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  1. #411
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    Rebus elettorale
    Non sarà il bipartitismo a risolvere la crisi di sistema del Paese

    Il presidente del Consiglio dà il via ai suoi incontri per approvare ad una legge elettorale condivisa ed evitare così il referendum. La ragione per la quale il premier abbia voluto sobbarcarsi questo sforzo è controversa. C'è perfino chi sostiene che in questa maniera il governo voglia guadagnare tempo, ma una tale tesi comprende anche la reciproca, e cioè che in questa maniera, il governo, il tempo rischia di perderlo.

    Le posizioni fra i partiti sono tanto distanti che è davvero arduo pensare di arrivare ad una possibile sintesi. Se poi si richiedono "le larghe intese" sulla legge elettorale, si conferma che solo un governo di larghe intese poteva fare una riforma. Sotto un piano strettamente operativo, meglio avrebbe fatto Prodi a modificare la legge elettorale puntando sulle sole forze della sua coalizione, piuttosto che chiedere la collaborazione dell'opposizione, perché anche se mai trovasse un accordo diretto con Forza Italia ed An, nulla impedirebbe all'Udeur o ai Verdi, nel caso non condividessero tale accordo, di far cadere il governo.

    Ancora oggi l'onorevole Fassino contesta il metodo usato dalla precedente maggioranza per approvare la riforma elettorale nella passata legislatura. E' suo diritto, ma egli dimentica che quella maggioranza si preoccupò di recepire le istanze dell'opposizione e poi di assumersi la sua responsabilità nel decidere. La nostra idea è che il centrosinistra avrebbe fatto bene a fare lo stesso e che, se non l'ha fatto, non è perché più rispettoso dell'opposizione, ma perché consapevole di non avere i numeri sufficienti per approvare da solo una legge elettorale. Cercando però l'intesa con l'opposizione fuori da un accordo di governo, abbiamo ragione di temere che si renda solamente ineluttabile il referendum, che complicherà ulteriormente le cose e non certo le risolverà.

    Dal '94 almeno l'arma referendaria è agitata contro i piccoli partiti, definiti "cespugli" o "nanetti", a seconda dei casi.

    Eliminiamo il proporzionale e avremo due soli partiti che si confrontano fra loro, si diceva: non sono riusciti ad abolirlo del tutto, il proporzionale, ed i piccoli partiti sono decuplicati. Il nuovo referendum è ora sollevato come un'arma nucleare, ma sinceramente dubitiamo che anch'essa funzioni. Per la ragione che la realtà italiana non è bipartitica, ed ogni volta che si vogliono fondere delle diverse tradizioni in un solo partito ecco che di partiti ne nascono almeno tre. L'esperienza della Cosa dovrebbe essere esaustiva a riguardo e, se non lo fosse, lo sarà quella del partito democratico. Non si può pensare di riuscire ad ingabbiare una realtà politica nella legge elettorale, perché ad ogni tentativo intrapreso "i piccoli" partiti che si vuole distruggere si prendono la rivincita, frammentandosi e moltiplicandosi ulteriormente. L'unico modo per eliminarli davvero, sarebbe quello per cui "i grandi partiti" sappiano davvero fornire delle risposte alle esigenze del Paese e dei cittadini. La verità è che non ne sono capaci, ed i piccoli partiti sopravvivono o si rianimano. Noi siamo i meno preoccupati sotto questo profilo. I repubblicani sono sopravvissuti agli austriaci, a Mussolini, sopravviveranno anche ai referendum di Segni. Ci dispiace solo per gli equivoci che si creano nella società italiana, per i ritardi che si accumulano ai ritardi. Davanti alla crisi politica che si è vissuta a meno di un anno della nuova legislatura, ci saremmo aspettati una reazione diversa e più seria da parte della coalizione vincente alle elezioni. E quindi, invece di accusare una legge elettorale capace di dare comunque una maggioranza al Senato a chi non è maggioranza, sarebbe stato necessario prendere atto che l'attuale bipolarismo spacca verticalmente il Paese e si rivela inadeguato sul piano dell'efficacia dell'azione di governo, in particolare per la sua stessa parte, che vive contraddizione continue. E per questa ragione il candidato a premier della coalizione avrebbe dovuto fare subito un'offerta di riflessione all'opposizione per cercare una svolta politica tale da assicurare la governabilità.

