernizzazione e di funzionalità del Paese.

    E' vero: la sinistra europea per retaggio culturale, per i suoi tabù, per gli interessi conservatori ai quali è irrimediabilmente legata, risulta strutturalmente incapace di dare risposte alle sfide della modernità. E' in ritardo, per non dire che è del tutto sorda, alle novità culturali, istituzionali, sociali ed economiche che la globalizzazione porta con sé. E quando le capita un Tony Blair, lo vive come un fastidio che la imbarazza e del quale cerca di liberarsi. Ben altro panorama può invece offrire la destra. Emancipata (almeno in Europa) da pressioni confessionali; al riparo da tentazioni revansciste o nazionaliste, definitivamente espulse dall'orizzonte dell'Europa di oggi e di domani; libera da vincoli elettorali con i potenti apparati sindacali, può valorizzare al meglio la propria anima liberale, promuovere competitività, esaltare libertà individuali e di impresa contro la sclerosi degli apparati e contro la retorica e le stucchevoli litanie del "solidarismo a buon mercato", sempre a spese dello Stato.

    Anch'io, come Santoro, penso che, se guardiamo all'Europa, i repubblicani che nel 1994 fecero scelte diverse e contrapposte, possano trovare non pochi motivi di convergenza e di comune valutazione. Non credo che vi sia qualcuno fra noi che avrebbe esitazioni a collocarsi a sinistra con Tony Blair, così come credo che pochi siano i repubblicani che non guardino alla vittoria si Sarkozy come ad una affermazione di modernità e di progresso.

    Ben diverso e più desolante è il quadro se guardiamo all'Italia su entrambi i versanti dello schieramento politico.

    Paradossalmente le ragioni che possono accomunarci, a destra e a sinistra, nell'attenzione e nel favore al riformismo europeo, sono le stesse che spingono alla comune riprovazione per l'opprimente conservatorismo nostrano, equamente e parimenti collocato sia nel centro destra che nel centro sinistra. Il nucleare, gli OGM, la ricerca biomedica, le nuove biotecnologie, l'ampliamento dei diritti civili, nei cinque anni del governo di centro destra sono stati tabù inviolabili; argomenti neppure da toccare e tanto meno scelte coraggiose da attuare. Si aggiungano l'immissione in ruolo di centomila precari della scuola, l'istituzione del ruolo statale degli insegnanti di religione (mai la DC pensò di poter arrivare a tanto), l'aumento della spesa pubblica, la costituzione di altre due o tre province oltre le cento e più già esistenti, la mancata diminuzione delle tasse e la mancata radicale riforma della giustizia: sono solo alcuni esempi per concludere che il riformismo e la modernizzazione hanno poco a che fare col centro destra così come sono estranee al centro sinistra oggi imperante.

    Non dobbiamo lasciarci ingannare dalla spettacolarità delle polemiche e dalle ostentate risse quotidiane. In realtà, qualunquismo e demagogia, corporativismo, conservazione sociale e arretramento culturale, la fanno da padroni nei due schieramenti, sempre più simili fra loro. La sola differenza, e non da poco, è quella che ci ha consentito col centro destra di mandare i nostri soldati in Iraq e col centro sinistra ci ha indotto ad una affretta opportunistica e poco decorosa ritirata. Ma anche su questo tema, che da solo basterebbe a qualificare e a determinare una scelta, dobbiamo registrare che col tempo le divergenze si sono andate progressivamente attenuando e si sono ormai annullate in un generico, ecumenico e qualunquistico pacifismo.

    Il bipolarismo all'italiana non serve al riformismo e non serve al Paese: entrambi gli schieramenti sono sempre più inadeguati e lontani dai processi di modernizzazione del mondo e dell'Europa. Coloro che hanno scelto di stare a sinistra perché pensavano di portare in quella compagine fermenti di libertà e di modernità sono stati sconfitti. Altrettanto dobbiamo riconoscere noi che abbiamo cercato di vivere queste nostre convinzioni nel centro destra. Oggi non c'è ragione che impedisca ai repubblicani di sentirsi accomunati nell'auspicare un nuovo bipolarismo virtuoso e una reale alternativa fra conservazione e riformismo. Ma non possiamo nasconderci che il compito è davvero arduo e il percorso non è certamente breve.

