I BARBARI SONO TRA NOI.
Si ha l’impressione che il PCI l’abbia sempre, alternativamente, ingiuriato e corteggiato. Non molto tempo fa Amendola l’ha trattato pubblicamente da codardo…Sembra che vent’anni fa lei sia stato chiamato “iena dattilografa” e considerato un trotzkista…
Effettivamente i miei rapporti col PCI hanno conosciuto alti e bassi, un po’ come quella poesia di Manzoni, quando parlando di Napoleone dice che fu trascinato “due volte nella polvere, due volte nell’altar…”. Prima di pubblicare “Il contesto” agli occhi del PCI ero uno scrittore “Buoni e coraggioso”. Candidato per le liste comuniste, fui promosso a “grande scrittore”. Dopo le dimissioni sono diventato “codardo”. Forse è a causa dei miei scritti sempre contestatari che mi affibbiano quelle tare…In realtà una simile retorica piena di ingiurie non solo non mi induce a riflettere, anzi qualche volta persino mi diverte: a lungo andare i fulmini del PCI finiscono con l’essere comici.
Malgrado ciò gli intellettuali continuano a lasciarsi sedurre dal PCI.
In privato, gli intellettuali parlano spesso con disprezzo del Partito…In pubblico è un’altra cosa…Questo vuol dire che il favore di cui gode il PCI sull’intellighenzia è dovuto più a una paura che ispira piuttosto che al prestigio che emana. Gli intellettuali francesi hanno conosciuto qualcosa di simile nel 1950, ma essi avevano una ben più lunga esperienza culturale della libertà. Gli innesti staliniani, quali che siano le loro possibilità di adattamento, faranno sempre fatica ad acclimatarsi durevolmente nel terreno che Voltaire, Diderot e gli uomini dei “Lumi” hanno già dissodato. Gli intellettuali francesi si sono perciò emancipati dalla tutela comunista più in fretta e con maggiore disinvoltura dei loro colleghi italiani. E poi…ciò che è certo è che i francesi, nonostante una tenace convinzione che vuole il contrario, pur essendo stati primi a cadere nella trappola staliniana, sono stati i primi a uscirne…
Quando Rossana Rossanda scrive sul “Manifesto” di avere la sensazione di “sfogliare un album di famiglia”, leggendo i comunicati delle BR, lei è del medesimo parere?
Certamente. Diciamo che in quella famiglia i terroristi sono i nipotini…I loro genitori sono gli eurocomunismi di Berlinguer, i loro nonni sono i comunisti vagamente destalinizzati di Togliatti, e i loro bisnonni gli stalinisti dell’epoca d’oro del PCI.
Ciò vuol dire che lei non ha alcun dubbio circa la responsabilità morale o ideologica del PCI nello sviluppo del terrorismo…
Risponderò con un aneddoto che mi sembra vada a pennello. Un aneddoto vero, non inventato. Un giorno spiegarono a un vecchio comunista siciliano che aveva vissuto con fanatismo il periodo staliniano e la cui vita si confondeva con una incondizionata fedeltà all’Unione Sovietica…gli spiegarono che il partito aveva deciso di cambiare strategia e di prendere un certo distacco dal mito sovietico. Il vecchio militante rispose: “Sta bene, se questa è la nuova linea del partito, seguiamola”. Più tardi gli spiegarono che il partito aveva di nuovo cambiato strategia e che, ormai, per tener fede al compromesso storico, bisognava prepararsi a governare con la DC. “D’accordo”, rispose, e continuò: “Dirò che Stalin era cattivo e che i democristiani sono buoni, ma lo dirò solamente perché Stalin continua a essere nostro padre e perché la DC continua a essere la nostra odiosa nemica…”. Questo aneddoto, a mio parere illustra perfettamente l’ambiguità della politica dei comunisti. Non dubito assolutamente della buona fede di Berlinguer e dei suoi collaboratori quando parlano di “destalinizzazione” e di “eurocomunismo”, o di “compromesso storico”. O meglio, non dubito troppo…ma è certo che la base del partito percepisce questa nuova parola d’ordine come una semplice astuzia tattica da parte dei suoi dirigenti. Questa base sa che il destino del partito, come essa la conosce, è lo stalinismo e non può essere altrimenti. Anche le BR lo sanno, ed è per questo che, nonostante le loro critiche verso il PCI, esse finiscono per rimanere, moralmente e ideologicamente, vicine al partito.
Che cosa pensa della tesi secondo la quale le BR sarebbero una creazione del KGB, destinate a uccidere il processo del “governo” del PCI?
C’è del vero in questa tesi, ma perché cercarvi la mano di Mosca? La realtà è più semplice e più logica: per molto tempo il PCI ha giocato un doppio gioco: da una parte assumeva il discorso rivoluzionario e la sua missione di opposizione “scardinatrice”; dall’altra, invece, riservandosi il monopolio della protesta sociale, aveva finito col diventare un contro-potere conservatore come il potere stesso e, alla fine, complice di uno Stato che lo adulava considerandolo unico interlocutore. Dopo che la “liberalizzazione” dei comunisti è diventata la nuova strategia del PCI, questo partito ha assunto solo la funzione di conto-potere complice e pronto al compromesso. Ha abbandonato il suo discorso rivoluzionario come si abbandona una casa nella quale si è abitato molto a lungo. Ma avendolo fatto troppo il fretta ha lasciato un posto vuoto nel ventaglio ideologico e i terroristi l’hanno occupato come dei veri “abusivi”…Per un’autentica “liberalizzazione” il partito avrebbe dovuto prendere tutto il tempo necessario per devitalizzare il suo vecchio discorso rivoluzionario sottolineandone l’anacronismo. E questo il PCI non poteva farlo, perché non aveva una possibilità di ricambio legittimo.
E se la prossima vittima delle BR fosse il papa?
Un papa martire sarebbe un grande avvenimento per la Chiesa. Ma io dubito che le BR dopo aver dato un martire alla DC vogliano fare la stessa cosa per la Chiesa. Le reazioni della gente sarebbero, penso, perfettamente uguali. Niente di più, forse qualcosa di meno: essere martire è più confacente a un papa che a un uomo politico: “Io ti mando quale agnello tra lupi…”.
Alla fine del film di Francesco Rosi “Cadaveri eccellenti”, film che p stato tratto da un suo libro, un comunista dice: “Se è necessario scegliere tra verità e rivoluzione, noi sceglieremo la rivoluzione”. Una frase un po’ strana, non le pare?
No, è autentica…Infatti io ho sempre desiderato chiedere al dirigente comunista che l’aveva pronunciata se, pur continuando a fare la “rivoluzione”, continuasse a “far la corte” alla menzogna.
(Intervista rilasciata a “Le Nouvel Observateur”, 25 giugno 1978, seconda parte)
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