    I problemi interni al centrosinistra non sono stati invece risolti.

    Sembrerebbe che fra Dico e Giustizia aumentino di giorno in giorno.

    Temiamo che la ricerca di un accordo elettorale con l'opposizione li esasperi ulteriormente. La crisi si sta aggravando e non vediamo una soluzione, se non si prende nemmeno atto che l'attuale maggioranza non esiste più, se mai è esistita.

    Roma, 12 marzo 2007

    tratto da http://www.pri.it

  2. #412
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    I dati dell'Ocse
    L'economia cresce il governo non pensi di riposare sugli allori

    L'Ocse ha confermato che la crescita dell'Italia "si sta rivelando molto più forte del previsto". Le cifre indicano una crescita del 2,2% invece dell'1,4% previsto nell'ultimo outlook dell'istituto. Questo ha generato una certa euforia generale, rispetto alla quale noi consiglieremmo una certa prudenza. Intanto perché già Gianluca Ricolfi aveva ricordato che non è vero (come pure ha sostenuto il ministro Bersani dopo che l'Istat aveva fornito i dati del Pil dell'ultimo trimestre 2006) che "per la prima volta da 6 - 7 anni siamo cresciuti di più della media europea", perché questo si è verificato in realtà parecchie volte, cinque per l'esattezza, ma il problema è che "una rondine non fa primavera".



    E che non ci sia questa primavera lo dimostra il fatto che la nostra crescita è comunque inferiore a quella degli altri paesi dell'Eurozona. Per cui continuiamo a perdere colpi, 0,7 punti sul pil, 1,5 punti in meno sulla produzione industriale. Però i conti pubblici vanno meglio del previsto. Ahinoi, le stime Istat hanno il consueto difetto di sopravvalutare le entrate e sottovalutare le spese, e la Banca d'Italia denuncia un debito in aumento di 20 miliardi delle amministrazioni locali. Le quali, tra l'altro, vedi l'intervista di Chiamparino sulla "Stampa" di martedì, lamentano la necessità di fondi ulteriori. Per cui la filosofia del governo, che vanta eccezionali successi sulle entrate, non dà segni di redenzione sulle spese. Se spremi e sprechi, alla fine le casse restano vuote lo stesso e i segnali di ripresa, inevitabilmente, si disperdono. C'è dunque poco motivo per riposare sugli allori. Se l'Italia continua ad arretrare rispetto ai Paesi emergenti ed anche rispetto a quelli dell'Eurozona, dipende dal fatto che le zavorre che franano la nostra corsa sono troppo pesanti. Certo, il governo ha giocato la carta delle liberalizzazioni. Ma liberalizzare a danno dei ceti che sono tradizionalmente ostili al centrosinistra non dà sufficienti garanzie a proposito. Occorrerebbe avere il coraggio anche di toccare gli interessi delle categorie amiche. L'energia è troppo cara, le infrastrutture sono inadeguate, i costi del welfare sono da collasso. Giuseppe Turani, che certo non è ostile alla maggioranza, scriveva solo lunedì scorso che questo era il momento in cui dal governo sarebbe dovuta venire una spinta forte al rinnovamento del paese. Invece ci si autocompiace di risultati piuttosto fragili.

