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  1. #31
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent'anni fa... 31)

    • a cura di Valter Vecellio

    La lettera di Lucio Lombardo Radice è del 29 maggio 1979:


    ”In giro per l’Italia, ho trovato nella biblioteca di una delle case di compagni che via via mi ospitano, “Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia”, di Leonardo Sciascia, pubblicato da Einaudi nel 1977. Di Sciascia ho letto quasi tutto, da quando l’ho scoperto nel 195 in quelle “Parrocchie di Regalpetra” che oggi mi sembrano troppo dimenticate, suo primo, dolente e affascinante libro. “Candido”, non so perché, mi mancava, e ho passato qualche ora di riposo leggendolo.

    Credo di aver fatto bene, perché sono forse riuscito a comprendere meglio, più seriamente e in profondità, la parabola di Sciascia e di altri, che non può essere ridotta a un contraddittorio percorso politico. “Un gigantesco pessimismo”, è l’approdo di Candido Munafò, che per anni era stato “dalla parte della speranza”. Il protagonista ripete il nome del grande personaggio volterriano (Sciascia, maestro di letteratura, riesce a scrivere un racconto squisitamente “isomorfo” a quello del grande illuminista), assomiglia ad altri eroi siciliani del tormentato scrittore siciliano. Assomiglia al capitano dei carabinieri del “Giorno della civetta”, assomiglia al professore-indagatore di “A ciascuno il suo”. Sono tutti e tre “degli uomini”, non mezzi-uomini, ominicchi, e men che mai piglianculo o “quaquaraquà”, per attenerci alla classificazione della specie umana che fa il capomafia nel “Giorno della civetta”. E sono tutti e tre, da combattenti solitari, che finiscono per la loro dirittura, “per il loro candore”, coll’essere abbandonati e odiati da tutti. C’è però una differenza decisiva tra la sconfitta di Candido e quella dei suoi fratelli maggiori dei precedenti racconti. Né il carabiniere né il professore abbandonano la lotta per la giustizia e la verità: il primo non riesce a colpire la mafia, il secondo dalla mafia è ucciso. Candido, invece, espulso dal Partito Comunista in Sicilia, respinto dai contadini ai quali vorrebbe fare dono delle sue terre, trattato con diffidenza dagli operai di Torino, e deluso dal partito anche al Nord, abbandona l’Italia, si rifugia a Parigi, dove finalmente, una sera “Candido arrivò a sentirsi felice”. Ha incontrato dopo 34 anni la madre, che lo aveva lasciato in tutela al nonno, con il marito americano, un ufficiale del “governo militare”, che, se pur per ordine dall’alto, aveva scelto per le cariche pubbliche i peggiori cittadini. Tutto si placa nel distacco, il mese di maggio 1968, non si sa se è cosa dei “nostri nonni o dei nostri nipoti”; nella sua Parigi di sogno, Candido non deve far altro che lo spettatore (“Mi piace veder finire quello che deve finire”). Non è il caso che mi fermi sulle critiche concrete di Leonardo-Candido al PCI, ai comunisti di Palermo, di Torino, d’Italia. Alcune di esse sono “spiritose invenzioni” assai singolari – penso ai giovani mandati a scuola di marxismo-leninismo a Mosca; in altre ci sono omissioni e forzature non facilmente scusabili – come alto dirigente siciliano del PCI si parla di un barone fascista (?), che sia esistito un Mommo Li Causi è taciuto dall’autore. Ma ripeto, voglio lasciare da parte il quadro dei comunisti che Sciascia dà in questa autobiografia spirituale. Ciò che mi par importante invece sottolineare è il fatto che la sfiducia nel PCI, il distacco da esso, significano per Candido “la perdita di ogni speranza”.

    La scelta politica 1979 di Leonardo Sciascia – ma anche di Mimmo Pinto e di Marco Boato – significa in profondità, l’abbandono di ogni speranza di cambiare la faccia dell’Italia, e del mondo. Io confido nell’intelligenza e nell’onestà di Leonardo Sciascia, spero di leggere tra non molto un capitolo aggiuntivo del suo libro volterriano, e mi permetto di suggerirgliene il titolo: “Della decisione presa da Candido di entrare a far parte, cogli auguri di Indro, della colonia felice di Zacinto con Maria Antonietta, Mimmo, Marco il Lottatore, Luigi il boss di Cosenza, Franco l’avvocaticchio e altri, e della delusione che ne seguì”.

    Di scherzare, in verità, ho poca voglia. Da quarant’anni partecipo a un grande progetto: quello di costruire il Socialismo in Italia conquistando e sviluppando la democrazia, colla libera partecipazione delle grandi masse lavoratrici a una profonda trasformazione delle strutture collettive e della qualità della vita di ciascuno. Questo progetto-speranza entra in crisi se abbandonano l’impegno, se “fuggono a Parigi”, coloro che dovrebbero realizzarlo. Entra in crisi, se si accetta come inevitabile il vivere nel “peggiore dei modi nel peggiore dei mondi possibile”, concedendosi al più lo sfogo dello sdegno e del “NO”, secondo un’antica tradizione d’impotenza politica dell’intellettuale, soprattutto meridionale, che sembrava nel 1976 tramontata. Sarò senz’altro “un candido”, nell’accezione corrente e non letteraria del termine: ma continuo a credere nella speranza, e questa mia speranza si chiama unità, unità di tanti, uniti e diversi, per realizzare un’esperienza storica fino a oggi “unica” che unicamente in Italia è possibile: il socialismo nella libertà”.



    La risposta arriva il 1 giugno. Sciascia si trova in Olanda, quando gli viene recapitato l’intervento di Lombardo Radice; accetta il suo “gioco”, quello del candore…



    “…cui effettualmente Lombardo Radice viene a partecipare; e a miglior titolo di me, del mio personaggio e del personaggio di Voltaire.

    Può sembrare secondario o addirittura trascurabile, ma il punto in cui raggiunge il massimo del candore è quando dice che tra le critiche che in “Candido” io muovo al Partito Comunista, alcune sono “spiritose invenzioni”, come quella dei giovani mandati a scuola di marxismo-leninismo a Mosca.

    E qui debbo dire a Lombardo Radice che so essere più spiritoso e ho migliori capacità di inventare. Voglio dire: se il particolare del giovane che nel 1977 va a scuola di marxismo-leninismo a Mosca l’avessi inventato, non avrei dato prova di fantasia né sarei stato spiritoso. Non l’ho inventato purtroppo. Purtroppo è un fatto vero.

    Ed ecco come è caduto nel racconto. Stavo in campagna e incidentalmente, da un mio vicino, vengo a sapere che il figlio di un altro vicino era appena tornato da Mosca, dove era stato per quattro mesi a una scuola di partito. Qualche giorno dopo, il giovane venne a trovarmi: mi raccontò del suo soggiorno a Mosca, della scuola che aveva frequentato.

    Avevo cominciato a pensare di scrivere “Candido”, ma fu qualche mese dopo, mentre stavo scrivendolo, che il particolare entrò di peso nel libro: con quelle battute. Venne a trovarmi, con altri amici, un parlamentare comunista; e si parlò dell’indipendenza da Mosca del PCI. A un certo punto io raccontai del giovane che era stato mandato a scuola a Mosca. “Impossibile”, mi rispose il parlamentare. Mi offrii di accompagnarlo dal mio vicino. Il parlamentare ci pensò su un momento, poi disse quella battuta che io calai nel libro: “Allora vuol dire che mandano i più cretini”. Se Lombardo Radice vuole, posso accompagnarlo dal giovane che è stato a Mosca e dal parlamentare comunista, che credo peraltro sia un suo amico.

