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  1. #281
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    Bilancio di quasi 6 mesi di governo: poco e male

    Il governo Prodi ha fatto poche cose (male) ma nonostante questo è riuscito a dividersi su tutto. La cronaca di neanche sei mesi di governo è un autentico bestiario politico. Eccone alcuni, significativi esempi.


    Missione in Libano

    Il documento sottoposto alle commissioni Esteri e Difesa delle Camere non aveva alcun riferimento esplicito all’impegno per il disarmo delle milizie Hezbollah. Una formula dunque prudente, che molti parlamentari riformisti – Polito in testa - non hanno esitato a definire ambigua, visto che, a loro avviso, ometteva il motivo fondamentale della crisi libanese, ma una formula che obbediva in pieno alla tesi dalemiana secondo cui “la questione del disarmo compete esclusivamente al governo di Beirut”. Una tesi sposata in pieno dalla sinistra radicale secondo cui coinvolgere i militari italiani nel disarmo di Hezbollah sarebbe stato un grave atto di violenza “nei confronti di una parte legittima del governo libanese”.

    Cittadinanza

    “E’ giusto che la concessione della cittadinanza italiana agli stranieri avvenga dopo cinque anni di regolare soggiorno e soprattutto che non sia condizionata dai fatti di cronaca”. La sinistra radicale non sente ragioni: cinque anni è un periodo più che sufficiente per assegnare lo status di cittadini italiani agli stranieri che vivono e lavorano nel nostro Paese. Tale lasso di tempo è il frutto di una proposta del ministro dell’Interno Giuliano Amato, che in un Consiglio dei ministri tenutosi all’inizio di agosto ha presentato un disegno di legge volto a dimezzare i tempi necessari per diventare italiani (da dieci a cinque anni). Ma dopo il caso della giovane ragazza pakistana, uccisa dal padre perché si era rifiutata di sottostare a una promessa di matrimonio combinato e viveva “all’occidentale”, Amato aveva avanzato l’ipotesi di un allungamento di due anni del “periodo di prova”. Prc, Pdci e Verdi, invece, hanno definito l’allungamento a sette anni “una sconfitta per tutti noi”.

    Legge Bossi-Fini

    Abrogare la legge Bossi-Fini? Superarla? O eventualmente mantenerne alcuni aspetti? Questi interrogativi hanno infiammato il dibattito nella maggioranza provocando nuovi malumori tra le diverse aree della coalizione: se da un lato le forze della sinistra radicale spingono per chiedere la cancellazione della Bossi-Fini (considerata dal capogruppo Pdci alla Camera, Pino Sgobio, uno strumento “repressivo e poliziesco”), in ambienti Dl e Ds vanno più cauti. Anzi, per la Margherita “l’idea di abrogare la Bossi-Fini è infondata e sballata. Bisogna vedere come questa legge ha funzionato e introdurre delle modifiche opportune e necessarie”. Dunque, nessun colpo di spugna. E anche se Pdci, Prc e Verdi possono rivendicare la cancellazione della legge sull’immigrazione voluta dal centrodestra nella scorsa legislatura impugnando il programma dell’Unione (che a pagina 249 recita: “Il percorso legislativo che immaginiamo passa per l’abrogazione della legge Bossi-Fini”), i riformisti sostengono che “il programma non è il Vangelo, su queste cose è bene che si rifletta”.

    I Pacs

    Al Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini il deputato dei Ds Franco Grillini, presidente onorario dell’Arcigay, ha preso carta e penna per scrivere al popolo Cl che sui Patti civili di solidarietà serve “più coraggio e più umanità”, ma la senatrice Dl Paola Binetti ha ribattuto che i Pacs non sono all’ordine del giorno di questa legislatura. L’ala radicale del centrosinistra è insorta, ricordando a tutti che la questione dei diritti civili “rientra nel programma del governo Prodi e verrà realizzata”. Il ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio ha ricordato che “l′Unione farà la legge sulle coppie di fatto” e ha invitato la Binetti a rassegnarsi. “Il riconoscimento delle coppie e delle unioni di fatto è nel programma della coalizione. Non è prevista la definizione di Pacs, che pure avremmo preferito, ma è certo che si dovrà procedere a un riconoscimento di tipo europeo, che non danneggia di certo la famiglia tradizionale. Se non prevarrà un confronto ideologico e integralista anche l′Italia potrà avere una legge moderna e avanzata”.