    Roma, 13 marzo 2007

    tratto da http://www.pri.it

  3. #413
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    Società viva e governo paralizzato

    di Arturo Diaconale

    Non è affatto vero, come ha lasciato intendere il titolista di un editoriale di Giovanni Sartori sul “Corriere della Sera”, che un governo debole come quello attuale sia l'espressione di una società fiacca. E' vero, semmai, l'esatto contrario. Cioè che ad una società in cui non mancano i segni della ripresa e la voglia di battersi contro un declino considerato fino all'altro ieri ineludibile, corrisponde un governo incapace di essere all'altezza di un paese comunque in movimento. Non è la società che indebolisce il governo. Ma è il governo che non riesce a stare al passo con la società. Ed, anzi, con la sua stessa presenza fatta di freni, immobilismo e passività, costituisce una zavorra che minaccia di compromettere qualsiasi speranza e tentativo di recupero e rilancio. Non c'è bisogno di fare riferimento agli esempi fatti da Sartori per dimostrare la totale sproporzione esistente tra la vitalità del paese e l'incapacità dell'esecutivo. La realtà è sotto gli occhi di tutti. Le minoranze violente che bloccano la Tav non sono espressione del paese ma solo di una parte marginale della classe politica che conta e pensa all'interno del governo.

    I ragazzi che a scuola compiono violenze ai danni dei professori e dei coetanei non sono i rappresentanti di una intera generazione, ma solo di quella parte infinitesimale di giovani che si sente protetta da quella parte della classe politica che è rimasta ferma alle culture ed alle prassi di un passato ormai remoto. La debolezza del governo, in altri termini, non è occasionale o indotta dal paese infetto che rende la Capitale corrotta, secondo lo schema caro ai laici dell'inizio degli anni '60 dello scorso secolo. E' la formula di governo caratterizzata dal ruolo dominante di forze politiche che hanno alle spalle culture antagoniste, ribelliste e reazionarie che snerva e paralizza l'esecutivo. Non si può pretendere, tanto per fare un esempio, di vedere risolto il problema dello smaltimento dei rifiuti in Campania se poi una delle forze politiche determinanti per la stabilità politica dell'esecutivo si oppone per scelta ideologica ad ogni soluzione in materia. Il dramma, però, è che questo accidenti non era affatto sconosciuto. Si sapeva in partenza che il governo sostenuto dall'alleanza delle due sinistre, una di governo ed una di lotta ad oltranza, avrebbe prodotto solo paralisi. Ma a via Solferino chi sapeva si è speso a suo tempo per il governo del nulla. Adesso se la prenda solo con se stesso!

    tratto da http://www.opinione.it/

  4. #414
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    "Bari è città russa"
    La politica estera del governo finisce schiacciata su Mosca

    Dall'affare Eni - Gazprom, all'accordo tra Alenia e Sukoy, passando per i rapporti tra Enel e Rosatom - anche per la costruzione di centrali nucleari in Russia e paesi terzi - si comprende perfettamente la rilevanza dei rapporti commerciali fra Roma e Mosca. Essa è tale da giustificare quella che il ministro degli Esteri D'Alema ha definito "una scelta strategica, utile alla pace e all'equilibrio internazionale", basata sul "dialogo" e la "franchezza", "senza riserve e preconcetti". Ciò ci fa pensare, al contrario di quanto pure hanno sostenuto i commentatori internazionali di importanti quotidiani come la "Stampa" ed il "Corriere della Sera", che il governo italiano - se non attraverso il premier - tramite il capo della sua diplomazia, abbia espresso le necessarie perplessità e le giuste preoccupazioni per il rispetto dei diritti civili in Russia, e non solo.