    Il fatto che Lombardo Radice consideri spiritose invenzioni cose che nel suo partito accadono, mi fa vedere il suo intervento a mio riguardo in una luce patetica. E lo dico senza ironia. Un po’ come Guttuso, anche lui crede che non ci sia salvezza all’infuori del PCI, e che colui che se ne allontana, anche se mai è stato dentro, lo faccia per disperazione o nella disperazione sia destinato a precipitare.

    Non ci si può spiegare diversamente la lettura che ha fatto dei mio racconto intitolato a Candido. Come se fosse la storia di una sconfitta. E’ un libro scritto con molta allegria che con allegria penso vada letto: e Lombardo Radice lo legge cupamente e attribuendomi un cupo pensare, un pensare senza speranza. Di speranza invece credo di averne: e al punto di forzare me stesso a un’azione che per temperamento non mi si attaglia…”.



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    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  2. #32
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    Leonardo Sciascia, vent'anni fa... 32)

    • a cura di Valter Vecellio

    I RAPPORTI CON IL PCI



    Per molti anni Sciascia, pur non essendo mai stato comunista, si era trovato a fianco del PCI, e di tanti comunisti era amico. Per varie ragioni: il PCI era il partito che stava all’opposizione, anche se spesso un tipo di opposizione che non gli garbava troppo, incline com’era a compromessi e concessioni con la Democrazia Cristiana; e poi, in terra di Sicilia il PCI era certamente il partito meno compromesso con il potere mafioso; e i suoi militanti quelli che con maggior determinazione l’avevano combattuta. Poi però c’era stato il “milazzismo”, il compromesso storico a livello nazionale e locale, l’infelice esperienza di consigliere comunale a Paleremo…Non solo, gli scontri e le polemiche sull’Affaire Moro, l’impegno che si esigeva agli intellettuali e le querele con il segretario del PCI Enrico Berlinguer creano un incolmabile solco tra Sciascia e il PCI. Più d’una volta, in conversazioni private, si limitava a chiamarli “loro”, e con il tono di chi ne era ormai irrimediabilmente deluso. Ne fa fede il libro “Candido, ovvero un sogno fatto il Sicilia”.



    Le note che seguono danno un’idea di quel che Sciascia in quegli anni pensava. Cominciamo con una “riflessione” pubblicata su “L’Espresso” del 17 giugno 1979:



    “…Le ragioni della sconfitta comunista? Quelle che da un paio d’anni vado dicendo e non voglio qui ripetere, anche perché sono diventate luoghi comuni. Comunque, il fatto che tutti, e specialmente i comunisti, dovremmo tener conto, è che con questo arretramento il PCI diventa un partito come tutti gli altri; un partito che viene giudicato per quello che fa, non sempre e fideisticamente assolto in base a quelli che la Chiesa appunto chiama “articoli di fede”. E’ diventato un partito laico: nel senso che da ora in poi va laidamente giudicato. A me pare che anche i comunisti, nella sconfitta di oggi e nella prospettiva di meglio operare, dovrebbero rallegrarsene…”.



    Non se ne “rallegrarono” invece; e gli effetti non mancarono. Così, ecco che su “Epoca” dell’11 maggio 1980 Sciascia elenca quelli che a suo giudizio sono gli errori della stampa comunista:



    “…Le cose sono quasi sempre semplici. Anche quando appaiono complicatissime, l’operazione di semplificarle – cioè di darsene una spiegazione semplice – non è solo possibile, ma l’unica cosa che possa scioglierci dalle contraddizioni, dalle indecisioni, dalle remore cui ci portano le spiegazioni complicate, le spiegazioni che si adeguano all’apparente complessità delle cose.

    L’operazione semplificante comporta, si capisce, dei metodi; e il migliore è quello di non averne alcuno, di guardare alle cose con un certo candore. In effetti, è quello che ha fatto Montagne, e dopo di lui Voltaire.

    Mettiamoci così di fronte alle ultime azioni dei terroristi. Con la sicurezza e l’efferatezza di sempre, queste azioni sono state consumate nel momento in cui alla Camera dei Deputati si apriva un drammatico dibattito sulle leggi speciali contro il terrorismo.

    La minoranza, che sostiene l’incostituzionalità di queste leggi e la nessuna utilità nei riguardi del fenomeno che vogliono combattere, viene additata alla pubblica opinione – attraverso gli organi di informazione di cui la maggioranza dispone ormai quasi totalitariamente – come oggettiva alleata del terrorismo (il termine “oggettivo”, venuto fuori in questi ultimi anni, è un termine, è il caso di dire, oggettivamente terroristico: nel senso che idee, intendimenti e intenzioni in sé non riprovevoli e anzi addirittura laudabili, possono diventar pessimi nei fatti che ne conseguono. Libertà, giustizia, diritto vanno benissimo se pensati; molto meno se realizzati, e specialmente nei momenti in cui l’ordine sociale – fondato sui principi della libertà, della giustizia, del diritto – è insediato e aggredito dalle forze eversive. In tali momenti, il richiamo a quei principi diventa oggettiva alleanza con coloro che li avversano, bisogna compiere un’eversione, all’interno di quei principi, che paradossalmente – ma oggettivamente – corrisponde all’eversione esterna).

    Ma basta mettere a confronto i due fatti nella loro contemporaneità perché ne risalti una verità inoppugnabilmente contraria: continuando a uccidere nel momento in cui il dibattito ha luogo, i terroristi compiono una precisa scelta di alleanza “oggettiva”: scelgono la maggioranza che vuole quelle leggi, non la minoranza che le avversa. Che lo Stato acceda all’incostituzionalità, che diventi eversivo rispetto alla Costituzione su cui si fonda, che diventi autoritario, repressivo, violento, è evidentemente il disegno che perseguono. I loro nemici sono appunto quelli che vengono additati come loro amici: i loro veri nemici. E perciò, calcolatamente, tempestivamente, li mettono in difficoltà: ben sapendo come in questo nostro Paese fragilissime siano le condizioni di convivenza democratica…”.



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  3. #33
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    Leonardo Sciascia, vent'anni fa... 33)

    • a cura di Valter Vecellio

    Per Sciascia si tratta di verità incontrovertibili: eppure era difficilissimo aprir loro la strada:



    “…E figuriamoci quando si passa a una osservazione più vasta del fenomeno terroristico, un’osservazione che richiede il supporto della memoria e la capacità di aguzzare la vista oltre il velario della quotidiana informazione, retorica quando non è mistificante, disossata dei fatti, tesa a quello che si vuole accada e in fuga da quel che realmente accade, conformata e desiderosa di conformarsi, in servitù volontaria offrendosi – e offrendo gli italiani – alla futura servitù involontaria.

    Altra operazione semplificante è quella di ridurre l’area terroristica e il numero di coloro che vi militano. Parlare di centomila terroristi attivi e di una riserva o retrovia costituita da tutti i movimenti che sono nati alla sinistra del Partito Comunista Italiano dal 1968 in poi – con predilezione per quello denominato Potere Operaio – è un’interessata esagerazione; a giustificare l’allarme della guerra, dello stato di guerra, delle leggi speciali, e a eliminare il nemico a sinistra sempre paventato dai partiti comunisti. Si può senz’altro riconoscere che tutto nasca dal ’68 e che l’area del dissenso alla sinistra del Partito Comunista sia piuttosto vasta. Ma per il primo punto – e cioè il sorgere e il diramarsi del dissenso anche nella folle linea della lotta armata – bisogna anche riconoscere la responsabilità ed errori del Partito Comunista (o che il Partito Comunista li riconosca). Cercheremmo invano, sui giornali della sinistra ufficiale, e del Partito Comunista particolarmente, qualcosa che, dal ’68 fin oltre la morte di Feltrinelli, sia presentimento dell’atteggiamento di radicale condanna tenuto oggi dal Partito Comunista.