    Afghanistan

    Il governo ha superato il voto di fiducia sull’Afghanistan, a fine giugno, ma le polemiche sono continuate. Il capogruppo dei Verdi Angelo Bonelli ha infatti insistito sulla necessità di trasferire i nostri militari da Kabul al Libano, e il dibattito che è seguito, ha rappresentato nei fatti un brusco ritorno alla realtà di una coalizione in cui la sensibilità delle componenti radicali e riformiste rimangono distanti, sul tema della politica estera come su altre questioni. Il capogruppo al Senato del Prc Giovanni Russo Spena ha detto senza mezzi termini: “Non credo che riusciremo a reggere una Finanziaria con due missioni così costose”. Polemiche anche sulle regole d’ingaggio annunciate dal ministro della Difesa Parisi. Diliberto (Pdci): “Consideriamo la nostra presenza in Afghanistan sbagliatissima e non ci daremo pace finché non riusciremo a portare i nostri soldati fuori da quella carneficina”. Pareri completamente opposti dal fronte riformista: “Di ritirare gli italiani dall’Afghanistan non se ne parla proprio”.

    Giustizia

    Amato e Mastella continuano a litigare sull’indulto, che a giudizio del ministro dell’Interno è stato un provvedimento frettoloso, fatto senza tenere conto delle radici e delle sue conseguenze, che elude il concetto di certezza della pena. Ma sul tema della giustizia questi mesi di governo hanno fatto registrare anche un clamoroso “incidente” parlamentare, con un fulmine a ciel sereno abbattutosi sull’ultima votazione riguardante il ddl Mastella al Senato. Al momento di votare un emendamento all’articolo 5, che se approvato giorno successivo alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, i senatori dell’Italia dei valori, astenendosi, hanno consentito, in virtù del regolamento del Senato, all’opposizione di battere la maggioranza per un solo voto (154 a 153), scatenando l’ira scomposta del Guardasigilli, che, dopo aver dichiarato di essersi letteralmente “rotto i coglioni” di Antonio Di Pietro, ha minacciato una mozione di sfiducia contro quest’ultimo, se non fosse sopravvenuto in tempi brevissimi un chiarimento davanti al premier.

    Legge Biagi

    Non è bastata la cosiddetta circolare Damiano a tranquillizzare gli animi nella maggioranza in relazione alla legge Biagi. La circolare sui call center era stata salutata con favore anche dai sindacati, ma agli effetti pratici il ministro ha lasciato alle aziende un largo margine di discrezionalità.
    Il pressing di Rifondazione, a questo punto, è diventato asfissiante: “Non c’è dubbio che è ancora una mossa interna alla legge 30, che porta ancora a imbrogli e abusi. In realtà, va fatta una vasta operazione per riscrivere le norme del diritto e del mercato del lavoro. Bisogna arrivare, cioè, a un unico contratto di lavoro dipendente entro cui modulare i vari livelli di dipendenza socio-economica del lavoratore dall’impresa”. Si va dunque verso l’abolizione tout-court della legge Biagi, perché Damiano ha subito alzato bandiera bianca di fronte all’ultimatum del Prc.

    Titolo V Costituzione

    Si prospetta un periodo caldo per il governo sul fronte dell’aggiornamento del titolo V della Costituzione volto ad accelerare la costruzione delle grandi reti infrastrutturali e dell’energia: il progetto di integrazione e ritocco alle competenze dell’articolo 117 della Carta costituzionale infatti non sembra avere il gradimento di alcuni partiti della maggioranza. E’ il caso dei Verdi che parlano esplicitamente di un rischio “di deriva verticistica e autoritaria” contro cui minacciano di dare battaglia. Il riferimento è alle indiscrezioni sull’introduzione di una clausola di interesse nazionale che restituisca allo Stato i poteri oggi riconosciuti alle regioni nelle materie concorrenti. Secondo la sinistra radicale, questa modifica sarebbe in aperto contrasto con la concertazione, un principio prioritario del programma sottoscritto da tutta l’Unione. La parola d’ordine è dunque concertazione con il territorio senza se e senza ma, sulla Torino-Lione, come sui rigassificatori.