    La Farnesina ha infatti sufficienti informazioni per conoscere la delicatezza della situazione cecena, le pressioni che si sono svolte sull'Ucraina, i ricatti verso la Bielorussia, le minacce rivolte alla Georgia. Tutti capitoli non proprio edificanti del corso putiniano, che ormai è al suo apice e che suscita apprensioni proprio per la pace e la stabilità in tutta l'area ex sovietica. Senza contare i problemi interni relativi al dissenso, alla libertà e ai diritti delle opposizioni e perfino della pubblica informazione. Sono vicende, queste, che tutti abbiamo seguito con particolare attenzione e tali da suscitare un profondo biasimo nei confronti del Cremlino. Si può anche strigliare Putin su tutti questi temi, come ha fatto recentemente, ad esempio, il cancelliere tedesco Angela Merkel. Ma a nostro avviso non è questo il vero punto politico. Semmai, alzare la voce nei confronti di Putin o richiamarlo con cortesia al rispetto dei valori cardine del mondo occidentale con cui egli è in rapporti di amicizia, è un problema di coscienza che concerne l'Italia democratica, che sceglie come interlocutore un Paese in cui la libertà rischia di essere compromessa da un regime con una vocazione assolutista, quale quello di Putin. Si può dire a Putin ciò che si vuole, e anche con rudezza, ma se i rapporti commerciali, gli affari, restano poi la principale preoccupazione del governo italiano, o tedesco che sia, l'autocrate russo può fare tranquillamente orecchie da mercante. Salviamo pure la forma, ma la sostanza resta questa: avete bisogno di me e più di tanto non potete permettervi a riguardo. Allora Putin può offrire abbondanti rassicurazioni su tutti gli argomenti spinosi che gli vengono posti, dare il via libera alle trattative commerciali in corso e continuare a governare la Russia come meglio crede. Anche la politica internazionale si presta alle sue pantomime e forse queste vengono rappresentate perfino meglio. Quello che davvero servirebbe in tali condizioni, cioè quando si ritenga indispensabile la partnership economica con la Russia e non vi si possa rinunciare - sicuramente a ragione - è tenere per lo meno ben stretto il rapporto con chi la Russia stessa considera ancora come un principale ostacolo ai suoi piani di espansione, il suo principale contraltare, e cioè gli Stati Uniti d'America. Non siamo mai stati entusiasti della grande amicizia che correva fra Putin e Berlusconi, ma Berlusconi aveva in compenso un'amicizia altrettanto salda con il presidente Bush, e poteva dirci che il rapporto con Putin era funzionale al dialogo fra Russia e Stati Uniti, in particolare per ciò che concerne la lotta al terrorismo. Il governo Prodi questo peso, atto a bilanciare l'asse con Putin, non ce l'ha, visto il gelo che corre attualmente con Washington e che sinceramente non vediamo superare, anzi. Il rischio allora è quello di un'Italia schiacciata sulla Russia. Questo è ciò che davvero ci preoccupa e che ci fa temere per le sorti della politica estera italiana. Anche e soprattutto perché non vediamo nel governo nessun timore in questo senso, nonostante la situazione iraniana rischi di alimentare un contenzioso molto grave. Se nei prossimi mesi non ci sarà una correzione, siamo certi che gli affari prospereranno, ed è anche un bene. Ma dubitiamo che gli eccellenti rapporti fra la Russia e l'Italia possano poi anche aiutare la pace nel mondo. Anzi, lo escludiamo.

    Roma, 14 marzo 2007

    tratto da http://www.pri.it

  5. #415
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    I nuovi rapporti con l’ex Urss tra religione e affari economici

    (...) Il segretario del Pri, Francesco Nucara, commentando l’incontro, ha dichiarato che il problema consiste nel fatto che il governo italiano compiace il presidente russo senza preoccuparsi della distanza politica che lo separa dagli Stati Uniti, «non eravamo entusiasti ma capivamo l’amicizia di Berlusconi con Putin, perché funzionale a un raccordo con gli Usa». Per Nucara, l’amicizia di Prodi invece sembra solo funzionale «a fare affari con i russi» ed il rischio è quello «di squilibrare ulteriormente la posizione internazionale dell’Italia». (...)

    Luigi Cavalli

    tratto da http://www.ilmeridiano.info/

  6. #416
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    I dubbi di Montezemolo
    Ritorna il conflitto tra impresa privata e mano pubblica

    Il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo ha tracciato un'analisi molto preoccupata dei rapporti fra politica ed imprese in occasione della vicenda Telecom. Egli ha rivendicato, giustamente a nostro avviso, il merito degli imprenditori - che hanno scelto la competizione - come base dell'attuale ripresa economica italiana e, quindi, ha definito "paradossale" la sola idea che, invece di un riconoscimento per tale impegno e l'esigenza di accompagnarlo con le riforme necessarie, si affermasse "un clima di ostilità" nei confronti dell'imprenditoria da parte della politica e in particolare del governo. Abbiamo purtroppo ragione di temere che proprio a tale stato paradossale dovremo invece abituarci tutti, perché l'atteggiamento dell'esecutivo sembra oramai abbastanza chiaro a riguardo. E non si tratta questa volta delle componenti radicali che si caratterizzano per quello che sono; in questo caso non si può pretendere nemmeno molto: comunisti e capitalisti non possono andare d'accordo.



