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  1. #591
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    Il filo logoro
    Sempre più deteriorati i rapporti all'interno della maggioranza

    "Il filo è sempre più logoro, anche se non si spezza formalmente": modo migliore di questo usato da Massimo Franco sul "Corriere", per descrivere la situazione politica, non c'è. Grazie al senatore a vita Cossiga e ad un senatore di An assente, il governo l'ha sfangata ancora una volta in Senato.



    Ma sul fatto che la situazione sia devastata irrimediabilmente, non c'è più dubbio per alcuno. Probabilmente non ne ha nemmeno Prodi, che pure sembra essersi legato al timone della nave come Ulisse quando dovette superare il canto delle sirene. Ma se Prodi ha libere le orecchie, al contrario dell'eroe di Omero può intendere chiaramente i commenti dei suoi ministri e dei leader della sua coalizione. E' vero che il segretario del Pd, Veltroni, è impegnato in una solenne difesa formale del premier, lodando l'operato fin qui condotto dal governo, eppure è proprio il Pd ad avere dato il via ad una deriva politica che costituisce la premessa del superamento dell'attuale governo.

    Prima Dini ha lasciato la Margherita per non entrare nel Pd; poi, di fronte all'ipotesi di un accordo sulla riforma elettorale fra Veltroni e Berlusconi, tutte le forze minori si sono ribellate, tranne Rifondazione, che si è invece rivoltata quando Prodi ha detto di voler difendere i minori dalle insidie della riforma elettorale.

    E' però anche vero che, alla frantumazione sempre più impetuosa della maggioranza - ora abbiamo anche la conferma del ministro Di Pietro che pure si era preoccupato di osservare una certa prudenza a riguardo * si accompagna uno scompaginamento dell'opposizione che può lasciare molti confusi. Eppure ciò testimonia - ha ragione Fini - che la situazione è in movimento, tanto che proprio il leader di An è andato a pranzo con Casini e Montezemolo. Evento interessante, certo, ma non tale da preoccupare più di tanto Berlusconi. Che sa, come ha detto Mastella, che nel caso di caduta del governo e di elezioni, vincerebbe anche da solo.

    Ed è probabile che la profezia sia azzeccata, visto che lo stesso presidente di Forza Italia insiste ad invocare il dialogo con Veltroni. Più della cosiddetta spallata, è il confronto con il leader del Pd a creare le peggiori magagne al governo, fra paure e sospetti.

    E lo stesso Veltroni (difenda pur Prodi quanto vuole) sa bene che non può aspettare il termine della legislatura se vuole dare vita alla Nuova Italia tanto promessa. Veltroni e Berlusconi si danno, per lo meno, degli obiettivi non a lungo termine. Tutti gli altri, anche di media grandezza, rischiano invece di saltare per aria.

    Per evitare questo, almeno per le forze e i soggetti che condividono la nostra stessa identità ideale e culturale, sarebbe importante passare all'iniziativa: proprio per provare a dotarci di dimensioni che ci consentano di affrontare una tempesta quale quella che si prepara. Solo se tutti i democratici ed i liberali saranno chiamati a raccolta intorno ad un programma e, mettendo da parte rivalità interne, decideranno di remare dalla stessa parte, si potrà sperare di salvare una tradizione che non vogliamo vedere di-strutta e ci batteremo perché non lo sia.

    Roma, 10 dicembre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  2. #592
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    Fini e dintorni
    Le contraddizioni della politica e la crisi del Paese

    Gianfranco Fini ha firmato - unico fra i leaders del centrodestra - il referendum sulla legge elettorale. Bisognerebbe ritenere, di conseguenza, che è favorevole ad un sistema tendenzialmente bipartitico, qual è appunto quello che uscirebbe dalle urne referendarie in caso di vittoria del "sì". E allora perché attaccare Berlusconi e una sua eventuale intesa con Walter Veltroni, intesa che avrebbe quale obiettivo proprio il rafforzamento dei due maggiori partiti?