    Da quel venerdì 1 di marzo del ’68 in cui cominciano gli scontri all’Università di Roma tra polizia e studenti, che dilagano il giorno successivo a Valle Giulia, i titoli di “Paese Sera” e dell’ “Unità” sono di questo tipo: “Ministro e rettore preferiscono i manganelli al dialogo”. La brutale irruzione poliziesca nell’Ateneo romano: “Battaglia ad Architettura. Migliaia di studenti si ribellano alla violenza poliziesca”. “Rispondono con la violenza alla violenza del sistema”. “Per ore hanno resistito e contrattaccato” (gli studenti, si capisce), e così via.

    Su “L’Unità” del 3 marzo, Pajetta parlava di “esplicita volontà provocatrice” da parte della polizia; e su “Paese Sera” Benelux, come Goethe a Valmy, proclamava che da Valle Giulia nasceva la novella storia: “Gli studenti romani della presente generazione hanno avuto il loro 14 luglio, il loro luglio Sessanta: medicate le ferite, capiranno anche meglio di aver vissuto giornate storiche” (Il luglio Sessanta era stato quello delle manifestazioni contro il governo Tambroni). E di questo passo si arriva a Luigi Longo, che su “Rinascita” del 3 maggio ’68 scriveva: “Il movimento studentesco…ha posto un certo tipo di lotta contro il sistema e una serie di problemi di strategia e di tattica. Dobbiamo riconoscere che, concretamente, esso ha smosso la situazione politica italiana e ha avuto e ha un valore largamente positivo, perché si è qualificato largamente come un movimento eversivo del sistema sociale italiano”.



    Queste sono responsabilità, scrive Sciascia, sono errori. Ma anche se riconosciuti come tali da parte di chi li ha commessi (e non sempre avviene) non giustifica il tentativo di criminalizzazione dell’intera area del dissenso alla sinistra del Partito Comunista:



    “…Che da questa area, prima coltivata, poi condannata, poteva venir fuori, come è venuta, la linea criminale era visibile già allora, ma bisogna anche dire che è venuta per due ragioni: perché il movimento ha avuto un riflusso, da movimento di massa è divenuto movimento di pochi, setta, mafia: e perché, in tale riflusso, si è verificata una specie di soluzione di continuità in cui si è inserita una volontà e una forza estranea, straniera. Fatto più che sospettabile, se il presidente della Repubblica italiana ne fa denuncia; e sia pure cautamente, dandola come opinione personale. Ma può, un presidente della Repubblica, dare in un messaggio al Paese opinioni personali così gravi che non siano suffragate da informazioni non attendibili?…”.



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  4. #34
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent'anni fa... 34)

    • a cura di Valter Vecellio

    Infine una gustosissima nota, pubblicata sul “Corriere della Sera” del 27 giugno 1980, “I tre re magi del compromesso storico”.



    Sciascia ha sotto gli occhi un articolo intitolato “Vendetta, tremenda vendetta”, pubblicato su “Panorama”. Si trattava, appunto, della “vendetta” del leader democristiano Carlo Donat Cattin contro politici di parte a lui avversa; e a un certo punto si poteva leggere: “Verso di noi, la vendetta di Donat Cattin cadrà nel vuoto”, assicurano alle Botteghe Oscure. Un dirigente di punta del PCI, Giancarlo Pajetta, rincarava pungente la dose: “Chi si mette contro di me, Scalfari o Andreotti, finisce sempre male”.



    “…Affermazione, quella tra virgolette attribuita a Pajetta – osservava Sciascia – precisa, grave, preoccupante, allarmante. Pone dogmaticamente agli italiani l’esistenza di un’intoccabile trimurti: intoccabile nei singoli e ancor più nell’insieme. Sgomentata da una così apodittica affermazione, la nostra mente corre subito al concetto di trinità, al dogma in cui il concetto – appunto perché debole o ineffabile in quanto concetto, è stato fissato dal Concilio di Nicea: “L’essenza unica di Dio consiste nelle tre persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Ma ci ravvediamo subito: una mente come quella di Pajetta, certo più della nostra aliena da ogni implicazione o reminiscenza teologica, non sarà stata sfiorata, al momento di pronunciare quella frase, dall’idea della Trinità, anche se inevitabilmente finisce col risvegliarla nelle tante menti in Italia intrise di dottrina cristiana.

    Ci ravvediamo, dunque, per scendere, purtroppo, alla superstizione. La trimurti – non chiamiamola più Trinità – posta da Pajetta, avrebbe a che fare col fascino volgarmente detto jettatura? Ma ce ne ritraiamo subito, da questa ipotesi: per rispetto a noi stessi, per rispetto a Pajetta. Può, una mente come la sua, permeata di materialismo storico, acuta e arguta sulla verità effettuale delle cose, non dico di rivendicare per sé e per gli altri due della trimurti un potere da pirandelliana patente, ma soltanto essere sfiorata dal sospetto che un tale potere sia tra le cose in terra e in cielo esistenti? Senz’altro impossibile. E quindi è necessario tentare di interpretare la frase in termini, appunto, di materialismo, di verità effettuale. Difficoltosissima impresa. E la prima difficoltà è data dall’assortimento della trimurti, e cioè dalle differenze che, a quanto si sa e a quanto appare, esistono tra le personalità che la compongono: differenze di fede, di ideologia, di temperamento, di formazione, di esperienza, di intendimenti. Possiamo, tra il faceto e il serio, giocare un’analogia: che l’assortimento sia dato dal fatto che i tre, come i Re Magi, partendo da punti diversi, e ciascuno portando doni diversi, seguano la stessa stella rivelazione: la rivelazione del compromesso storico o, in versione ridotta, del governo di unità nazionale. Ma basta questa comune credenza o questo comune progetto a rendere non solo invulnerabili ma cariche di fulminante energia, pronta a scaricarsi su chi a quella credenza o quel progetto si oppone, l’Andreotti cattolico e democristiano, lo Scalfari di provenienza e finora non denegata professione radical-socialista, il Pajetta marxista e comunista? Francamente non ci sembra che una simile credenza o un progetto sia sufficiente a stabilire quella specie di campo magnetico della ragione, dell’avere poderosamente e invicibilmente ragione, cui si può pensare Pajetta voglia alludere promettendo mala fine agli avversari. Non possiamo, dunque, rifiutando l’idea di un potere occulto (da occultismo), e non ammettendo quella di un potere da ragione incontrovertibile o da verità rivelata, che cercare spiegazione alla frase di Pajetta nel potere reale di cui i tre, singolarmente e in solidarietà tra loro, dispongono. E certo di potere, ne hanno. Ma tanto e così spaventoso da annientare chiunque osi prendersela con loro?…”.



    In conclusione:



    “…Dobbiamo confessarlo: siamo in grande confusione. Abbiamo aspettato con ansia, per tre settimane, che su “Panorama” venisse una smentita o una rettifica di Pajetta. Non c’è stata, non possiamo sperare che in una conferma, ma dettagliata, ma esauriente: con un catalogo di casi, e nominativi, di modo che, vedendo chi è finito male, e conoscendone la ragione, si possa noi prendere una regola se siano in tempo, o prepararci gli opportuni conforti all’inevitabile finir male. Poiché personalmente, da quando ci siamo imbattuti in questa fatale frase di Pajetta, siamo ossessionati da questo problema: ci è capitato di polemizzare con Pajetta, di polemizzare con Scalfari, di non essere in nulla d’accordo con Andreotti. E’ stato, dal punto di vista di Pajetta, un prendercela con lui, con Scalfari, e con Andreotti? Se così è, possiamo – come dicono i personaggi di Verga – metterci il cuore in pace. Se si finisce male “sempre”, prendendosela con uno dei tre, figuriamoci a prendersela con tutti e tre. Finiremo malissimo”.



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  5. #35
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent'anni fa... 35)

    • a cura di Valter Vecellio

    L’IMPREGNO VERSO SE STESSI E VERSO I LETTORI.