    Finanziaria

    Quando Fassino ha sottolineato la necessità di mettere mano a una Finanziaria rigorosa che contenga la spesa, a partire dai quattro settori indicati nel Dpef (sanità, previdenza, pubblico impiego e finanza locale), si è scatenata la reazione dei comunisti dell’Unione. Dura la reazione di Diliberto, che ha rimproverato il leader ds di tradire il programma dell’Unione sostenendo posizioni inaccettabili quale quella dell’innalzamento dell’età pensionabile. “Posizione” che in realtà è contenuta nel programma anche se non si accompagna alla presenza dei disincentivi per ritardare l’uscita dal mercato del lavoro e che fanno accapponare la pelle ai sindacati e ai partiti dell’ala massimalista. Ha tentato di mediare tra rigoristi e i lassisti il ministro del Lavoro Damiano, affermando che il governo sarebbe stato in grado già nella Finanziaria di agire sul sistema previdenziale, attraverso maggiori risorse e maggiori risparmi. Il Tesoro aveva studiato anche la spalmatura dell’intervento strutturale sulle pensioni in due strumenti legislativi, ma la levata di scudi del partito del “no ai tagli” ha fatto rinviare tutto al marzo 2007. “Chi ha intenzione di fare cassa con le pensioni dei lavoratori se lo tolga dalla testa”. Prodi sa che lo scoglio della Finanziaria deve essere ancora oltrepassato, e che il test del Senato si prospetta ad alto rischio. Ma anche se l’esecutivo - ricorrendo al voto di fiducia - riuscisse a superare - com’è probabile - la prova di Palazzo Madama, le scorie accumulate lungo l’iter della finanziaria potrebbero esplodere di lì a breve. Tanto più se, accelerando sulla riforma previdenziale, Prodi decidesse di saggiare la pazienza della sinistra radicale. Che nell’accordo siglato a Palazzo Chigi sul Tfr ha colto un cedimento alle pressioni di Confindustria. E che fa leva sul programma dell’Unione per mettere in guardia da giri di vite sulle pensioni.

    Sanità

    Fassino coraggiosamente ha parlato di razionalizzare e ridurre la spesa sanitaria. Affermazione che il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero ha inteso anche questa volta come l’annuncio di tagli e ha rinviato al mittente con la stessa giustificazione usata da Diliberto a proposito delle pensioni: i tagli alla sanità non sono previsti nel programma dell’Unione. La sinistra radicale è sorda ai richiami dell’Ue secondo cui la ripresa economica in atto nel nostro Paese, come nel resto dell’area dell’euro, non deve portare i governi a rilassarsi. Anzi, deve essere vista come “un’opportunità per mettere a posto i conti”. Ma i soli conti che fa Prodi sono quelli con il suo alleato Bertinotti.

    Caso Telecom

    Ad aumentare il già forte imbarazzo dei due maggiori partiti del centrosinistra rispetto all’atteggiamento di Prodi sull’affaire Telecom, è arrivata la stizzosa risposta fornita dal Professore a chi gli domandava se fosse il caso di andare a riferire in Parlamento sulla vicenda, al ritorno dal viaggio in Cina. Una replica (“ma che siamo matti?”). Da via Nazionale non sono mai giunte dichiarazioni in difesa del presidente del Consiglio e del suo staff, mentre da Largo del Nazareno sono arrivati solo segnali di inquietudine. I partiti della sinistra radicale invece, assieme a Di Pietro, hanno garantito sulla vicenda una copertura totale al premier, un chiarimento alla presenza del premier Romano Prodi.