    Non si può essere contemporaneamente in favore del referendum e contro una legge elettorale che muove nella stessa direzione del quesito sottoscritto.

    Una contraddizione analoga è quella dei prodiani che a loro volta hanno firmato in favore del referendum. Referendum che rappresenta, come è del tutto evidente e come molti leaders del centrosinistra non si stancano di ripetere, una mina vagante collocata sotto la poltrona di Romano Prodi. E, più ancora, un vero e proprio siluro diretto contro l'esperienza dell'Unione, che è stata sicuramente disastrosa ma che costituisce pur sempre la coalizione su cui si legittima il governo in carica.

    Sono solo due esempi, anche se particolarmente significativi, delle contraddizioni nelle quali si trovano invischiati alcuni tra i principali leaders politici italiani dopo la nascita del Partito democratico e l'annunciata costituzione del Partito della libertà da parte di Silvio Berlusconi. Piaccia o no, la prima segna l'atto di morte del governo Prodi, la seconda certifica la fine del centrodestra come si era modellato finora. Ma sono ancora in troppi a non prendere atto di quello che è sotto gli occhi di tutti. La stessa estrema minaccia di Gianfranco Fini - l'ostruzionismo parlamentare nei confronti di una legge elettorale favorevole ai due maggiori partiti - finisce per rivelarsi un'arma spuntata: l'impossibilità di portare a termine la riforma in Parlamento aprirebbe definitivamente la strada al referendum, e quindi proprio a quel sistema tendenzialmente bipartitico che Fini vuole bloccare (peraltro dopo averlo avallato con la sua firma).

    Ma anche Veltroni e Berlusconi, a loro volta, non riescono ad imprimere al processo riformatore quel colpo d'ala di cui si avrebbe bisogno.

    Impossibilitati a dar vita ad una grande alleanza sia per la loro storia politica sia per il reticolo di rapporti e di interessi di cui sono espressione, il primo resta prigioniero di una Unione ormai decotta oltre che delle sue innate cautele e non riesce a sbarazzarsi del morto - il governo Prodi - per far decollare il vivo (il Partito democratico).

    Il secondo è ancora lontano dal definire impostazione programmatica e regole di vita interna di quel Partito della libertà che rappresenta per ora più un annuncio che una realtà. Nel frattempo il Paese vive - o meglio sopravvive - in un limbo che sembra ormai l'anticamera dell'Inferno dantesco. Con un governo screditato nel Paese e privo di una maggioranza politica in Parlamento; un'economia che annaspa, sommersa sempre più da un carico fiscale crescente e da una spesa pubblica fuori controllo; una politica estera ambigua che ci isola dagli alleati tradizionali; un immobilismo che ci priva delle infrastrutture vitali ad uno stato moderno; una dipendenza energetica che è naturale conseguenza di scelte cervellotiche per un verso e delle fobie di Pecoraro Scanio per altro verso. Per non parlare dell'insicurezza che si è ormai impadronita della vita di tutti i giorni.

    In tali condizioni una classe dirigente degna di questo nome imboccherebbe la via maestra: elezioni immediate, con qualunque legge elettorale, per assicurare al Paese un governo per le emergenze immediate; convocazione su base proporzionale di un'assemblea per mettere a punto - in tempi brevi e con assoluta autonomia rispetto all'attività di governo * una nuova e più snella Costituzione in linea con i valori liberali che permeano le moderne società occidentali.