    Intanto la condizione del Paese è drammatica e ad ogni giorno che passa paghiamo i costi delle mancate riforme, di un governo incapace e di un'opposizione dissennata e impotente. Paradossalmente le cifre della attuale ripresina dell'Italia destano maggiore preoccupazione della stagnazione di due o tre anni fa: allora eravamo fermi con l'Europa e rischiavamo il declino insieme con essa; oggi, con una crescita che è solo un terzo di quella europea, rischiamo l'isolamento. Per citare una frase di Ugo la Malfa cara a noi tutti "rischiamo di staccarci dalle Alpi e di precipitare nel Mediterraneo".

    Il nostro sistema politico e i partiti che lo compongono stanno compromettendo irreversibilmente il futuro del Paese. Quando trent'anni or sono si parlò, anche in casa repubblicana, di un possibile "governo dei tecnici" in molti, forse un po' precipitosamente, ci dichiarammo contrari.

    Oggi a quel tipo di soluzione mi pare francamente non vi siano alternative. Non chiamiamolo governo dei tecnici, non etichettiamolo come il trionfo dell'antipolitica, ma rendiamoci conto che il Quirinale è rimasto ormai l'unica istituzione il cui prestigio e la cui credibilità non sono stati scalfiti. All'emergenza occorre reagire con misure eccezionali: un governo del Presidente che ci auguriamo mite, transitorio e tollerante, ma capace di prendere tempestivamente decisioni improcrastinabili, a partire dalla legge elettorale, può nell'immediato rappresentare la soluzione più ragionevole.

    tratto da http://www.pri.it

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    Se salta il piatto
    Richieste inaccettabili che compromettono la credibilità dell'Italia

    Il quadro della finanza pubblica dato dalla magistratura contabile, nella relazione sul rendiconto generale dello Stato, è più che preoccupante. Con spese fuori controllo e entrate in aumento, solo grazie alla felice congiuntura e a un'imposizione fiscale molto elevata e ormai "difficilmente tollerabile", il sistema Italia è ancora in piedi. E la Corte dei Conti, ci va giù pesante: nella gestione pubblica continua a esserci una diffusa illegalità con sperperi, sprechi e appropriazioni illecite ai danni dell'Erario.

    Tre sono le voci di spesa che preoccupano di più la Corte dei Conti: pubblico impiego ("dinamica retributiva fuori linea", soprattutto dopo i recenti aumenti), pensioni e spesa sanitaria.

    In questo contesto finanziario drammatico, mentre il governo si pavoneggiava per un accordo sulla riforma della previdenza ormai dato per scontato, è avvenuta improvvisa la rottura delle trattative con il sindacato. Quest'ultimo, incurante dei moniti della magistratura contabile sa, dopo la lettera dei quattro ministri su Padoa - Schioppa, che può alzare il prezzo nuovamente e non accontentarsi degli scalini proposti dal governo.

    Ovviamente sarebbe un buon segno se la rottura intervenuta fra governo e sindacati significasse che il governo non intende cedere alla richiesta assurda di abbassare l'età pensionabile in un Paese in cui l'attesa di vita cresce regolarmente e dove l'onere del governo sulla Finanza Pubblica, come spiega la Corte dei Conti, è ingente.

    Se il governo resiste, significherebbe che si è reso conto che, cedendo ad ulteriori richieste della sinistra e del sindacato, comprometterebbe la credibilità internazionale dell'Italia, prima ancora che il futuro delle generazioni più giovani. Ma la domanda che ci facciamo è: sarà davvero in grado di resistere? Non solo per la ragione delle pressioni interne alla sua coalizione, dove vi sono partiti come Rifondazione, il Pdci e i Verdi, che scavalcano le stesse posizioni più ragionevoli del sindacato. Ma anche per la debolezza politica che il governo ha mostrato in tutta questa vicenda, lasciando andare beatamente al massacro il suo ministro dell'Economia. In queste condizioni è più facile che il sindacato abbia un soprassalto di coscienza chiedendosi quali effetti pagherebbe l'Italia per una sua vittoria in questa trattativa per evitare l'innalzamento, doveroso ed inevitabile, dell'età pensionabile.

    Roma, 27 giugno 2007

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    Caso Visco
    Decenza politica pretende le dimissioni del viceministro

    Non sappiamo se la magistratura ordinaria archivierà a fine giornata l'inchiesta sulla condotta del ministro Visco nei confronti della Guardia di Finanza, o se invece sarà costretta a tenerla ancora aperta per la semplice ragione che il generale Speciale ha querelato il governo. Non escludiamo nemmeno che Visco abbia ragione nel merito della questione che lo riguarda, tanto è vero che il problema investe il governo che, pur avendo descritto il generale Speciale nei modi in cui l'ha fatto davanti al Parlamento, sosteneva in ogni caso la nomina dello stesso generale alla Corte dei Conti. Aggiungiamo che hanno ragione coloro che chiedono di abbassare i toni e di non voler fare di un caso di questa delicatezza - che assume una valenza istituzionale preoccupante - un'occasione strumentale. Eppure dobbiamo dire che ormai la questione è di decenza politica e che l'unico modo per evitare polemiche e strumentalizzazioni è che Visco rassegni le dimissioni. Altrimenti il clima legato a questa vicenda non potrà che peggiorare e il governo - che ha difeso e difende il suo sottosegretario all'Economia a spada tratta - sarà responsabile di tutte le conseguenze di questa sua scelta.