    Sciascia cita spesso due scrittori: Georges Bernanos, cattolico, autore di un grande libro contro il franchismo, “I cimiteri sotto la luna”, che per questo, nel mondo cattolico diventa una pecora nera. E André Gide, che pur comunista, prima di diventare uno dei sei rinnegati di cui parla Palmiro Togliatti (gli altri sono Ignazio Silone, Arthur Koester, Richard Wright, Louis Fisher, Stephen Spender), non esita a denunciare negli anni Trenta, con “Ritorno dall’URSS”, gli orrori staliniani e del comunismo sovietico, quegli orrori che negli anni Sessanta vengono finalmente ammessi con il rapporto Kruscev. Due scrittori, due libri, due solitudini. Per Sciascia sono il modello più alto di impegno.



    Impegnato Sciascia lo fu, certamente. Un impegno racconta, soprattutto con se stesso, e per se stesso; e poi aggiunge: con gli altri me stesso, che erano i lettori. L’impegno nei confronti dei lettori era per lui qualcosa di sacro, e infatti li considerava come il Vangelo raccomanda di considerare il prossimo:



    “…Questo è il nocciolo dell’impegno, del mio impegno. Non è possibile mentire a se stessi. Io posso sbagliarmi, posso non capire.. Ma mentire, mai. Che senso avrebbe mentire per ingannare me stesso?”.



    Impegno dunque, a cercare di dire la verità: che non è mai una verità assoluta, perché Sciascia coltiva sempre quel benefico tarlo che è il dubbio; è piuttosto la verità del momento, quella effettuale. Al “Giornale di Sicilia” affida questa definizione di sé:



    “…Sono lo scrittore la cui pagina è la più vicina all’azione che si possa immaginare, il tipo di scrittore la cui è la più vicina all’azione che si possa immaginare, il tipo di scrittore la cui pagina è proprio vicino al limite dell’azione; e anche per questo, ho avuto quella che chiamo la forte tentazione di entrare nell’azione diretta”.



    Azione che lo spinge tra l’altro ad accettare a metà degli anni Settanta la candidatura come indipendente nelle liste comuniste, per il consiglio comunale di Palermo, esperienza che lo delude moltissimo, e poi, nel 1979, la candidatura nelle liste del Partito Radicale per la Camera dei deputati e il Parlamento Europeo.



    C’è una bella dichiarazione di Sciascia, che è un po’ il paradigma di quel che è stato, ha fatto e ha scritto, la summa del suo impegno e del suo insegnamento. Una dichiarazione rilasciata il 5 maggio 1979:



    “…Rompere i compromessi e le compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà: rompere questa specie di patto tra la stupidità e la violenza che si viene manifestando nelle cose italiane; rompere l’equivalenza tra il potere, la scienza e la morte che sembra stia per stabilirsi nel mondo; rompere le uova nel paniere, se si vuol dirla con linguaggio e immagine più quotidiana, prima che ci preparino la letale frittata; e così via…Come dice il titolo del recente libro di Jean Daniel, questa è l’età della rottura – o soltanto l’ora. Non bisogna lasciarla scivolare sulla nostra indifferenza, sulla nostra ignavia…”.



    Tra gli scrittori molto amati da Sciascia, Giuseppe Antonio Borgese; e di Borgese fa sua una frase: “Aspiro, per quando sarò morto, a una lode: che in nessuna mia pagina è fatta propaganda per un sentimento abietto o malvagio”.



    Chiunque sfoglia e legge le tremila e passa pagine della produzione letteraria di Sciascia, può verificare se sia stato fedele a quello che possiamo definire una sorta di codice di vita; la ricerca della verità, per quanto aspra e scomoda potesse essere.



    Una volta confida di essersi sentito per tutta la vita come il pesce volante, citato da Voltaire: “Se si innalza un poco, gli uccelli lo divorano. Se si immerge sott’acqua, se lo mangiano i pesci”. Una condizione, aggiunge, “bellissima, anche se tremenda”. Poi, con una punta di malinconia, la domanda: “Quanti sono, oggi, in Italia, gli uomini di lettere disposti ad accettare questa condizione e viverla?”.



    Ognuno può dare la risposta che crede.



    Gli attacchi e le polemiche da destra e da sinistra che gli piovevano addosso, diceva, alla fine gli mettevano allegria. Per tutta la vita hanno fatto di tutto perché fosse sempre allegro.



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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent'anni fa... 36)

    • a cura di Valter Vecellio

    UN GIORNALISTA CHE SA FARE IL SUO MESTIERE.

    Non sono molti gli appelli sottoscritti da Leonardo Sciascia. Non era, per intenderci, un “professionista della firma”. Tuttavia, quando ritiene che vi sia una causa che merita di essere sostenuta, non esita a scendere in campo. Lo fa, per esempio, quando si tratta di difendere i diritti di Antonio Bellavita, un giornalista direttore della rivista “Controinformazione”, accusata di essere una sorta di megafono delle Brigate Rosse, e per questo costretto a “riparare” in Francia.

    “…A mio avviso, le accuse mosse dalla giustizia italiana contro Antonio Bellavita non reggerebbero in un processo normale. Sono convinto, al contrario, che queste si dissolverebbero nel corso di un’istruttoria normale. Considerando gli elementi sui quali appoggia l’accusa, si può dire una cosa di Antonio Bellavita: in quanto giornalista, egli ha cercato di trovare nella sinistra rivoluzionaria i canali d’informazione che tanti altri giornalisti italiani hanno cercato nella destra eversiva. Il fatto che la sua passione giornalistica abbia prevalso sulla sua militanza di sinistra, è provato, secondo me, dall’inchiesta che egli ha condotto sulla morte di Feltrinelli, di cui mi ha parlato nel corso di uno dei nostri incontri. Era arrivato alla conclusione che Feltrinelli era morto per un incidente, mentre preparava un attentato: questa conclusione screditava una certa leggenda che l’estrema sinistra aveva interesse a conservare attorno alla sua morte…”.

    Il fatto dunque che Antonio Bellavita sappia fare il suo mestiere di giornalista, sostiene Sciascia, e sappia ottenere delle informazioni a sinistra come altri le hanno sapute ottenere a destra, quali che siano le sue idee, non mi pare sia una ragione per arrestarlo sotto un’imputazione così grave. E’ evidente che lui stesso ha interesse a chiarire la sua posizione, a liberarsi di tali imputazioni: ma il momento non mi pare opportuno.

    PER EDOUARD KOUZNETSOV

    A Parigi gli viene fatta conoscere la storia di Edouard Kouznetsov, uno scrittore perseguitato dal regime sovietico e il 19 maggio 1979 Sciascia fa pervenire al Comitato per la liberazione del dissidente un testo nel quale tra l’altro sostiene:

    “…Quest’anno ricorre il centocinquantesimo della nascita di Tolstoi. Se ne farà la celebrazione in tutto il mondo, e particolarmente nell’Unione Sovietica. Ma per quanto vasta e solenne, sarà una celebrazione formale e retorica: nell’Unione Sovietica e in tutto il mondo. Al momento della rivoluzione, Lenin diceva che la Russia era indietro di trecento anni. Ma aveva avuto Tolstoj. Di quanti anni è oggi indietro la Russia, rispetto a Tolstoj, il mondo rispetto a Tolstoj?

    Questo pensiero, questa domanda, è una continua intermittenza o sovrapposizione alla mia tardiva lettura del “Journal d’un condamné à mort” di Edouard Kouznetsov. Pubblicato in Francia nel 1974, nulla sapevo di questo libro fino a tre giorni addietro, e vagamente ricordavo il caso Kouznetsov: una semplice notizia di cronaca nei giornali italiani di otto anni fa, la notizia di un tentativo di pirateria aerea conclusasi con l’arresto, all’aeroporto di Smolyne, di coloro che l’avevano concepito e poi col processo le dure condanne. Per Kouznetsov la condanna a morte: poi commutata nell’internamento in un campo a “regime speciale” per 15 anni. Nient’altro sapevo- e credo pochissimo se ne sappia in Italia – di questo caso, del libro clandestinamente arrivato alle edizioni Gallimard, del Comitato Internazionale per la liberazione di Kouznetsov che si è costituito a Parigi.