    Ma parliamo, naturalmente, di sogni. Perché la cosiddetta seconda Repubblica ha questo in sé di drammatico, che oltre a non essere mai nata neppure riesce a morire. E rischia di trascinare con sé, in una tragica sequenza da cupio dissolvi, un Paese che le precedenti generazioni ci avevano consegnato moderno e vitale.

    di Italico Santoro
    Roma, 10 dicembre 2007

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  3. #593
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    dalla voce di domani

    La solitudine operaia
    INVECE DEI RICCHI PIANGONO SOLO I LAVORATORI

    Anche i ricchi dovevano piangere. Almeno secondo lo slogan di un manifesto di Rifondazione che riesumava il vecchio odio di classe della sinistra marxista per festeggiare il suo ritorno al governo.
    Un bel programma, non c’è che dire, ma non si è avverato. Se ne saranno accorti dopo la manifestazione di Torino dedicata alle vittime della ThyssenKrupp. Piangevano i lavoratori, infatti. Soprattutto genitori e parenti degli operai morti in questo drammatico incidente. Non l’unico, però, visto che episodi del genere in questi due anni si sono susseguiti con un ritmo incalzante. E imbarazzante. Che non sia un destino cinico e baro lo testimonia la dichiarazione dello stesso presidente del Consiglio. Prodi ha accusato le imprese di non ottemperare alle necessarie norme di sicurezza sul posto del lavoro: in fretta e furia il Consiglio dei ministri ha varato un decreto ad hoc. Tardivo, considerando la quantità degli incidenti registrati. Evidentemente il governo, che pure con le imprese ha mantenuto un contatto continuo, non si è mai preoccupato delle condizioni in cui i lavoratori svolgono le loro occupazioni. Nelle tante trattative svolte con la famosa concertazione, mai un richiamo a proposito delle garanzie degli operai nei luoghi di lavoro. Probabilmente la sinistra al governo non si è resa conto delle leggi di mercato e di competizione che portano le imprese europee ed italiane ad un confronto con quelle dei paesi emergenti, in cui i lavoratori sono sfruttati in ogni senso. Non vogliamo essere protezionisti - come è giusto - ma il problema della concorrenza con chi pure ha un costo di lavoro minimo e condizioni ambientali improbe, andava in qualche modo esaminato. Ridurre le tasse alle imprese non è dunque soltanto evitare che i ricchi piangano, ma creare le premesse per consentire una politica di sicurezza che non viene fatta, o viene realizzata in modo insoddisfacente.
    E certo non aiuta vedere che, ad inchiesta della magistratura in corso, la ThyssenKrupp si sia sentita in dovere di mettere le mani avanti asserendo che tutte le regole per la sicurezza sono state rispettate. Nessuno crede che gli operai di Torino si siano suicidati e dunque, se non si è contravvenuto alle regole vigenti, queste non sono sufficienti. Un governo vicino agli operai ha il dovere di tenerne conto, un governo vicino al sindacato e che dialoga costantemente con lo stesso - la concertazione lo prevede - dovrebbe saperlo. Invece viene colto in contropiede dai troppi infortuni. Ciò significa che la concertazione non è stata utile ad evitarli e la rabbia operaia si è accanita non solo contro gli industriali ma anche contro i sindacati. L’onorevole Bertinotti ha parlato di “solitudine operaia”. E se gli operai si sentono soli, nonostante un governo di sinistra che parla con il sindacato, significa che la situazione è ancora più grave di quanto si pensi. Ed il fatto che la presenza di Bertinotti al corteo di Torino sia stata accolta con il commento “viene qui solo per farsi vedere”, la dice lunga sulla credibilità della sinistra presso quello che pure essa chiama, ormai retoricamente, “il suo popolo”.

  4. #594
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    Aprire la crisi
    Strumenti costituzionali per uscire dal pantano dell'attuale situazione

    Esiste solo un modo per uscire dal pantano dell'attuale situazione politica: l'apertura della crisi, nelle forme previste dalla Costituzione. Ogni altro tentativo è solo inutile e dannoso. E' dannoso perché alimenta la confusione, disarticola i già fragili equilibri in entrambi gli schieramenti, accentua il solco tra paese reale e quello legale, dando alimento alle pulsioni del ribellismo.