    Il tavolo dei volenterosi

    L’iniziativa di Capezzone è stata definita “foriera di pasticci”, o addirittura un’operazione dietro cui si scorge la “longa manus di Confindustria” e che rischia di favorire l’opposizione. “Peggiorando la Finanziaria da destra” con conseguenze che potrebbero giungere al “dissolvimento dell’Unione” e al “conflitto sociale”. Il fuoco di sbarramento aperto da numerosi settori del centrosinistra contro il “tavolo dei volenterosi” è stato particolarmente intenso. Se l’ostilità della sinistra radicale era da mettere in conto, quella di marca ulivista - benché avvolta in espressioni diplomatiche – ha rappresentato una novità politica di un certo rilievo, indice della fragilità congenita di una coalizione che ha paura di ogni confronto.

    Doppi incarichi

    L’Unione non è ancora riuscita a far dimettere ministri e sottosegretari eletti al Senato. L’ultima fumata nera – 146 contrari, 142 a favore – è stata quella che ha riguardato il ministro della Salute Livia Turco. A scrutinio segreto, l’aula ha detto no per la terza volta – dopo le due di luglio – alla ministra diessina, che da tempo aveva manifestato l’intenzione di dedicarsi a tempo pieno alle attività del dicastero e che invece dovrà continuare a fare la spola tra lungotevere Ripa e l’emiciclo. Nulla di fatto, dunque, anche per l’applicazione di quella legge non scritta all’interno dell’Unione che vorrebbe l’eliminazione di qualsiasi doppio incarico tra chi è parlamentare e membro di governo.

    Sconfitta al Senato

    La sconfitta al Senato sul decreto relativo agli sfratti è stato derubricato a “incidente di percorso” da Prodi, ma ha costituito invece un’ulteriore spia della debolezza della maggioranza. Ds e Margherita continuano a invocare per il governo una “fase due”, mentre il premier dice in modo chiaro di “ignorare” simili espressioni. Anche perché il Professore non è “un uomo per tutte le stagioni”.

    Aliquote fiscali

    Tra maggioranza e governo non sono mancate discrepanze anche clamorose. Il sottosegretario Letta e il viceministro Visco, ad esempio, hanno platealmente bocciato a nome dell’esecutivo l’emendamento presentato dall’Ulivo alla Camera per portare al 45 per cento le aliquote fiscali sui redditi oltre i 150 mila euro. Una sconfessione ribadita a scanso di equivoci da Prodi. E condivisa dal senatore Tiziano Treu, che ha contestato ai colleghi ulivisti della Camera la coerenza tra un simile inasprimento fiscale e il programma dell’Unione. A completare il mosaico hanno provveduto i Comunisti italiani annunciando una serie di emendamenti del Pdci per spostare addirittura al 47 per cento l’aliquota massima.

    tratto da http://www.poteresinistro.it/

  2. #282
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    FINANZIARIA/ NUCARA (PRI): 'MANICOMIO ITALIA' ANCORA PER POCO
    "Italiani licenzieranno presto direttore e collaboratori"

    Roma, 11 nov. (Apcom) - "Ammesso che il Paese sia impazzito, lo sarà ancora per poco: gli italiani licenzieranno presto il direttore del 'manicomio Italia' ed i suoi collaboratori". Così il segretario del Pri, Francesco Nucara, commenta le parole del presidente del Consiglio Romano Prodi.

    tratto da http://notizie.alice.it/home/index.html

  3. #283
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    Elogio della follia

    A questo punto è meglio il ricorso al voto di fiducia

    Dopo che l'esecutivo ha presentato 80 emendamenti alla manovra e richiesto un voto senza nemmeno lasciare il tempo di esaminarli, non vediamo più ragioni per le quali a questo punto non si dovrebbe mettere la fiducia sulla Finanziaria. E' chiaro infatti che la legge fondamentale dello Stato è stata sostanzialmente riscritta; i tempi di accertamento della stessa non sono garantiti e soltanto chi ha fiducia in Prodi può accettare un simile comportamento che non conosce precedenti nella vita della Repubblica.