    I casi come quelli di Kouznetsov sono da noi particolarmente insopportabili per tante ragioni, non ultima quella di uno zelo eccessivo, e tutto sommato non richiesto, nei riguardi del Partito Comunista. Solgenitzin, per esempio, noi l’abbiamo liquidato con una prontezza che non ha riscontro in nessun altro paese europeo, e la parola gulag, ormai spaventosamente familiare dovunque, penetra con un certo stento nel nostro linguaggio. E di questa specie di rimozione, posso anch’io confessarmi.

    Di Solgenitzin ci siamo scrollati con il fatto che a un certo punto è stato libero, ricco, premio Nobel e, sproporzionalmente al premio Nobel, cattivo scrittore. Per Kouznetsov non abbiamo nessuno di questi alibi: è stato condannato a morte soltanto per aver concepito un tentativo di pirateria aerea, il che costituisce una mostruosità giuridica; si trova in un campo di concentramento, malato ma trattato come tutti gli altri prigionieri; ed è, anche se di questo solo diario, un grande scrittore.

    Io non ho mai firmato appelli per scrittori o artisti del dissenso nell’Unione Sovietica: non per principio e tantomeno per prudenza, ma soltanto perché non mi è mai capitato. Faccio parte del comitato Italia-URSS perché mi sento e sono amico del popolo russo e di coloro che, nel passato come nel presente, ne esprimono l’anima. E perciò serenamente con una indignazione che non arriva all’avversione, mi associo al Comitato Internazionale per la liberazione di Edouard Kouznetsov: con la speranza che coloro che governano l’Unione Sovietica celebrino il centocinquantesimo anniversario della nascita di Tolstoj con un atto di ravvedimento e di giustizia (non dico di clemenza, perché la clemenza succede alla giustizia), che per un momento mostri che da Tolstoj non sono del tutto lontani.

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    LA CACCIA ALLE STREGHE.



    Altre volte viene chiesto a Sciascia di intervenire su questioni più generali, come quando “l’Europeo” lo invita a dire la sua sulla questione della censura cinematografica:



    “…La questione parte dal settimanale francese “Le Point”: ‘Se domani’, chiede Pierre Billard, ‘dalla democrazia italiana venisse fuori un nuovo fascismo, bianco o rosso, quale sarebbe la responsabilità dei cineasti italiani?’. ‘On doit à l’amitié qu’on leur porte de poser la question’, conclude Billard. Una domanda, dunque, dovuta all’amicizia. Gli crediamo sulla parola, anche se echi tutt’altro che amichevoli avrà in Italia, verso i cineasti italiani chiamati in causa, la sua domanda. Si può anzi senz’altro dire che una simile domanda riattizzerà la campagna che già da un po’ di tempo corre contro gli intellettuali…”.



    La risposta alla sua domanda Pierre Billard potrebbe anche trovarla nel sottotitolo che precede il suo “Attentati, complotti, disfacimento dello Stato: il cinema italiano non cessa di commentare e spesso di precedere”. Ha cioè interpretto dei fatti e da quelle interpretazioni ha tratto materia per immaginarne altri che si sono poi verificati. Osserva Sciascia:



    “…L’interpretazione era giusta e l’immaginazione conseguente. Tutto qui. Il problema va dunque spostato e generalizzato. La domanda vera è questa: se la letteratura, il cinema, o qualsiasi altra forma di espressione artistica hanno diritto all’interpretazione dei fatti di specie politica e all’immaginazione di altri fatti che su quella interpretazione si possono fondare. E per converso: se uno scrittore o un regista non abbiano il dovere di autocensurarsi o di accettare censura nel momento in cui il loro commento ai fatti o il loo immaginare fatti (sempre di specie politica: ammesso sia facile nel campo dell’arte stabilire quel che è politico e quel che non lo è), non coincide con quella ‘volontà generale’ che il potere ritiene di rappresentare e probabilmente rappresenta. E tanto più imperioso, questo dovere di autocensurarsi o di accettare censura, se l’interpretazione dei fatti accaduti rischia di essere esatta e se si intravede la possibilità che quelli immaginati si compiano.

    Individualmente, in quel che una volta si diceva il voto della propria coscienza, uno scrittore e un regista possono sentire la loro parte di responsabilità in quello che sta accadendo in Italia. Ma in specie di scissione tra il loro essere artisti e il loro essere cittadini. Ma non credo che la società, lo Stato, la ‘volontà generale’ abbiano il diritto di chiamarli in questa responsabilità, di metterli sotto accusa per aver interpretato o immaginato dei fatti. L’articolo 33 della Costituzione della Repubblica italiana dice: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Se questo articolo è ancora valido, la questione delle responsabilità dell’artista non va nemmeno posto. Se non è più valido, se le arti e le scienze non sono più libere, bisogna avere il coraggio di dirlo. Ma, in ogni caso, non si può applicare retroattivamente un articolo contrario”.



    L’ATROCE BUGIA.



    A volte lo spunto viene da fatti di cronaca. Come nel caso di Robert Faurisson, maitre de conference all’università di Lione 2:



    “…Si è fatto apostolo della buona novella, le camere a gas del regime nazista, soluzione sbrigativa e definitiva della questione ebraica per come da Hitler posta, non sono mai esistite”.



    Dice proprio così:la buona novella. “Una buona novella che si avrebbe torto a voler tenere nascosta”. Faurisson, la cosiddetta “buona novella” la proclama; e c’è chi lo ascolta. Sciascia interviene con una nota sul “Corriere della Sera” del 3 gennaio 1979:



    “…Lo ascoltano specialmente i giornali: e anche quelli che non se la sentono di accettare una così buona novella o che decisamente la respingono e la confutano. Ma direi che è appunto la confutazione l’elemento che fa il gioco di Faurisson. La difesa della verità è formalmente, formalisticamente, più dimessa e meno trionfalistica dell’affermazione della menzogna. Sempre. E particolarmente la difesa di una verità lungamente indiscussa e considerata indiscutibile. Avviene, in chi a un certo punto si trova a costretto a difenderla, come uno smarrimento: si ha troppo, di documenti e di memoria, perché nell’indignazione si riesca a estrarre gli argomenti più fermi, le prove più assolute. E ci vorrebbe ben più di un articolo di giornale, ben più di che un giorno o due: ci vorrebbero tutti i libri che sono stati scritti, tutto il tempo che ci è voluto per mettere insieme quelle verità…”.