    Che cresce con il disincanto ed il triste spettacolo di una classe dirigente tutta rattrappita nella difesa del proprio status particolare, mentre la gente comune è alle prese con il crescente disordine della propria vita: dall'economia, alla sicurezza, alla mancanza di guida e all'assenza di prospettiva.

    Basterebbe questo per dire che occorre cambiare pagina rapidamente. Se non si vuole che la maionese impazzisca del tutto, rompendo quel filo sottile che lega ancora governanti e governati. Ma c'è di più. Ogni altro tentativo è inutile. Si possono disegnare scenari, puntare su sofisticati posizionamenti, in vista del dopo, strizzare l'occhio a questo o quel raggruppamento, cercare il sostegno improprio dei "padri della patria". Ma serve a poco: sono geometrie astratte ed inconcludenti, perché quando la crisi, inevitabilmente, si aprirà tutto quello che si è fatto in precedenza avrà scarso valore. Perché è nella crisi e solo da essa che nascono le risposte effettive.

    Questo è, almeno, l'insegnamento di quasi 60 anni di vita costituzionale. Essa è stata sempre costellata dal susseguirsi di grandi e piccole illusioni.

    Promesse elargite e poi non mantenute.

    Affidamenti dati e caduti un attimo prima della firma del decreto di nomina del nuovo Governo. Come non ricordare i mille aneddoti che hanno segnato la vita politica italiana?

    Nessun complotto, ai danni di chicchessia. Ma solo il prevalere di una logica complessa, che incide sul comportamento degli stessi protagonisti. Sugli attori politici. Ma soprattutto su quelli istituzionali. A partire dal Presidente della Repubblica che per l'occasione cessa di essere un semplice garante, per divenire il motore di questa fase. Colui che contribuisce a ricomporre un equilibrio politico in cui ciascuna forza politica è costretta a rivedere strategie e collocazioni. Se questo è lo scenario, come descritto dalla nostra Costituzione, ha senso ipotizzare, prima di quel punto di non ritorno, governi istituzionali o elezioni anticipate? Quei contatti preliminari sono importanti. Ma tutt'altro che risolutivi. Possono arare il terreno, ma il raccolto dipende da altri variabili, che nessuno è in grado di predeterminare.

    Si esca, quindi, da questa soluzione confusa. E si abbia fiducia nell'esistenza di regole costituzionali, che sono più forti di qualsiasi volontà politica. Specie in un momento in cui essa è frantumata ed incapace di ritrovare un orizzonte che consenta di riannodare i fili di un comune sentire. Se la politica fosse più forte delle istituzioni, come è avvenuto qualche volta in passato, non saremmo giunti a questo punto. E forse le condizioni più generali del Paese non sarebbero quel disastro che rischia di spezzare ogni speranza di futuro.

    di Gianfranco Polillo
    Roma, 12 dicembre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  5. #595
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    Una botta, due botte

    AUGUSTO MINZOLINI

    Gli occhialetti da Professore. Il tono accademico, a volte saccente. I discorsi taglienti che non lasciano margini a dubbi. Un anno e mezzo fa il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, era apparso nei panni della «new-entry» più autorevole del governo Prodi. Ma adesso, a dispetto dei titoli e dell’illustre passato in Bankitalia, nessuno, neanche gli amici, ha il coraggio di spezzare una lancia in suo favore. La prova che ha dato da ministro dell’Economia non è stata sfavillante. Anzi.

