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  1. #401
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    GOVERNO: LA MALFA, AMATO CONFESSA DEBOLEZZA MAGGIORANZA

    MILANO, 5/3/2007 - (ANSA) Quella di Giuliano Amato e' una confessione sulla debolezza della maggioranza di governo'. E' il commento di Giorgio La Malfa, ex segretario repubblicano, all'ipotesi di 'maggioranze variabili' lanciata oggi dal ministro dell' Interno. Secondo La Malfa, che ha parlato a margine della manifestazione 'I ministri del Tesoro raccontano' all' Universita' Bocconi di Milano, 'il governo Prodi e' nato sull'ipotesi di equilibrio tra diverse componenti della coalizione, ma ha subito un colpo fatale su un tema importante come la politica estera e quella di Amato e' una confessione di debolezza della maggioranza'. Una debolezza, che secondo La Malfa, risiede anche all'interno del costituendo Partito Democratico in quanto 'Rutelli ha definito Beyrou come il proprio candidato per le presidenziali francesi mentre il candidato di D'Alema e' Segolene Royal'

    tratto da http://www.giorgiolamalfa.it/

  2. #402
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    Maggioranza variabile, governo fisso

    Giuliano Amato ritorna “dottor Sottile” e rispolvera l’antica formula Dc delle maggioranze variabili. Tutto per cercare di far rimanere fisso ed immutabile il governo di Romano Prodi. Fausto Bertinotti dice subito sì a condizione che comunque la sinistra antagonista non venga scaricata. Ma i partiti del centro destra, che nello schema di Amato dovrebbero correre in aiuto della attuale coalizione a seconda delle necessità, si dicono non disponibili a svolgere il ruolo di ruota di scorta del “Professore”

    tratto da http://www.opinione.it/

  3. #403
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    Maggioranze variabili
    Difficile immaginare una crisi più grave di quella attuale

    Abbiamo interpretato l'intervista al "Corriere della Sera" del ministro Amato, nella quale si avanzava l'ipotesi di maggioranze variabili utili a superare gli ostacoli di cui è ormai disseminato il terreno sul quale tenta di stare in piedi il governo Prodi, come la dimostrazione più lampante della mancanza di autosufficienza della coalizione. Cosa ancor più clamorosa, perché l'intervista di Amato era successiva ad una ostentazione di sicumera da parte del presidente del Consiglio all'indomani del voto di fiducia, priva di qualsiasi senso della realtà: siamo autosufficienti, diceva il premier in preda ad un'euforia ottimistica sinceramente immotivata.



    Infatti, se davvero fossero autosufficienti, Amato non proporrebbe maggioranze variabili e lo stesso premier non si metterebbe ad aprire un tavolo di consultazione per una nuova legge elettorale. Il governo Prodi in realtà sta cambiando passo perché si è accorto, finalmente, che non ha le forze per durare davvero un'intera legislatura e che non gli basterà certo il soccorso dell'onorevole Follini. Ma prenderà atto presto che è anche difficile cambiare passo senza cambiare maggioranza. Perché se c'è bisogno dell'opposizione per superare i contrasti interni e poter varare dei provvedimenti concreti sul piano dell'azione politica, un problema allora esiste, eccome: la maggioranza in quanto tale non c'è più. Allora nessuno vieta a Prodi di continuare a pensare che il sistema bipolare maggioritario sia perfetto, anche se poi all'interno di una coalizione nasce un processo di distacco tale per il quale quella maggioranza viene battuta nelle aule parlamentari. Bisogna però poi che Prodi trovi una soluzione per ovviare a questo inconveniente, visto che si abbandona De Gregorio e si intruppa Follini, si perdono i senatori di un partito di governo e si conta sul sostegno delle forze dell'opposizione. Un sostegno libero, responsabile, nell'interesse esclusivo del paese, da parte di coloro che sono stati considerati servi, irresponsabili, capaci esclusivamente di occuparsi del proprio interesse. Guarda caso la magnifica maggioranza di centrosinistra non è autosufficiente per affrontare queste responsabilità e chiede soccorso ad un'opposizione disprezzata fino a ieri e seraficamente.