    Si tratta, invece, delle componenti moderate e financo di quelle cosiddette liberali. Il caso Telecom fa scuola. Perché forse è anche vero che i presunti "capitani coraggiosi" non si sono mostrati tali e chi è poi subentrato non ha dato una prova così eccezionale. Ma siamo davvero sicuri che la gestione pubblica delle tlc fosse capace di risultati eccezionali? E perché si è privatizzato, allora? E soprattutto, si pensa davvero che riprendendo Telecom sotto l'ombrello di Stato, le cose si metterebbero a posto? Ci colpisce, ad esempio, e ci preoccupa, più che l'ostilità di Di Pietro verso i privati che hanno guidato il gruppo telefonico, il giudizio del ministro Bersani. Secondo Bersani, infatti, il capitalismo italiano non sarebbe all'altezza di vincere la partita di Telecom, perché non è all'altezza di raccogliere sfide di questa portata.

    Il ministro Di Pietro attacca un gruppo di imprenditori sulla base della sua valutazione della prova data. Bersani ritiene addirittura quella prova sintomo dell'inadeguatezza dell'intero mondo imprenditoriale italiano, di più, del nostro capitalismo. In entrambi i casi queste due posizioni sono funzionali ad una riorganizzazione di Telecom dettata dal governo e non dal mercato. E ricordando l'intervento del presidente del Consiglio al Parlamento sulla materia, noi non ci sentiamo molto rassicurati. Non sappiamo come si senta invece il presidente Montezemolo.

    Franco Locatelli sul "Sole 24 Ore" scrive che "è del tutto comprensibile che il sistema politico si preoccupi di garantire un presidio nazionale (che non vuole dire comunque necessariamente pubblico, fra l'altro) per la rete Telecom, ma questo assunto non autorizza a forzare le regole e la logica del mercato". E Locatelli sostiene che le si vuole forzare al punto che ci si rifiuta di aprire agli investitori stranieri; come si vuole impedire * ed è fin troppo ovvio * che l'unico possibile acquirente italiano, e cioè Mediaset, scenda in campo. Dunque si pensa ad un pool di banche e di Fondazioni per tirare le redini dell'azienda. Non vale nemmeno la pena di chiedersi se può davvero essere compito delle banche quello di pensare allo sviluppo del Paese. Tanto più che Locatelli sospetta la possibilità di un favoreggiamento delle banche nei confronti del partito di D'Alema o di Prodi (ma, come diciamo noi: non era lo stesso partito?).

    Ci sembra chiaro che in Confindustria un problema piuttosto serio c'è. Perché, se non la base degli imprenditori, certo il vertice ha avuto le sue ragioni di apertura verso il governo Prodi, e queste ragioni a distanza di nemmeno un anno dal voto sembrano piuttosto incrinate. Tanto che Locatelli scrive: "A nulla servono gli apprendisti stregoni che svelano le ricorrenti tentazioni della politica di assumere, malgrado le pessime performance collezionate in passato, il ruolo di regista o addirittura di giocatore in una delle più complesse partite del Paese, come quella di Telecom certamente è". E se ci permettete, qui abbiamo il netto sospetto che "l'apprendista stregone" non sia la sinistra radicale, non certo Di Pietro ed in fondo nemmeno Bersani.

    L'apprendista stregone per il quotidiano di Confindustria sembrerebbe essere Prodi che, vista l'esperienza nel campo, non si potrebbe nemmeno definire un apprendista. Se mai avesse ragione Confindustria oggi, forse la categoria degli industriali ha sbagliato ieri.

    Roma, 16 marzo 2007

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  7. #417
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    ... questi governanti da strapazzo ... non sono buoni nemmeno di fare uno scambio di prigionieri ...