    Sciascia poi ricorda come sulla stessa pagina di “Le Monde” sia comparso l’articolo di Faurisson e la risposta di Georges Wellers, delegato dal centro di documentazione ebraica della rivista “Monde Juife”:



    “…Visivamente Faurisson è riuscito ad avere la meglio: ha corredato il suo articolo di quattro o cinque note bibliografiche. E le note bibliografiche servono sempre a dare un’impressione di ‘scientificità’. Nella sostanza ha costretto Wellers a opporre singole testimonianze a discarico: per cui il lettore ha l’impressione di assistere al farsi, in sede di dibattimento, di un processo penale su cui poi scenderà una sentenza e non alla rievocazione di un processo storico già fatto, già chiuso, già passato in giudicato, e quel che più conta, già accettato come giusto, nella sentenza di condanna, da una parte della stessa società che lo subiva (mentre l’altra parte assumeva a propria discolpa la gerarchia e l’obbedienza). E penso, si capisce, al lettore che non ha vissuto, come me e come tutta la generazione a cui appartengo, quelle tremende rivelazioni sui campi di annientamento nazisti che sono venute fuori alla fine della guerra. Così come ci pensa e se ne preoccupa “Le Monde”. “Per quanto aberrante possa apparire la tesi del signor Faurisson”, dice la nota editoriale che apre il “dossier”, “qualche turbamento l’ha seminato, e specialmente nelle giovani generazioni, poco disposte ad accettare senza verificale idee acquisite”. E cioè, negli effetti, Faurisson è riuscito ad ottenere quello che voleva, mettere in discussione l’esistenza delle camere a gas, sollevare dei dubbi sulla loro esistenza, e l’ha raggiunto anche grazie a “Le Monde” costringendolo, per dovere di informazione, ad aprire un “dossier” sul caso, ad alimentare una polemica. Anche la menzogna è un fatto: e un giornale che professa l’oggettività dell’informazione si trova costretto a registrarlo, anche se non rinuncia a difendere la verità e anzi riproponendola, ripropugnandola. E tuttavia, ecco che nel fatto stesso di doverla difendere – a prescindere dal modo in cui la si difende – la verità subisce una specie di sminuzione, di degradazione. E si finisce, inevitabilmente, col rendere un servizio alla menzogna…”.



    E’ difficile spezzare questo circolo vizioso senza venir meno a dei principi – osserva Sciascia – ma al tempo stesso è difficile mantenere dei principi senza spezzarlo. Riducendo la questione in termini più banali: è difficile dire se giornali e settimanali che si direbbero democratici e antifascisti facciano bene o male a registrare tesi aberranti o menzogne maniacalmente assunte come verità in difesa, sia pure parziale, del nazismo:



    “…Tante verità, per esempio nei riguardo del comunismo, sono state per anni bollate come menzogne e giornali che pretendevano all’oggettività dell’informazione ne sentono ancora – o almeno dovrebbero sentirne – la scottatura. Ma già dicendo questo, entro anch’io nel circolo vizioso cui il signor Faurisson ha posto la stampa d’informazione: e dando l’impressione di credere che la sua menzogna di oggi possa domani apparire come verità. Quel che si può e si deve fare è semplicemente questo: uno spostamento del problema dell’informazione dal “come” al “perché”. E cioè: perché una mania come quella che il signor Faurisson coltiva, pare, da anni – la mania di provare che le camere a gas non esistevano nei campi nazisti – è diventata oggi notizia, discussione, polemica? Perché si vuole non credere più a tanta nefasta demenza o perché si vuole cancellare quest’ombra del passato per dare credibilità a un avvenire, a un certo avvenire?…”.



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  8. #38
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    Leonardo Sciascia, vent'anni fa... 38)

    • a cura di Valter Vecellio

    SCIASCIA, CANDIDO, IL CORAGGIO E L’IMPEGNO



    Sciascia, lei come si definirebbe?

    Uno che cerca di semplificare, secondo verità.



    Lei ha scritto molte cose sulla mafia, i suoi romanzi sono ben più pungenti di certi saggi specialistici. Ha mai ricevuto “avvertimenti” mafiosi?

    No, mai. Ma in questo momento li sento nell’aria.



    Cos’è per lei la mafia?

    Ho cercato, anni addietro, di darne una definizione da dizionario: “La mafia è un’associazione per delinquere, con fini di arricchimento per i propri associati, che si pone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato”.



    Esiste ancora, fra i giovani siciliani, il “comune senso dell’onore”?

    Non esiste più. Decisamente.



    Dei libri che ha scritto, qua è quello a cui è più affezionato?

    E’ “La morte dell’inquisitore”, perché lo considero come non finito.



    E’ vero che non rilegge cose sue stampate, per paura di trovarci errori tipografici?

    E’ vero. Ma forse la paura di trovarvi errori di stampa maschera il fatto che quello che ho scritto, una volta pubblicato, non mi interessa più.



    Da un po’ di tempo si nota un certo ritorno alla cultura di provincia. Crede che riusciremo a trovare una “via nazionale alla cultura”?

    Sono sempre dell’opinione che l’Italia non ha, né può avere, una capitale culturale se non, si capisce, nel senso di una concentrazione di istituti, di strumenti (e in questo senso, Milano lo è ancora). La cultura italiana è stata provinciale – cioè decentrata, eccentrica. Provinciale in senso deteriore forse invece è da considerare quella che si propone di non essere provinciale, di assumere come oggetto la città, la grande città.



    Si dice che i comunisti non sarebbero più di moda, fra gli intellettuali, dopo il grande amore di due anni fa. Cosa ne pensa?

    Non credo. Fintanto che il PCI apparirà come il cavallo che sta per arrivare al traguardo del potere, molti intellettuali l’ameranno e l’applaudiranno.



    Dopo l’esperienza di consigliere comunale del PCI a Palermo, se la sentirebbe di andare al Parlamento come deputato dello stesso partito?

    Non me la sarei sentita nemmeno prima. Ancora voglio scrivere qualche libro, voglio avere il tempo per scriverlo.



    Cosa pensa del compromesso storico?

    Tutto il male possibile. Per dirla con una battuta: è un errore storico. E lo sconteremo tutti, per almeno vent’anni.



    Cos’è rimasto per lei, dell’intervista di Amendola all’ “Espresso” in cui affermava che “il coraggio civico non è mai stato una qualità ampiamente diffuso in larghe sfere della cultura italiana”, e opponeva il suo ottimismo al presunto pessimismo, soprattutto suo, di Montale e di Bobbio?

    Amendola ha detto una grande verità: solo che bisognava e bisogna rivolgerla verso coloro – verso quegli intellettuali – che si sono dichiarati d’accordo con lui. In quanto all’essere ottimisti o pessimisti: non credo si possa, nel pessimismo, andare al di là del compromesso storico. Credere che non si possa governare l’Italia se non insieme alla DC è un toccare il fondo del pessimismo.



    In un dibattito-scontro con Edoardo Sanguineti, lei disse di essersi ritrovato, dopo un anno e mezzo di esperienza in consiglio comunale a Palermo, a fare la parte della ‘sentinella’ dei tempi fascisti, quella che montava la guardia ai bidoni di benzina, e che nel suo caso si è oltretutto accorto che il bidone che avrebbe dovuto custodire era vuoto. E’ stato dunque ingenuo credere nel cambiamento con l’avanzata del PCI?

    L’immagine della sentinella era sua, di Sanguineti. Io mi assegnavo un compito meno umile: volevo dar parte di una pattuglia di guastatori. Ma non credo di essere stato un ingenuo. In fondo, era un compito utopistico. Si trattava semplicemente di fare certe cose e di non farne altre. Cose concrete. Poiché si doveva stare in Consiglio comunale soltanto per lasciare fare le cose che non si dovevano fare, me ne sono andato. L’esperienza mi è servita. Moltissimo. Il guaio della sinistra in Italia è di avere seminato una doppia morale: una cosa è giusta se è fatta da un uomo di sinistra o da un gruppo o da un partito di sinistra; sbagliata se fatta da un uomo di destra o della destra. Poiché presto o tardi si raccoglie quello che si semina, già si comincia a vedere che la sinistra non avrà un buon raccolto.



    Alla vigilia del 15 giugno 1975, e dopo, si è svolto un grosso dibattito sul pluralismo. Il tema è stato preso a simbolo del nuovo volto del PCI. A distanza di tempo, di pluralismo non si parla quasi più. Che fine ha fatto?

    Il pluralismo era una specie di invenzione dell’ombrello, come nel famoso monologo di Gandolin. A un certo punto qualcuno si è dato a inventare la democrazia. Ora, lei dice, non se ne parla più. Forse perché si sono accorti che il pluralismo – cioè la democrazia – esisteva già da prima, almeno formalmente.



    Qual è il suo giudizio su Bernard-Henry Lévy, André Glucksmann e, in generale, sul fenomeno dei ‘nuovi filosofi’?

