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  1. #601

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    Durare ad ogni costo
    La permanenza del governo e i rischi che corre il Paese

    Immaginiamo in queste ore la soddisfazione del portavoce della presidenza del Consiglio, Silvio Sircana, nel preparare i panettoni natalizi da imbustare con l'allegro bigliettino: "e due!". E, visto che siamo a stretto giro festivo e ci sentiamo buoni, dobbiamo prendere atto della capacità di Prodi di essere rimasto in sella anche in occasioni così travagliate, evitando una caduta clamorosa e cruenta.



    Si tratta di una dimostrazione di una certa navigata esperienza e capacità che merita il nostro, e non solo, riconoscimento.

    E quindi le spallate non si sono rivelate tali e semmai hanno rafforzato la tempra del presidente del Consiglio e del resto questo lo diciamo da ottobre dell'anno scorso. Poi ci sono però le dolenti note: nell'ultimo voto in Senato, la maggioranza non c'è più. Lo dicono le posizioni espresse da Fisichella e da Dini, i malumori della sinistra, coperti solo dal voto di fiducia e dal sostegno militante al governo dei senatori a vita. E questa prassi della fiducia non è apprezzata dal Capo dello Stato che dall'alto della sua sensibilità istituzionale non può fare a meno di sottolineare come la strozzatura del dibattito comporti la mortificazione del Parlamento.

    Può essere che il timore di una crisi al buio o la deriva delle elezioni anticipate costringano il Paese a continuare in una situazione tanto anomala e deleteria. Così come può essere che il dialogo fra Berlusconi e Veltroni offra una cintura di salvataggio ai disperati costretti a stare aggrappati al governo per non venire inghiottiti dai marosi. Difatti le manovre e le resistenze a questo dialogo che si incontrano ogni giorno sono indicative dello stato di precarietà in cui ci troviamo. Perché se, come dice il senatore Salvi, questo matrimonio "non s'ha da fare" - in quanto fa venire meno la sacra barriera ideologica fra destra e sinistra, e magari anche l'idea del "nemico" contro cui tutti si devono coalizzare - resta da chiedersi quale soluzione alternativa occorra perseguire.

    Abbiamo dei dubbi che, nonostante le eccezionali capacità di sopravvivenza dimostrate, lo stesso Prodi non sia ampiamente consapevole del fatto che così non può tirare a campare ancora a lungo, anche considerando che il paese rischia di tirare le cuoia. Abbiamo rincari degli alimentari di base, dal pane alla pasta, agli ortofrutticoli. Il costo della benzina più alto d'Europa. Il 51% degli italiani che non è più in grado di mettere risparmi da parte: il che significa intaccare un fondamentale della ricchezza del Paese.

    E queste sono solo le condizioni immediate che si registrano nella giornata di giovedì 21 dicembre, senza andare a scartabellare più di tanto moniti e documenti internazionali dall'Unione Europea - che ci riprende ormai ogni settimana - o gli studi del Censis che diventano la base perché grandi quotidiani internazionali, il "Washinghton Post", ad esempio, si facciano beffe dell'Italia.

    Ci dica il senatore Salvi quale ricetta possa rappresentare, a suo giudizio, una svolta per il paese. Perché non vogliamo credere che un progressista come lui sia ridotto a sperare nell'autoconservazione di un governo che a soli due anni dalla nascita appare tanto vecchio da aver bloccato l'Italia. E non è un modo di dire, visto che del nuovo anno conosciamo solo la data della serrata dei trasporti.

    Roma, 21 dicembre 2007

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

  3. #603
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    Legge elettorale: c’è l’opzione tre, l’asse nella manica di Walter e Silvio

