Da "Jesus" n.1/2003
Voci nuove in teologia
di Dario Rivarossa
Qual è lo "stato di salute" della teologia italiana oggi? Si presenta piena di vita e promettente, o corre invece il rischio di ristagnare? Lo chiediamo a don Severino Dianich, docente alla Facoltà teologica dell’Italia centrale, a Firenze, e tra i curatori del dizionario Teologia appena uscito. «È vivace», risponde. «Se si fa il confronto con il passato, si vede che negli ultimi cinquant’anni la teologia italiana praticamente è nata. Prima era come se non esistesse, nel senso che gli studi si concentravano nelle accademie "romane", non "italiane". Quindi, senza dubbio si tratta di una realtà che ha camminato molto».
Il che non significa nascondersi i problemi, perché nel complesso l’atmosfera che si respira negli atenei teologici è meno frizzante che nel periodo immediatamente precedente e seguente il Concilio Vaticano II. «Nel panorama mondiale», ammette infatti Dianich, «non rappresentiamo un punto di riferimento particolare. D’altra parte, tutta la teologia si trova in una fase di stanca: non ci sono personalità che diano un colpo d’ala innovativo, creativo, come furono Congar, Rahner, von Balthasar, De Lubac, Chenu. A questo livello, oggi siamo poveri».
La teologia italiana attuale ha però delle caratteristiche specifiche?
«È una questione su cui si è dibattuto a lungo... La tendenza è tuttavia quella di "scolorire" i caratteri più particolaristici di questa o quella teologia. Se non altro, quella italiana adesso è meno debitrice verso l’estero. In passato, gran parte dell’editoria in questo settore era costituita da traduzioni, e ancora oggi ne abbiamo un’ottima produzione; però, ce n’è anche una molto ampia di studi originali. In questo senso, la teologia italiana ha compiuto passi molto notevoli».
In che direzioni?
«Varie, non credo si possa determinare un’area di particolare interesse. Per esempio, la Facoltà teologica di Milano si è impegnata su una pista di riflessione specifica, quella della Teologia fondamentale e del metodo, ma si tratta di un caso unico. Altre Facoltà hanno delle specificità, che però seguono in modo più elastico. Per esempio, a Palermo il tema ecclesiologico, qui a Firenze quello antropologico e il rapporto teologia/arti. A parte Milano, non parlerei quindi di "scuole" nel senso classico del termine: una serie di persone che lavorano intorno allo stesso tema con un indirizzo comune, per produrre un corpus di idee unitario».
Ma se ne potrebbero sviluppare in futuro?
«Qui si tocca un problema strutturale delle nostre Facoltà, che sono carenti di progetti di ricerca comune; anche nelle grandi Università teologiche romane se ne fa poca. La ricerca viene demandata all’iniziativa dei singoli. Un po’ perché le "scuole" di una volta erano legate agli Ordini religiosi (domenicani, francescani, gesuiti), con polemiche e contrapposizioni anche artificiali. Oggi tutto questo è crollato, ma non è stato sostituito da una programmazione della ricerca. Occorrerebbe una convergenza di studiosi su temi comuni, creando scambi, dialettica, riflessioni, con risultati che senza dubbio sarebbero più interessanti. Ciò avrebbe anche un altro effetto positivo: sarebbe il luogo in cui si formerebbero le nuove leve di teologi. Oggi invece un giovane, anche in possesso di un Dottorato conseguito brillantemente, viene lasciato a sé nei primi passi».
Severino Dianich (foto PERIODICI SAN PAOLO/G. GIULIANI).
E i laici? Hanno possibilità di fare "carriera"?
«Le Facoltà continuano ad avere in maggioranza docenti preti, perché vengono pagati dall’Istituto sostentamento clero. Mai, con i loro bilanci, gli atenei potrebbero permettersi uno staff di professori laici, i cui stipendi gravano interamente sulla facoltà. La difficoltà è solo di carattere economico, non ci sono remore "ideologiche" alla loro assunzione. Il problema riguarda i vescovi, sia singoli sia come Cei, ma per adesso all’orizzonte non si vedono soluzioni abbastanza concrete. Così, c’è un aumento di laici che hanno conseguito titoli fino al Dottorato, non di rado con ottimi risultati, ma con scarse possibilità di impiego, se non nelle scuole di formazione teologica delle diocesi o negli Issr. Per dire la sproporzione tra la nostra situazione e quella della Germania, si pensi che i vescovi tedeschi hanno chiesto che ci sia almeno il 50 per cento di docenti preti».