    Il suo nome già sei mesi fa era in bilico, appariva nell’elenco dei sacrificabili sull’altare di un ipotetico «rimpasto». Lo ha salvato lo stesso Romano Prodi introducendo un’equazione posta all’attenzione della maggioranza: «Sparare contro Padoa-Schioppa equivale a sparare contro di me». Nelle ultime settimane, però, per il ministro dell’Economia la situazione è di nuovo precipitata e il salvacondotto del presidente del Consiglio rischia di venire meno. Il Tar del Lazio e il consiglio di Stato gli hanno fatto rimangiare la rimozione del consigliere di amministrazione Rai, Angelo Maria Petroni. E ieri sulla sua testa si è abbattuta l’ennesima tegola: il Tar ha giudicato illegittima anche la destituzione del generale Roberto Speciale dal vertice della Guardia di Finanza. Il risultato è che ora al vertice della Rai c’è un consigliere di amministrazione in più e la Guardia di Finanza ha due comandanti generali. Per la prima volta nella storia del Paese è stata introdotta la figura del «doppione». Bisogna risalire al medioevo per trovare un Papa e un anti-Papa. Appunto, ci vuole l’ironia e una gran dose di comicità per coprire all’esterno (leggi New York Times) il dramma del Belpaese. Se un personaggio compassato come il repubblicano Giorgio La Malfa ieri nel dibattito alla Camera è arrivato a dire che il governo Prodi ha trattato nel «caso Speciale» i vertici della Guardia di Finanza con lo stesso rispetto delle prerogative, delle forme e la stessa sensibilità democratica che aveva Pinochet, si può ben dire che non siamo arrivati alla frutta, ma al caffè. E quando qualcuno nella maggioranza - come il capogruppo del Partito democratico, Antonello Soro - osserva che il personaggio Speciale non è quell’uomo specchiato che si vuole far credere e ricorda che usava gli aerei di Stato per andare in vacanza, c’è da dire che paradossalmente la figuraccia è doppia: Prodi e i suoi ministri sono stati umiliati da un personaggio alquanto «chiacchierato».

    Ma di strani tipi ne girano tanti di questi tempi attorno al governo: al pubblico ministero Luigi De Magistris è stata tolta l’inchiesta che ha fatto arrabbiare il Guardasigilli, facendolo apparire come un mezzo mitomane; Clementina Forleo, che ha mandato su tutte le furie il ministro degli Esteri, è stata giudicata incompatibile con la Procura di Milano descrivendola come una mezza folle; e i senatori del centro-sinistra che osano lasciare la maggioranza, se gli va bene, rischiano di passare per dei mezzi corrotti. Già, un «mezzo» per salvare un minimo di rispettabilità in questo Paese e un «mezzo» per salvare un ministro o l’intero governo. Solo che l’elenco comincia ad essere davvero lungo. Anche per Romano Prodi. E c’è il rischio che qualche italiano cominci davvero a credere che Silvio Berlusconi abbia ragione quando parla di «emergenza democratica». Per questo ci vuole prudenza. Quella prudenza per cui il governo ancora non ha deciso se ricorrere al Consiglio di Stato sulla sentenza del Tar: al di là delle elucubrazioni di Tps nessuno nell’esecutivo vuole prendere un’altra bastonata. Proprio ora che la pazienza dei vari Antonio Di Pietro, Clemente Mastella, Lamberto Dini si sta esaurendo. Solo che schiavo dei propri errori il ministro dell’Economia sarà costretto a farlo: intanto per arrivare a primavera quando il generale. Speciale andrà in pensione risolvendo così l’imbarazzante questione del «doppione» al vertice della Guardia di Finanza. E poi per presentarsi non a mani vuote al Senato, dove l’opposizione gli sta preparando già la mozione di sfiducia. Il copione è già scritto. Il Professore continuerà a ripetere «resistere, resistere, resistere». E si meriterà il miglior complimento che può ricevere dal Cavaliere: «Ogni giorno riceve una botta ma riesce a sopravvivere: significa che questo Prodi ha proprio le palle».

    tratto da http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tm...ione=&sezione=

  6. #596
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    Speciale: "Mi sono dimesso"
    Padoa-Schioppa vede Prodi

    di Redazione - lunedì 17 dicembre 2007, 11:41

    Roma - È terminato dopo quasi due ore l’incontro tra il presidente del consiglio, Romano Prodi, e il ministro del Tesoro, Tommaso Padoa-Schioppa. Secondo quanto spiegato ieri da Prodi, l’incontro è servito a stabilire i termini del ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar che ha dato ragione all’ex comandante della guardia di finanza, generale Roberto Speciale.