    di Carlo Puca e Mario Sechi

    Chiamatela “opzione tre”. È sul tavolo di Silvio Berlusconi e Walter Veltroni e sta velocemente risalendo la classifica delle possibili soluzioni al rebus della riforma elettorale. Soprattutto se al vertice di maggioranza del 10 gennaio 2008 dovesse mancare l’accordo tra i nanetti e il Partito democratico (opzione uno). E se il referendum elettorale dovesse fallire o portare alla crisi di governo (opzione due).
    A questo punto, l’opzione tre è la soluzione finale. Negata ufficialmente dai leader, è custodita nella borsa diplomatica degli “inviati” che stanno discutendo la riforma: un governo di larghe intese sostenuto da Forza Italia e Pd e “aperto a chi ci sta a cambiare le regole” spiegano fonti bipartisan. I numeri, i freddi numeri, sono sempre il miglior argomento per concretizzare un’idea. Alla Camera azzurri e democratici contano 329 deputati su 630; al Senato i calcoli sono più complessi, ma il risultato non cambia, il totale fa 176 su 315: la maggioranza c’è grazie a partiti e senatori satellite.
    Ma questa sarebbe interpretata come un’iniziativa unilaterale, mentre il Quirinale auspica da sempre il multilateralismo. Emanuele Macaluso, da una vita vicino al capo dello Stato, spiega a Panorama: “Sono convinto che l’unica soluzione possibile, e a mio avviso auspicabile, sia un governo istituzionale, non promosso solo da FI e Pd”. Perché? “Perché avrebbe contro non solo il pezzo del Pd riferibile all’attuale presidente del Consiglio, ma anche altre forze. Invece un governo presieduto da una persona che ha consenso ed è gradita ai due schieramenti, un esecutivo a cui non devono fare riferimento solo i due partiti, può arbitrare le riforme”.
    E la data delle elezioni? “Bisognerebbe fissarla dopo aver riscritto la legge elettorale e alcune piccole riforme costituzionali e regolamentari, queste ultime forse più importanti di tutte le altre” chiude Macaluso.
    Ma fuori dai partiti maggiori chi potrebbe caricarsi sulle spalle il peso di dare una mano all’impresa? Rifondazione comunista. Fausto Bertinotti non ha mai nascosto la possibilità del governo istituzionale come soluzione di una crisi. E Rifondazione ha anche bisogno di una svolta che faciliti la nascita della Cosa rossa. Sia chiaro però, dicono a Panorama fonti qualificate del Prc, “si tratterebbe di un appoggio esterno”.
    Poi c’è la Lega di Umberto Bossi. Vuol mantenere le sue roccheforti al Nord e conquistare una riforma che salvi i partiti regionali o macroregionali come il Carroccio.
    An e Udc non potrebbero stare a guardare, devono tutelare i propri interessi elettorali e comunque, dice il vicepresidente centrista del Senato Mario Baccini, “le larghe intese sono un’ipotesi che va bene se serve a fare le riforme, risanare il Paese e portarlo fuori dalle nebbie. Così diventa una strada doverosa da percorrere”.
    Baccini pone traguardi difficili, eppure meno ambiziosi di quelli a cui fa esplicito riferimento un politico equilibrato come Giorgio La Malfa: “Meglio se l’accordo venisse raggiunto presto, per farlo destra e sinistra dovrebbero ciascuna sacrificare una cosa”. Che cosa? “La sinistra il governo Prodi e la destra la richiesta di tornare alle urne subito. Se questo avvenisse, avremmo 3 anni da qui al 2011 per lavorare nell’interesse del Paese”.
    Un’alleanza larga e pure di legislatura appare francamente remota, ma certo non è casuale che la discussione sull’opzione tre stia prendendo il largo proprio nel momento in cui emergono gli ostacoli al dialogo tra Veltroni e Berlusconi.

    Le resistenze degli alleati, piccoli interessi di parte e oscure manovre intorno alla Corte costituzionale (ancora priva del plenum), per farle respingere il referendum, alimentano lo scetticismo sul tentativo “veltrusconiano”.
    Così, dopo il primo atto recitato in chiave idealista, potrebbe arrivare il secondo interpretato sul canovaccio realista.
    Chi sono i realisti? Quelli che vogliono “senza se e senza ma” far valere i rapporti di forza dentro le coalizioni, per scomporre e ricomporre il quadro politico italiano. È chiaro infatti che Veltroni e Berlusconi si stanno giocando, se non tutto il patrimonio politico, certamente parecchio in termini di proiezione nel futuro. Né il primo né il secondo possono permettersi di uscire azzoppati dalla trattativa. Soprattutto se saranno i cespugli dell’orto botanico unionista a dettare l’agenda. Le leadership dei grandi ne uscirebbero a pezzi.