  8. #418
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    Citazione Originariamente Scritto da nuvolarossa Visualizza Messaggio
    ... questi governanti da strapazzo ... non sono buoni nemmeno di fare uno scambio di prigionieri ...
    Secondo me ... non sanno nemmeno dove stanno di casa ...

  9. #419
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    La lezione dimenticata
    Impossibile una conferenza di pace con i talebani

    Franco Venturini sul "Corriere della Sera" consiglierebbe alla politica italiana di "guardarsi dall'accrescere la confusione".

    Malauguratamente l'onorevole Fassino, forse affascinato com'è dalla costruzione di un partito che si richiama a Gramsci, Don Minzoni, La Malfa e Gandhi, e chi più ne ha più ne metta - comprendendo financo Einstein - rischia di staccare i piedi da terra. In questo modo si finisce con l'aggrapparsi alle soluzioni impossibili. Ora può darsi anche che si trovi qualche sofista che ci sappia spiegare come possano coesistere insieme in una nuova formazione Gramsci, Berlinguer e La Malfa, e non osiamo arrivare a Gandhi ed Einstein. Ma per una conferenza di pace con i talebani crediamo che ci sia qualche difficoltà pratica, piuttosto consistente, in più.



    Nell'entusiasmo per il Pantheon ideale del futuro partito democratico che vagheggia l'onorevole Fassino, egli dimentica il pragmatismo dell'uomo politico che pure dovrebbe conoscere meglio di tutti: il compianto onorevole Giancarlo Pajetta. Il quale era uso dire che finché si poteva discutere era giusto discutere. Ma che quando la discussione non andava più avanti occorreva porre mano alla pistola. Per capire lo stato delle cose con i talebani, Pajetta è utile, d'altra parte egli appartenne ad un Partito comunista che impegnato nella lotta con il terrorismo, che non era disposto a scendere a patti e a trattative. Non vorremmo che, morto il Pci e annunciato il partito democratico, su queste prospettive fossimo noi a rimpiangere il vecchio Partito comunista ed i suoi esponenti. Purtroppo, viste le dichiarazioni di Fassino, il rischio c'è, eccome.

    Capiamo perfettamente, e le abbiamo sollecitate, tutte le iniziative utili alla liberazione di Daniele Mastrogiacomo. Ma riteniamo altresì indispensabile salvaguardare il prestigio dello Stato ed il rispetto delle sue alleanze. Non possiamo salvare Mastrogiacomo se compromettiamo la politica italiana in Afghanistan e diamo uno status di interlocutore politico ai talebani. Soprattutto nel momento in cui il governo afghano e gli alleati occidentali sono impegnati in guerra proprio contro i talebani. A queste condizioni essi potrebbero anche liberare il giornalista italiano, ma saprebbero che noi siamo disposti a cedere, che siamo il ventre molle della coalizione, che basterebbe attaccare i nostri soldati o sequestrare altri italiani per piegarci. Possibile che Fassino non abbia considerato queste ipotesi, che abbia dimenticato così in fretta e facilmente la lezione di Pajetta?

    Vi è poi l'aspetto diplomatico che ricorda Venturini: il ministro degli Esteri italiano presenta una proposta di conferenza di Pace nella quale l'Afghanistan è rappresentato dal governo Karzai, e il segretario del suo partito moltiplica la rappresentanza afghana con i talebani, gli amici di Bin Laden, i narcotrafficanti e quant'altro. Negli Usa, dove ormai si guarda all'Italia come ad un problema aperto della politica internazionale, si ironizza sul fatto che forse Fassino avrebbe proposto una conferenza di pace nel dopoguerra con Goehring e camerati, invece del processo di Norimberga. Per i talebani serve il processo di Norimberga, e il sequestro di Mastrogiacomo va messo nel conto, e bisogna chiedere loro di non peggiorare la situazione con altri capi d'accusa, non ascoltare le loro proposte di pace, che non possono esistere e che non esistono.