    Ho scritto una nota di introduzione all’edizione italiana del libro di Bernard-Henry Lévy. L’ho fatto per rompere il conformistico rifiuto della sinistra nei riguardi dei “nuovi filosofi”, che per adesione alla loro filosofia. Comunque, a me non pare siano da relegare nella destra. Credo anzi che servano a ricordare alla sinistra la necessità di muoversi, di non sclerotizzarsi, di liberarsi di certi miti e di tornare a essere creativa.



    La figura dell’intellettuale dissidente all’interno di un partito di sinistra è talvolta contestata dai marxisti. I “nuovi filosofi” teorizzano al contrario la necessità del dissenso. Cos’è per lei il dissenso?

    Definirei il dissenso come il bisogno di stare in un partito che non esiste, in una chiesa che non c’è. Appunto perché non ci sono, si sta dentro il vecchio partito, dentro l’antica chiesa, a tentare di rinnovarle. Fatica forse inutile, ma la sola possibile, oggi.



    Chi le ha proposto di entrare nelle liste del PCI?

    Achille Occhetto. E ho accettato, ma dopo lunga esitazione, la sua proposta perché mi pareva che la sua gestione della segreteria regionale del PCI fosse, nella critica e autocritica alla esperienza “milazzista” la linea giusta per un rinnovamento del partito in Sicilia.



    Quali sono i suoi rapporti personali e politici con Guttuso?

    Con Guttuso ho rapporti di profonda amicizia, mai incrinata dalla sua ortodossia e dal mio dissenso. In questo siamo entrambi molto siciliani.



    Nel campo delle arti visive, lei è d’accordo con l’estetica del realismo socialista?

    No, e del resto, per un artista vero – qual è per esempio Guttuso – il realismo socialista non esiste. Guttuso è un grande pittore più quando fa “I tetti di Sicilia” che quando dipinge i “Funerali di Togliatti”. Le etichette esistono nel senso deteriore, e per la parte deteriore.



    Il PCI, nel campo della sperimentazione artistica ha ora abbandonato un atteggiamento di aperto contrasto…

    La politica culturale del PCI è un disastro: è tutta una storia di ritardi, di disguidi, di qui pro quo. Credo che l’unico modo di far politica culturale, per un partito come il PCI, sia quello di non farla.



    Cosa avrebbe voluto che le chiedessero e non le abbiamo chiesto?

    Se ho delle inquietudini religiose. Le avrei risposto, come le rispondo, che le ho; il che rafforza la mia avversione a tutto quello che in Italia deriva dal cattolicesimo.



    (Intervista rilasciata alla rivista “Critica Sociale”, 15 gennaio 1978)



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  9. #39
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    QUELLA TRAGICA FOTO DI MORO…



    Del suo silenzio dopo il rapimento di Aldo Moro s’è detto che fa “rumore”, e ne è nata una polemica. Chiediamo a Leonardo Sciascia di darcene l’interpretazione autentica.

    Innanzitutto questo mio silenzio durava da un po’. Io ho scritto “Il Contesto” e ho scritto “Todo Modo”. Quando mi sono presentato candidato al consiglio comunale nella lista del PCI ho detto che non mi sarei rimangiato una virgola del “Contesto”. Oggi posso dire che non mi rimangio nemmeno una virgola di “Todo Modo”. Come uomo, come cittadino, di fronte al caso Moro sento lo stesso sgomento e la pena di una persona che abbia sentimento e ragione. Ma come autore di “Todo Modo”, rivedo nella realtà come una specie di proiezione delle cose immaginate. Per questo mi ha fatto da remora, nell’intervenire, come scrittore, anche per un senso di preoccupazione e di smarrimento nel vedere le cose immaginate “verificarsi”.



    Vogliamo ricordare ai lettori l’idea centrale del romanzo?

    La distruzione, anzi l’autodistruzione della DC.



    E la realtà di oggi combacia con quest’idea?

    Pienamente, secondo me. Ma una cosa è giudicare un partito, una classe di potere, nell’astrattezza dell’immaginazione e della storia; un’altra è trovarsi di fronte all’immagine di Moro prigioniero dei brigatisti.



    Cosa ha pensato guardando quella foto?

    Ho pensato a un uomo che subisce una violenza da altri uomini. Ho pensato che per processare un uomo di potere hanno ammazzato cinque persone senza processo…Tutto questo è atroce. La violenza posso contemplarla astrattamente, ma non vederla nella realtà. Come scrittore potrei rallegrarmi di aver scritto “Todo Modo”, come uomo in questo momento, non me ne rallegro.



    Qual è la sua chiave di lettura degli avvenimenti attuali?

    Le BR possono essere una monade senza finestre, di violenza e di follia ideologica, ma possono anche avere porte e finestre. Se le hanno, il problema è di vedere con chi comunicano. Cioè è da porsi la domanda che gli italiani si facevano qualche anno fa e che ora, purtroppo, non si fanno più: a chi giova?



    Appunto, a chi giova?

    Non ho una risposta precisa da dare, però la domanda me la pongo, e me la pongo in questi giorni febbrilmente perché vorrei sapere di che morte si deve morire.



    I brigatisti sembrano aver definitivamente imboccato la strada della violenza, la più sfrenata. Perché secondo lei?

    Si può capire che ci siano, tra i giovani specialmente, delle persone che vivono follemente l’ideologia rivoluzionaria e che non vedono altra possibilità che la violenza per rompere il contesto. Un contesto opprimente soprattutto per i giovani, che non so quale prospettiva possano scorgere in questa società.



    Mi pare di capire che lei sia poco propenso a vedere nell’operato dei terroristi il frutto di trame ordite da potenze straniere.

    Per quanto riguarda gli esecutori, si tratta proprio di gente che crede follemente in quello che fa. Ma mi pare indubbio che dietro di loro vi siano dei manovratori di molta esperienza, le cui intenzioni sono molto diverse dalle illusioni che nutrono gli esecutori. Basta porsi il problema in termini militari. Un gruppo di dodici persone che esegue un’operazione come quella di rapire Moro presuppone un’organizzazione molto più grossa, almeno dieci volte tanto.



    Ci sono gli esecutori e i cervelli. Qual è il disegno?

    Secondo me tutto sta in un fatto: che Tito non può campare eternamente. Qui si sta preparando il dopo Tito.



    Ma al di là della vicenda Tito, c’è da parte di qualcuno un preciso interesse a destabilizzare la situazione politica italiana di adesso?

    Prima del rapimento di Moro si doveva fare una certa analisi. Ora se ne deve fare un’altra. Ma non è facile, perché tutto quello che accade sembra casuale: una serie di avvenimenti che trovano concatenazione quasi per caso.



    Eppure da molte parti è stato previsto quale che sarebbe accaduto oggi.

    Abbiamo visto tutti, più o meglio, che sarebbe finito male. Ma male come? Questo non lo ha previsto nessuno.



    E allora che cosa si sarebbe dovuto fare e non si è fatto perché questo male non si compisse?

    Quel che bisognava fare era che questa classe di potere trovasse la forza di farsi il processo da sé.



    Questo contraddice la natura stessa del potere che tende sempre a conservarsi.

    Tutt’altro. Questo di farsi il processo sarebbe stato per il potere l’unico modo di conservarsi. Se accanto a quello alle BR si fosse celebrato, ma con chiarezza, il processo su uno dei tanti scandali…Credo che in quel caso gli italiani avrebbero trovato un senso nell’andare a fare i giurati, nel riconoscersi nello Stato che processa i brigatisti…



    Dunque i motivi per non andarci restano, per lei, tali e quali a quelli che ha espresso in passato.