    Dunque, se tutto va male, se nani e nanetti fanno la faccia feroce, se la Consulta si fa intimorire e il referendum va a carte quarantotto, cosa può restare alla strana coppia del dialogo? L’opzione tre.
    “Se il referendum non fosse più in campo, e io farò di tutto affinché lo sia, è chiaro comunque che la possibilità di andare al voto è remota” dice a Panorama Giovanni Guzzetta, presidente del comitato promotore del referendum. “Al punto in cui siamo però è evidente che lo schema classico di coalizione così come l’abbiamo conosciuto finora è saltato. C’è un incentivo a fare una riforma che disegna un sistema bipartitico e per arrivarci la soluzione più logica è quella del governo tecnico-istituzionale”.
    È ancora presto per veder fiorire dalle labbra dei protagonisti, Berlusconi e Veltroni, una simile ventura. Ma più girano le lancette dell’orologio costituzionale, più cresce l’esigenza di prendere in considerazione la soluzione finale, gradita a molti, dentro e fuori dalle Camere. Dentro il Parlamento, da Lamberto Dini a Giulio Andreotti e a tanti altri, mentre cresce l’insofferenza veltroniana per i grandi ricatti dei piccoli partiti (”A volte vedo richieste infantili di chi dice o facciamo così o…”, si lamenta il leader democratico). E fuori dal palazzo?
    Qui l’opzione tre non è vista come una speranza ma come l’ultima possibilità per il cambio di passo dell’Italia. La chiedono gli industriali, il mondo della ricerca e della scuola, le istituzioni finanziarie globali preoccupate per la stabilità dell’area euro, minacciata seriamente da un Paese incapace di decidere e fanalino di coda della crescita europea.
    Troppi hanno dimenticato che fu il quotidiano della City, il Financial Times, a proporre per l’Italia la große Koalition. E nessuno sembra curarsi dell’immagine disastrosa dell’ex Belpaese (vedere l’articolo del New York Times sull’Italia depressa e le ultime statistiche dell’Eurobarometro sul pessimismo degli italiani proiettato sul 2008, il dato peggiore d’Europa).
    Un grand commis di Palazzo Chigi commenta: “Il governo è la linea del Piave di chi non vuole l’accordo tra Berlusconi e Veltroni. Siamo ormai all’accanimento terapeutico e ben al di là del grottesco. Se naufraga tutto, il governo di larghe intese è l’ultima speranza. Ma ci vuole grande coraggio, più da parte di Veltroni che di Berlusconi”.
    Perché Veltroni ha bisogno di farsi coraggio? Perché non manovra la truppa parlamentare e Massimo D’Alema sta cercando di dettare le sue regole di ingaggio nel Partito democratico. Basta osservare le mosse dei “gemelli diversi”.
    Walter lancia i circoli all’americana e dunque un modello di partito leggero? Max rilancia sul congresso e sulle tessere, come a dire che i dalemiani si ribellano all’idea del partito carismatico e vogliono contarsi. Partito pesante. I gruppi parlamentari sono di fatto governati dagli uomini del ministro degli Esteri, la capogruppo del Senato Anna Finocchiaro è una star dalemiana. E i ministri diessini sono più dalemiani di D’Alema.
    Gli ottimisti dicono: c’è sempre la strada del referendum. Ammesso che la Consulta dia il via libera, resta il problema della “maionese impazzita”. Ovvero il momento in cui i piccoli partiti decideranno che è meglio staccare la spina a Prodi piuttosto che farsi esiliare nel limbo dell’inutilità. Gli ottimisti, sempre loro, aggiungono: a quel punto si vota. Sbagliato. I piccoli partiti sperano di poter dettare l’agenda della crisi, facendosi forti del fatto che le elezioni anticipate sarebbero remote. Proprio qui torna in campo l’opzione tre.
    A Veltroni e Berlusconi conviene trovare un accordo tra Pd e Forza Italia o lasciare il campo libero agli strepiti dei micropartiti? È un rebus a soluzione certa. Il Quirinale, già fautore del dialogo, da sempre richiama le sue prerogative costituzionali: per tornare al voto deve mancare una maggioranza nelle Camere. E una maggioranza può ricostituirsi in vari modi: una riedizione pentapartitocratica, da Prima repubblica, oppure un governo di grande coalizione ispirato da Partito democratico e Forza Italia, cioè la soluzione di cui nessuno parla ufficialmente, la carsica opzione tre.
    A Veltroni servirà dunque coraggio, perché se Gianni Letta, eminenza grigia di Silvio Berlusconi, può parlare liberamente della necessità di “una vasta coalizione per le riforme”, altrettanto non può permettersi l’omologo veltroniano Goffredo Bettini. Il suo leader però dà incoraggianti segni di impazienza. Come quando ribadisce che “il Pd può correre da solo alle elezioni”.
    Walter Veltroni e Romano Prodi, leader del Pd e presidente del Consiglio
    Nel frattempo, fra i veltroniani, il coraggio non manca a Peppino Caldarola, che a Panorama spiega: “Quella delle larghe intese è l’unica possibilità per tirare fuori il Paese dal disastro. Il rifiuto di raggiungere un accordo utile a tutti porta l’Italia al collasso. Le forze maggiori hanno quindi il dovere di evitarlo, raggiungendo un accordo che riguardi anche la possibilità di far nascere un governo sostenuto da entrambi”.
    Caldarola, da cronista di razza, coglie la direzione del vento politico e si spinge oltre: “Un ulteriore passaggio può essere addirittura quello di una campagna elettorale in cui le due forze maggiori propongono agli elettori un governo di tregua”. E questa sarebbe l’opzione quattro.

