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  1. #141
    L'estremista moderato
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…136)

    • A cura di Valter Vecellio
    La Mafia



    Quella che segue è la prefazione, scritta da Leonardo Sciascia, al libro “Mafia” del sociologo e psicologo Henner Hess, pubblicata da Laterza nel 1973 (traduzione di Gabriele Morelli; titolo originale: “Mafia. Zentrale Herrschaft und lokale Gegenmacht”). Il libro veniva così presentato: “Henner Hess, con questa analisi storica e sociologica sottrae finalmente la mafia a ogni definizione fantasiosa o parziale. A partire dall’Ottocento sino a Genco Russo, Giuliano e Lucky Luciano, il comportamento dei mafiosi nei confronti del potere centrale, delle autorità costituite, dei partiti, non che la loro particolare concezione dell’onore e della famiglia, svelano i caratteri di una specifica subcultura.



    Questo libro è stato scritto da un giovane tedesco dopo un lungo e attento soggiorno in Sicilia e attraverso una ricerca, archivistica e bibliografica, tanto minuziosa quanto precisa (mentre di solito la minuziosità è nemica della precisione, quando viene esercitata su una materia traboccante, sfuggente, contraddittoria e controversa). Credo sia una tesi di dottorato, come si dice oltralpe di quegli studi per cui si accede alla docenza e se si paragona (questa tesi, ma anche altre, di francesi e tedeschi, in cui ci siamo imbattuti in questi ultimi anni) a quel che da noi si produce per arrivare alla libera docenza (che in effetti è libera solo se non la si esercita) o alla cattedra, si è assaliti dalla malinconia, se non addirittura dalla disperazione. Ma lasciamo perdere.



    A parte la mole della ricerca, quel che immediatamente colpisce il lettore di questo saggio è il buon senso, e cioè una specie di condizione a tabula rasa, senza pregiudizio, con cui l’autore ha voluto e saputo mettersi di fronte al fenomeno mafioso e sì che sarà stato difficile per lui, straniero, che prima di arrivare in Sicilia e agli archivi siciliani soltanto disponeva di tesi e schemi altrui, di teorie più o meno addentellate alla realtà, di impressioni più o meno false (i viaggiatori, gli “inviati”) e quasi sempre improntate ai romantici effetti che dà il vagheggiamento della “pianta uomo” di classificazione stendhaliana il brigante italiano nel secolo scorso, il mafioso siciliano nel nostro.



    Già alla prima pagina, il buonsenso con cui il lavoro è stato condotto e il buonsenso della tesi cui è pervenuto appare evidente: “Contrariamente all’imputato Mini (Mini non è un famoso mafioso di cui ci si è dimenticati, ma sta per Tizio un tizio medio o grosso mafioso), la maggior parte della gente, in particolare fuori d’Italia (ma anche in Sicilia), si fa un’impressione abbastanza precisa della mafia un’associazione a delinquere centralizzata, retta duramente, con riti di iniziazione e statuti. Il pubblico è stato ampiamente informato sia dalla letteratura specializzata sia attraverso la stampa quotidiana, i romanzi polizieschi e del brivido e i gialli della televisione. Ma chi cerca di approfondire i fatti e di risalire lungo la catena delle fonti, ottiene un quadro completamente diverso e, come è accaduto a me nello svolgere questo lavoro, approderà alla convinzione che l’imputato Mini non mente affatto quando, alla domanda se fa parte della mafia, risponde ‘non so che significa’. In realtà egli conosce individui detti mafiosi non perché siano membri di una setta segreta ma perché si comportano in un determinato modo e cioè in maniera mafiosa”. A riscontro di questa affermazione, che il saggio svolge e dimostra, varrebbe la pena riportare per intero una intervista ai “presunti” (la sostantivazione dell’aggettivo ormai si impone mai l’opinione pubblica italiana è stata così convinta della colpevolezza di una persona o di un gruppo di persone come da quando sono state escogitate le espressioni “indiziato di reato” o “presunto colpevole” – e in quanto al “presunto mafioso”, la presunzione non resta tale ma si materializza in una limitazione della libertà personale abbastanza somigliante al carcere) pubblicata nel 1971 dal settimanale “L’europeo”. Ai “presunti” confinati nell’isola di Linosa.



    Per cominciare, nessuno di loro ha mai sentito parlare di mafia se non dagli inquirenti e dai giornalisti. Ed ecco le sette risposte che il giornalista Magrì riscuote alle domande “cos’è la mafia, cosa vuol dire essere mafioso”: “Prima che i giornali sventolassero ai quattro canti questa parola mafia, nessuno ne sapeva niente”; “Secondo me è un tipico modo di vivere dei siciliani che non viene compreso in continente”; “E’ una gentilezza che si fa alla gente che merita rispetto; “Per loro, la mafia è la deformazione del prestigio” (e si sente l’eco della definizione del giurista Giuseppe Maggiore “una ipertrofia dell'io”); “Mafia è una parola antica che significa cava di pietra. Cava di pietra dove si riunivano le persone perseguitate dai dominatori della Sicilia; persone che si costruivano una loro giustizia. Ora, invece, i politicanti la tirano fuori per inserirla nella delinquenza”; “Ormai la mettono dovunque. Ma dei costruttori che si mettono insieme per costruire, o dei carrettieri che si mettono assieme per sfruttare la sabbia, che sono mafiosi? Sono industriali”. “Io, sul mio onore, non riesco a capire né il significato di mafia né quello di mafioso”.



    Per coloro che credono di avere un’idea precisa della mafia, ma maturata sull’informazione della cronaca quotidiana e di qualche saggio tra i più inattendibili (pochissimi, per esempio, conoscono le illuminanti pagine di Hobsbawm), queste risposte suscitano ironica incredulità e danno addirittura nel comico. Invece esse sono, alla lettera, vere e il “presunto” che impegna il suo onore sulla dichiarazione che non riesce a capire che cosa significhi mafia, che cosa mafioso, non rischia poi molto – e non soltanto nel senso di una nozione dell’onore che più ha a che fare con l’omertà che con la verità. Per lui i termini mafia, mafioso non hanno senso indicano quel che per lui sono parentela, comparatico, amicizia, rapporti di affari; il saper tenere fede a questi rapporti e il rivolgerli a un fine di reciproco profitto, di miglioramento economico e sociale; un giudizio sulle cose del mondo, sulla necessità della forza, della legge e dell’ordine non dissimile da quello che vede realizzato nello Stato o nel sistema da cui emana lo Stato. Non hanno cioè, questi termini, quel senso di cui noi li carichiamo.
    E ne abbiamo la controprova in questa dichiarazione che viene fuori dalla stessa intervista: “Io non sono ricco e non ho soldi. Anzi non so neppure come vivere. E anch’io sono mafioso. Io facevo il tosatore di cani insieme con mio padre. Avevamo una bella clientela, a Palermo. La migliore gente baroni, principi, avvocati, ingegneri. A ventotto anni entrai nei cantieri navali. Anzi, in una ditta appaltatrice dei cantieri navali. Prima che entrassi io c’era sempre disordini, scioperi, caos insomma. Ci sono andato io e ho sistemato tutto. Certo, uno si domanda ma com’è che ho potuto sistemare tutto? Bisogna vedere come l’ho sistemato. L’ho sistemato in maniera che gli operai avessero tutti i diritti. Ero, insomma, una specie di commissione interna, il tramite tra gli operai e il padrone. Poi successe che litigai con un operaio, la polizia lo fece suo…”. Ignorando la definizione - questa sì, a tutti gli effetti, precisa – che è stata data della mafia (“un’associazione per delinquere, con fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si pone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato”), il “presunto” candidamente ne offre la puntuale verifica meravigliato che si possa chiamare mafiosa un’idea e realizzazione dell’ordine, della pace sociale, del diritto tanto ovvia e per tutti soddisfacente.
    Per tutti, tranne uno quell’uno che la polizia intrusa ha fatto suo. Ma davvero si deve far conto di uno, se tutti gli altri sono d’accordo? E quando mai si è vista rispettata l’opinione del singolo a Palermo, in Sicilia, in Italia? La polizia, si sa, è pagata per tenere l’ordine e quando c’è chi mette l’ordine senza scomodarla, spesso se ne appaga ma qualche volta, per dimostrare che non mangia a ufo, o per favorire qualche politicante, fa suo qualche scontento e comincia allora il disordine. Colui che diciamo mafioso si ritiene insomma delegato all’ordine più e meglio della polizia e per la semplice ragione che il sistema, nella versione siciliana, non consente alla polizia efficace penetrazione e controllo. In un certo senso, del sistema ci sono soltanto alcuni effetti e si conoscono soltanto due modi di controllo, due alternative. E valga come parabola questo episodio. Un commerciante subisce un furto, capisce da chi gli viene il colpo, gli si presenta, discorre del più e del meno, poi, entrato in confidenza, con non coperta allusione, gli dice “ma se avevi bisogno di soldi non potevi dirmelo? Che bisogno c’era di farmi uno sgarbo?”. Lo sgarbo sarebbe il furto il commerciante non ignora gli eufemismi e le metafore che si debbono usare, ma evidentemente sbaglia i tempi, se l’altro duramente gli risponde che questo non è il modo di parlare: “e quand’anche fossi stato io, a farle lo sgarbo, lei si presenta male”. La punizione piomba quasi immediata altro furto, questa volta in casa. Il commerciante ci si rode, soffre. Non sa che fare; e anzi sa di non poter fare proprio niente.
    Ed ecco che gli si presenta un tale, che gli propone, senza mai spiegarsi nettamente, “di far finire la cosa”. Il prezzo sarebbe, per il commerciante, l’avallo di cambiali per due milioni. Il commerciante pensa mi faranno pagare le cambiali, ma mi restituiranno la roba. Firma. Paga. Ma la roba non gli ritorna. Dimagrisce, si ammala e quando racconta la ragione del suo male, come l’ha raccontata a noi, finisce così: “I casi sono due o mandano Mori o mettono in libertà quelli; qui non si ragiona più, non si vive più…”. “Quelli” cioè i “presunti” che stanno al confino. E in quanto alla polizia, niente da fare se non c’è uno come Mori i pieni poteri, gli arresti indiscriminati, le carceri piene di “quelli” e di “questi altri”. L’alternativa è netta, assoluta le infinite risorse dell’uomo d’ordine nell’Italia miracolosa miracolata miracolistica, in Sicilia si riducono a due.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  2. #142
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…137)