    Questo procedimento è del resto coerente con un comportamento in base al quale dal 30 settembre, data della presentazione della manovra, non è passato un solo giorno senza che qualche caposaldo della stessa non fosse messo in discussione. "Il tutto * come ha scritto Massimo Riva sulla "Repubblica" - in una catena di ordini e contrordini, annunci e contro annunci che hanno proiettato sul Paese l'impressione di un marasma tecnico prima ancora che politico, al limite, questo sì, di un vero e proprio impazzimento". Per non fare impazzire il Paese, una classe dirigente dovrebbe avere il pregio della chiarezza, cosa che è mancata completamente in questi frangenti, tanto che le lamentele di Prodi in proposito hanno innanzitutto sorpreso la sua stessa maggioranza. La fiducia è dunque una soluzione possibile per evitare di scadere nella farsa.

    Il presidente del Consiglio, oltre ad insolentire il buon senso degli italiani, ha usato un solo argomento, quello per il quale scontentare tutti è un segno di serietà e di impegno, la controprova che davvero il governo vuole osservare l'esclusivo interesse generale. Peccato che non sia così: la Cgil, attraverso il suo segretario generale, era l'unica forza sociale che agli inizi e per tutto il mese di ottobre ha sostenuto la manovra. Poi non ci ha più visto chiaro, ha preso le distanze fino alla presa di posizione di venerdì scorso di Epifani, stando alla quale il governo non aveva un'idea strategica convincente, tanto da essere accompagnata dal dissenso del ministro Ferrero sul Tfr. Poi vai a spiegare che non c'è un problema politico all'interno della coalizione. Al limite si è deciso che nonostante tali e tanti problemi si debba andare avanti lo stesso. Il rischio è che questo appaia una follia superiore a quella che secondo Prodi patirebbe il Paese. Per porvi fine l'unica sarebbe quella di mandare a casa il governo.

    Roma, 13 novembre 2006

    tratto da http://www.pri.it

  4. #284
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    E la fiducia nell'esecutivo guidato da Romano Prodi? "E' lievemente inferiore al normale" - spiega Piepoli - "attorno a quota 48. Ma nettamente superiore al precedente governo Berlusconi, che nell'ultimo periodo era fermo a 38". E tra i ministri? "La più amata rimane la Melandri, sul fronte opposto Mastella".

  5. #285
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    Citazione Originariamente Scritto da brunik Visualizza Messaggio
    E la fiducia nell'esecutivo guidato da Romano Prodi? "E' ... inferiore al normale" - spiega Piepoli - "attorno a quota 48
    Citazione Originariamente Scritto da Garibaldi Visualizza Messaggio
    ambarabà ciccì coccò
    tre coglioni sul comò
    che facevano l'Unione
    contro Silvio Berluscone
    ma l'Unione si sfascio'
    ambarabà ciccì coccò
    ...

  6. #286
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    Rnp, Nucara: Prodi Chiarisca
    Saponaro: vada al Quirinale

    Il segretario del Pri, Francesco Nucara, ritiene necessario "un chiarimento da parte del presidente del Consiglio per sapere se la maggioranza che lo ha portato alla guida del governo è ancora la stessa che lo sostiene dopo che la Rosa nel Pugno ha deciso di non votare un documento fondamentale quale la legge Finanziaria". Il segretario del Pri ha invitato le altre forze dell'opposizione "a valutare politicamente le conseguenze che questo vulnus apertosi nella coalizione di governo potrà avere per gli equilibri del Paese" e si è riservato di assumere in proposito le iniziative necessarie.

    ****

    Il vicesegretario del Pri, Corrado De Rinaldis Saponaro, ha dichiarato: "Con le imminenti dimissioni del ministro Bonino, che da donna seria le darà dopo il disimpegno dalla Finanziaria della Rosa nel Pugno, Prodi vada al Quirinale e poi in Parlamento per comunicare alla nazione con quale maggioranza andrà avanti, o che si dimetterà".

    tratto da http://www.pri.it

  7. #287
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    SI SCHERZA, PER NON PIANGERE