    L’ho detto allora e lo stesso penso adesso: ci sarei andato per un dovere verso me stesso (se non fosse, scrissi, per il dovere di non avere paura, non ci andrei), non verso lo Stato. Capisco benissimo la Aglietta che ci va non per un dovere di difendere lo Stato, ma per un dovere verso se stessa, verso le persone che stima e da cui è stimata.



    Ma che i giurati si siano infine trovati è un fatto importante.

    A Torino è accaduto questo: che la gente va a fare il giurato per un dovere verso il PCI, non verso lo Stato. Ora se il PCI si è sostituito allo Stato, va benissimo, però ci vuole un ultimo omaggio alla democrazia e bisogna che gli italiani lo dicano con il voto.



    Dunque lei continua a non riconoscersi in questo Stato?

    Mi riconosco in molte persone, in molta gente che milita nel PCI. Ma non nei partiti e neanche nella nuova sinistra. Mi trovo in quella situazione che Moravia ha descritto di “estraneità che non è indifferenza”. Forse la soluzione sta nella capacità di ognuno di noi di pensare, di valutare i fatti, e di avere coraggio.



    (Intervista rilasciata a “la Repubblica”, 23 marzo 1978)



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  10. #40
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    I BARBARI SONO TRA NOI.



    Ogni suo libro è costruito come una inchiesta giudiziaria che va sempre a finire in nulla…leggendo si ha sempre l’impressione che la storia non riesca a mettere le mani sui “veri colpevoli”…

    E’ un modo come un altro per dire che finalmente ciascuno di noi è tenuto a rispondere dei crimini che ogni giorno si commettono sotto i nostri occhi. Aggiungerei anche, per parafrasare George Orwll, che se noi tutti siamo stati assassini, taluni lo sono più degli altri. Ma ciò non cambia la questione. Viviamo in un’epoca di criminalità diffusa e anonima.



    Allora non è certamente a lei che si può domandare: chi ha ucciso veramente Aldo Moro?

    Al contrario, posso benissimo dire chi sono gli assassini di Moro: le BR, coloro che si nascondono dietro le BR, il PCI, la DC, io stesso…



    Lei stesso?

    Sì. Aldo Moro morendo – nonostante tutte le sue responsabilità storiche – ha acquistato una innocenza che rende tutti noi colpevoli, dunque anche me. Sono rimasto molto scosso dalle sue ultime volontà, che mi rammentano quelle di Pirandello. Il fatto è noto…Pirandello era fascista, ma ha voluto essere sepolto completamente nudo per paura che lo vestissero con la divisa fascista, come avevano allora l’abitudine di fare con i dignitari del regime. Morendo, Aldo Moro si è, per così dire, spogliato della tunica democristiana. Il suo cadavere non appartiene ad alcuno, ma la sua morte ci mette tutti sotto accusa.



    Quando il corpo di Moro è stato ritrovato nel bagagliaio di un’automobile, proprio tra la sede del PCI e quella della DC, che cosa ha pensato?

    Come tutti vi ho visto un esempio eccezionale di humor macabro. Il vero messaggio delle BR è stato quello di aver posto tra la DC e il PCI il corpo di colui che a buona ragione viene considerato l’artefice della loro intesa. Questa tragica farsa doveva dare qualche spunto di riflessione ai due più grandi partiti italiani, soprattutto nel momento in cui, sia l’uno che l’altro, stanno pietrificandosi in ideologie che non funzionano più.



    In altre parole il cadavere di Aldo Moro sarebbe già il cadavere del compromesso storico?

    In un certo senso sì, almeno in un valore simbolico, ma detto ciò le cose sono assai più complesse. Quando era vivo, Moro mi faceva pensare spesso al generale Kutuzov, quel generale dell’armata russa che Tolstoi fa agire in “Guerra e pace”. Infatti Kutuzov aveva sempre rifiutato di ingaggiare in maniera aperta e decisiva con le truppe di Napoleone. Aveva preferito abbandonare all’imperatore nemico immensi spazi di territorio russo. Gli aveva “offerto” un buon terzo del paese, ma era un’astuzia, un’astuzia molto geniale, e Napoleone si era trovato impantanato proprio nel paese che voleva conquistare. Ebbene, Moro stava facendo la stessa cosa con il PCI. Faceva finta di abbandonargli molte falde della società civile e dello Stato, ma in effetti lo stava legando sempre più stretto.



    Secondo lei, dunque, il compromesso storico è, alla fine, una catastrofe per il PCI?

    E’ evidente. Se la DC non ricaccia i comunisti all’opposizione, se il PCI si ostina a vivere in quella che chiama “linea di governo”, la strategia Moro-Kutuzov non tarderà a a dare i suoi frutti. Ma è proprio il caso di stupirsene? In questo momento tutti i partiti comunisti europei sembrano desiderare il suicidio. E’ molto chiaro che ciascuno ha scelto una maniera originale – leggi nazionale – per togliersi di mezzo. Questo è l’eurocomunismo. Berlinguer, Carillo, Marchais sono completamente intrappolati dall’abilità dei politici borghesi. Secondo me il principio della loro disfatta è già in atto, e ormai è solo una questione di tempo.



    Ciò nonostante, nel 1976 lei è stato eletto, con lista comunista, al consiglio municipale di Palermo.

    E’ vero, ma è il risultato di una lunga storia…Dopo la pubblicazione del mio libro “Il contesto”, la vecchia guardia del PCI aveva scatenato, attraverso la stampa del partito, una violenta campagna contro di me. Curiosamente quella polemica suscitò tra i giovani comunisti una ondata di simpatia nei miei riguardi. Mi si avvicinarono, presero le mie difese e, spesso, lo fecero con coraggio e generosità. Quando ci fu il referendum sul divorzio presi la decisione di unirmi a loro – e, di conseguenza, al PCI. Da tutto ciò nacque, tra il partito e me, una sorta di familiarità e di cameratismo, tanto più che accadeva in un periodo nel quale si poteva credere che il PCI fosse veramente un partito comunista “differente”. Allora quando proposero a me che non ero mai stato comunista, di far parte della loro lista municipale, a Palermo, accetti, non senza qualche riserva, perché mi sembrava giusto, necessario, mettere fine in quella città a quell’equivoco potere della DC che durava ormai da trent’anni. Detto ciò, occorre dire che la mia presenza nel consiglio comunale di Palermo è durata solo qualche mese, diciotto per l’esattezza.



    Infine si dimise perché?

    Mi sono occorsi diciotto mesi per capire che il PCI non era predisposto a ricoprire quel ruolo d’opposizione, che era il suo, in seno al consiglio municipale. Un comunista dichiarò sin dalla prima riunione: “Non vogliamo assolutamente fare il processo al passato”. E visto che non voleva fare nemmeno il processo al presente, la mia presenza in quel posto mi parve inutile e semplicemente decorativa. Il fatto è che non si poteva ingaggiar battaglia a Palermo, e continuare il compromesso a Roma…



    Ma cosa poteva aspettarsi, lei, intellettuale individualista e piuttosto libertario da quell’“adesione” alla più potente macchina burocratica italiana?

    “Nulla, lo sapevo già da prima. Ma tuttavia, la seduzione che il PCI ha potuto esercitare su un intellettuale come me, trova la sua spiegazione in una boutade di uno dei vecchi professori, Vitaliano Brancati, secondo la quale “in Sicilia per essere veramente liberali bisogna almeno essere comunisti…”. Ciò deve essere vero per tutte le regioni italiane, perché solo i comunisti hanno osato proporre quelle riforme elementari di cui il Paese ha bisogno. Altrove, non importa dove in Europa, quando i conservatori hanno il potere non sono per nulla terrorizzati all’idea di riformare lo Stato o la società. In Italia è proprio la mancanza d0audacia e di immaginazione della DC che, per contrasto, fa brillare il blasone ideologico del PCI.



    (Intervista rilasciata a “Le Nouvel Observateur”, 25 giugno 1978, prima parte)



    40) Segue
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

 

 
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