    • A cura di Valter Vecellio

    Storie di ordinaria ingiustizia



    Quella che segue è la prefazione che Leonardo Sciascia scrisse per il volume “Storie di ordinaria ingiustizia” di Valter Vecellio e Raffaele Genah (1987 Sugarco)



    I casi di errori polizieschi e giudiziari che questo libro racconta sono appena la punta di un iceberg quelli che sono arrivati ai giornali, che hanno fatto notizia (anche se spesso manchevolmente nel senso che alla notizia dell’arresto non è poi seguita quella del proscioglimento, o è stata data in termini minimi, irrilevanti).



    E’ da credere – e anzi con matematica certezza – che tanti altri, tantissimi altri, ne restino sommersi, trascurati dai giornali e non denunciati da coloro che ne sono stati vittime, per quel meccanismo psicologico che nel nostro paese scatta in chi riesce – dopo giorni o anni di sofferenza – a cavarsi, per dimostrata innocenza, dai guai in cui imponderabilmente, imprevedibilmente, imperscrutabilmente era venuto a trovarsi e da ciò scaturisce uno stato d’animo più disposto all’offerta di un ex voto alla Madonna o al santo patrono che alla protesta e alla richiesta di un qualche risarcimento a scanso di ulteriori guai, creduti possibili per la gratuità stessa, l’inconsistenza, l’irresponsabile leggerezza da cui l’errore che l’ha investito, che per giorni o per anni l’ha privato della libertà e ha mandato in rovina la sua reputazione, è stato in effetti generato.


    Ma è da dire, innanzi tutto, che la parola “errore” è alquanto approssimativa, anche se aggiungiamo la specificazione manzoniana di errore che poteva essere veduto da quelli stessi che lo commettevano alquanto storcendola, se l’accompagniamo ad errore, poiché non di errore Manzoni parla ma di ingiustizia “un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano, un trasgredir le regole ammesse anche da loro, delle azioni opposte ai lumi che non solo c’erano al tempo, ma che essi medesimi, in circostanze simili, mostrarono d’avere”; e dunque, aggiunge, “è un sollievo il pensare che, se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa; e che di tali fatti si può essere forzatamente vittime, ma non autori”.



    Estremamente precise e grandi parole, che cadono in taglio per questo libro, per i casi che vi si raccontano. L’errore è nel vagare sulla verità senza riuscire a scorgerla, nel mancare dei princìpi, delle regole, degli strumenti che consentono di scorgerla; ma quando i princìpi ci sono, le regole si conoscono e degli strumenti si dispone, di errore non si può più parlare vuol dire semplicemente, che dei princìpi non si vuole tener conto, le regole non si vogliono applicare, gli strumenti non si vogliono usare.


    Del che Manzoni poteva anche sentirsi sollevato, per l’evitato pericolo di doverne accusare la Provvidenza, di bestemmiarla; ma noi, che non ci sogneremmo di tirare la Provvidenza in causa, né per accusarla né per assolverla, immane sentiamo il peso di doverne accusare gli uomini, l’umana volontà. Di doverne accusare coloro che in nome nostro giudicano. Perché un errore può anche non esser veduto da quelli stessi che lo commettono ma per scarsa conoscenza del cuore umano, per difetto di intelligenza e di perspicacia, per una supervalutazione di elementi invece irrilevanti e trascurabili; ma a patto che le apparenze che lo generano in qualche modo resistano al vaglio critico dei princìpi, delle regole, degli strumenti di accertamento di cui si dispone.


    Ed è il classico errore giudiziario, il cui rischio è sempre presente specialmente nei processi indiziari e in quelli in cui concorrono testimonianze di riconoscimento, di identificazione (e in cui la somiglianza di un uomo ad un altro può, dunque, esser fatale a un imputato innocente).

    Si può anche arrivare ad ammettere come errore quello in cui si è incorsi anni addietro – il caso Gallo – condannando per assassinio del fratello un uomo che col fratello aveva soltanto violentemente litigato solo che il fratello era da quel momento scomparso, andandosene a rifarsi altrove una vita e smentendo il Pirandello del Mattia Pascal col riuscire a vivere senza bisogno di una identità anagrafica.


    La morte presunta era, in quel caso, diventata certezza di morte per assassinio ma poggiando sul fatto che il ritrovamento del cadavere non è per le nostre leggi, mi pare, condizione sine qua non all’istruzione di un processo per assassinio.


    Ma si possono ammettere come errori quelli che hanno dato luogo ai casi che qui si raccontano? Si può considerare un errore il caso della signora che fa un mese di carcere perché nella sua automobile i carabinieri trovano una pistola giocattolo del figlio? E’ possibile che tra le mani esperte di un carabiniere una pistola-giocattolo continuasse a sembrare una pistola vera e che per un mese intero quella finta arma abbia vagato da un ufficio all’altro senza che nessuno la riconoscesse per quello che era, mentre la signora vagava da un carcere all’altro?
    Vicenda allucinante, forse la più allucinante tra quelle che qui si raccontano anche se, forse, la meno dolorosa ché se la signora Mazzeo se l’è cavata con un mese di carcere, altri innocenti nel carcere sono arrivati a passare anni.



    Anni addietro, credendo di giocare in paradossi, in un racconto d’immaginazione ho fatto dire a un magistrato alto delle cose sul suo intendere la giustizia che finivano con l’essere, esattamente, una ideologia dell’ingiustizia dentro quella che confutava l’esistenza dell’errore giudiziario e affermava una giustizia come rappresentazione, celebrazione, apparato e apparenza. Ma evidentemente era più un presentimento che uno scherzo.



    Comunque, più che queste mie parole, alquanto divaganti, credo valgano come premessa a questa antologia di storie d’ordinaria ingiustizia quelle, di affilata esperienza, di Giuliano Vassalli. Io voglio concludere con questa mia risposta, a una domanda sui giudici, data qualche mese fa ad una rivista che appunto s’intitola “Il giudice” e ne dibatte i problemi:



    Un giovane esce dall’Università con una laurea in giurisprudenza; senza alcuna pratica forense e con poca esperienza, direbbe Manzoni, del “cuore umano”, si presenta ad un concorso; lo supera svolgendo temi inerenti astrattamente al diritto e rispondendo a dei quesiti ugualmente astratti e da quel momento entra nella sfera di un potere assolutamente indipendente da ogni altro; un potere che non somiglia a nessun altro che sia possibile conseguire attraverso un corso di studi di uguale durata, attraverso una uguale intelligenza e diligenza di studio, attraverso un concorso superato con uguale quantità di conoscenza dottrinaria e con uguale fatica.



    Ne viene il problema che un tale potere – il potere di giudicare i propri simili – non può e non deve essere vissuto come un potere. Per quanto possa apparire paradossale, la scelta della professione di giudicare dovrebbe aver radice nella repugnanza a giudicare, nel precetto di non giudicare; dovrebbe cioè consistere nell’accedere al giudicare come ad una dolorosa necessità, nell’assumere il giudicare come un continuo sacrificarsi all’inquietudine, al dubbio.



    Sappiamo, purtroppo, che non da questo sentimento e intendimento i più sono chiamati, vorremmo dire vocati, a scegliere la professione del giudicare. Tanti altri sono gli incentivi, e specialmente in un paese come il nostro. Ma il più pericoloso di tutti è il vagheggiare – e poi il praticare – il grande potere che la nostra società ha conferito al giudice come potere fine a se stesso o come potere finalizzato ad altro che non sia, caso per caso, quello della giustizia secondo legge, secondo lo spirito e la lettera della legge spirito – si vorrebbe – mai disgiunto dalla lettera.


    E l’innegabile crisi in cui versa in Italia l’amministrazione della giustizia (e crisi è forse parola troppo leggera) deriva principalmente dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto ad estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano, l’arbitrio.


    Quando i giudici godono il proprio potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta a giudicarli. E siamo a questo punto. Ma non che il referendum sulla responsabilità dei giudici possa risolvere il problema, anche se può apporvi qualche rimedio il problema vero, assoluto, è di coscienza, è di “religione”.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  3. #143
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…138)

    • A cura di Valter Vecellio

    I testi che seguono, “Belli e Gogol” e “Belli, Tripisciano e il cavaliere”, sono stati pubblicati entrambi su “Lazio ieri e oggi”, il primo nel fascicolo XXIV, 1988; il secondo nel fascicolo XXV del 1989. Li ha scovati un autentico appassionato e cultore di cose “sciasciane”, il nostro amico e compagno Fabrizio Tosti, che già ha scovato e ci ha inviato preziosi testi, e che ancora una volta ringraziamo



    Belli e Gogol



    Una interessantissima nota sull’incontro Gogol-Belli l’ha scritta Corrado Alvaro quando, presso l’editore Rizzoli, uscì la traduzione di Tommaso Landolfi dei gogoliani “Racconti di Pietroburgo”. Nel 1940 Henry Mongault aveva riesumato un racconto lasciato da Gogol incompleto e che si intitolava a Roma: e Landolfi lo aveva compreso nella sua scelta. In questo racconto Alvaro scorgeva il frutto dell’incontro di Gogol con Belli.



