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Discussione: Semper infideles

  1. #11
    scemo del villaggio
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    Da "Jesus" n.1/2003

    Voci nuove in teologia
    di Dario Rivarossa


    Qual è lo "stato di salute" della teologia italiana oggi? Si presenta piena di vita e promettente, o corre invece il rischio di ristagnare? Lo chiediamo a don Severino Dianich, docente alla Facoltà teologica dell’Italia centrale, a Firenze, e tra i curatori del dizionario Teologia appena uscito. «È vivace», risponde. «Se si fa il confronto con il passato, si vede che negli ultimi cinquant’anni la teologia italiana praticamente è nata. Prima era come se non esistesse, nel senso che gli studi si concentravano nelle accademie "romane", non "italiane". Quindi, senza dubbio si tratta di una realtà che ha camminato molto».

    Il che non significa nascondersi i problemi, perché nel complesso l’atmosfera che si respira negli atenei teologici è meno frizzante che nel periodo immediatamente precedente e seguente il Concilio Vaticano II. «Nel panorama mondiale», ammette infatti Dianich, «non rappresentiamo un punto di riferimento particolare. D’altra parte, tutta la teologia si trova in una fase di stanca: non ci sono personalità che diano un colpo d’ala innovativo, creativo, come furono Congar, Rahner, von Balthasar, De Lubac, Chenu. A questo livello, oggi siamo poveri».

    La teologia italiana attuale ha però delle caratteristiche specifiche?
    «È una questione su cui si è dibattuto a lungo... La tendenza è tuttavia quella di "scolorire" i caratteri più particolaristici di questa o quella teologia. Se non altro, quella italiana adesso è meno debitrice verso l’estero. In passato, gran parte dell’editoria in questo settore era costituita da traduzioni, e ancora oggi ne abbiamo un’ottima produzione; però, ce n’è anche una molto ampia di studi originali. In questo senso, la teologia italiana ha compiuto passi molto notevoli».

    In che direzioni?
    «Varie, non credo si possa determinare un’area di particolare interesse. Per esempio, la Facoltà teologica di Milano si è impegnata su una pista di riflessione specifica, quella della Teologia fondamentale e del metodo, ma si tratta di un caso unico. Altre Facoltà hanno delle specificità, che però seguono in modo più elastico. Per esempio, a Palermo il tema ecclesiologico, qui a Firenze quello antropologico e il rapporto teologia/arti. A parte Milano, non parlerei quindi di "scuole" nel senso classico del termine: una serie di persone che lavorano intorno allo stesso tema con un indirizzo comune, per produrre un corpus di idee unitario».

    Ma se ne potrebbero sviluppare in futuro?
    «Qui si tocca un problema strutturale delle nostre Facoltà, che sono carenti di progetti di ricerca comune; anche nelle grandi Università teologiche romane se ne fa poca. La ricerca viene demandata all’iniziativa dei singoli. Un po’ perché le "scuole" di una volta erano legate agli Ordini religiosi (domenicani, francescani, gesuiti), con polemiche e contrapposizioni anche artificiali. Oggi tutto questo è crollato, ma non è stato sostituito da una programmazione della ricerca. Occorrerebbe una convergenza di studiosi su temi comuni, creando scambi, dialettica, riflessioni, con risultati che senza dubbio sarebbero più interessanti. Ciò avrebbe anche un altro effetto positivo: sarebbe il luogo in cui si formerebbero le nuove leve di teologi. Oggi invece un giovane, anche in possesso di un Dottorato conseguito brillantemente, viene lasciato a sé nei primi passi».


    Severino Dianich (foto PERIODICI SAN PAOLO/G. GIULIANI).

    E i laici? Hanno possibilità di fare "carriera"?
    «Le Facoltà continuano ad avere in maggioranza docenti preti, perché vengono pagati dall’Istituto sostentamento clero. Mai, con i loro bilanci, gli atenei potrebbero permettersi uno staff di professori laici, i cui stipendi gravano interamente sulla facoltà. La difficoltà è solo di carattere economico, non ci sono remore "ideologiche" alla loro assunzione. Il problema riguarda i vescovi, sia singoli sia come Cei, ma per adesso all’orizzonte non si vedono soluzioni abbastanza concrete. Così, c’è un aumento di laici che hanno conseguito titoli fino al Dottorato, non di rado con ottimi risultati, ma con scarse possibilità di impiego, se non nelle scuole di formazione teologica delle diocesi o negli Issr. Per dire la sproporzione tra la nostra situazione e quella della Germania, si pensi che i vescovi tedeschi hanno chiesto che ci sia almeno il 50 per cento di docenti preti».