    A memoria non ci ricordiamo di un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che, per rispondere di una copertura mancante, spiegasse che si trattava di “tagli transitori”. E ancora esterrefatti per questo governo che ha tanta disinvoltura e faccia tosta, apprendiamo dalle cronache del "Corriere della Sera" che nella sua maggioranza c’è chi, come quel buontempone dell’onorevole Bressa, definisce l’episodio come il passaggio “dalla finanza creativa alla creatività finanziaria”.
    Ma se allora si tratta di una questione di fantasia, perché mai farla, questa Finanziaria? E, diciamocelo francamente, visto che dovranno mettere a questo punto la fiducia, data la babele che si è scatenata, tanto valeva lasciare fare al ministro Padoa Schioppa, che è uomo esperto e competente, e ha il polso della situazione. Se ne poteva occupare lui e risparmiare tutta questa babele al Paese. L’opposizione poteva farsi un giretto a New York. Come ha fatto il simpatico senatore Trematerra.
    Scherziamo, perché la desolazione è tale che si dovrebbe piangere. L’interesse generale, quello che dice di avere a cuore il presidente del Consiglio, pretenderebbe almeno la serietà, che in queste settimane non abbiamo mai visto da parte del governo, su una legge fondamentale dello Stato, fino alla patetica - a dir poco - figura a cui è stato costretto il sottosegretario Letta, non i Visco, i Grandi, i Cento, per non parlare di Padoa Schioppa, che pure dovrebbero avere una qualche competenza del testo che viene presentato. E che non facendo che correggerlo ed emendarlo, i responsabili, a vari livelli, del dicastero dell’Economia, possono solo sfuggire al dibattito parlamentare o trattarlo con arroganza, a seconda del proprio temperamento.
    Se noi avessimo mai avuto un dubbio su qualche capacità del governo, sulla necessità della sua tenuta, lo spettacolo di questi giorni lo ha fugato interamente. Questo è un governo impresentabile, su tutti i fronti: basta pensare ai dati sull’indulto - che ovviamente non conosceva - o alla procedura d’infrazione della commissione Ue per il caso Autostrade - Albertis, quando lo stesso presidente del Consiglio aveva espresso il suo parere favorevole alla fusione: e potremmo fornire un elenco infinito. Il problema autentico è che resterà ancora in sella, perché coloro che lo sostengono, e che hanno raggiunto oramai un grado di disperata consapevolezza per questa scelta rovinosa, non sanno come poterlo sostituire senza rimetterci le penne. Ci rimetteranno le penne lo stesso, ma forse le faranno rimettere a tutto il Paese insieme a loro.
    Eppure una soluzione ci sarebbe, e la vedono persone di buon senso, certo non avverse al centrosinistra, come il professore Franco Bruni che, commentando l’ultimo colpo preannunciato al sistema Italia - la crisi oramai irreparabile delle Ferrovie dello Stato – scrive: “Abbiamo perso tempo a discutere quanto i ricchi debbano piangere, abbiamo annacquato un sacrosanto impeto a ridurre l’evasione col ricalibrare mille volte le curve delle aliquote e sventolare nuovi balzelli. Dove si troverà ora la forza politica per scontentare davvero chi, sia esso un ferroviere o un professore o una Provincia inutile, dovrebbe sopportare cambiamenti radicali nelle regole del gioco del settore pubblico e del mercato del lavoro?” E la risposta per il professor Bruni è: “Speriamo nei tavoli dei volenterosi”, ossia “speriamo in quelle temporanee convergenze al centro che ci eravamo permessi di raccomandare fin dalla campagna elettorale e che Prodi ha molto sbagliato a scoraggiare anche recentemente. Ora sono assolutamente indispensabili per tentare di trovare la base minima di consenso a fare ordine non solo nei conti ma, prima di tutto, nelle responsabilità cui appoggiare le riforme più urgenti”. Giustissimo, ma vista l’opposizione miope e cocciuta del premier, sorretta da quelle ali della sua coalizione che si sono immolate alla santa guerra contro la Cdl nel suo complesso, è chiaro che servirebbero un altro governo e un'altra maggioranza, oltre che un altro presidente del Consiglio. E questo significa che non ci vogliono manifestazioni di piazza, agguati in Senato e quant’altro, ma una presa di coscienza politica di quelle forze del centrosinistra che hanno toccato con mano l’errore gravissimo commesso. Non per sfasciarsi la testa, ma per porvi, il più in fretta possibile, rimedio.
    (r. b.)

