LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 80)
• A cura di Valter Vecellio
ANCHE QUESTA E’ MAFIA
Leonardo Sciascia crede in un collegamento fra l’assassinio di Boris Giuliano,il capo della squadra mobile caduto sul fronte della “Sicilian connection”, la via della droga che passa dalla Sicilia, e l’agguato mortale al procuratore ucciso dieci giorni fa a Palermo Gaetano Costa, “un uomo lasciato terribilmente solo”. Dell’assassinio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari non vuol parlare.
Ho appena letto le prime notizie sul giornale, non ho elementi di giudizio.
In una piccola stanza della sua casa di campagna, a Villa Noce, due passi da Racalmuto, Sciascia riflette sui guasti di Palermo, sul cancro che insidia la democrazia in Italia, sugli intrighi e sui delitti, sulle connivenze e sulle complicità passive. Ricorda l’accusa pesante dei fratelli Giuliano. Era il 21 luglio, l’anniversario del delitto. Dissero: “I suoi rapporti sono rimasti a lungo nei cassetti e solo dopo l’omicidio i giudici si sono mossi”. Vengono in mente le vittime innocenti della mafia, la cronaca degli ultimi mesi. Dunque, la mafia uccide chi compie il proprio dovere; ma lo Stato punisce chi insabbi, chi allunga i tempi delle inchieste, chi non fa il proprio dovere? Subito dopo la polemica dichiarazione dei fratelli Giuliano, Sciascia, deputato radicale, presentò assieme con Egidio Sterpa, liberale, e Francesco Martorelli, comunista, una interrogazione per sapere dal ministro di Giustizia se non intendeva promuovere un’inchiesta o sollecitare il consiglio superiore della magistratura a farla. Gli occhi stanchi sulla finestra simile a un quadro, con quel pino di Villa Noce disegnato sullo sfondo infuocato, Sciascia ha una convinzione.
Credo che l’impressione suscitata dalle parole dei fratelli Giuliano sia stata simile a quella del procuratore Costa e che nelle ultime settimane egli si sia mosso per fare qualcosa all’interno della procura palermitana.
I giornali hanno scritto di collegamenti fra il delitto Costa e Giuliano.
E’ verosimile. Mi pare si sia sulla strada buona. Solo che bisogna vedere come sono collegabili.
Si riferisce alla riunione nel corso della quale Costa, in contrasto con cui alcuni magistrati, decise di firmare i mandati di cattura contro i boss accusati del traffico di droga?
Uno scrittore americano, Damon Runyon, un umorista, usa un termine mutuato dal gergo della malavita, “il dito”. Chiama così colui che indica le persone da uccidere, da sequestrare, da rapinare. Credo che in Italia, in ogni ambiente e in ogni categoria, ci sia un “dito”, e questo vale anche per certi omicidi del terrorismo. Il “dito” può funzionare per volontà, consapevolmente, e può funzionare incidentalmente; per esempio, lasciando sola la persona che vuole fare qualcosa.
Si è parlato del procuratore Costa come di uno dei magistrati più “scoperti” al palazzo di Giustizia di Palermo. Subito dopo quella riunione in procura, i giornalisti si lasciò capire che il capo aveva firmato i mandati di cattura d’autorità.
Sì. Negli ultimi giorni il procuratore deve essere stato molto solo. Questa può essere una spiegazione dell’omicidio, tenendo presente che la mafia compie dei delitti, dal suo punto di vista, sempre necessari. Non credo agli omicidi di mafia fatti sotto il segno della vendetta o della punizione. Quelli mafiosi sono delitti di prevenzione. E Costa doveva essere ormai un uomo pericoloso.
C’è il rischio che anche questo resti uno dei misteri di Palermo. Sono molti i quesiti inquietanti senza risposta in Sicilia.
Il magistrato, chiunque svolte un lavoro comunque pericoloso, dovrebbe tenere un diario in cui annotare tutto ciò che nelle carte d’ufficio non può scrivere: sospetti, impressioni, certezze non provabili.
E’ possibile che la speranza di trovare quelle risposte si debba legare a eventuali appunti e non all’azione dello Stato?
Si dice che la mafia è cambiata. Credo che è cambiato il fronte di opposizione alla mafia. Venti anni fa la mafia non uccideva magistrati e carabinieri, non perché avesse delle regole del gioco da rispettare, ma perché quei delitti si presumevano inneccessari. In questo senso: ucciso un ufficiale dei carabinieri o un magistrato, a loro succedevano un ufficiale dei carabinieri e un magistrato in tutto uguali agli uccisi. Oggi, nella valutazione della mafia, le cose sono certamente cambiate. E infatti vediamo che al posto del capo della mobile non c’è un alto funzionario di polizia che agisce come Giuliano.
Il ministro degli Interni Rognoni dice il contrario, dice che l’inchiesta avviata da Giuliano è andata avanti.
I fratelli Giuliano dicono il contrario.
C’è un giudice che ha raccolto il suggerimento del procuratore Costa, una vecchia idea di Giuliano: le inchieste sulle banche?