    Il Concilio invita a dare alla teologia un respiro ecumenico.
    Sta avvenendo? Come viene dibattuto il nodo centrale: il tema dell’autorità nella Chiesa?
    «Più il dialogo si sviluppa sugli altri temi dottrinali, più questo dell’autorità emerge come punto cruciale. Da parte dei protestanti c’è una sensibilità accresciuta su questo tema, meno da quella ortodossa. Ricordo un’esperienza curiosa. Un pastore anglicano, che aveva intenzione di passare alla Chiesa cattolica, mi diceva: "Non sono contrario all’ordinazione delle donne – motivo che invece aveva spinto molti anglicani a diventare cattolici –, ma non posso accettare che una Chiesa particolare, quella d’Inghilterra, decida da sola su un tema così importante. Va deciso insieme al Papa». In Italia, se si considera la scarsa presenza in percentuale di altre Chiese sul territorio, la teologia dà un alto contributo all’ecumenismo. Si lavora parecchio sia sul piano dello studio sia su quello delle iniziative sul campo; si pensi per esempio al Sae, Segretariato attività ecumeniche, che altre Chiese ci invidiano. Tra i nomi di teologi che si sono occupati con buoni risultati di questo aspetto, abbiamo da Bruno Forte a Giovanni Cereti, da Luigi Sartori a un giovane teologo di Brescia che si è occupato a fondo del tema della giustificazione, Angelo Maffeis, diventando un pensatore di spicco. Infine, rimane sempre ottimo il rapporto con i colleghi valdesi, di cui alcuni fanno parte dell’Associazione teologica italiana (Ati)».

    Insieme a Giuseppe Barbaglio e Giampiero Bof, lei ha appena terminato di curare un dizionario, intitolato semplicemente Teologia. Cosa c’è di nuovo?
    «Quando l’editore ha chiesto a Barbaglio e me, curatori del precedente Nuovo dizionario di teologia, di vedere se fosse il caso di fare un’edizione rinnovata, abbiamo esaminato attentamente il Nuovo dizionario. Abbiamo concluso che sarebbe stato un peccato modificarlo, perché è una testimonianza della teologia italiana degli anni ’70. Se lo avessimo toccato, lo avremmo deformato. Quindi abbiamo preferito lasciarlo tale e quale, tant’è vero che l’editore continua a stamparlo. Intanto, avremmo lavorato a un’opera completamente nuova. Per esempio, abbiamo affidato le stesse voci ad autori diversi, o al contrario abbiamo chiesto ad autori di determinate voci del Nuovo dizionario di scrivere voci nuove, altrimenti correvano il rischio di ridursi ad aggiornamenti bibliografici. Ci sono inoltre temi che sono trasversali a quelle che erano 2 o 3 voci, e sono diventati autonomi, o viceversa».

    La ricerca è stata a tutto campo?
    «Ci sono dei limiti, che sono anche quelli delle mie competenze. Si intitola Teologia tout-court perché quella dogmatica è quasi la teologia per antonomasia. In realtà, oggi esistono àmbiti ormai molto specializzati, come la liturgia, la teologia biblica. Resta fuori dal dizionario anche tutto l’àmbito della morale, che è quello in cui oggi si avvertono i problemi più acuti. È lì infatti che si nota una polarizzazione tra opposte tendenze: quella conservatrice, secondo cui la Chiesa deve puntare tutto sui valori tradizionali per "resistere", e l’altra, che cerca di cogliere in senso positivo i nuovi stimoli. Un dibattito vivace, ma non molto sul piano pubblico, anche perché ci sono varie remore. Si tratta del campo su cui forse si esercita la maggiore pressione e il maggiore controllo da parte della Santa Sede. Cosa che rende difficile la ricerca».