  8. #288
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    Il governo verso una fiducia “disperata”

    Romano Prodi è ormai orientato a superare le infinite divisioni che lacerano la maggioranza ponendo la fiducia sulla finanziaria. La decisione, sollecitata da più parti all’interno del centro sinistra, appare come una scelta obbligata. Che rende però evidente lo stato di estrema debolezza e confusione in cui versa la coalizione governativa, unita solo dalla paura di una crisi al momento priva di qualsiasi sbocco. Compreso quello delle elezioni anticipate implicitamente escluso dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

    tratto da http://www.opinione.it/

  9. #289
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    Centrosinistra in pieno caos/E l'esecutivo attuale ricorda molto i peggiori reality show
    Due velocità: quella del XXI secolo e quella del governo

    di Gianni Ravaglia

    Stanno facendo della legge Finanziaria un mercato, hanno presentato più emendamenti dell'opposizione, cambiano idea ogni giorno, si votano contro l'un l'altro in Consiglio dei ministri, manifestano in piazza contro il governo senza che nessuno tragga le conseguenze delle proprie gesta. Non si riesce a trovare un argomento serio, dall'immigrazione al Mose, dalle pensioni alle coppie di fatto, dalla giustizia alle liberalizzazioni, alla politica estera, sul quale la maggioranza sia concorde, nonostante le oltre duecento pagine di programma concordato. Il centrosinistra è un caos totale. Ed erano andati al governo dicendo che avrebbero portato serietà, etica della responsabilità, senso dello Stato Quanto alla credibilità internazionale: se Berlusconi poteva essere contestato per avere rapporti troppo amichevoli con Bush e con Putin, questi si arrabattano tra gli incontri di Prodi con Ahmadinejad e il sostegno di D'Alema al Venezuela di Chavez.

    L'attuale caos nella maggioranza di governo non è però casuale. Il centrosinistra, infatti, ha avuto un solo grande, unificante obiettivo: battere Berlusconi. Obiettivo valido per tenere unita un'opposizione, del tutto insufficiente per governare un Paese nel bel mezzo di una trasformazione epocale delle ragioni di scambio internazionali. Battuto Berlusconi sono esplosi i conflitti, prima latenti, tra i duri e puri comunisti doc che, invece di stare nelle catacombe della storia, assieme a tutte tirannie, in Italia, sono ancora lì a volere imporre la propria egemonia al governo e i radical- catto- postcomunisti che qualche idea innovativa l'avrebbero anche ma, se vogliono tenere in piedi il governo Prodi, sono costretti a tenerla nel cassetto. Tale scontro, per i cittadini e le aspettative di crescita economica è tutto in perdita, in quanto, bloccate dai comunisti le proposte innovative, restano in campo sempre e solo quelle che intendono ridistribuire i margini sempre più esigui di una economia in declino ma, sul piano politico, nell'area della sinistra, esso ha una rilevanza decisiva. Margherita e Ds infatti hanno consegnato al rilancio della propria esperienza di governo anche la costruzione del nuovo partito democratico, al contrario dei comunisti che invece ne contestano il ruolo. Per cui i no del Ministro Ferrero ai provvedimenti del governo sono anche un no di Rifondazione alla nascita del partito democratico. Sullo sfondo di tale conflitto predomina ancora l'arretratezza culturale tipica di una sinistra classista e illiberale che non vuole fare i conti con la nuova divisione internazionale del lavoro imposta dai Paesi in via di sviluppo e con i processi di competitività indotti dalla globalizzazione dei mercati. Mentre gli investimenti internazionali, le produzioni, i mercati, i consumi hanno gli stimoli e la velocità del XXI secolo, la nostra sinistra gira ancora un film da anni Settanta. Anche allora, quando i costi del lavoro, dell'energia, delle materie prime ridussero radicalmente la competitività delle merci italiane, la sinistra e il sindacato risposero con il punto unico di contingenza, nuovo statalismo e nuovi vincoli per le imprese. Pur potendo utilizzare la svalutazione della moneta, oggi improponibile, si ebbe come conseguenza il decentramento industriale, l'avvio del processo di polverizzazione del tessuto industriale della nazione e la nascita dell'economia sommersa. Era il film degli equilibri più avanzati e del compromesso storico. Un vecchio film le cui scene, tra polverosi tappeti e mura scrostate, illustravano l'incontro tra una vecchia classe dirigente che aveva perso l'orgoglio della propria missione e una nuova classe, non ancora dirigente, che voleva piegare l'economia alle logiche della propria ideologia classista. Fu un disastro! La vecchia classe dirigente fini maciullata da Di Pietro. Quella presunta nuova, battuta più volte da Berlusconi, è passata a studiare Keynes quando era necessario scoprire Hayek e continua a credere di dover interpretare il film dell'opposizione anni Settanta. Non si accorge di dare al mondo, ogni giorno, l'immagine di un patetico, incredibile, irresponsabile reality show di una sinistra, quella italiana, che sta al governo senza però essere ancora classe dirigente. E' purtroppo un reality show, i cui protagonisti, nel caos generale di progetti incompatibili, solo su di un punto riescono a trovare sempre l'accordo: tassare, tassare, tassare. E, se il pubblico non capisce le ragioni di tale incoscienza, viene dato per matto. Non se ne può più. Per favore: toglieteci questo reality dal palinsesto!