    E’ la storia di un giovane principe romano che, stanco della vita romana, corre a Parigi: e dapprima si entusiasma di quella vita intensa e ricca di novità; ma si accorge poi della mediocrità, del vuoto che si nasconde sotto l’apparente rigoglio intellettuale e, chiamato a Roma per la morte del padre, ci rimane: riscoprendola a specchio del suo cuore, intimamente legandosi alla vita della sua città, alle sue sventure e al suo popolo.



    Nel carnevale romano scopre poi una bellissima ragazza del popolo vestita nel costume di Albano, va in Trastevere per sapere di lei, per vederla ancora… A questo punto il racconto si interrompe, e si interrompe un reale episodio della biografia gogoliana. Gogol era stato una prima volta a Roma: e forse avrà trovato povera e senza respiro la vita romana. Più piena la vita a Parigi: finché ne avrà scorto le crepe. E, tornando a Roma, un senso di riscoperta, una cordialità nuova. Poi, nel carnevale, una bellezza femminile intravista, l’impossibilità di ritrovarla.



    Gogol è certo l’unico russo che da Roma abbia tratto una lezione. “Mi sento felice. A Roma c’è qualcosa di meraviglioso: è la seconda volta che ci vengo, e mi pare più bella di prima”. A Roma c’era Belli: ed è quasi certo che al grande poeta romanesco Gogol deve la sua scoperta della città.



    “Erano fatti per intendersi”, scrive Alvaro, “tutti e due espressione popolare al punto da essere incomunicabili e intraducibili se non a patto del totale irraggiamento della civiltà cui appartenevano: e dovevano pure essere simili di carattere, se tutti e due, alla fine dei loro anni, presi dagli scrupoli religiosi, pensarono di bruciare le loro opere.



    Quanto di Gioachino Belli si trova nel racconto di Gogol che, malauguratamente non terminato, porta il titolo di “Roma”?…Per quanto Gogol accenni nelle sue lettere alla sua amicizia e alla sua ammirazione verso il Belli, in queste pagine si trova forse la vera testimonianza di quei rapporti…”



    In quegli anni, Gogol portava dentro il “poema” delle “Anime morte”. Dicendo “poema” egli intendeva richiamare l’idea, non soltanto strutturale, della Commedia dantesca. E, incontrandosi col Saint-Beuve a Civitavecchia, dirà che i sonetti di Belli “fanno poema”. Non intende dire di un’unità esteriore, ma tutta interiore e profonda. Mentre parla col critico francese, forse pensa che anche nella Roma di Belli c’è un inferno, un purgatorio e un paradiso di “anime morte”.



    “Puskin che amava tanto di ridere, a misura che io leggevo si faceva sempre più cupo, e quando io ebbi finita la lettura, disse con disperazione: Dio mio com’è triste la nostra Russia!” Amava tanto di ridere Nicola Gogol? Forse. Ma certo, insieme al sale e all’arguzia di cui dice nella lettera alla Balàbina, nella Roma di Belli gli si rivelò tanta tristezza, tanta tetra e nativa energia.



    Quella rappresentazione così corale e drammatica, così implacabilmente squarciata; quello “spaccato” di vita investito da una greve luce d’apocalisse, sospeso come dentro l’occhio spietato di un giudice, dovette essere irresistibile per l’autore del “Revisore”. Se un “revisore” Gogol ha immaginato, non quello finto e “fisico”, ma quello vero e “metafisico”, quello che la guardia comunale annuncia nell’ultima battuta della commedia e che troverà inermi e beffati i protagonisti - eccolo quel “revisore” nel salotto della Wolkonsky, “colla faccia amara tinta d’itterizia” sulla quale invano avresti aspettato un sorriso. Così lo videro, rispettivamente, lo Gnoli e il Della Spina: e certo anche il grande scrittore russo. Al quale spetta anche questa gloria: di avere, primo in Europa, riconosciuto quel poeta che noi un po’ tardi abbiamo scoperto.






    Belli, Tripisciano e il cavaliere





    Non abbiamo nessun debole per i tanti monumenti che ingombrano le piazze d’Italia, ma quando ci troviamo a passare per piazza Sonnino, un’occhiata al monumento a Belli la diamo volentieri. Per due ragioni. Perché, bene o male, c’è “lui”; e perché autore del monumento è Michele Tripisciano. Questa seconda ragione è soltanto personale: qualcosa di vago, una screziatura sentimentale, una musicale memoria di giorni lontani.



    Michele Tripisciano nacque a Caltanissetta. E a Caltanissetta noi abbiamo fatto, come si dice (e si dice per dire), i nostri studi. Per anni, quotidianamente, il busto in bronzo di Tripisciano, tra i pochi alberi intristiti dal gelo, ci guardò passare con i libri sotto il braccio; e negli intervalli, uscendo nella piccola piazza, sotto i suoi occhi fumavamo la mezza sigaretta, in attesa che il suono del campanello ci richiamasse in aula. Ricordiamo la tristezza, la solitudine di quel busto nelle rare giornate di neve; il sole d’inverno nella piazzetta. E la primavera, le ragazze…



    Caltanissetta è una città di provincia; ma con un suo carattere particolarmente simpatico e aperto. Tagliata in croce da due arterie dignitose e insignificanti, ha nel suo centro, tra caffè circoli e tabaccherie, una tranquilla congestione di vita: Un passeggio fitto e lento, come una fiumana che poi sfocia in un ampio e ventoso viale.



    Brancati, che per un paio d’anni insegnò a Caltanissetta, ne fissò emblematicamente alcune immagini: e, tra queste, le mosche dell’Hotel Mazzone. Baldini colse invece, in una pagina mirabile, un aspetto eccezionale: la festa del Giovedì Santo. E veramente Caltanissetta è un luogo che sembra fatto apposta per tutti e due: per gli indugi e i vagheggiamenti di Baldini e le satire e le beffe di Brancati. Solo che Baldini non ebbe tempo di accorgersene. Ma Tripisciano? Ecco: Tripisciano vi nacque; e si sa che nessuno può scegliere il luogo dove nascere.



    Vi nacque come poteva nascere a Reggio di Calabria o d’Emilia. Figlio di povera gente (in questi casi si ripete ed invera il mito di Giotto che pascolava le pecore: è di rigore), fu il barone Lanzirotti che, in vena di mecenatismo, lo mandò a studiare scultura nel romano Ospizio di San Michele. Fece dei progressi, ebbe buon successo. Monumenti da lui scolpiti si trovano un po’ ovunque, da Terracina a Buenos Aires, da Marino a Chicago. Premi e decorazioni non gli mancarono.



    Quando nel 1913, attraverso un concorso burrascoso, ebbe l’incarico di scolpire il monumento a Belli, era già scultore famoso. Fu l’ultimo suo lavoro.



    Il 4 maggio dello stesso anno il monumento si inaugurava. Il 21 settembre Tripisciano moriva. Il 23, nella piazza San Domenico di Caltanissetta, il Cav. Avv. Giuseppe Geraci recitava un ispirato elogio funebre dello scultore. Il Cavaliere era stato un ammiratore indefesso del Tripisciano.



    Ecco un suo sonetto dedicato “A Michele Tripisciano pel monumento a Belli”:



    Roma rivede il genial Poeta,

    Che i vizi del suo tempo e la vergogna,

    Mercé una rima in apparenza lieta,

    Condannava alla sferza ed alla gogna.



    Il Popolo l’ammira e se ne allieta,

    Forse perché esso ingenuamente sogna

    Che ritorni la satira irrequieta

    Opportuna in quest’ora di menzogna.



    Io te saluto, o Tripisciano artista

    Ormai provato a scoperchiar gli avelli

    Ed a ritrarre i già sepolti in vista,



    Che il tuo genio nel marmo hai così impresso

    Che pur mirando ad eternare il Belli,

    Sei riuscito a immortalar te stesso!



    Quante cose ci sono dentro quattordici versi! C’è addirittura un ritratto vivo e parlante del Cavaliere. Sappiamo tutto di lui: come leggeva Belli, che aveva un grande rispetto per il Popolo e per i Poeti, che si sentiva malinconicamente “nato troppo tardi”. In fondo anche lui, mirando ad eternare Tripisciano, è riuscito a immortalare se stesso.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  4. #144
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…139)

    • A cura di Valter Vecellio

    Attenti al Duce

    Prefazione al libro di Vincenzo Rizzo “Attenti al Duce”, Vallecchi editore, 1981

    Ho del fascismo ricordi molto vivi, e che anzi si fanno più nitidi ed articolati nell’avvento della vecchiaia, per quella sorta di presbiopia che la memoria viene acquistando. Si annebbiano e presto si cancellano i fatti vicini, gli incontri, le letture; e imprevedibilmente si dispongono a fuoco, come nel mirino di una macchina fotografica o nelle lenti di un binocolo, le cose lontane e che credevamo perdute. A volte, ripeto, imprevedibilmente, sollecitate da vaghe percezioni, da inavvertiti richiami; a volte per più scoperte, evidenti sollecitazioni.