    Quanto alla dogmatica, cos’è cambiato dal Nuovo dizionario a quello appena pubblicato?
    «Negli anni ’70 c’era una vigorosa attenzione ai temi sociali. Per esempio, avevamo le voci "Ortodossia" e "Ortoprassi". Quest’ultima però ora l’abbiamo fatta cadere, non perché il problema non sia interessante, ma perché ci sembrava che non fosse più necessario chiuderlo in un lemma particolare. Il clima culturale è cambiato. In Teologia, abbiamo invece ottenuto che si puntasse l’attenzione sulle altre religioni e culture, in modo che ogni lemma non fosse trattato come un pezzo isolato ma come materiale che fa parte della cultura globale dell’oggi. Altro esempio, abbiamo inserito la voce "Sentimento", cui negli anni ’70 nessuno avrebbe pensato. La cultura odierna però dà molta importanza a tutte le espressioni del soggetto, non solo a quelle razionali: le passioni, il fattore estetico, il culto della bellezza, la libertà soggettiva, eccetera. Abbiamo cercato di prestarvi attenzione, non per abbracciare acriticamente questo tipo di cultura – cui bisogna fare anche serie critiche e opporre serie resistenze –, ma non si può ignorare questo tipo di mondo, che è il nostro mondo di oggi».

    d.r.


    Dalla voce "SINODALITÀ"
    di Severino Dianich
    Quello del rapporto fra partecipazione e autorità è un complesso nodo da sciogliere in ogni aggregazione sociale; lo è in maniera particolare nella Chiesa, perché in essa l’autorità non è funzione delegata dal popolo, ma si fonda su di un carisma dello Spirito, dato attraverso un sacramento. Qualunque sia la forma della designazione di un soggetto al suo ruolo, una volta che il soggetto è sacramentalmente ordinato, egli agisce in persona Christi e non solo in persona ecclesiae. La sua autorità, però, non è autocratica: il sacramento sul quale essa si fonda non è patrimonio personale del soggetto che lo riceve né di colui che lo trasmette, perché è dono di Cristo alla Chiesa: l’autorità del ministro ordinato, quindi, ha il suo senso solo in quanto non si sovrappone alla Chiesa, quasi dall’esterno, ma rimane sempre un fattore interno alla sua vita. [...] Questa situazione particolare sembra rendere, da un lato, improponibile la questione della democrazia nella Chiesa, mentre da un altro lato appare del tutto legittimo proporla. Il sistema democratico di governo è improponibile nella Chiesa se la si volesse strutturare sul modello della democrazia liberale rappresentativa, proprio della società civile: tentare di farlo riprodurrebbe aporie e deformazioni analoghe a quelle che la Chiesa ha già conosciuto nella sua storia, quando si è voluta assimilare, per esempio, ai sistemi autocratici di una monarchia o dell’impero. Ma proprio a partire dalla considerazione di quella struttura carismatica che le è propria, nella quale ogni soggetto ha il suo ruolo specifico sulla base del suo specifico carisma, proporre un sistema di governo per la Chiesa, nel quale non si possa fare a meno di tener conto dei carismi di ciascuno, diventa necessario. [...] Porre sul tappeto il problema dell’intreccio fra partecipazione e autorità non significa avanzare pretese di distribuzione del potere nella Chiesa, come spesso si afferma, con l’intenzione di delegittimare la stessa posizione della questione. Si tratta invece di strutturare la Chiesa sulla base della sua natura carismatica. Ogni cristiano ha i suoi carismi e non tutti hanno il medesimo carisma: ne consegue che il carisma specifico attribuisce a chi ne è dotato una sua specifica competenza ed esige ascolto e recezione da parte di chi non ne è dotato. [...] Non si può fare a meno di osservare che se la pratica sinodale, più scarsa nella Chiesa cattolica, è ampiamente attuata in tutte le altre chiese, il suo sviluppo riveste grande importanza per il cammino ecumenico. Progettando la tanto desiderata unità delle Chiese, certamente non è pensabile che le altre Chiese debbano un giorno, per ritrovarsi unite, rinunciare alla loro grande tradizione sinodale, poiché la fede cattolica ne riconosce in pieno il valore...