    Speciale: "Mi sono dimesso" Il generale Roberto Speciale si è dimesso dall’incarico di comandante della guardia di finanza, con una lettera inviata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Sabato il Tar aveva accolto il ricorso del generale Speciale contro la rimozione dall’incarico decisa dal governo. A dare la notizia delle dimissioni è stato lo stesso Speciale, con una telefonata all’Ansa.

    La lettera "Ho rassegnato le definitive ed irrevocabili dimissioni dal comando generale della guardia di finanza direttamente al capo dello Stato, che è al di sopra del governo, rappresenta la Nazione ed è il capo delle Forze Armate, nell’interesse della guardia di finanza, del Paese, e perché non intendo più collaborare al servizio di questo governo" dice Speciale. "Sei mesi fa - ricorda il generale - ho rifiutato il prestigioso incarico di consigliere alla Corte dei Conti e oggi rifiuto il comando generale della guardia di finanza nel quale ero stato reintegrato a pieno titolo con la sentenza del Tar. L’unica vera finalità del mio ricorso era quella di avere restituito l’onore di cui ero stato spogliato in maniera inaccettabile e ingiusta. Questo riscatto vale più di qualunque somma di danaro. Non mi aspetto senso di gratitudine, questo è l’ultimo atto da militare".

    tratto da http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=228289

  7. #597
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    Giorgio La Malfa sulla informativa urgente del governo dedicata al caso Speciale
    Se si rischia il caos istituzionale

    Informativa urgente del Governo sul caso del generale Roberto Speciale, sabato 15 dicembre 2007.

    di Giorgio La Malfa

    Signor Presidente, svolgo tre brevissime considerazioni. In primo luogo, mi rivolgo a lei, signor Presidente: quando il Governo, richiesto dal Parlamento (e da lei per conto del Parlamento) di rendere un'informativa, non è nelle condizioni di farlo, deve comunicare che non è nelle condizioni di farlo e presentarsi quando lo è. Infatti, se non è nelle condizioni di farlo, questo è un elemento di giudizio politico sul Governo. Il Governo non può affermare che non è nelle condizioni di rendere l'informativa, ma che almeno è presente. Questa è la prima osservazione. La pregherei dunque, signor Presidente - non so se ciò sia tecnicamente possibile - di sospendere lo svolgimento dell'informativa e di convocare il Governo quando esso, con suo comodo, avrà studiato gli elementi.

    In secondo luogo, quando il Governo riceve una bocciatura dalla magistratura, se ritiene di aver adottato un buon provvedimento, non ha dubbi o esitazioni a ricorrere alla magistratura superiore. Se, dunque, il Governo avesse avuto le carte in regola, mi sarei aspettato che esso dichiarasse di aver già provveduto a depositare ricorso presso il Consiglio di Stato. Se non lo avete fatto, è perché siete divisi e sapete di aver commesso uno o più errori e di non avere, quindi, le carte in regola per un ricorso: perché chi ha la coscienza a posto, fa ricorso. Voi dite, invece, che dovete pensarci.

    Certamente dovete pensarci: e sapete perché? Perché, onorevoli colleghi, avete fatto una cosa gravissima.