    Questa ricerca sugli attentati a Mussolini – attentati più vagheggiati che progettati e vagheggiati anche da parte della polizia fascista – condotta sul superstite carteggio dell’Ovra, è in tal senso ricca di sollecitazioni: a ritrovare nella memoria tutti quei fatti, personaggi, discorsi, riti, feste e luoghi comuni che s’appartengono alla dimensione comica del fascismo. Di questa dimensione non si è voluto o saputo sufficientemente tener conto. Non si è saputo o saputo sufficientemente ridere: che sarebbe stato salutare. Il solo che ci ha provato, in letteratura e per trasposizione nel cinema, è stato Vitaliano Brancati: ma, appunto, isolatamente e senza apprezzabili effetti nella società italiana. Si è preferito dare del fascismo una rappresentazione piuttosto tetra, quasi strettamente informata a una diagnosi stalinista. E non che tetraggine e tragedia nel fascismo non ci fossero; ma almeno ugualmente catartica, se non più, sarebbe stata una rappresentazione del versante comico. Il ridicolo uccide: e ci ostiniamo a credere uccida anche in Italia, nonostante le contrarie apparenze.

    Non ricordo se in quella specie di enciclopedia del fascismo comico che si può cavare dall’opera di Brancati la voce “attentati” vi abbia parte. E’ certo una voce importante: e come in quelli che ebbero un minimo di progettazione e di cui gli italiani furono informati si scopre il volto bieco e feroce della dittatura fascista, in questi soltanto vagheggiati che Rizzo ha saputo, direi con vena brancatiana, spigolare, se ne scopre il volto farsesco, irresistibilmente comico. E nel comico trova coinvolgimento anche un certo antifascismo, specialmente degli esuli. Non tutti avevano l’intelligenza, la lucida comprensione del corso effettuale delle cose, che aveva un Salvemini: da capire, insomma, che l’attentato – peraltro difficilmente attuabile – serviva alla polizia fascista, al fascismo, al mito mussoliniano come lubrificante e corroborante.

    All’apice dei sogni dell’antifascismo era la morte di Mussolini. Ragionevolmente, considerando che in Italia in fascismo per pochi è stato ideologia, sistema, dottrina e per i più, specialmente negli anni del quasi totale consenso, mussolinismo. Morto Mussolini, il fascismo sarebbe crollato: da ciò il sorgere, negli oppositori interni, del mito dell’ulcera di cui si diceva Mussolini fosse affetto. Negli anni in cui veniva scemando il consenso, la notizia che Mussolini avesse un’ulcera , e abbastanza grave, prese proporzioni tali che la sola parola – ulcera – era come un segnale, come un’intesa tra coloro che lo volevano morto. Gli oppositori interni, più avvertiti e guardinghi nei riguardi dell’efficienza e capillarità della polizia politica, vagheggiavano l’ulcera, avevano il culto dell’ulcera – “galoppante” si aggiungeva: e si era presi da quel galoppo come nel finale di un film western – così come gli esuli vagheggiavano l’attentato. Ricordo lo sconforto di un antifascista del mio paese che, tra la meraviglia di coloro che come antifascista lo conoscevano, nell’estate del ’37 andò alla stazione ferroviaria a vedere Mussolini passare. Ci andò per controllare a che punto fosse arrivata l’ulcera nel suo galoppare: ma Mussolini gli apparve così in buona salute, abbronzato, alacre da perdere ogni speranza riguardo all’ulcera. “Ma quale ulcera!”, confidò agli amici, “Quello campa cent’anni!.

    Al vagheggiamento dell’attentato da parte degli esuli corrispondeva, come abbiamo detto, il vagheggiamento da parte della polizia. Bastava un nulla – un sentito dire a Parigi – perché l’ipotesi dell’attentato prendesse corpo, muovesse una sproporzionata attività. In certi casi, è da credere si trattasse di pura invenzione da parte degli informatori: che non potevano meglio giustificare i compensi che ricevevano. Erano, gli informatori, per lo più gente di poco affare, senza alcuna intelligenza delle cose: al punto che uno di loro si meraviglia nel sentire, in ambienti di antifascisti, che c’è intenzione di colpire, oltre che Mussolini e il re, anche il ministro della Giustizia: “So di sicuro, per quanto non ne comprenda la ragione, che tra essi c’è l’on. Rocco”. Non ne capiva la ragione: che è una ragione con la quale, a tanti anni dalla caduta del fascismo, ci troviamo a fare i conti. E direi che per questo particolare, per questo non capire, l’informatore trova un accento di verità che non si trova in molti dei rapporti antologizzati da Rizzo, tra i quali spicca – come di un Conrad di seconda mano, forse anche perché ha la Polonia come scena – quello che s’intitola al “sicario mistico”.
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  5. #145
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…140)

    • A cura di Valter Vecellio

    Paese con figure



    “Paese con figure” è stato pubblicato originariamente su “Galleria”, n. 1, 1950. “Galleria” è la rivista, pubblicata a Caltanissetta dall’omonimo editore Salvatore Sciascia, di cui il “maestro” di Racalmuto era animatore e direttore



    Quando saremo lontani da questo piccolo paese in cui siamo nati e viviamo, quando finalmente ci sentiremo nascere dentro amore e nostalgia per le cose che oggi ci circondano e mortalmente ci annoiano – di queste povere case ammucchiate, di queste persone che ogni giorno incontriamo, il nostro ricordo riuscirà forse a comporre una di quelle infantili e amorevoli costruzioni in cui cubetti di legno e figurine di coccio fanno affettuosa armonia; una povera e incantata armonia. Come uno di quei Presepi a cui intorno al Natale si affaccendano grandi e piccini e che, dal re dell’acquaiolo, raccolgono tutte le umane attività e significazioni. Quello sarà veramente il nostro paese: perché la lontananza darà dolci cadenze alla noia di oggi e all’angustia; e diventerà un po’ amore quel che ora è insofferenza e reazione. Intanto, poiché ancora in nessun modo lo amiamo, una pausa della nostra insofferenza ci permette di immaginare come sarà nel ricordo di noi lontani, come nascerà quell’insieme nitido e minuscolo come un Presepe.



    Ecco: don Giuseppe Savatteri è un imbecille detestabile. La sua voce sembra trascinarsi dietro un’eco molteplice, tanto è violenta e maleducata. Tutte le sue parole ingombrano l’area del luogo in cui ci si trova come un ciarpame confuso, si accatastano come cose inutili dietro un vecchio solaio. Ma non può mancare; è quasi un simbolo. Suo nonno, quando per la prima volta un treno stava per giungere a questa stazione, attendeva, scuro ed incredulo; il miracolo di veder muovere dei grandi carri “col fumo di una pentola che bolle”: e tutti i giovani del paese gli scialavano intorno, lo stuzzicavano, si fingevano come lui increduli e indignati. E quando il treno sferragliò dentro la stazione, si fermò, la musica attaccò una marcia, tutti furono intorno alla macchina, don Eugenio Savatteri si torse nervosamente la barba e gridò con quanto fiato aveva: “Non mi fregano, avranno messo dentro i cavalli”. L’espressione fu in verità ben altrimenti energica; e don Eugenio passò tutto il resto della sua vita a chiosarla, ad allargarla in dimostrazioni e imprecazioni. Morì convinto che dentro quell’arnese sbuffante stessero diabolicamente nascosti i cavalli: infine concedendo soltanto che diabolica anche essere la natura di quei cavalli. E il notaro dovette, scrivendo sotto la sua dettatura incrinata dall’agonia, saltare una delle sue volontà ultime: quella che diseredava i figli ove avessero “mancato alla sua memoria” con un viaggio in ferrovia. Così i suoi figli poterono felicemente salire su un treno: senza peraltro allontanarsi dal paese più di trenta chilometri. Ma la frase: “Avranno messo dentro i cavalli”, divenne una divisa, un cartiglio araldico, una distillata esperienza. Infatti non c’è fatto idea confessione gioco in cui don Giuseppe Savatteri non veda i cavalli della frode e del diabolico. Da suo nonno non ha soltanto avuto terre e case, e i marenghi di cui si dice nel paese; ma anche questa sublime diffidenza che ad ogni momento gli scatta dentro con automatica precisione. In una sola cosa credette Giuseppe Savatteri: nel fascismo. E nonostante tutto, stenta ancora oggi a credere che “c’erano dentro i cavalli”.



    Il signor Savatteri fu anzi l’unica persona del paese che scambiò per una pattuglia tedesca i primi americani che nel luglio del ’43 entrarono in paese: e quando vide le armi dei soldati puntate contro il brigadiere dei carabinieri che se ne stava al fresco davanti al caffè semichiuso, applaudì freneticamente, credendo che i tedeschi si fossero decisi “a prendere nel pugno tutta la situazione”, come egli da più mesi auspicava. Invece c’erano dentro i cavalli: e la stessa sera don Giuseppe Savatteri si trovò a sostenere che il gusto delle sigarette Camel era insuperabile; contro don Ignazio Grillo che, da anni imprudente ed acre nel dir male del fascismo, era ora tanto sconvolto dalla presenza di quei soldati stranieri ubriachi di sole, da sostenere con le lacrime agli occhi la superiorità delle nostre Macedonia.