Il Concilio invita a dare alla teologia un respiro ecumenico.
Sta avvenendo? Come viene dibattuto il nodo centrale: il tema dell’autorità nella Chiesa?
«Più il dialogo si sviluppa sugli altri temi dottrinali, più questo dell’autorità emerge come punto cruciale. Da parte dei protestanti c’è una sensibilità accresciuta su questo tema, meno da quella ortodossa. Ricordo un’esperienza curiosa. Un pastore anglicano, che aveva intenzione di passare alla Chiesa cattolica, mi diceva: "Non sono contrario all’ordinazione delle donne – motivo che invece aveva spinto molti anglicani a diventare cattolici –, ma non posso accettare che una Chiesa particolare, quella d’Inghilterra, decida da sola su un tema così importante. Va deciso insieme al Papa». In Italia, se si considera la scarsa presenza in percentuale di altre Chiese sul territorio, la teologia dà un alto contributo all’ecumenismo. Si lavora parecchio sia sul piano dello studio sia su quello delle iniziative sul campo; si pensi per esempio al Sae, Segretariato attività ecumeniche, che altre Chiese ci invidiano. Tra i nomi di teologi che si sono occupati con buoni risultati di questo aspetto, abbiamo da Bruno Forte a Giovanni Cereti, da Luigi Sartori a un giovane teologo di Brescia che si è occupato a fondo del tema della giustificazione, Angelo Maffeis, diventando un pensatore di spicco. Infine, rimane sempre ottimo il rapporto con i colleghi valdesi, di cui alcuni fanno parte dell’Associazione teologica italiana (Ati)».
Insieme a Giuseppe Barbaglio e Giampiero Bof, lei ha appena terminato di curare un dizionario, intitolato semplicemente Teologia. Cosa c’è di nuovo?
«Quando l’editore ha chiesto a Barbaglio e me, curatori del precedente Nuovo dizionario di teologia, di vedere se fosse il caso di fare un’edizione rinnovata, abbiamo esaminato attentamente il Nuovo dizionario. Abbiamo concluso che sarebbe stato un peccato modificarlo, perché è una testimonianza della teologia italiana degli anni ’70. Se lo avessimo toccato, lo avremmo deformato. Quindi abbiamo preferito lasciarlo tale e quale, tant’è vero che l’editore continua a stamparlo. Intanto, avremmo lavorato a un’opera completamente nuova. Per esempio, abbiamo affidato le stesse voci ad autori diversi, o al contrario abbiamo chiesto ad autori di determinate voci del Nuovo dizionario di scrivere voci nuove, altrimenti correvano il rischio di ridursi ad aggiornamenti bibliografici. Ci sono inoltre temi che sono trasversali a quelle che erano 2 o 3 voci, e sono diventati autonomi, o viceversa».
La ricerca è stata a tutto campo?
«Ci sono dei limiti, che sono anche quelli delle mie competenze. Si intitola Teologia tout-court perché quella dogmatica è quasi la teologia per antonomasia. In realtà, oggi esistono àmbiti ormai molto specializzati, come la liturgia, la teologia biblica. Resta fuori dal dizionario anche tutto l’àmbito della morale, che è quello in cui oggi si avvertono i problemi più acuti. È lì infatti che si nota una polarizzazione tra opposte tendenze: quella conservatrice, secondo cui la Chiesa deve puntare tutto sui valori tradizionali per "resistere", e l’altra, che cerca di cogliere in senso positivo i nuovi stimoli. Un dibattito vivace, ma non molto sul piano pubblico, anche perché ci sono varie remore. Si tratta del campo su cui forse si esercita la maggiore pressione e il maggiore controllo da parte della Santa Sede. Cosa che rende difficile la ricerca».
Quanto alla dogmatica, cos’è cambiato dal Nuovo dizionario a quello appena pubblicato?
