Leonardo Sciascia, vent'anni fa... 31)
• a cura di Valter Vecellio
La lettera di Lucio Lombardo Radice è del 29 maggio 1979:
”In giro per l’Italia, ho trovato nella biblioteca di una delle case di compagni che via via mi ospitano, “Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia”, di Leonardo Sciascia, pubblicato da Einaudi nel 1977. Di Sciascia ho letto quasi tutto, da quando l’ho scoperto nel 195 in quelle “Parrocchie di Regalpetra” che oggi mi sembrano troppo dimenticate, suo primo, dolente e affascinante libro. “Candido”, non so perché, mi mancava, e ho passato qualche ora di riposo leggendolo.
Credo di aver fatto bene, perché sono forse riuscito a comprendere meglio, più seriamente e in profondità, la parabola di Sciascia e di altri, che non può essere ridotta a un contraddittorio percorso politico. “Un gigantesco pessimismo”, è l’approdo di Candido Munafò, che per anni era stato “dalla parte della speranza”. Il protagonista ripete il nome del grande personaggio volterriano (Sciascia, maestro di letteratura, riesce a scrivere un racconto squisitamente “isomorfo” a quello del grande illuminista), assomiglia ad altri eroi siciliani del tormentato scrittore siciliano. Assomiglia al capitano dei carabinieri del “Giorno della civetta”, assomiglia al professore-indagatore di “A ciascuno il suo”. Sono tutti e tre “degli uomini”, non mezzi-uomini, ominicchi, e men che mai piglianculo o “quaquaraquà”, per attenerci alla classificazione della specie umana che fa il capomafia nel “Giorno della civetta”. E sono tutti e tre, da combattenti solitari, che finiscono per la loro dirittura, “per il loro candore”, coll’essere abbandonati e odiati da tutti. C’è però una differenza decisiva tra la sconfitta di Candido e quella dei suoi fratelli maggiori dei precedenti racconti. Né il carabiniere né il professore abbandonano la lotta per la giustizia e la verità: il primo non riesce a colpire la mafia, il secondo dalla mafia è ucciso. Candido, invece, espulso dal Partito Comunista in Sicilia, respinto dai contadini ai quali vorrebbe fare dono delle sue terre, trattato con diffidenza dagli operai di Torino, e deluso dal partito anche al Nord, abbandona l’Italia, si rifugia a Parigi, dove finalmente, una sera “Candido arrivò a sentirsi felice”. Ha incontrato dopo 34 anni la madre, che lo aveva lasciato in tutela al nonno, con il marito americano, un ufficiale del “governo militare”, che, se pur per ordine dall’alto, aveva scelto per le cariche pubbliche i peggiori cittadini. Tutto si placa nel distacco, il mese di maggio 1968, non si sa se è cosa dei “nostri nonni o dei nostri nipoti”; nella sua Parigi di sogno, Candido non deve far altro che lo spettatore (“Mi piace veder finire quello che deve finire”). Non è il caso che mi fermi sulle critiche concrete di Leonardo-Candido al PCI, ai comunisti di Palermo, di Torino, d’Italia. Alcune di esse sono “spiritose invenzioni” assai singolari – penso ai giovani mandati a scuola di marxismo-leninismo a Mosca; in altre ci sono omissioni e forzature non facilmente scusabili – come alto dirigente siciliano del PCI si parla di un barone fascista (?), che sia esistito un Mommo Li Causi è taciuto dall’autore. Ma ripeto, voglio lasciare da parte il quadro dei comunisti che Sciascia dà in questa autobiografia spirituale. Ciò che mi par importante invece sottolineare è il fatto che la sfiducia nel PCI, il distacco da esso, significano per Candido “la perdita di ogni speranza”.
La scelta politica 1979 di Leonardo Sciascia – ma anche di Mimmo Pinto e di Marco Boato – significa in profondità, l’abbandono di ogni speranza di cambiare la faccia dell’Italia, e del mondo. Io confido nell’intelligenza e nell’onestà di Leonardo Sciascia, spero di leggere tra non molto un capitolo aggiuntivo del suo libro volterriano, e mi permetto di suggerirgliene il titolo: “Della decisione presa da Candido di entrare a far parte, cogli auguri di Indro, della colonia felice di Zacinto con Maria Antonietta, Mimmo, Marco il Lottatore, Luigi il boss di Cosenza, Franco l’avvocaticchio e altri, e della delusione che ne seguì”.