    E questo fatto, nel minuscolo e composito paese del nostro ricordo, ci farà collocare vicino a don Giuseppe Savatteri un piccolo uomo tutto nervi, poco castigato nel linguaggio, tanto amico della verità quanto del vino: il nostro caro don Ignazio Grillo. E tra il vino e la musica di Rossigni che egli ama seguire con gesti concitati e felici: col suo corpo leggero insugherito scattante; col suo bastone in bilico nella destra, vibrante come una bacchetta di rabdomante ad ogni sotterranea malignità – forse quando così lo ripenseremo domani ci sembrerà vederlo sollevato a mezz’aria, sorridente e canuto, con due di quelle alucce che l’umorista Mosca disegna ai suoi strani angeli. Ricorderemo anche le parole che chiudono ogni suo giudizio, ogni discorso proprio e altrui: “E’ tempo perso”. Parole che per tanti anni punteggiarono, quasi indecifrabilmente affiorando alle sue labbra, le frasi martellanti di un uomo il cui ritratto, guardandolo da tutte le pareti volitivo e accigliato, sembrava volergli imporre i più minuti e inconcepibili fastidi. Ora queste parole – “è tempo perso” – vengono pronunciate con più spicco, con più soddisfazione: e sono in prevalenza dedicate agli sforzi “sovversivi” di un certo partito politico.



    Ma ci sarà un momento in cui le alucce non sosterranno più nel ricordo, don Ignazio Grillo graziosamente librato nell’aria. Lo vedremo piombare a terra con una piroetta, un mezzo giro; e il suo volto dipingerà una certa contrizione. Sarà quando, parlando di donne, il signor Ministeri, suo vecchio compagno di scuola e di giochi, svegliandosi un momento dal sonno che per tre quarti del giorno felicemente lo sprofonda in una poltrona del circolo, gli griderà con una voce che la mancanza di denti rende come ovattata: “Amico, ricordati che, sessantasette anni non li ritorneremo a compiere l’anno venturo”.



    Don Ignazio si affloscerà per un momento: ma il barone Trupia, entrando col suo passo anchilosato, il gran naso che gli disegna un profilo aerodinamico, muoverà le mani,leggere come farfalle, a foggiare nell’aria un gran corpo di donna: una di quelle gigantesse alla Baudelaire, alla cui ombra don Ignazio riprende quota come una piccola mongolfiera. Così tutti i nostri personaggi (perché sono gli uomini che vediamo ogni giorno, ma al tempo stesso sono personaggi in cerca di autore) parlano ora di donne – e il signor Ministeri riprende sonno dentro la sua poltrona. Le donne, le donne. Sono tutti mariti premurosi e fedelissimi, di donne non conoscono che la propria moglie: ma quale fantasia, che baldiniana golosità, con che gusto si accendono in determinazioni anatomiche, in battute piccanti. Il barone Trupia si affida all’eloquenza delle ani: forse vedremo le sue mani staccarsi, volteggiare nell’aria, svanire alla ricerca di quella donna incontrata quarant’anni fa a Pinerolo, nella tal via di Milano, dentro la tal piazza di Roma. Ecco: è già un personaggio, il nostro barone Trupia; può benissimo entrare dentro le saporitissime pagine di uno scrittore conterraneo che tanto amiamo. E magari uscirne sbattendo la porta, tanto la sua presenza annienterebbe i vari Percolla e Muscarà del “Don Giovanni in Sicilia”.



    Noi lasceremo questo gruppo alle sue invenzioni felici. Guarderemo a quel mendicante che ogni giorno ci troviamo davanti la porta. Una presenza terribile: con quella poca barba nerissima sul mento sfuggente, gli occhi grandi e acquosi, senza sguardo: la fronte schiacciata; il torace gonfio e bianco, sempre nudo sotto la sola giacca lurida. Collocheremo la sua figura presso la casa del più ricco del paese. Il quale, in un paese tanto povero, è una presenza forse più inquietante del mendicante che collocheremo presso la sua porta. Un uomo che ha saputo fare, dicono questi signori poveri; questi “galantuomini” la cui fortuna è tutta in un paio di salme di terra che vanno sciogliendosi, come zucchero nell’acqua, nelle esigenze dei figli che studiano fuori o si trascinano dietro una dote. Ma c’è un uomo, un pazzo tranquillo monologante logico; un uomo dalle pupille stravolte e ferme; una figura piena di gelida ira che sembra uscita da un quadro di Hieronymus Bosch – c’è quest’uomo che chiama le cose col loro vero nome, e crocchi di ragazzi stanno ad ascoltarlo, e spesso lo ascolto anch’io. E così, “l’uomo che ha saputo fare” è chiamato semplicemente ladro. E ogni casa ha il suo buco nel tetto, e dentro vi guardano queste tremende pupille vitree e ferme. Qualcuno tenta di sorridere. Ma è difficile, proprio difficile sorriderne. E il pazzo dice: tu sorridi, ma come la lumaca sulla brace. E resta con l’indice puntato, la testa alzata a non guardare chi lo circonda.



    E così fermo resterà per noi al centro della piccola piazza.
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  6. #146
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…140)

    • A cura di Valter Vecellio

    “Una kermesse” è stato pubblicato originariamente su “Galleria”, n. 1, 1950. “Galleria” è la rivista, pubblicata a Caltanissetta dall’omonimo editore Salvatore Sciascia, di cui il “maestro” di Racalmuto era animatore e direttore.


    La Sicilia è fascista fino al midollo.

    Mussolini

    Meno caffè nelle tazze e meno zucchero

    nel caffè; ecco quello a cui i più

    saranno sensibili.

    (“Diario”, 13 luglio 1940)

    Andrè Gide

    Il primo separatista fu in Sicilia il generale Roatta. Accanto a manifesti che ricordavano ai siciliani i Vespri e li invitavano a un nuovo vespro “tra la sabbia e il mare”, dove secondo Mussolini le truppe d’invasione si sarebbero arrestate, altri ne comparvero più piccoli e meno vistosi – e i siciliani che vi incollarono gli occhi a leggerli e a rileggerli, appresero che italiani e tedeschi erano pronti a fiancheggiare il loro vespro, che non c’era niente da temere, tutto era saldo lubrificato pronto allo scatto. Qualunque cosa ne dicano oggi i separatisti, a qualunque lontananza e continuità si rifacciano per affermare il mai addormentato spirito d’indipendenza dei siciliani, fu il generale Roatta il primo ad avvertire i siciliani che italiani proprio non potevano considerarsi e che gli italiani si proponevano di difendere i siciliani allo stesso modo e nello stesso sentimento dei “camerati” tedeschi.

    D’altra parte i siciliani erano palesemente convinti, quanto il generale Roatta lo era segretamente, che la guerra era già decisa in favore degli alleati e che, se un vespro c’era da accendere, quelli con le aquile in testa dovevano farne le spese. In proposito una storiella girava per i caffè e i circoli; una delle tante storielle che maliziosamente chiosavano i bollettini delle operazioni, i commenti di Appelius, i rapporti dei gerarchi.

    Un ufficiale dell’esercito passeggia dentro la stazione in attesa del treno; in senso inverso passeggia un ufficiale della milizia. E poiché c’è un punto in cui si vengono incontro e si sfiorano, accade all’ufficiale dell’esercito di pestare un piede a quello della milizia. Si scusa e vuole riprendere a passeggiare, ma l’altro lo ferma, non sa che farsene delle scuse. L’ufficiale dell’esercito gli offre di pestare in cambio il proprio piede, ma quello non sente ragione; e vengono alle mani. In quel momento arriva un treno; un viaggiatore apre lo sportello per scendere, carico di valigie e di ombrello; vede quei due che se le danno; lascia la valigia e con l’ombrello corre a dare addosso a quello della milizia, gridando agli altri ancora sul treno: “Avanti, che cambia bandiera!”.

    Questo era lo stato d’animo dei siciliani: l’attesa che “cambiasse bandiera”, nel senso di un rovesciamento della situazione interna. Tale rovesciamento era impensabile non avvenisse per il delinearsi o per il realizzarsi di una vittoria anglo-americana. Così americani e inglesi erano attesi; magari vagamente, che pur nutrendo la più grande fiducia per il colonnello Stevens, la voce di Palazzo Venezia manteneva una sua tenue ragnatela d’incanto.

    Ma la notte del 9 luglio scoppi lontani e lontano sbocciare di luci cangianti svegliarono i siciliani. Gli alleati sbarcavano, ma nemmeno i siciliani della costa pensavano che lo sbarco fosse quello buono e definitivo; una puntata d’assaggio come a Dieppe, credevano. Quando l’indomani sirene e campane a martello annunciarono l’emergenza, la cosa apparve diversa. Dalla proclamazione dello stato d’emergenza ha inizio quella che, senza ironia e senza risentimento, ha tutti i caratteri di una kermesse. S’intende che cadenze tragiche non mancarono; che città e paesi interi assunsero un volto di morte sotto la violenza, spesso inutile e sciocca dell’invasore. Ma un’aria di festa popolare accompagnò da Gela a Messina il cammino delle armate anglo-americane. Ci auguravamo allora fosse la kermesse della libertà. Forse lo era. Ma quel che dopo è accaduto, fino ad oggi, ci fa diversamente credere. Era la kermesse dei servi che finalmente si liberano di un padrone ed un altro ne attendono che sperano più largo, più generoso, più stupido. Era la festa che degnamente terminava un ventennio di diseducazione, di adorazione alla forza, di culto al proprio stomaco. Era giusto che la più balorda e cieca primogenitura, che un capo abbia mai offerto ad un popolo, venisse dal popolo cambiata per una scatola di “razione K” dell’esercito nemico. Era giusto…Tuttavia pensiamo che l’Italia, la pena e la vergogna dell’Italia là dove era più forte e più pura, rimase tra le pareti di case i cuoi specchi non conobbero per un ventennio le camicie nere gli emblemi i ritratti di Mussolini: le finestre chiuse, chiusi i portoni, chiuse soprattutto le cantine.