Lo scrissi nel 1960, nel “Giorno della civetta”. Continuo a pensare che il modo migliore per combattere la mafia è quello di mettere le mani sui conti bancari. Non capisco come fra l’incostituzionalità del confino e l’incostituzionalità del controllo dei conti bancari i governi abbiano scelto la prima. Anzi, lo capisco benissimo: perché al confino ci mandano sempre i soliti stracci, mentre per i conti bancari si sarebbe costretti ad andare più in alto.
Pochi giorni fa un ispettore del ministero di Giustizia, Vincenzo Rovello, ha detto che “in Sicilia interi collegi elettorali sono gestiti alla mafia”. E’ una terminologia che l’opposizione non usa più. Neanche i comunisti.
L’opposizione? Non vedo più quella carica di denuncia e di rivendicazione nell’opposizione: né nelle cose siciliane né in quelle italiane.
Il popolo perde quella carica di opposizione o i partiti la assorbono annullandola?
E’ un circolo vizioso. La gente si adegua perché vede che le punte di opposizione si smussano. A sua volta, l’adeguamento della gente genera lo smussamento dell’opposizione che, ormai, in Italia, è dedita quasi esclusivamente alla retorica funeraria.
Si fa un gran parlare dell’immobilismo del governo, dell’assenza di opposizione, della rassegnazione di chi ascolta la TV e assorbe, pur con dolore, le notizie drammatiche che giungono dal fronte della mafia e dal fronte del terrorismo.
Sono cose diverse.
Si parla di interscambiabilità fra Brigate Rosse e Nere.
Mi colpisce che non siano mai di scena insieme i due tipi di eversione. E’ una curiosa interscambiabilità.
Qualcuno parla dello stesso rapporto di fungibilità fra mafia e terrorismo. E’ il caso della Calabria.
Non ci credo. Significa non capire nulla della mafia.
Anche il PCI parla qualche volta di terrorismo mafioso.
Si è persa la vera nozione della “cosa mafia”. Il terrorismo può fare proselitismo in quel tipo di delinquenza spicciola che aspira alla redenzione. Ma il mafioso non vuole essere redento, e intendo non solo il mafioso che sta nei centri di potere, ma anche il gregario.
Eppure Cesare Terranova pensava che Reina fosse stato ucciso dai terroristi.
Lo penso anch’io. Sia per Reina, sia per Mattarella. Non è una convinzione. E’ possibile al 50 per cento. Chissà, forse un terrorismo non indigeno, ma in trasferta. Le targhe delle macchine per uccidere Reina furono rubate il giorno prima. E questo mi fa pensare alla trasferta, non al delitto preparato nei minimi dettagli un mese prima, come di solito succede negli agguati di mafia. Ma è solo un sospetto, una impressione. E capisco che deve essere più rassicurante pensare alla mafia.
In che senso?
Per i siciliani è senz’altro più rassicurante sapere che il terrorismo non è arrivato dalle nostre parti.
Cioè?
C’è una convinzione popolare: la mafia sa chi deve uccidere, compie sempre delitti “necessari”, non uccide il povero carabiniere che non “c’entra”, non colpisce uomini-simbolo.
E’ la convinzione che la mafia annienti soltanto chi non si adegua, chi non capisce o non vuole capire, chi non sta al gioco. E quindi, che basta adeguarsi, cedere, non compiere il proprio dovere.
Diciamo che in Sicilia è quasi incredibile che possa avvenire un omicidio ideologico.
L’adeguamento diventa così una regola?
Generalmente.
Siamo dunque davanti a uno spietato blocco di potere che proietta la sua ombra su tutto e su tutti.
Non so se si può parlare di un potere, o se si debba parlare di uno dei tanti poteri che cozzano, che si scontrano, che tentano di eliminarsi a vicenda. La verità è che la mappa della mafia e del potere non è più leggibile con facilità come venti anni fa.
Il ministro Rognoni si è risentito per le dichiarazioni del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Zilletti, quando ha dichiarato che lo Stato considera la mafia un problema regionale.
No, no. Ha ragione Rognoni. Il governo è assolutamente imparziale, tratta tutti i problemi nazionali allo stesso modo, senza risolverli mai.
Lei è ironico, ma per il terrorismo c’è in lotta un esercito guidato dal generale Dalla Chiesa.
Non mi sembra che con Dalla Chiesa sia stato affrontato il problema del terrorismo in modo radicale. Peraltro non so fino a che punto sia libero di andare a fondo o se ne ha i mezzi. Qualche successo forse è più legato alla sua abilità personale che non a una piena volontà di combattere a fondo il fenomeno.
Viene fuori il dubbio che lo Stato non voglia combatterlo…
La verità è che non vuole combattere niente: paradossalmente la sua vita è affidata a tutti gli elementi negativi e micidiali di cui è intessuta la realtà italiana.
Il problema più grave?
Quello della gioventù. La sua soluzione è alla base della lotta contro il terrorismo e contro la mafia. Ma non viene mai affrontato seriamente.
(“Giornale di Sicilia, 17 settembre 1980)




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