    C'è perfino l'onorevole Fassino che ci dice che non c'è crisi. E se non è una crisi questa, onorevole Fassino, che cos'è? La crisi c'è, e tanto grave che al Quirinale si vorrebbe capire meglio. Speriamo solo che il Capo dello Stato non capisca però quello che molti cittadini già pensano di avere capito: e cioè che l'attuale governo, più che un governo della Repubblica, rischia di sembrare un governo d'occupazione. A proposito, aggiungiamo che la sola ipotesi di una nuova legge elettorale solletica le più vive intelligenze, le quali si sentono il dovere di dire la loro. Su tutte si innalza quella del professor Sartori che, come si sa, ha una principale ambizione: sbarazzarsi dei tanti "nanetti" della politica che hanno impedito il meraviglioso decorso progressivo del Paese. Non sappiamo se Sartori creda davvero a questa tesi, ma comunque la sostiene e spiega che per identificare un buon sistema elettorale c'è una sola maniera: la riforma che piace ai "nanetti" è sicuramente cattiva per il paese. Si consoli: noi, che giganti certo non siamo, non abbiamo mai apprezzato una sola riforma elettorale dal 1994 in avanti.

    Roma, 6 marzo 2007

    tratto da http://www.pri.it

  4. #404
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    L'Unità va alla guerra
    Un editoriale di Padellaro rompe il fronte del pacifismo

    Come è evidente al presidente della Camera, onorevole Bertinotti, la situazione in Afghanistan è destinata a peggiorare. Non solo perché vi era, come si sapeva, una offensiva delle forze talebane in atto, a cui americani, inglesi e canadesi hanno già risposto con una controffensiva imponente, ma anche, come non si poteva sapere e certo si sperava non succedesse, perché è stato rapito un giornalista italiano.



    "L'Unità" definisce questo episodio drammatico "un sequestro contro l'Italia". Di più, l'editoriale del suo direttore, Antonio Padellaro, parla di "atto di guerra". Scrive Padellaro: "Ancora non sappiamo se i talebani l'abbiano fatto volutamente ma visto che subito hanno rivendicato con parole di assoluta violenza il sequestro del collega Daniele Mastrogiacomo, il loro va considerato come un atto di guerra contro l'Italia". Il quotidiano italiano, che è stato il massimo alfiere del pacifismo nostrano, ci fa sapere che in questo caso non ci sono più argini. La rivendicazione violenta è sufficiente e non ci sono dubbi che mai i talebani possano avere commesso uno sbaglio di identità, o che, magari, Mastrogiacomo fosse una spia della Nato. Per l'"Unità" la questione è chiarissima: i talebani hanno dichiarato guerra all'Italia. Ora noi eravamo dell'idea che, avendo i talebani difeso e protetto Bin Laden anche dopo l'attentato dell'11 settembre 2001, fossero già dei nostri nemici. Ma se l'"Unità" voleva avere un casus belli più adeguato alla sua sensibilità e lo trova nel sequestro del nostro collega, va benissimo lo stesso.

    L'importante è trovarsi tutti dalla stessa parte della barricata per fronteggiare una situazione così drammatica.

    Speriamo che tutta la maggioranza si mostri sensibile all'argomento usato dall'"Unità" e che sostenga il ministro degli Esteri D'Alema, che sta producendo il massimo sforzo per la liberazione di Mastrogiacomo. Ivi inclusa l'opzione militare; così come nel caso in cui i talebani non riparassero all'atto di guerra, l'Italia non potrebbe più prescindere dall'azione di guerra in Afghanistan. Se qualcuno accusa la maggioranza di ipocrisia a riguardo, dobbiamo notare che a questo punto poco importa. A noi preme che si faccia il proprio dovere a fianco degli alleati dell'Italia. Certo c'era chi avrebbe preferito, in questi frangenti, essere aiutato dalla fortuna. Dispiace, ma la stessa appare già essersi esaurita.