    I colleghi della maggioranza - e giungo così alla terza osservazione - utilizzano infatti con leggerezza (mi si consenta di dirlo) il termine fiducia: il capo della Guardia di Finanza, signor Ministro, non si sceglie in base ad un rapporto di fiducia con l'Esecutivo! Non siamo nel regime di Pinochet: il capo della Guardia di finanza, il capo dei Carabinieri, il capo dell'Esercito, si scelgono perché, al termine di un'onorata carriera, sono nelle condizioni di svolgere il loro mestiere. Non debbono essere i vostri servitori: è questo il problema che voi dovete affrontare! Non esiste alcun rapporto di fiducia, dunque, e nell'affermare il contrario, onorevoli colleghi, fate fare un passo indietro molto grave alle istituzioni del nostro Paese.

    tratto da http://www.pri.it/17%20Dicembre%2020...forGoverno.htm

  8. #598
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    Nucara: Speciale, scelta che dimostra dignità

    Il Segretario del PRI Francesco Nucara, da Israele , dove si trova in visita ufficiale con la delegazione del partito, ha commentato le dimissioni del comandante della Guardia di Finanza Roberto Speciale: "E' una scelta che dimostra quella dignità che non ha avuto il Governo che lo aveva precedentemente destituito".

    tratto da http://www.pri.it/17%20Dicembre%2020...cialiDimis.htm

  9. #599
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    Crollo di immagine
    Padoa-Schioppa tra iniziative sbagliate e programmi disattesi

    Abbiamo grande stima nei confronti del professor Tommaso Padoa-Schioppa. La sua attività in Banca d'Italia, il suo ruolo nel comitato esecutivo della Bce, la sua permanenza ai vertici di importanti istituzioni internazionali ne fanno una personalità di spicco nell'opaco mondo dell'Italia di oggi.



    Ci guarderemo bene perciò dall'accodarci al coro di quanti, dopo la sentenza pronunciata dal Tar del Lazio sul caso Speciale, ne chiedono le dimissioni da Ministro dell'Economia. E neppure gli diciamo - come fa Giuseppe Caldarola, che pure appartiene al suo stesso schieramento politico - che quelle dimissioni noi, al suo posto, le avremmo date. Anche perché, sarà bene ricordarlo, la decisione di rimuovere il generale Speciale dal comando della Guardia di Finanza non fu assunta dal solo Padoa-Schioppa ma dall'intero Consiglio dei Ministri.

    Detto questo, e con tutta la stima che continuiamo a nutrire nei confronti del Ministro dell'Economia, non possiamo non rilevare che la situazione si è fatta davvero imbarazzante. Prima viene rimosso dal Consiglio di Amministrazione della Rai Angelo Maria Petroni, puntualmente reintegrato nelle sue funzioni dalla magistratura amministrativa; poi viene destituito il generale Roberto Speciale, e ancora una volta la stessa magistratura ne dispone il reintegro. Le ultime notizie ci dicono che nella mattina di ieri Speciale si è dimesso con una lettera inviata a Napolitano.

    Ma, al di là di quelle che sono le decisioni del generale, c'è quanto meno, nella gestione del dicastero dell'Economia, una certa disinvolta superficialità che mira a raggiungere obiettivi politici senza il rispetto delle forme e delle procedure. Che, come si sa, in democrazia sono essenziali. Sono "sostanza". E se un infortunio è comprensibile, due cominciano francamente ad essere troppi.

    Noi parliamo del dicastero dell'Economia. Ma siamo poi certi che la responsabilità - o la disinvolta superficialità - siano confinate al palazzo di via XX Settembre? E che non investono invece - se non altro per la rilevanza dei casi in di-scussione - in primo luogo Palazzo Chigi? Che non siano l'ennesima conferma dell'inadeguatezza di questo governo, incapace di far fronte ai problemi del paese quanto settario nelle decisioni che assume?

    Per concludere vorremmo rivolgere una domanda al Ministro dell'Economia. Gli infortuni procedurali si sommano ad una gestione della politica economica ineccepibile nelle sue enunciazioni generiche, negli obiettivi prefissati, negli strumenti individuati. Peccato però che le enunciazioni, gli obiettivi, gli strumenti restano poi sulla carta. Perché la maggioranza di cui il professor Padoa-Schioppa è ostaggio ha tutt'altre priorità e assume puntualmente decisioni di tutt'altro segno. Vale la pena allora che un uomo di spicco come lui - e qui ha ragione Caldarola - assista imperturbabile al suo "crollo di immagine", che priva oltre tutto il paese di una potenziale risorsa, da utilizzare per il suo prestigio sul contesto internazionale?