    tratto da http://blog.panorama.it/italia/2007/...lter-e-silvio/

  4. #604

  5. #605
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  6. #606
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    Predefinito Nota politica del PRI

    La nota politica


    Dopo le dichiarazioni di Dini

    Governo in angolo: le dimissioni atto di responsabilità politica

    Bisogna dare atto al senatore Lamberto Dini di essersi comportato con grande correttezza. Dopo aver votato, per senso di responsabilità, una legge finanziaria messa a punto dalla maggioranza di cui fa parte ma della quale non condivideva molti e qualificanti aspetti, ha tratto ora * a bocce ferme - le conseguenze politiche.

    Il governo Prodi * è questo il messaggio dell'ex premier * non solo ha esaurito la sua funzione; rappresenta ormai un danno per il paese, sottoposto com'è alle pressioni e al condizionamento della sinistra comunista e radicale. Serve quindi una svolta, servono un'altra maggioranza e un altro esecutivo.

    Le dichiarazioni del senatore Dini giungono nello stesso giorno in cui fonti ufficiose (ma non per questo meno significative) del Fondo Monetario Internazionale giudicano la manovra del governo sul welfare "poco coraggiosa" rispetto all'esigenza di risanamento dei conti pubblici. Una bocciatura che si somma a quella appena formulata dall'opinione pubblica interna, che solo in misura ridottissima * un italiano su quattro * esprime un giudizio favorevole nei confronti dell'esecutivo guidato da Romano Prodi. Con una perdita di ben quindici punti rispetto all'inizio del 2007, quando peraltro le valutazioni positive erano già fortemente minoritarie (poco più del quarantuno per cento).

    Bisogna poi aggiungere che se la manovra finanziaria è poco coraggiosa rispetto alle esigenze di risanamento dei conti, è drammaticamente sbagliata nei confronti di una politica di sviluppo come quella di cui il paese avrebbe bisogno.

    "L'imprevisto aumento di entrate fiscali….. * ha scritto Michele Salvati sull'inserto economico del "Corriere della Sera" * è stato usato …per una miriade di aumenti di spesa e per poche riduzioni selettive di imposte"; con la conseguenza di "un ulteriore aumento della spesa pubblica e una pressione fiscale che quasi è tornata ai massimi del ‘97". Il contrario, insomma, di quello che sarebbe necessario per imprimere una spinta al sistema produttivo e favorirne la crescita.

    D'altro canto queste politiche erano insite nel Dna dell'Unione. La miscela esplosiva tra assistenzialismo mastelliano (e non solo) per un verso e spinta egualitaristica e demagogica della sinistra radicale per altro verso non poteva che portare a queste conseguenze.

    Ora il governo è in un angolo. In Senato la maggioranza politica * e probabilmente anche quella numerica * non esistono più. Nel paese l'insofferenza verso Prodi e il suo esecutivo, come si è detto, hanno raggiunto livelli insostenibili. La sopravvivenza di questa maggioranza * prima che improbabile * è diventata pericolosa. L'esperienza dell'Unione è decotta e decotto è il governo in cui essa si è espressa. Per ora non resta che staccare la spina, a prescindere anche dal dibattito sulle soluzioni alternative. Ogni giorno di sopravvivenza di questo governo è un lusso che il paese non può consentirsi. E non prenderne atto sarebbe solo una dimostrazione di scarso senso di responsabilità politica.