    Roma, 7 marzo 2007

    tratto da http://www.pri.it

  5. #405
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  6. #406
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    Rifinanziamento: il voto del Pri/Un sì alla Camera ma nessun soccorso per Palazzo Madama
    Autosufficienza vuol dire credibilità di una nazione

    Sul finanziamento delle missioni, Camera dei deputati, 8 marzo 2007.

    di Giorgio La Malfa

    Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, in questo Parlamento vi sarà ovviamente una larghissima maggioranza a favore di questo disegno di legge di conversione del decreto-legge per il finanziamento delle missioni in Afghanistan e in altri paesi.

    Naturalmente, proprio perché c'è questa maggioranza, il dibattito sulle dichiarazioni di voto finale si può prestare a qualche considerazione più ampia sui problemi politici di fronte ai quali l'Italia si trova nel fare la sua parte nell'azione internazionale di contenimento e lotta al terrorismo.

    Nel 2001, dopo l'attentato alle Torri gemelle, nel mondo occidentale si è aperta una discussione molto profonda ed io ho pieno rispetto, come quando decidemmo per la guerra in Iraq, per le posizioni che sono profondamente radicate sia nella cultura della sinistra italiana (non solo della sinistra cosiddetta "radicale", ma anche del grande partito democratico della sinistra), sia in vasti ambienti del mondo cattolico. La preoccupazione di trasformare il mondo occidentale in un esercito che combatte, tra l'altro, un nemico elusivo, come il terrorista, dando il segno di perdere i valori di una civiltà di tolleranza, di rispetto e di costruzione della pace, sui quali l'Europa si è costruita nel dopoguerra, certamente attraversa la sinistra italiana, ma posso assicurare che non è estranea alle riflessioni che noi stessi compiamo su questi problemi.

    Tuttavia, chi ha responsabilità di Governo - non chi ha semplicemente responsabilità parlamentari e politiche - ha l'obbligo e il dovere di compiere certe scelte, onorevoli colleghi della sinistra che oggi fate parte di una maggioranza di Governo.

    I Governi di paesi democratici, quali gli Stati Uniti d'America, l'Inghilterra laburista, l'Olanda e una serie di paesi che si collocano nell'ambito degli schieramenti di centro, centrosinistra e centrodestra, nel corso di questi anni hanno convenuto sul fatto che non fosse possibile non fronteggiare in maniera netta e forte la minaccia del terrorismo e, per quanto elusiva essa fosse, che bisognasse recarsi nei paesi nei quali il terrorismo poteva trovare una sua alimentazione. Mi riferisco all'Iraq e, certamente, all'Afghanistan, ma esiste anche il problema dell'armamento nucleare di un grande paese come l'Iran, che sarà il prossimo ad essere posto sul terreno delle decisioni difficili che dobbiamo prendere. C'è stato un orientamento dell'Onu, della Nato, dell'Europa che ci porta in quella direzione.

    Allora, onorevoli colleghi, il Parlamento italiano deve partire da questo problema. Il punto che è emerso con chiarezza nel corso di questi mesi - ma a noi sembrava chiaro dalla lettura del programma dell'Unione - è che quest'ultima non ha trovato e non trova una sintesi efficace di queste posizioni. Quando alcuni colleghi, che oggi fanno parte della maggioranza di Governo, dicono che il rapimento del giornalista Mastrogiacomo, a cui va la nostra solidarietà, pone il problema della presenza italiana in Afghanistan, si capisce che, sotto la superficie di un apparente consenso, cova un dissenso molto profondo. Mastrogiacomo poteva essere rapito sul fronte del Darfur o delle infinite guerre che ci sono nel mondo, in cui giornalisti coraggiosi testimoniano il loro mestiere e il loro dovere andando in quelle zone. L'onorevole Giordano si sarebbe alzato a dire, se Mastrogiacomo fosse stato rapito nel Darfur, che ci saremmo ritirati da quel territorio?