    (Bisogna vere in certi casi avere non l’impudenza, ma l’onestà di ricordare. Oggi che in special modo i liberatori, cioè – e il duce riassume la sua maiuscola).

    La mattina del 10 gli americani erano sulla costa tra Gela e Licata. Il paese in cui mi trovavo, e che era il mio, distava da Licata una cinquantina di chilometri; ma era compreso in una zona rimasta alle semplici operazioni di rastrellamento. Così gli americani non giunsero che una settimana dopo. Giungevano alla spicciolata i feriti di un reggimento di bersaglieri che, nel punto più vicino alla costa, erano entrati in contatto isolato con gli americani. Non erano siciliani, ma in gran parte veneti. I siciliani non erano fatti cogliere, sapevano dove andare, si sbandarono al primo urto: che era in realtà urto insostenibile e grottesco, se si pensa che si contava su fossi mal scavati e in gran fretta per arrestare i carri armati, e che soltanto un paio di aerei si videro timidamente sorvolare i margini della zona.

    Dunque i feriti giungevano e finivano proprio là dove il regime in vent’anni non aveva speso una lira né sostenuto i muri poco saldi. Finivano nell’inutile e vuoto ospedale del paese dove un medico frettolosamente fasciava le loro ferite; ma in quanto a mangiare, proprio niente da fare. Non avevano niente le suore, niente sapeva che fare il podestà, ancora meno il segretario politico. C’era, sì, una colonia della GIL piena di buone cose e dotata di buone somme; ma via, proprio in quel momento, per dei soldati che perdevano la guerra – mica si poteva perdere di vista il futuro, che era altrimenti nero che l’orbace. Allora i giovani cercarono di rimediare alla meglio, quei pochi giovani del paese che erano ancora capaci di sentire qualcosa di buono. Cominciarono dal più ricco del paese, pieni di speranza gli chiesero un po’ di farina, del latte, qualche uovo. L’uomo non disse né sì né no, si ritirò con la figlia nelle altre stanze; e rivenne fuori con dieci lire delicatamente sospese tra pollice e indice, quasi si trattasse di una farfalla dalle ali preziose. Dieci lire, per dei soldati che perdevano la guerra, un sacrificio. La gente più povera, quella che unica ricchezza ha i figli, dava più largamente: pensava, appunto, ai figli lontani. E così i feriti poterono mangiare qualcosa, fino all’arrivo delle gallette e del corned beef americano.

    Fine prima parte.
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  7. #147
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…141)

    • A cura di Valter Vecellio

    Una kermesse



    “Una kermesse” è stato pubblicato originariamente su “Galleria”, n. 1, 1950. “Galleria” è la rivista, pubblicata a Caltanissetta dall’omonimo editore Salvatore Sciascia, di cui il “maestro” di Racalmuto era animatore e direttore. Su “Notizie Radicali” del 29 giugno abbiamo pubblicato la prima parte. Oggi la seconda e conclusiva.



    Già un venditore ambulante era riuscito a passare dalle linee americane alla nostra zona, che gli americani non si decidevano ancora ad occupare. Portava, come la colomba di Noé il ramo di ulivo, un paio di Chesterfield e qualche quadretto di zucchero. Nonostante i carabinieri volessero deserte le strade, intorno gli si raccolse una gran folla. Quando il venditore ambulante accese una delle sigarette, intorno ci fu quel ieratico silenzio che accoglie gli eventi capitali.



    Gli americani, spiegava il venditore ambulante, non vengono perché credono ci siano ancora i tedeschi. Eravamo al 14 luglio. Nel pomeriggio si diffuse la notizia che gli americani arrivavano. Il podestà, l’arciprete e un interprete si avvicinarono ad incontrarli. La popolazione in attesa si preoccupò di bruciare, ciascuno nella propria casa, tessere ritratti di Mussolini opuscoli di propaganda. Dagli occhielli i distintivi scivolarono nelle fogne. Ma gli americani ancora non venivano. Passarono due autocarri carichi di soldati tedeschi; la popolazione taceva e i tedeschi, bagnati di sudore e con le armi al piede, seduti per quattro, avevano lo sguardo fisso in avanti, stanco ed allucinato. L’indomani passarono ancora due tedeschi con un’automobile munita di radio. Fecero sentire il bollettino trasmesso da Roma che da più giorni non sentivano, mangiarono tranquillamente, fumarono i loro sigari. Due ore dopo la loro partenza, cinque soldati col lungo fucile abbassato, sbucarono improvvisamente sulla piazza, indecisi. Videro, davanti una porta semiaperta, qualche uomo in divisa; e si mossero sicuri. I carabinieri si trovarono puntati addosso i fucili senza ancora capire che gli americani erano finalmente arrivati. Le loro pistole penzolavano nelle mani di uno della pattuglia. Un applauso scoppiò. Una voce chiese sigarette e il caporale americano tastò le tasche del brigadiere dei carabinieri, né tirò fuori un pacchetto di Africa e le lanciò agli spettatori. Come in un salotto quando fiorisce una battuta di spirito, un senso di amenità di diffuse al gesto del caporale.



    La festa era cominciata. Da tutte le strade la popolazione affluiva. Non si sa come, “cannate” di vino passate di mano in mano sorvolarono la folla, bicchieri si arrubinarono, pieni e grondanti venivano offerti con dolce violenza alla pattuglia che li rifiutava. L’inglese degli emigranti sciamava goffo e servile intorno a quei cinque uomini stupefatti: tutti coloro che in America avevano guadagnato quel po’ di denaro che in patria era divenuto casa e podere erano corsi come ad un appuntamento felice. Una enorme bandiera di seta lacera, la bandiera degli Stati Uniti, fu tolta di mano a quel pover’uomo che l’aveva tirata fuori: passò saldamente nelle mani di un altro che per caso, proprio in quei giorni, aveva lasciato le carceri regie. Fu allora il momento di pensare alle insegne della casa del fascio. Tirate giù, furono accompagnate a calci per tutte le strade: e l’indomani si trovarono galleggianti dentro un abbeveratoio. Sembravano di bronzo, ma in realtà erano di latta.



    La kermesse era al suo vertice. Camionette e carri blindati affluivano tra ali plaudenti di popolo. Alquanto nervoso, e nervosamente sorridendo, un soldato dalla faccia di meticcio puntava, dall’alto di un carro, la mitragliatrice sulla folla. In cambio ne riceveva un sorriso cordiale riflesso su centinaia di facce, un ammucco d’intesa: “Vuoi scherzare, lo sappiamo, ma domani mangeremo insieme tutte le buone cose che ti porti dietro, i biscotti salati e gli spaghetti in scatola”. Qualche sigaretta pioveva sulla generale letizia, e alla mischia che ne seguiva , la macchina fotografica di qualche soldato scattava.



    Nel frattempo un contadino che, vedendo in campagna spuntare una pattuglia di americani, tentava chissà perché di fuggire, veniva raggiunto ed ucciso da una scarica di mitra: ma la notizia non incrinò la generale allegria.



    Eravamo al punto in cui, in una festa che si rispetti, le danze si accendono. Qualcuno in realtà danzava, intorno a quella bandiera, come abbiamo visto, mal capitata. Ma la danza di circostanza era in preparazione. Si chiamava il ballo delle spie.



    Le spie della federazione, ormai certe di essere rimaste disoccupate: le persone che, pur avendone la vocazione e l’ambizione in vent’anni non erano riuscite a divenire spie delle federazioni; tutti coloro che da anni covavano risentimenti non troppo chiari – eccoli disegnare il ballo mascherato delle delazioni. Mentre il popolo si scatenava nell’ebbrezza, il vecchio avvocato C., con mano tremante di gioia, intestava una specie di supplica: “Onorevole Comando Militare Alleato di…”, e chiedeva la testa di una cinquantina di fascisti locali che, da ex massone passato al fascismo, mai lo avevano tenuto nella giusta considerazione.



    Il segretario politico, il podestà, il maresciallo dei carabinieri, furono l’indomani prelevati; e loro notizie giunsero alle famiglie, qualche mese dopo, da Orano. In fondo nemmeno il segretario politico era quel che agli americani fu riferito su tutti e tre. Si può dire anzi che aveva una qualità che, in un gerarca, potrà sembrare strana al lettore: non era ladro. Ma qualcuno bisognava proprio mandarlo in galera, almeno per dare un segno dei tempi nuovi.



    Il fascismo lasciava una pingue eredità di spie di ladri di odio di diffidenza. Chi qualche giorno dopo si trovò a calcolarne un inventario, dovette proprio cominciarlo col cittadino che gli americani subito predilessero.



    Fine seconda e ultima parte.
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  8. #148
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…142)

    • a cura di Valter Vecellio


    Appunti per un omaggio a Cecchi


    “Appunti per un omaggio a Cecchi” è stato pubblicato originariamente su “Galleria”, n. 1, 1950. “Galleria” è la rivista, pubblicata a Caltanissetta dall’omonimo editore Salvatore Sciascia, di cui il “maestro” di Racalmuto era animatore e direttore. Il 30 giugno abbiamo pubblicato la prima puntata, il 1 luglio la seconda puntata; oggi la terza e ultima parte.