    E' tutto talmente chiaro che ci siamo chiesti se la proposta di Fassino non fosse una parte del ricatto che i talebani hanno avanzato per liberare Mastrogiacomo. Noi non siamo disponibili a cedere al ricatto e mettiamo in guardia il governo dal seguire una strada di questo genere.

    Ci fa piacere a proposito che si sia levata con forza ed autorevolezza la voce del ministro Bonino, che ha esposto i termini della questione con estrema puntualità. Il ministro Bonino si è chiesta anche se la presa di posizione del segretario dei Ds sia volta semmai a qualche fine interno, in vista della sua assemblea congressuale. Sinceramente vogliamo credere che il segretario dei Ds abbia la sufficiente sensibilità per non confondere le vicende del suo partito con i problemi internazionali. Fassino ha commesso un errore tale da compromettere il ruolo politico dell'Italia, la sua credibilità, la stessa missione del ministro degli Esteri D'Alema. Prima lo ammette e cambia registro, meglio è.

    Roma, 19 marzo 2007

    tratto da http://www.pri.it

  10. #420
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    Nella Cdl nuovi dubbi sulla missione: «Voteremo sì solo se verrà rafforzata»

    di Fabrizio De Feo

    Si spinge anche oltre il segretario del Pri, Francesco Nucara, per il quale «l’attacco ai militari italiani a nemmeno 24 ore dalla liberazione di Mastrogiacomo, conferma che grazie alla linea della trattativa con i terroristi, siamo diventati un bersaglio». Con una postilla: «Se il governo italiano pensa sia possibile trattare con i talebani o addirittura invitarli a una conferenza di pace, l’opposizione non può più votare il rifinanziamento perché equivarrebbe condannare a morte i nostri soldati. Piuttosto è meglio che si ritirino subito».

    Il dibattito al Senato sul rifinanziamento della missione italiana si avvicina, proprio mentre gli elementi critici vanno moltiplicandosi. Il controverso epilogo del rapimento di Mastrogiacomo, con il rilascio di cinque terroristi, ma anche il precipitare della situazione militare - a cui fanno da contraltare le indecisioni e i perenni distinguo del governo italiano - fanno aumentare le resistenze dentro la Cdl. In particolare sono Forza Italia e An i partiti in cui il dubbio va insinuandosi con maggiore forza. Il ragionamento è semplice: è giusto tenere i nostri militari nel territorio afghano. Ma questo ha un senso soltanto se sono messi nelle condizioni di poter operare senza avere le mani legate.

    Era stato Silvio Berlusconi a chiedere al proprio partito la stesura di un ordine del giorno da presentare al Senato. «Votiamo sì sull’Afghanistan ma le condizioni devono cambiare», aveva spiegato in una riunione di qualche settimana fa. «Non possiamo», ragionava Berlusconi, «non votare sì ma occorre rafforzare la missione». Questa mattina è stato il presidente dei senatori azzurri, Renato Schifani, a formalizzare le richieste: i nostri militari in Afghanistan dovranno essere «dotati di armi di difesa attiva, al fine di garantire adeguati strumenti che consentano di fronteggiare eventuali scontri, eliminando così quanto più possibile il rischio di vita dei nostri soldati». Un modo per dire che lo scenario è cambiato e occorre non solo un rifinanziamento ma anche un adeguamento della missione. «Certamente la nostra posizione è diventata più rigida, noi abbiamo fissato i paletti», spiega Paolo Bonaiuti. «Credo comunque che la Cdl voterà il rifinanziamento», aggiunge. «Il nostro - aggiunge ancora Schifani - non è un aut aut, ma la situazione è delicata e certamente la proposta di Fassino di far partecipare i talebani a una conferenza di pace non aiuta il dialogo tra i due poli. La maggioranza ha una settimana di tempo, mi auguro che ci sia una convergenza». «Non c’è nessun cambio di linea - osserva Maurizio Lupi - in questo momento il centrodestra è unito sul sì al rifinanziamento, ma è chiaro che il governo deve cambiare le carte in tavola».

    tratto da http://www.ilgiornale.it/
    mercoledì 21 marzo 2007, 07:00

 

 
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