    "Per quanto uno vada avanti nella ricerca e progredisca con studio intenso, anche illuminato dalla grazia di Dio, non potrà mai arrivare a conseguire perfettamente l’oggetto della sua ricerca... Ma, quando ha conseguito qualcosa, vede che ci sono altre cose che devono essere ricercate; e, se consegue anche queste, si accorgerà che ce ne sono ancora molte di più (Origene)".

  2. #12
    scemo del villaggio
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    Predefinito Giovani, carini e ... disoccupati?

    Da "Jesus" n.1/2003

    I nuovi teologi

    Giovani, carini e... disoccupati?
    di Marco Ronconi


    Quali sono i temi di cui si sta occupando la generazione più giovane dei teologi italiani? Prima di rispondere, occorre fare almeno tre precisazioni. In primo luogo, l’età, che in questo caso non è un dato rilevante: per fare teologia, si richiede infatti tempo, disponibilità e strutture adeguate. Quando una Chiesa locale decide di formare un teologo, o una teologa, sa perfettamente che questo costerà grande quantità di risorse. Forse per questo, non tutte le diocesi si permettono di avere teologi a tempo pieno.

    In secondo luogo, la parola "teologi" non indica sempre una categoria chiara. Spesso, ad esempio, si confonde un professore di Storia del cristianesimo o un catechista o un insegnante di religione con chi "fa teologia" in senso pieno. Zoltan Alszeghy, professore di Teologia sistematica alla Pontificia università gregoriana, spiegava che la prima categoria di persone è più interessata ai contenuti della tradizione. I secondi, i teologi propriamente detti, sono invece più interessati all’aspetto formale della tradizione: come essa è strutturata, quali sono gli stadi dell’evoluzione dottrinale che ha portato la Chiesa al suo attuale insegnamento, e quali sono i criteri secondo i quali questo insegnamento dev’essere aggiornato. Il Concilio Vaticano II invita infatti i teologi a «ricercare sempre modi più adatti di comunicare la dottrina cristiana agli uomini della loro epoca» (Gaudium et spes, n. 62).

    In terzo luogo, c’è da precisare qualcosa sulla teologia nazionale. Quali temi predominano? Secondo don Giacomo Canobbio, presidente dell’Ati (Associazione teologica italiana) «il dibattito, come nei tempi passati, è segnato dalle istanze che vengono dalla vita ecclesiale. Si possono così trovare percorsi di riflessione sulla missione della Chiesa, sul dialogo interreligioso, sull’antropologia e sulla salvaguardia del creato. Sui temi di fede è inoltre sviluppato il confronto con alcuni filosofi: si pensi a Vattimo, Natoli, Vittiello, Cacciari, Severino».

    Poste queste premesse, abbiamo ascoltato – senza nessuna pretesa di esaustività – alcuni fra i più significativi "giovani" teologi italiani. Angelo Maffeis, classe 1961, docente alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, ha conseguito licenza e dottorato alla Pontificia università gregoriana, risiedendo anche a Monaco di Baviera e Ginevra per frequentare i corsi dell’Istituto ecumenico di Bossey, che fa capo al Consiglio ecumenico delle Chiese. «Il mio principale interesse», dice, «va alle questioni ecumeniche, in particolare alla relazione tra la Chiesa cattolica e quelle luterane. Ho scritto la tesi di dottorato sul ministero ordinato; successivamente mi sono occupato della dottrina della giustificazione, su cui nel 1998 è stata firmata una Dichiarazione congiunta cattolico-luterana. In generale, le aree di cui mi sono occupato maggiormente sono quelle dell’ecclesiologia, della dottrina dei sacramenti e dell’antropologia teologica».

    Percorso geograficamente inverso per don Rino La Delfa, 44 anni, docente di Ecclesiologia alla Facoltà teologica di Sicilia, a Palermo: dopo aver studiato teologia negli Stati Uniti, al St. Bernard’s Institute di Rochester (New York), ha completato gli studi in Gregoriana, dove ha conseguito il dottorato con una tesi sul pensiero del cardinale Newman. Al centro della sua ricerca stanno «il tema dell’appartenenza alla Chiesa e quello della "ricezione". Credo infatti che nella Teologia dogmatica manchi uno studio accurato e completo su questi argomenti, che vengono spesso affidati ad altre scienze».