Di scherzare, in verità, ho poca voglia. Da quarant’anni partecipo a un grande progetto: quello di costruire il Socialismo in Italia conquistando e sviluppando la democrazia, colla libera partecipazione delle grandi masse lavoratrici a una profonda trasformazione delle strutture collettive e della qualità della vita di ciascuno. Questo progetto-speranza entra in crisi se abbandonano l’impegno, se “fuggono a Parigi”, coloro che dovrebbero realizzarlo. Entra in crisi, se si accetta come inevitabile il vivere nel “peggiore dei modi nel peggiore dei mondi possibile”, concedendosi al più lo sfogo dello sdegno e del “NO”, secondo un’antica tradizione d’impotenza politica dell’intellettuale, soprattutto meridionale, che sembrava nel 1976 tramontata. Sarò senz’altro “un candido”, nell’accezione corrente e non letteraria del termine: ma continuo a credere nella speranza, e questa mia speranza si chiama unità, unità di tanti, uniti e diversi, per realizzare un’esperienza storica fino a oggi “unica” che unicamente in Italia è possibile: il socialismo nella libertà”.
La risposta arriva il 1 giugno. Sciascia si trova in Olanda, quando gli viene recapitato l’intervento di Lombardo Radice; accetta il suo “gioco”, quello del candore…
“…cui effettualmente Lombardo Radice viene a partecipare; e a miglior titolo di me, del mio personaggio e del personaggio di Voltaire.
Può sembrare secondario o addirittura trascurabile, ma il punto in cui raggiunge il massimo del candore è quando dice che tra le critiche che in “Candido” io muovo al Partito Comunista, alcune sono “spiritose invenzioni”, come quella dei giovani mandati a scuola di marxismo-leninismo a Mosca.
E qui debbo dire a Lombardo Radice che so essere più spiritoso e ho migliori capacità di inventare. Voglio dire: se il particolare del giovane che nel 1977 va a scuola di marxismo-leninismo a Mosca l’avessi inventato, non avrei dato prova di fantasia né sarei stato spiritoso. Non l’ho inventato purtroppo. Purtroppo è un fatto vero.
Ed ecco come è caduto nel racconto. Stavo in campagna e incidentalmente, da un mio vicino, vengo a sapere che il figlio di un altro vicino era appena tornato da Mosca, dove era stato per quattro mesi a una scuola di partito. Qualche giorno dopo, il giovane venne a trovarmi: mi raccontò del suo soggiorno a Mosca, della scuola che aveva frequentato.
Avevo cominciato a pensare di scrivere “Candido”, ma fu qualche mese dopo, mentre stavo scrivendolo, che il particolare entrò di peso nel libro: con quelle battute. Venne a trovarmi, con altri amici, un parlamentare comunista; e si parlò dell’indipendenza da Mosca del PCI. A un certo punto io raccontai del giovane che era stato mandato a scuola a Mosca. “Impossibile”, mi rispose il parlamentare. Mi offrii di accompagnarlo dal mio vicino. Il parlamentare ci pensò su un momento, poi disse quella battuta che io calai nel libro: “Allora vuol dire che mandano i più cretini”. Se Lombardo Radice vuole, posso accompagnarlo dal giovane che è stato a Mosca e dal parlamentare comunista, che credo peraltro sia un suo amico.
Il fatto che Lombardo Radice consideri spiritose invenzioni cose che nel suo partito accadono, mi fa vedere il suo intervento a mio riguardo in una luce patetica. E lo dico senza ironia. Un po’ come Guttuso, anche lui crede che non ci sia salvezza all’infuori del PCI, e che colui che se ne allontana, anche se mai è stato dentro, lo faccia per disperazione o nella disperazione sia destinato a precipitare.
Non ci si può spiegare diversamente la lettura che ha fatto dei mio racconto intitolato a Candido. Come se fosse la storia di una sconfitta. E’ un libro scritto con molta allegria che con allegria penso vada letto: e Lombardo Radice lo legge cupamente e attribuendomi un cupo pensare, un pensare senza speranza. Di speranza invece credo di averne: e al punto di forzare me stesso a un’azione che per temperamento non mi si attaglia…”.
31) Segue




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