    No, il problema è che l'Afghanistan è una questione aperta per la sinistra italiana - lo dico con rispetto, non certo con il desiderio di alimentare una polemica - perché voi ritenete che la strategia del confronto con il terrorismo con le armi è destinata a fallire e ad aggravare le condizioni del mondo e che, quindi, servono strumenti completamente diversi: questo è il punto politico di tale situazione. Naturalmente, mi rivolgo al Governo... mi rivolgerei al Governo se ascoltasse o se sentisse o se avesse interesse ad ascoltare il Parlamento. Non so se il Governo sia in grado di capire, ma sarebbe certamente in grado di ascoltare se usasse la cortesia verso il Parlamento. (…) Allora, il problema che si pone, onorevoli colleghi, è il seguente: c'è una politica estera dell'attuale Governo? Una politica estera in grado di affrontare le difficoltà, magari crescenti, che possono venire da un inasprimento della situazione in Iraq, oppure ogni questione riapre una ferita ed una divisione? La ragione per cui non c'è, onorevoli colleghi, l'abbiamo vista in Senato, perché in quella sede il ministro degli esteri ha tentato l'estrema sintesi - cioè, ha fissato una posizione che rappresentava un punto diverso ed ha rotto la continuità rispetto alla politica estera - a tal punto che noi tutti non abbiamo potuto votare a favore di quella dichiarazione. Avevamo votato a favore delle posizioni del ministro Parisi, mentre non abbiamo votato a favore delle dichiarazioni del ministro D'Alema perché egli si è spinto molto avanti nel descrivere la politica estera del Governo italiano, che certamente rappresentava una discontinuità rispetto al passato. Quindi, il test del Senato sulla politica estera è stato quello: se su quella politica estera il Governo Prodi non ha la maggioranza, evidentemente vuol dire che non esiste una sintesi possibile.

    Allora, voi chiedete - ce lo chiedete in coro, ce lo chiede il ministro Amato e in tanti altri - di votare a favore, poi deciderete se il voto a favore determinante sia tale da comportare un chiarimento o meno. Come hanno detto con molta serietà il presidente Dini l'altro giorno e stamattina l'onorevole Ranieri, presidente della Commissione affari esteri della Camera, il problema esiste. Il problema dell'autosufficienza di una maggioranza esiste perché alla spalle dei nostri soldati e dei nostri diplomatici, che ci rappresentano nelle sedi internazionali, deve esserci un Governo che ha una politica e non due. Lo dico con rispetto verso i colleghi di Rifondazione, dei Verdi e dei Comunisti italiani perché so che tali questioni attraversano profondamente la coscienza di un paese come il nostro. Tuttavia, un Governo i problemi di coscienza deve saperli porre alle sue spalle e deve prendere delle decisioni.

    Su questo noi dubitiamo dell'Esecutivo e ne abbiamo avuto la prova al Senato. Infatti, sulla politica - che non ha il nostro consenso - esposta dall'onorevole D'Alema il Governo non ha la maggioranza del Senato e, quindi, non è in condizioni di governare. Allora, mi rivolgo ai colleghi che con noi fanno parte dell'opposizione. È saggio - colleghi di Alleanza Nazionale, dell'UDC e di Forza Italia - in una situazione internazionale che si può aggravare, coprire al Senato le divergenze esistenti, che verranno alla luce nel prossimo futuro e che renderanno sempre più debole la politica del Governo?

    Credo che, dato questo voto politico alla Camera, noi al Senato dobbiamo rivendicare il diritto di lasciare sola questa maggioranza di fronte alle sue contraddizioni e, se non ci sono, tanto meglio! Ma, se quelle contraddizioni esistono, l'Italia avrebbe bisogno di un altro Governo e sarebbe giusto che dalla politica estera nascesse la possibilità di un diverso Esecutivo che rappresentasse una politica estera di cui chi rappresenta il paese all'estero possa sentirsi pienamente titolare.