    Niente da vedere col mito del buon selvaggio; col decadere rituale tellurico del Lawrence. In senso lato e in alta accezione siamo di fronte al “conservatore”. E si intenda la “conservazione” esclusivamente come cultura. E in questo senso matura, simbolicamente, quello che diremo “l’elogio del carabiniere a cavallo”. Il grido lancinante del negro che diviene, convenientemente svuotato, lo svago isterico dei puritani; una civiltà che giunge a delicatezze tanto estreme da trovar gusto a nascondere il volto con le maschere delle tribù negre o messicane; lo “stupore metafisico” conquistato barattando la primogenitura della civiltà contro il piatto di lenticchie della barbarie – tutte scimmiottature e prostituzioni e investimenti che, devastando l’umno mistero, impoveriscono e degradano una civiltà. Conservatore come può esserlo un uomo di cultura ricca e fluida, di gusti riposati e sottili; tutt’altro che un forcaiolo, Cecchi è per il carabiniere a cavallo; ma non perché il carabiniere a cavallo difenda la turris eburnea. Il carabiniere a cavallo sta come l’emblematico custode di un mondo rapporti certi, solidi, sicuri; in cui l’occidente è occidente, e oriente l’oriente e la maschera e la musica del negro restano la maschera e la musica del negro – l’ordine contro la confusione, la cultura contro la torre di babele. Anche questa è, di Cecchi, una grande lezione per noi: il rispetto per il mistero che è nelle cose, negli uomini,nelle stirpi; la viva e vigile coscienza di una civiltà. Oltre alla fondamentale lezione di un lavoro strenuo continuo luminoso. Il lavoro che ha conquistato la prosa italiana più ardita più sensibile più libera.



    La sensibilità di Cecchi, dirà Somigliano, presuppone ed oscura Pascoli e D’Annunzio. De Benedetti, invece, muovendo dal giudizio del Serra (“Cecchi…ha letto inglesi e greci nel testo e Dante e i trecentisti…e scrive come se non avesse letto altro che D’Annunzio, e i dannunziani”, trova che Cecchi ha “non solo la volontà, ma lo spunto del declamato alto” e che per reazione a questo declamato alto, che è poi la frase dannunziana, egli opera una frantumazione, pone delle cesure, degli stacchi: smorza il declamato servendosi della punteggiatura. Secondo il De Benedetti la prosa del Cecchi scaturisce perciò dalla immediata “disintegrazione dei modi dannunziani”. La formula – frantumazione del declamato alto dannunziano – è ingegnosa; gli esempi ben scelti. Ma a noi sembra che la prosa di Cecchi stia al centro di un più vasto orizzonte. C’è nella frase di Cecchi quella cesura che il De Benedetti avverte, quello stacco di tono. Di tono, diciamo, non di volume. Ma questo stacco, questa cesura, non cade quando il declamato è alto; ma quando è alta emozione. Si pensi, ad esempio, a quella pagina sulle “città abbandonate” della California. S’appartiene a certa spettrale intensità quale in Poe e in Stevenson: “Ancora, a Bear Valley, si reggono in piedi tronconi di muri maestri, affumicati. E dagli squarci di muri si scorge, come a Pompei, l’allineamento delle case e delle vie…Girando fra queste rovine, si spinsero senza fatica i battenti di una porta di lamiera; ed entrammo in una stanzetta in fondo alla quale, semiaperta, era una massiccia cassaforte, più alta di un uomo; impressa in oro sul frontone la ragion sociale: Merced Gold Minino C. Coulterville, California. Non occorre avvertire che la cassaforte era ripulita di valsente; ma, comelo scaffale e l’impiantito della stanzetta, ingombra di fogli contabili, scatole di cartone, piante topografiche, lettere vergate a mano, o battute in quell’ottuso carattere delle vecchie macchine da scrivere. Son sicuro che, a cercar bene, sarebbe uscita fuori la corrispondenza amorosa tra la dattilografa e il signor consigliere delegato. E’ difficile rendere l’impressione a veder quella computisteria fallimentare che dilagava al sole, nell’erma solitudine, nel silenzio selvaggio e indifferente”. L’arco dell’emozione è, ad un punto come deliberatamente spezzato. E’ evidente che non c’era declamazione da arrestare; è la propria emozione che Cecchi vigila.



    Il giudizio del Serra è del ’13; e non può essere ripreso oggi senza certa corrività polemica – che è appunto la posizione del Debenedetti rispetto alla letteratura italiana dal D’Annunzio ad oggi. Da allora, dal giudizio del Serra, tanta prosa di Cecchi è passata luminosa sotto i ponti della critica. I conti col D’Annunzio (non coi dannunziani) Cecchi certamente ha dovuto farli; D’Annunzio era una troppo ingombrante presenza. Ma, anche a riprendere i suoi vecchi versi, non diremmo né eccessivamente drammatica la sua soggezione, né la sua liberazione così meccanica, come sembra ritenerla il Debenedetti. In realtà la prosa di Cecchi ha una genealogia più complessa e sottile. E tra i nomi che si affacciano, quello del Manzoni contiene forse il riferimento più preciso. E pensiamo soprattutto a quel capitolo XVII, quello di Renzo che passa l’Adda: prosa tra le più magiche che si conoscano, di un realismo irrealmente spaziato nel volgere delle ore e nel misterioso svelarsi dei suoni.



    E poi, le arti figurative. Denunciato, nella sua pagina, l’amore per i pittori fiamminghi. Il gusto raccolto ed intimo degli interni; la conclusa disposizione delle cose; la luce a volte rara, a schiudere appena il mistero delle cose, a volte dislagata e gelida. E quell’aria familiare e surreale insieme, quale può provenire da un Giotto. E certe sue pagine in cui cose e figure ci sembra risaltino su fondi oro (può darsi non siano le sue pagine migliori). Ma questa “penetrazione eccezionale delle delicatezze della pittura” di cui Cecchi è dotato, non è sulla pittura orientale che “soprattutto” si sviluppa, come vuole il Somigliano. Nonostante la “cinesine” di cui il Baldini ci dice, ci sembra che per Cecchi “oriente” valga per “Assisi” – come Dante per altro senso voleva. E su questo nome: Assisi, riteniamo di poter interrompere il nostro discorso di oggi.



    Fine terza parte.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  9. #149
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…143)

    • a cura di Valter Vecellio

    Un paese di Calabria



    “Un paese di Calabria” è stato pubblicato originariamente su “Galleria”, n.3, maggio-giugno 1959. “Galleria” è la rivista, pubblicata a Caltanissetta dall’omonimo editore Salvatore Sciascia, di cui il “maestro” di Racalmuto era animatore e direttore.



    Siderno, in provincia di Reggio Calabria. Non ho mai visto se non in Spagna, a Burgos e in altri paesi della Vecchia Pastiglia, tanti bambini a mendicare: si fermano sulla soglia delle botteghe, con silenziosa insistenza tendono la mano; o, mentre passeggiate, vi si avvicinano, vi toccano – guardandovi con grandi occhi scuri senza espressione. Somigliano a quei bambini mendicanti che nei paesi della Sicilia, nel mio e in altri che conosco, vanno intorno nei giorni di fiera, nelle feste segnate dal “Barbanera”: e sono i bambini delle nomadi famiglie che vagano da una fiera all’altra, le donne un po’ predicono la ventura, gli uomini non si riesce a capire che cosa facciano – e durante la mietitura si abbattono a spigolare nelle campagne. A Sidereo sono invece bambini del paese quelli che sciamano a mendicare per le strade.



    Nel giro di pochi anni nel paese ci sono stati fallimenti di imprese commerciali e d’industria che sembravano di buon avvenire; il prezzo dell’olio è caduto, dalle 65-70.000 lire a quintale dell’anno 5-56 alle 40.000 lire di oggi; e così il prezzo degli agrumi: mancando lo sfogo dell’esportazione, si dice; e le fabbriche di laterizi, rimodernando gli impianti, hanno ristretto la richiesta di mano d’opera. Nessuno ha avuto modo di accorgersi che agrumi ed olio hanno subito, nel prezzo, un crollo così vasto da trascinare interi paesi della Calabria nella disoccupazione e nella miseria: nessuno di coloro che a Roma o a Milano o a Napoli, in ogni altra parte d’Italia, continuano a pagare le arance e l’olio (debitamente adulterato, non puro come quello che esce dai frantoi della Calabria) a prezzi senza dubbio più alti di quelli degli anni scorsi. Misteri del nostro povero (ma per alcuni, evidentemente, felice) paese.



    Da Siderno circa duemila persone sono emigrate negli ultimi anni (secondo il censimento ultimo la popolazione è di 16.642), in prevalenza verso l’Australia e il Canada; ma per i lavoratori rimasti nel paese il lavoro è ancora incerto e discontinuo, e molto bassi i salari.



    Mi è capitato di leggere, in questi giorni, un articolo di recensione sul “Diario di una maestria” di Maria Giacobbe; con meraviglia ho notato che il recensore un po’ se la prendeva con la Giacobbe per il fatto di aver scritto che i bambini, in Sardegna, spesso mangiano fave per mancanza di altro cibo. Ai bambini sardi – diceva il recensore – le fave piacciono: non è che le mangino per mancanza di pane latte e formaggio. Ora non so se ci sarà qualcuno che protesterà indignato, in nome della “verità” o dei panni sporchi che, com’è noto, si lavano in famiglia, se dico che a Siderno qualche povero mangia, lessate, addirittura le bucce delle fave verdi; se non mi si dirà che ai sidernesi le bucce delle fave verdi piacciono più delle fave stesse, e più di ogni altro cibo. Tanto più che in Lucania c’è di peggio (o di meglio, a piacer vostro): i poveri usando mangiare, in frittura, le bucce dei pomidoro; e lascio alla fantasia di certi “meridionalisti” il piacere di raccontare con qual gusto si possono mangiare quelle tenui pellicole, sia pure in frittura. Per conto mio continuo a credere, sprovveduto come sono in scienza gastronomica, che bucce di fave e di pomidoro, e fave verdi o secche che siano, non rappresentino un ideale in fatto di nutrizione e di gusto; e che se i poveri, a Siderno, mangiano le face e le bucce, il fenomeno è senz’altro di ascrivere alla difficoltà di procurarsi altro cibo e non a capriccioso folclore gastronomico.