    Al senatore Sgobio, che sente di dover dire che non si è mai visto nella storia della Repubblica di un militare che querela il governo, dobbiamo rispondere che non avevamo nemmeno mai visto, nella storia della Repubblica, un governo parlare di un alto militare con gli accenti ed i toni usati nei confronti di Speciale. E che il governo volesse evitare di parlarne in questa maniera, lo fa credere per l'appunto il fatto che si pensava a una destinazione di prestigio per tale militare.

    L'imbarazzo non è del militare, ma è del governo, e per questa ragione Visco deve compiere un passo indietro, per non rendere insostenibile la posizione dell'esecutivo che già appare difficilissima.

    Il fatto che non si capisca che il contenzioso apertosi non è tanto con la magistratura, per la quale vale la presunzione di innocenza, ma con le forze armate, che meritano ben altro rispetto da quello mostrato finora, è segno della miopia politica e dell'arroganza di questa maggioranza, la quale, evidentemente, ritiene di poter disporre dei corpi dello Stato come più le aggrada. Dobbiamo dire che in questo modo si commette un errore grave, che non giova all'autorevolezza ed al prestigio della nostra Repubblica.

    Roma, 2 luglio 2007

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    Avviso di sfratto
    Se il "Corriere della Sera" giudica l'esecutivo un governo balneare

    Un corsivo di Dario Di Vico sul "Corriere della Sera", espressione della linea del quotidiano di Via Solferino, recita che "nella cronaca politica di questi giorni è difficile trovare traccia dell'esistenza di un esecutivo con una sua autorità e un'autonoma capacità di proposta". La ragione principale di questa affermazione deriva, secondo l'editorialista, dalla "presunta trattativa sulle pensioni", che nel suo prolungarsi ha fornito "una grottesca rappresentazione dell'inutilità della politica".

    Le contraddizioni che segnano gli stessi ministri nella loro azione sono tali, a parere del "Corriere", che il sindacato può permettersi di battere i pugni sul tavolo. E se pure il vicepremier D'Alema ha avuto il coraggio di sfidare la protervia dei sindacati, si osserva ancora che "il presidente del Consiglio non ha trovato nei cinque giorni successivi la forza di seguirlo". Ergo, per Dario Di Vico ed il "Corriere", l'attuale compagine ministeriale "assomiglia sempre di più ad un governo balneare". A nostro modesto avviso trattasi di un giudizio ancora moderato, perché sarebbe più facile pensare che non vi sia tanto una questione di rassomiglianza fra Palazzo Chigi ed un governo balneare, semmai una di stretta identità.

    In ogni caso l'affermazione resta come un preavviso di sfratto che viene dal principale quotidiano nazionale all'attuale esecutivo e al suo premier. Non siamo invece pienamente d'accordo con il "Corriere" quando ritiene questa situazione, ormai intollerabile, "un costo della politica". Perché il costo è interamente della politica del centrosinistra, che ha protratto un'alleanza senza vera comunanza di intenti e l'ha perseguita, nonostante l'esiguo margine di vantaggio avuto dal Paese nella campagna elettorale.

    Per questo pensiamo che se il Partito democratico avrà mai un senso, non lo mostrerà certo cercando di aggiornare una strategia di alleanze che ha già fallito, ma tentandone una nuova e più compatibile a misurarsi con le esigenze dell'Italia nei suoi rapporti con l'Europa. Ma per fare questo, il Pd dovrà anche inevitabilmente essere l'elemento di crisi dell'attuale governo. Stando alle buone intenzioni, invece, il Partito democratico dovrebbe accompagnare silente - o quasi - la decomposizione del centrosinistra. Si comprende come si alimentino le voci su senatori che, eletti nelle file dell'Unione, stanno pensando di passare armi e bagagli con l'opposizione. Già sono pochi coloro che accettano serenamente l'idea della morte. Di morire stupidamente, poi, non ha voglia nessuno.

    Roma, 5 luglio 2007

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