    Yves Congar (foto PERIODICI SAN PAOLO/M. DONDERO).

    Gesuita è Paolo Gamberini, 42enne, della Facoltà teologica di Napoli, che, dopo una laurea in Filosofia sul pensiero di A. J. Heschel, ha conseguito il dottorato in Teologia a Tubinga, in Germania. «Il tema del pathos di Dio è stato fin dagli anni di università al centro delle mie riflessioni», racconta. «Dall’esperienza di fede, e dal modo con cui avevo incontrato Gesù nella mia vita, mi chiedevo se anche Dio partecipi affettivamente e con passione alla nostra storia. Il metodo fenomenologico e l’incontro con il pensiero di Heschel mi hanno aiutato a mettere a tema la relazione tra Dio e la vita degli uomini. Grazie allo studio di teologi come Moltmann e Jüngel, ho approfondito questa prospettiva, maturando quindi anche in chiave ecumenica un’"ontologia di relazione" che trova il suo principio e fondamento nella rivelazione cristiana: nella cristologia e nella comprensione trinitaria di Gesù Cristo».

    A proposito del collegamento fra riflessione e vita, don Massimo Naro, docente di Teologia trinitaria a Palermo, dice: «I teologi tornano a scrivere, insieme a trattati e manuali, anche le proprie autobiografie, facendo comprendere quanto i loro studi abbiano ispirato le loro scelte, e viceversa quanto la loro esperienza spirituale abbia orientato il loro pensiero. Mi pare che questa tendenza autobiografica sia il segno che si sta rivalutando il valore della fides qua (l’atteggiamento di fede, ndr) nel fare teologia. Il teologo non si limita più a studiare la fede intesa nel senso "dottrinale" del termine. Torna invece a pensare con fede, coinvolgendosi personalmente».

    Sempre a Napoli insegna il francescano Eduardo Scognamiglio, del 1970, che, dopo aver studiato l’opera di Khalil Gibran e aver approfondito il metodo della teologia simbolica, ha affrontato lo studio dell’escatologia – le realtà "ultime" – fondandosi sul tema dello sguardo di Dio nella vita eterna.

    Su questo tema si è mossa anche la riflessione di don Giovanni Cesare Pagazzi, 36 anni, della diocesi di Lodi e insegnante allo Studio teologico accademico bolognese: «Mi interessa lo sguardo di Gesù sui fenomeni universali come il bisogno (fame, sete...) e i sensi (vista, udito, tatto...). Mi interessa come Gesù evangelizzi queste realtà così universali, dicendo una parola che le sciolga dalla loro ambivalenza, facendo così emergere il Vangelo già inscritto in esse. Ho definito Gesù "il pastore dell’essere", perché il suo è uno sguardo che riconosce, co-istituisce e restituisce il senso di tutto ciò che è».

    Per don Alberto Cozzi, 39 anni, di Milano, il dialogo va esteso alle altre religioni: «Penso che oggi la teologia debba rivedere il proprio metodo e i propri concetti mettendosi in dialogo con le scienze umane, per arricchire il suo approccio alle verità di fede. Ma occorre anche aprirsi sul versante delle scienze delle religioni. Questo è un àmbito molto interessante. La necessità di dialogare con altre fedi deve portare la teologia a ripensare al suo "statuto scientifico". Intendo dire: è bene conoscere le altre religioni per garantire un miglior dialogo. Ma con quale metodo ne affronto lo studio? Quale approccio mi offre una garanzia di scientificità? Posso assumere metodi e risultati delle scienze delle religioni? In quale prospettiva? Qui c’è spazio per un dialogo anche con gli istituti culturali italiani».