    Roma, 27 dicembre 2007

    http://www.pri.it/html/Home%20pri.html
    omar proietti

  7. #607
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    Dini/Dichiarazione di Nucara

    Dagli Stati Uniti, dove ha in programma importanti incontri politici, il segretario del Pri Francesco Nucara ha così commentato le dichiarazioni del senatore Lamberto Dini: "E' fin troppo evidente che sono venuti definitivamente meno i presupposti politici su cui si regge l'attuale maggioranza. C'è da sperare che si faccia chiarezza al più presto e che anche il Partito democratico – sottraendosi all'abbraccio asfissiante di Prodi e del suo governo – assuma un'iniziativa politica per dare uno sbocco positivo alla crisi del Paese".

    tratto da http://www.pri.it/27%20Dicembre%202007/NucDini.htm

  8. #608
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    Dini, ultimatum al governo in sette punti

    di Redazione - lunedì 31 dicembre 2007 - Roma - L’aveva promesso, l’ha fatto. Un programma in sette punti da «prendere o lasciare». Lamberto Dini detta l’agenda dei prossimi sei mesi: a Prodi od a qualunque altro governo pronto ad adottarla. Taglio del 5% dei dipendenti pubblici, riduzione (predefinita) del prelievo fiscale), abolizione delle province, più qualità scolastica, meno politica nella Sanità, infrastrutture al Sud, riduzione dei tempi della giustizia. «Non rinnoveremo - scrive il leader dei Liberaldemocratici al Corriere - la fiducia ad un governo che non volesse seriamente impegnarsi per il rilancio del Paese». E confermano di non votare per Prodi i senatori Del Pennino e Saro, indicati da Manzione come suoi potenziali sostenitori.

    I suoi sette punti di programma vengono accolti con ostilità dalla maggioranza (soprattutto l’ala estrema), con favore dell’opposizione, con freddezza dal premier. Secondo Romano Prodi, si tratta di «spunti di riflessione, suggerimenti di cui terremo conto. Ma non è che una verifica al giorno tolga i problemi di torno». Smorza anche il ministro Bersani: «Si tratta di proposte che si possono approfondire, non di un ultimatum».

    Più scettico il più «prodiano» dei parlamentari del pd. Per Franco Monaco, se quelli di Dini non sono «pretesti» se ne può discutere; a condizione che non servano per «coprire» una scelta precostituita. Vale a dire, far cadere il governo. Secondo Pecoraro Scanio, invece, è il metodo del «diktat» che non è accettabile. Titti Di Salvo, capogruppo di Sinistra democratica alla Camera, domanda: a quale titolo Dini dà i sei mesi al governo? La risposta sembra fornirla Marco Rizzo, coordinatore dei Comunisti italiani: «Le posizioni di Dini sono degne di Berlusconi. Se la sinistra le accoglie, tanto vale iscriversi a Forza Italia».

    E proprio dal coordinatore azzurro Sandro Bondi arrivano parole di apprezzamento per il programma dei Liberaldemocratici. «I punti del programma sono punti di buon senso, ragionevoli e sarebbero utili e necessari al nostro Paese». Ma chiosa: proprio per queste ragioni difficilmente potranno essere accolti da Prodi. Anche Pionati dell’Udc rileva come Dini indichi «problemi seri che devono essere affrontati in tempi rapidi e risolti con chiarezza e coerenza». Scettico, invece, Gianfranco Rotondi (Dca): il programma di Dini è «una farsa» che rafforzare Prodi.

    Tratto da http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=230847

  9. #609
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    Nucara e La Malfa: Apprezzamento per il messaggio del Capo dello Stato

    Il segretario del Pri Francesco Nucara e il capogruppo alla Camera Giorgio La Malfa hanno commentato con una nota il messaggio di fine anno del Capo dello Stato:

    "I repubblicani esprimono il loro pieno apprezzamento per la sobrietà, la coincisione, i toni e soprattutto, la consapevolezza dell'esigenza di aprire una fase nuova nella vita del paese, contenuti nel discorso del Capo dello Stato".

    tratto da http://www.pri.it/2%20Gennaio%202008...zCapoStato.htm

  10. #610
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    La sfiducia degli italiani
    Il Paese va declinando, il 2008 si apre in salita