    Queste sono le considerazioni - signor Presidente, onorevoli colleghi - che accompagnano il nostro voto favorevole sul decreto oggi all'esame della Camera.

    tratto da http://www.pri.it

  7. #407
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    Serve chiarezza
    I nostri soldati devono poter contare sul sostegno del governo

    Un problema serio si presenta al Senato in occasione del voto sulla missione militare in Afghanistan. Esso è stato evidenziato nelle dichiarazioni di esponenti della maggioranza come l'onorevole Ranieri ed il senatore Lamberto Dini, per i quali la coalizione di governo deve essere autosufficiente sulle scelte di politica estera. La ragione di questa richiesta è ovvia, perché di fronte ad una situazione che si aggrava in quel paese - l'offensiva militare, ma anche il rapimento dell'inviato del quotidiano "la Repubblica" - il governo deve poter disporre della necessaria coesione per compiere le sue scelte fino in fondo.



    Esso ha il dovere di indicare una politica che goda del consenso delle forze e degli esponenti che ne fanno parte, indipendentemente dall'opposizione. Perché, ammesso anche il caso di una maggioranza variabile dovuta a questioni di coscienza su singoli casi, una simile maggioranza in politica internazionale è una prova di debolezza del governo, che il paese non si può permettere, soprattutto in caso di guerra. Perché un governo che si consideri tale, sa prospettare soluzioni condivise, le porta avanti e se ne assume le conseguenze. Se necessita del concorso delle forze dell'opposizione per elaborare una linea politica con la maggioranza, deve coerentemente variare anche l'esecutivo. La completa sottovalutazione di questo aspetto da parte dell'onorevole Fassino, o dell'onorevole Giordano, assume dei tratti inquietanti, soprattutto dopo che lo stesso presidente del Consiglio ha vantato le ragioni dell'autosufficienza.

    I nostri soldati in Afghanistan, così come il nostro corpo diplomatico, hanno il diritto di sapere che sono sostenuti prima dal governo e poi dall'intera nazione. E sarebbe incredibile che nella coalizione di governo vi fosse un dissenso a riguardo, tale da mettere a rischio la politica estera del paese. Il presidente del Consiglio si era dimesso in ragione di due mancati voti del Senato relativi alle questioni internazionali. Per dimostrare che quelle dimissioni hanno avuto ragione di rientrare, ora egli deve poter dire che proprio quei dissensi sono rientrati. Anche allora, infatti, il governo poteva contare sull'appoggio delle opposizioni, ma giustamente aveva preso atto del voto negativo da parte della sua coalizione. Se il dissenso è rimasto, il governo se ne deve andare e l'opposizione deve ragionare a fondo sulla necessità di fare chiarezza una volta per tutte su questa materia.

    Roma, 8 marzo 2007

    tratto da http://www.pri.it

  8. #408
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    La fiducia a tempo indeterminato

    di Arturo Diaconale

    Dopo la maggioranza variabile ora abbiamo anche la fiducia a tempo indeterminato. Con la prima il centro sinistra di Romano Prodi ha la garanzia di rimanere sempre e comunque in piedi visto che c’è sempre qualcuno pronto a supplire ai vuoti che si potrebbero creare nella coalizione. Con la seconda il governo del “professore” gode di una sorta di bonus per un periodo non meglio specificato. Qualsiasi rivolgimento possa verificarsi all’interno di questa fase, l’esecutivo rimane comunque intoccabile in quanto coperto dal voto favorevole ottenuto in precedenza. In pratica, la fiducia ottenuta dal Parlamento alla fine della crisi sulla politica estera delle settimane scorse risulta avere un effetto prolungato. Nessuno è in grado di sapere di quanto possa essere esteso questo effetto miracolistico. Di un mese? Di due mesi?