    tratto da http://www.pri.it

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    La paura fa novanta
    Talmente deboli da dover restare uniti per forza

    Mentre il quotidiano "la Repubblica" si accinge a pubblicare un nuovo sondaggio, dove appare come la fiducia degli italiani nei confronti del governo registri un nuovo calo, dal 46 al 43 per cento, e per la prima volta quella nel premier sia surclassata da coloro che non ne hanno (50 e 46 per cento), la maggioranza dà una prova di eccezionale coesione in Senato. Un governo che non ha più il consenso nel Paese registra il massimo di compattezza della coalizione. E' il caso di dire che la paura fa novanta.

    Lo stato di confusione in cui si è prodotta la Finanziaria, come abbiamo sempre scritto, prevede per il governo l'uso obbligato della fiducia. E' meglio così, sperando per lo meno - visto che il Parlamento ha comunque iniziato la discussione degli emendamenti - che l'esecutivo recepisca, per quello che gli è possibile, il lavoro dell'Aula. Sia chiaro, però, che il ricorso al voto di fiducia, teso anche ad evitare il rischio tangibile dell'esercizio provvisorio, è dovuto principalmente agli innumerevoli emendamenti caduti a pioggia da Palazzo Chigi e dai più svariati ministeri, non certo per la condotta dell'opposizione che, con grande senso di responsabilità, ha fatto il suo mestiere e continuerà a farlo. Diamo atto al presidente Dini di aver detto questa verità con chiarezza, e sarebbe bene che la sua onestà intellettuale fosse di esempio alla sua intera coalizione, che intende andare avanti. Che però il percorso sarà, se possibile, ancora più accidentato, non c'è dubbio. La posizione esplicita della Rosa del pugno ne è stato un esempio, e certi distinguo finiscono per avere un peso. Se Pannella avesse avuto i senatori che gli spettavano, con l'astensione sul decreto fiscale, l'azione del governo sarebbe anche potuta finire oggi. Con i senatori a vita si tira avanti, ma i margini restano stretti. Allora avrebbe ragione l'onorevole Tabacci, che spiega in un'intervista all'"Espresso" che Prodi potrebbe avere maggiori garanzie se fosse in grado di aprire davvero una parentesi riformista, rimettere in evidenza Bersani e anche Rutelli, piuttosto che le sue guardie rosse e i baschi verdi o il viceministro Visco, pronto a combattere l'evasione ovunque tranne che nel suo dicastero. A casa sua, per capirci.

    Sinceramente non ci sembra che sia possibile. Prodi si tiene stretta l'ala massimalista dello schieramento che lo sostiene, mette sotto scacco il futuro (o, a questo punto, futuribile) partito democratico e si lega così un macigno al collo che lo porterà a fondo.

    Roma, 16 novembre 2006

    tratto da http://www.pri.it

 

 
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