    Malgrado il comprensibile ottimismo di Romano Prodi, per il nuovo anno il cammino dell'Italia si presenta in salita. Nelle ultime settimane del 2007 le cattive notizie si sono, per così dire, sovrapposte l'una all'altra. Il rapporto annuale del Censis ha parlato di "paese-poltiglia". Tre prestigiosi quotidiani anglosassoni - due americani, il "New York Times" e il "Wall Street Journal", uno inglese, il "Times" - hanno descritto un'Italia in piena crisi. "I giorni di gloria sono finiti, ha scritto il "Times", l'Italia è di fronte a un futuro di vecchiaia e povertà". E se anche queste analisi non dovessero essere fondate, sarebbero quanto meno il sintomo di un preoccupante isolamento internazionale.



    Poi sono giunti i dati Eurostat. A colpire più di tutti è stato il "sorpasso" spagnolo, che peraltro Prodi contesta: dopo un lungo inseguimento, nel 2006 i cugini iberici ci avrebbero superato per reddito pro-capite e perfino la Grecia comincerebbe ad insidiare le nostre posizioni. Ma dovrebbe preoccupare ben di più il crescente divario che ci separa dagli altri grandi paesi dell'Unione Europea. Fatta cento la media Ue, il nostro indice è pari a 103, lontanissimo da quello di Francia (111) e Germania (114), per non parlare della Gran Bretagna (118). E pensare che ancora a metà degli anni ottanta era aperto il dibattito, tra noi e gli inglesi, su chi occupasse il quinto posto nella graduatoria dei maggiori paesi industrializzati!

    Questo scenario già di per sé poco allegro è stato completato dai dati di Renato Mannheimer, pubblicati sul "Corriere della Sera" del 23 dicembre, che denunciano lo scollamento drammatico esistente tra cittadini e governo: in dicembre solo il 25,3 per cento degli italiani ha espresso un giudizio positivo nei confronti dell'esecutivo, sedici punti e mezzo in meno rispetto al già non esaltante dato di inizio anno (41,8). Un paese sfiduciato, insomma. O, come ha scritto Galli della Loggia in un suo recente "Calendario", un paese nel quale "come un cappio l'immobilità ci stringe la gola...non ci fa più pensare e fare nulla di nuovo, nulla d'importante".

    Certo, sarebbe ingiusto, addirittura puerile, attribuire al governo Prodi tutte le responsabilità di questa situazione. Alcuni problemi - dal debito pubblico al rifiuto del nucleare e alla conseguente dipendenza energetica - risalgono addirittura alla cosiddetta prima repubblica. Ma sono ormai quindici anni che l'Italia sembra avere smarrito la bussola, con le corporazioni intente a dividersi la residua ricchezza nazionale, la magistratura che sconfina sempre più nel campo dell'azione politica, alcuni partiti che teorizzano la de-crescita come valore positivo e frenano lo sviluppo del paese. E con una società sempre più rassegnata e in calo demografico.

    Il punto è che a tutto questo il governo Prodi non solo non ha cercato di porre rimedio, è addirittura andato in direzione opposta a quella che avrebbe dovuto percorrere. Invece di risanare i conti tagliando la spesa pubblica e riducendo la pressione fiscale, ha aumentato l'una e l'altra: una miscela esplosiva per un paese che avrebbe dovuto imboccare, di nuovo e con urgenza, il cammino della crescita. La permanenza nella maggioranza della sinistra radicale - dai Verdi alle varie forme di comunismo, rivisitato o meno - si è rivelata incompatibile con le residue speranze di rinascita dell'Italia.

    E' perciò che di questo governo e di questa maggioranza bisogna liberarsi al più presto. O inaugurando - con un nuovo equilibrio politico fondato sulla collaborazione tra i due maggiori partiti, Forza Italia e il Partito democratico, - una vera stagione di riforme; o mediante nuove elezioni, che tra l'altro il paese sollecita. Rimanere nel pantano rappresentato da questo governo non giova a nessuno: né al neonato Pd e al suo segretario, né alla stessa sinistra radicale che solo all'opposizione può ritrovare un suo ruolo. E tanto meno al paese, che sprofonda verso un declino di cui non si intravede la fine.

    di Italico Santoro
    Roma, 2 gennaio 2008

    tratto da http://www.pri.it/html/Home%20pri.html

 

 
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