    Roma, 17 dicembre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  10. #600
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    Berlusconi e Veltroni trovino la soluzione
    Come si esce dai problemi del Paese

    L’Italia è entrata in una lunga fase di declino dall’inizio degli anni 90, così come più volte ha affermato il governatore Draghi e confermato recentemente anche De Rita. Ed, alcuni dicono che il rischio è di passare dal declino al degrado. Ora, se questo è il punto, la prima domanda che dobbiamo porci è: servono le elezioni? La seconda è: serve la riforma elettorale? Qualcuno può pensare che, se i problemi sono quelli di un Paese che è in rapido declino, la risposta che l’Italia da è una nuova legge elettorale da applicarsi subito dopo o fra un anno o due anni, magari accompagnata da una riforma costituzionale da applicarsi fra tre quattro anni? Abbiamo 3-4 anni?

    L’Italia può permettersi 3-4 anni di tempo prima di darsi una risposta di governo? Secondo noi, no.
    Allora se questo è il problema l’incontro tra Veltroni e Berlusconi è positivo nella misura in cui segnali una comprensione, da parte dei leader dei maggiori partiti, della situazione dei problemi italiani, altro che riforma elettorale, vadano ad un accordo di natura sostanziale su come si esce dai problemi del Paese.
    Che non sia possibile avere delle coalizioni così contraddittorie lo hanno detto sia Veltroni, sia Berlusconi. La sostanza è che l’alternanza tra i due poli, così come sono stati costruiti dalla legge Mattarella e poi dalla legge Calderoli, ha reso ingovernabile il Paese.
    Abbiamo delle alternative? L’alternativa è forse cercare di mettere insieme le grandi forze politiche. Perché noi dobbiamo ricordarci che se è parzialmente fallita l’esperienza di governo del centrodestra e, se è totalmente fallita quella del centro sinistra, forse dobbiamo cercare una strada comune che eviti le elezioni.
    Ci sarà, si può dire, un prezzo che paga il centro sinistra ed uno che paga il centro destra.
    Il centro sinistra deve pagare il prezzo di rinunciare al governo Prodi, il centro destra deve pagare il prezzo che non può chiedere le elezioni domani mattina. Quindi poiché ciascuno dei due esponenti politici dovrebbe pagare un prezzo questa è una posizione ragionevole.

    Per quanto riguarda le forze politiche minori, esse devono rendersi conto che, se “si metteranno di traverso” e pertanto non si riescono a fare gli accordi è si va al voto, magari per evitare il referendum, Veltroni e Berlusconi diranno: siamo costretti ad andare alle elezioni perché ci hanno rotto le scatole i piccoli partiti e, faranno man bassa dei voti l’uno a destra e l’altro a sinistra. Questo può avvenire se i piccoli partiti non prendono insieme un atteggiamento costruttivo, dicendo è bene che i due più grandi partiti che abbiamo attualmente nel parlamento italiano, si incontrino, non per la legge elettorale, ma per dare finalmente una soluzione politica ai problemi del degrado del Paese, e i piccoli partiti che, in quanto tali possono dire di avere minori responsabilità per la situazione in cui si trova l’Italia, possono prendere una posizione comune di sorvegliare che l’incontro tra le due forze politiche parta dall’interesse del Paese. Esse svolgeranno quindi un ruolo positivo e propositivo nell’interesse nazionale e non delle singole botteghe, caso contrario se daranno l’impressione di essere solo d’intralcio, col tempo verranno spazzate via.

    PRITREVISO

    tratto da http://it.groups.yahoo.com/group/Repubblicani/

 

 
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