    Fino ad un nuovo voto di fiducia? Di fatto l’effetto esiste ed è proprio ad esso che il centro sinistra fa ora riferimento in vista di una quasi sicura riconferma della fine dell’autosufficienza della maggioranza al Senato sulla missione militare in Afghanistan. La tesi che i dirigenti della coalizione vanno sostenendo con grande vigore è, infatti, che il governo non ha alcun bisogno di raggiungere la quota di 158 voti a Palazzo Madama sul rifinanziamento della spedizione a Kabul. Può, al contrario, andare tranquillamente sotto, perdere anche qualche pezzo della propria maggioranza. Il tutto senza subire alcun tipo di conseguenza politica. Sia perché il centro destra voterà comunque, sia pure in maniera distinta eseparata, il decreto. Sia, soprattutto, perché avendo ottenuto la fiducia sulla politica estera in tempi recenti e non ponendo una nuova questione di fiducia sul provvedimento, qualsiasi scivolone deve considerarsi politicamente irrilevante. Che la faccenda sia una colossale sciocchezza è fin troppo evidente. Il tema della missione in Afghanistan non è una questione di scarsa importanza su cui il Parlamento si è già espresso ma un nodo di vitale importanza per la sopravvivenza del governo che s’ingarbuglia ogni giorno di più. Prodi e D’Alema possono anche sperare di sopravvivere inventando un giorno la fola della conferenza di pace ed il giorno appresso il no a Blair sull’aumento del contingente. Ma ormai è fin troppo evidente che in Afghanistan l’Italia non può pensare di continuare a svolgere rispetto ai propri alleati il ruolo della sussistenza. O rimane e svolge il proprio ruolo accanto ai contingenti degli altri paesi secondo le direttive della Alleanza in cui è inserita. O si ritira ed esce automaticamente dalla Nato imboccando la strada dell’isolamento nel mondo occidentale. Può cadere un governo se la propria maggioranza è divisa in maniera inconciliabile su un dilemma del genere? Sì, può cadere. A dispetto di tutte le maggioranze variabili e delle fiducie a tempo indeterminato.

    tratto da http://www.opinione.it/

  9. #409
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    "Para nada"
    Il timore concreto che la nostra missione sia stata svuotata

    Il segretario dei Ds Fassino ha fatto una dichiarazione importante, ricordando che i nostri soldati schierati in Afghanistan nell'ambito di una missione Onu potrebbero anche essere impegnati nell'uso delle armi. "Noi non facciamo la guerra a nessuno - ha detto * ma se qualcuno vuole travolgere la situazione afghana, i nostri contingenti e quelli dell'Onu si difendono". Il segretario dei Ds ha anche aggiunto che in base alla missione non ci sono soldati che combattono e altri che stanno in caserma consegnati, il che significa che le eventuali responsabilità belliche si dividono fra tutte le forze in campo.



    Questo significa assumersi la responsabilità della missione che l'Italia sta svolgendo in quella regione. Le parole di Fassino sono quelle che avremmo voluto sentire dal presidente del Consiglio Prodi e dal ministro degli Esteri D'Alema, i quali ci sembrano preoccupati invece di far capire che i nostri soldati sono un po' come dei turisti per caso. Considerando che la situazione afghana si aggrava ed i rischi si alzano, stupisce che il governo non voglia nemmeno prendere in considerazione che possa servire un rafforzamento della missione. A noi risulta che, senza dirlo, Zapatero abbia aumentato il contingente. E Blair che l'abbia detto e fatto. Il presidente del Consiglio ed il ministro degli Esteri italiano si arrampicano sugli specchi timorosi delle reazioni della sinistra radicale. Prodi è diventato perfino il portavoce del premier spagnolo. "Para nada", a sentir lui, gli avrebbe detto a proposito dell'invio di altri soldati. Lo preghiamo di lasciare al premier spagnolo la libertà di esprimersi senza intermediari.

    Il rischio che noi vediamo per il governo italiano, preoccupato principalmente di non dispiacere la sinistra radicale, è quello di compiere un passo indietro rispetto alle scelte dei suoi alleati. E questo rappresenterebbe un problema grave, soprattutto se inglesi e spagnoli si trovassero presto impegnati nello scontro a fuoco. La stessa opposizione che ha votato la fiducia alla Camera al rifinanziamento della missione italiana, teme che di fatto la nostra missione sia svuotata. Se fosse così, l'impegno bipartisan sulla politica estera del nostro paese diverrebbe un problema serio. Perché se il governo intende venir meno ai suoi impegni, può l'opposizione sostenerlo?

    Roma, 9 marzo 2007

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  10. #410
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