    Bisogna qui dire, a disinganno di tanti “galantuomini” (che non hanno invero voglia di disingannarsi), la miseria di cui certe zone del Meridione ancora incancreniscono non sempre è denunciata dagli stracci e dall’accattonaggio; è una miseria che si mimetizza dietro gli oggetti della moda e gli apparecchi radio, cioè dietro una disperata ricerca ed esposizione del superfluo. La forma di credito cui facilmente si accedere per l’acquisto di generi d’abbigliamento e di oggetti meccanici, incoraggia la ricerca del superfluo, e più acutamente là dove manca il necessario. Fenomeno psicologico abbastanza comprensibile, ritengo; e tipicamente meridionale; di un Meridione che, sostanzialmente immutato, viene così assimilando gli “accidenti” del progresso. Che i poveri si portino in casa il festival di San Remo, questo superfluo così superfluo, non vuol dire che siano sicuri del necessario. Del resto, l’Italia era diventando un paese in cui portarsi a casa un televisore o un elettrodomestico è più facile procacciarsi il pane quotidiano: e c’è da temere che, presto o tardi, anche questo nodo venga al pettine.



    Ma questa è una divagazione: ché a Siderno non mi pare si verifichi il fenomeno della 2miseria con radio a tutto volume”, della miseria camuffata in modo da far dire ai “galantuomini” che non ci sono più poveri, che ormai stanno bene, vestono bene e hanno la radio. Siderno non offre di questi alibi a coloro che amano lavare in famiglia i panni sporchi (in realtà non li lavano; sicchè si è in diritto di dire che son uomini sudici). Forse i poveri di Siderno più volenterosi attingerebbero ad un credito per l’acquisto di libri, che non per avere la radio o i dischi del festival. E’ un paese che sembra uscire dalle pagine di Alvaro o di La cava: essenziale e coerente nei fatti e nei “caratteri”, non gronda barocco umore, non concede festa alle belle penne meridionali e “meridionaliste”. Un po’ somiglia a certi paesi della Sicilia come Favara e Riesi, forse è una mia impressione per il fatto di averlo trovato ospitalissimo, di quella tipica ospitalità dei paesi di mafia; e rigidamente diviso nella politica, con una coerenza che vorrei dire genealogica – e quando in un paese simile un partito politico assume posizione di prevalenza è difficile la perda se non con metodi di “forza”, al di fuori del giuoco democratico.



    Fine prima parte.
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  10. #150
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…144)

    • A cura di Valter Vecellio

    Un paese di Calabria

    “Un paese di Calabria” è stato pubblicato originariamente su “Galleria”, n.3, maggio-giugno 1959. “Galleria” è la rivista, pubblicata a Caltanissetta dall’omonimo editore Salvatore Sciascia, di cui il “maestro” di Racalmuto era animatore e direttore. Su “Notizie Radicali” del 6 luglio abbiamo pubblicato la prima parte. Oggi la seconda parte.

    E’ un paese che ha un grande rispetto per la cultura, per le scuole; un paese in cui i liberi professionisti gli insegnanti e i burocrati provengono quasi totalmente, dalla classe popolare: e alla loro origine contadina ed operaia restano profondamente fedeli non, come nel Meridione spesso accade, con vaghe e demagogiche affermazioni di principio, ma migliorando se stessi e al tempo stesso il paese in cui vivono. C’è ancora la mafia (la ‘ndrangheta): ma la vita del paese non è condizionata da questa oscura presenza, come invece certi paesi della Sicilia: le oscillazioni elettorali della ‘ndrangheta non preoccupano eccessivamente né il partito al quale momentanee opportunità la avvicinano. L’indifferenza dei partiti di fronte al fenomeno e ai suoi apporti elettorali mi pare sia già un fatto di “cultura”. Ed è un fatto di cultura l’assenza di fascisti, quei pochi che ci sono mimetizzati nascosti, votano per il fascismo (non più di cento voti) ma si portano la loro fede come un vizio inconfessabile. Quando ai giornalai ho chiesto delle vendite dei giornali fascisti, la risposta è stata un gesto di fastidio e un mezzo sorriso ironico, ironia per i fascisti, e per me che di loro mi curavo.

    E’ un paese in cui i libri di Salvemini si vendono sulle 40 copie e sulle 30 quelle di Ernesto Rossi, e si sono vendute 20 copie di libri di Capitini, Saverio Strati e Lord Russell (“Il flagello della svastica”), e 5 copie del “Poema pedagogico” di Makarenko (che è quanto dire). Il segretario della Democrazia Cristiana conviene nel riconoscere agli avversari socialisti e comunisti una preparazione e un continuo aggiornamento culturale: lealmente, e solo rammaricandosi che i giovani “intellettuali” del suo partito non si curino di leggere Sturzo e Toniolo. Scarsa è infatti l’attività culturale del “Circolo ricreativo sportivo culturale” di ispirazione cattolica: vi si svolgono, ma raramente, conferenze di cultura teologica (con contraddittori), ma non c’è biblioteca, vi sono soltanto un quotidiano (“Il Messaggero”) e due settimanali (“Orizzonti”, “Sport illustrato”). I soci sono circa 80, tra operai studenti e professionisti. Il circolo dell’YMCA ha invece 300 soci, una biblioteca di circa 300 volumi, l’enciclopedia Treccani; ma pochissimi giornali e riviste (“La Gazzetta del Sud”, che esce a Messina; “La Voce Repubblicana”, “L’Espresso”, una rivista dedicata alla pesca subacquea e due riviste inglesi che pervengono al circolo per interscambio). Quest’anno si tiene al circolo dell’YMCA un ciclo di conversazioni sulla storia del Risorgimento, con larga partecipazione del pubblico. Il vero e proprio circolo di Siderno, nell’eccezione meridionale di “circolo dei civili”, è quello denominato di “Società e Cultura”: vi si accedere con difficoltà, una pallina nera vale per tre voti negativi, e i soci tengono al prestigio dell’indipendenza politica del sodalizio. Come in tutti i circoli “dei civili”, l’attività prevalente è quella dello scopone. Oltre a qualche quotidiano il circolo offre alla lettura “Il Mondo”, “Tempo”, “Epoca”, “L’Espresso”.

    Il paese non ha ancora una biblioteca pubblica. La deliberazione del Consiglio Comunale per l’istituzione di una biblioteca comunale, con relativo stanziamento di fondi, resta da più di un anno nel limbo prefettizio. Fortunatamente c’è, presso le scuole elementari, il Centro di Lettura che in qualche modo supplice: è frequentato da studenti artigiani e contadini; artigiani e studenti chiedono libri tecnici, di divulgazione scientifica (gli artigiani si interessano molto alla tecnica radiotelevisiva); i contadini chiedono i grandi libri, “Il Don Chisciotte” e “Guerra e pace”. Il dirigente trova che, generalmente, i libri che giungono al Centro sono “adeguati” alla richiesta del lettore; non ugualmente le riviste.

    I quotidiani più venduti nel paese sono “La Gazzetta del Sud” (95 copie), “Il Giornale d’Italia” (23), “Il Tempo” (17); “L’Avanti!” (16); “L’Unità” (15); “Il Messaggero” (8); “Il Corriere della Sera” (8). Solo due copie si vendono del giornale “Voce della Calabria”.

    Settimanali: “Oggi” (43); “Tempo” (40); “Europeo” (30); “Settimana Incom” (16); “Espresso” (15); “Epoca” (13); “Vie Nuove“ (10); “Il Mondo” (7); “La domenica del Corriere”, si capisce, batte tutti con 110 copie. Settimanali di moda e di fumetti: “Eva” (20); “Annabella” (20); “Arianna” (4); “Bolero” (56); “Tipo” (15); “Intimità” (6); “Confessioni” (4); del “Corriere dei piccoli” si vendono 26 copie, un numero altissimo di “albi” a fumetti con le storie di Pecos e Bufalo Bill, di Carson e di Nembo Kid. Poco venduti i “gialli” (6-7 per settimana); “Il Detective crimen” si vende in 10 copie ma – aggiunge il giornalaio – si vendono 100 copie, almeno, quando c’è roba locale (purtroppo, dunque, Siderno offre una materia al “Detective crimen”. Di riviste mensile si vendono solo “Rinascita” (7), “Storia illustrata” (4) e “Historia” (4).

    Tutto sommato questo della vendita dei settimanali è un indice positivo per il paese: si vendono più rotocalchi di attualità ed informazioni che non di storie a fumetti. “Tipo” di vende quanto “l’Espresso” e “Intimità”, meno del “Mondo”: non così è, come vedremo, in altri paesi e città del Meridione. Ad Agrigento, per esempio, appare chiaro dai dati di vendita delle diverse pubblicazioni che gli uscieri i fattorini i barbieri e le donne a mezzo servizio leggono più dei professionisti e dei funzionari.

    Siderno ha avuto, per di più di un anno, un battagliero settimanale, “Il Gazzettino dello Jonio”, diretto da Titta Foti, alla cui terza pagina collaborarono molti scrittori meridionali. Un giornale molto vivace, impegnatissimo nei problemi locali (e non è stato inutile, ha reso più di un servizio al paese). Aveva una tiratura di 5.000 copie, di cui 270 si vendevano a Siderno. Pare debba ora risorgere.

    Fine seconda parte.
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