«Negli anni ’70 c’era una vigorosa attenzione ai temi sociali. Per esempio, avevamo le voci "Ortodossia" e "Ortoprassi". Quest’ultima però ora l’abbiamo fatta cadere, non perché il problema non sia interessante, ma perché ci sembrava che non fosse più necessario chiuderlo in un lemma particolare. Il clima culturale è cambiato. In Teologia, abbiamo invece ottenuto che si puntasse l’attenzione sulle altre religioni e culture, in modo che ogni lemma non fosse trattato come un pezzo isolato ma come materiale che fa parte della cultura globale dell’oggi. Altro esempio, abbiamo inserito la voce "Sentimento", cui negli anni ’70 nessuno avrebbe pensato. La cultura odierna però dà molta importanza a tutte le espressioni del soggetto, non solo a quelle razionali: le passioni, il fattore estetico, il culto della bellezza, la libertà soggettiva, eccetera. Abbiamo cercato di prestarvi attenzione, non per abbracciare acriticamente questo tipo di cultura – cui bisogna fare anche serie critiche e opporre serie resistenze –, ma non si può ignorare questo tipo di mondo, che è il nostro mondo di oggi».
d.r.
Dalla voce "SINODALITÀ"
di Severino Dianich
Quello del rapporto fra partecipazione e autorità è un complesso nodo da sciogliere in ogni aggregazione sociale; lo è in maniera particolare nella Chiesa, perché in essa l’autorità non è funzione delegata dal popolo, ma si fonda su di un carisma dello Spirito, dato attraverso un sacramento. Qualunque sia la forma della designazione di un soggetto al suo ruolo, una volta che il soggetto è sacramentalmente ordinato, egli agisce in persona Christi e non solo in persona ecclesiae. La sua autorità, però, non è autocratica: il sacramento sul quale essa si fonda non è patrimonio personale del soggetto che lo riceve né di colui che lo trasmette, perché è dono di Cristo alla Chiesa: l’autorità del ministro ordinato, quindi, ha il suo senso solo in quanto non si sovrappone alla Chiesa, quasi dall’esterno, ma rimane sempre un fattore interno alla sua vita. [...] Questa situazione particolare sembra rendere, da un lato, improponibile la questione della democrazia nella Chiesa, mentre da un altro lato appare del tutto legittimo proporla. Il sistema democratico di governo è improponibile nella Chiesa se la si volesse strutturare sul modello della democrazia liberale rappresentativa, proprio della società civile: tentare di farlo riprodurrebbe aporie e deformazioni analoghe a quelle che la Chiesa ha già conosciuto nella sua storia, quando si è voluta assimilare, per esempio, ai sistemi autocratici di una monarchia o dell’impero. Ma proprio a partire dalla considerazione di quella struttura carismatica che le è propria, nella quale ogni soggetto ha il suo ruolo specifico sulla base del suo specifico carisma, proporre un sistema di governo per la Chiesa, nel quale non si possa fare a meno di tener conto dei carismi di ciascuno, diventa necessario. [...] Porre sul tappeto il problema dell’intreccio fra partecipazione e autorità non significa avanzare pretese di distribuzione del potere nella Chiesa, come spesso si afferma, con l’intenzione di delegittimare la stessa posizione della questione. Si tratta invece di strutturare la Chiesa sulla base della sua natura carismatica. Ogni cristiano ha i suoi carismi e non tutti hanno il medesimo carisma: ne consegue che il carisma specifico attribuisce a chi ne è dotato una sua specifica competenza ed esige ascolto e recezione da parte di chi non ne è dotato. [...] Non si può fare a meno di osservare che se la pratica sinodale, più scarsa nella Chiesa cattolica, è ampiamente attuata in tutte le altre chiese, il suo sviluppo riveste grande importanza per il cammino ecumenico. Progettando la tanto desiderata unità delle Chiese, certamente non è pensabile che le altre Chiese debbano un giorno, per ritrovarsi unite, rinunciare alla loro grande tradizione sinodale, poiché la fede cattolica ne riconosce in pieno il valore...
"Per quanto uno vada avanti nella ricerca e progredisca con studio intenso, anche illuminato dalla grazia di Dio, non potrà mai arrivare a conseguire perfettamente l’oggetto della sua ricerca... Ma, quando ha conseguito qualcosa, vede che ci sono altre cose che devono essere ricercate; e, se consegue anche queste, si accorgerà che ce ne sono ancora molte di più (Origene)".




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t.cultura.cattolica
6:04 PST 