    Tornando al dialogo interconfessionale, all’Istituto di studi ecumenici "San Bernardino" di Venezia la ricerca si muove dichiaratamente in quest’ottica. Tra i giovani teologi di questo istituto, il 41enne Simone Morandini, dopo una laurea in Fisica e il dottorato in Teologia alla Pontificia università "San Tommaso" di Roma, centra la sua attenzione sulla creazione, con particolare riferimento agli attuali temi dell’ecologia. Mentre Placido Sgroi, classe 1960, dottorato al Pontificio ateneo Antonianum di Roma, punta sulle prospettive di un’etica ecumenica. In particolare, in quest’ultimo periodo studia il tema dei matrimoni misti, «per cercare di cogliere la ricchezza che deriva da una pluralità di approcci, e l’esperienza profetica delle coppie interconfessionali».


    Piero Coda (foto PERIODICI SAN PAOLO/G. GIULIANI).

    Apprezzato docente di Escatologia ormai da alcuni anni alla Gregoriana è don Antonio Nitrola, nato nel 1958. Sempre all’università dei gesuiti, il prestigioso premio internazionale "Bellarmino" nel 2000 è stato assegnato alla tesi di dottorato di don Giampiero Ziviani, 39 anni, della diocesi di Rovigo, sul tema: "La Chiesa Madre nel Concilio Vaticano II". Maestro di don Giampiero, come di quasi tutti coloro che hanno studiato ecclesiologia negli ultimi anni, è stato il padre Angel Antón, che con Ghislain Lafont e Pierangelo Sequeri sono stati spesso indicati dai teologi da noi intervistati come punti di riferimento fondamentali.

    Tra coloro che più specificamente approfondiscono il tema dei sacramenti va ricordato Andrea Grillo, laico, 41 anni, docente al Pontificio ateneo Sant’Anselmo di Roma. Inoltre don Pierpaolo Caspani, del 1960, docente alla Facoltà teologica di Milano, autore di un complesso e articolato studio sul tema dell’"iniziazione cristiana".

    Fra i teologi dell’ultima generazione, infine, possiamo annoverare anche alcune donne. Di ecclesiologia, infatti, si occupano Sandra Mazzolini, classe 1956, docente presso diversi istituti romani, e Serena Noceti, 36 anni, della Facoltà teologica dell’Italia centrale. A ricordare l’importanza della storia nella teologia pensa invece Stella Morra, del 1956, assistente presso la Gregoriana: il suo centro d’interesse è costituito dal linguaggio degli autori mistici del XVIXVII secolo, riletti alla luce dell’opera di Michel de Certau: «La cosiddetta mistica classica è un punto chiave dell’autocomprensione della cristianità, che condiziona in modo radicale ciò che siamo oggi. È come se il Cinquecento avesse inaugurato una parabola discendente, che ha il suo punto più basso nella manualistica dell’800, e risale solo con il Concilio Vaticano II, che tenta di rispondere finalmente a molte delle domande poste dalla crisi del ’500. È dunque utile delineare, a partire di lì, paradigmi di pensiero che possano suggerire itinerari per l’oggi. In particolare, mi interessano le questioni che emergono dal rapporto tra la mistica classica e il "dire" della fede».

    Pensieri complessi e panorami difficili da sintetizzare, come è giusto che sia per la teologia, che si prefigge di far avvicinare alla Realtà più complessa e incomprensibile... Percorsi e progetti che per maturare avranno bisogno di tutto il tempo che le diocesi vorranno dedicare ai loro teologi.

    Marco Ronconi


    Dalla voce "CREAZIONE"
    di Saturnino Muratore
    Di recente è stata avanzata l’accusa che la grave situazione di aggressione della natura, i disastri ecologici che sono ormai dinanzi agli occhi di tutti (effetto serra, piogge acide, inquinamento, buco dell’ozono, deforestazione selvaggia, megalopoli invivibili, nucleare insicuro...), affondano le loro radici nella stessa tradizione religiosa della nostra società industriale, quella tradizione giudaico-cristiana che ha operato la reificazione della natura e giustificato lo sfruttamento delle risorse naturali da parte di un uomo che si è atteggiato a vice-dio, padrone e signore del creato. Presenti nello stesso codice genetico del cristianesimo, questi germi hanno poi proliferato a dismisura con la nascita, sempre in ambito culturale cristiano, della scienza moderna, cui ha fatto seguito un’esplosione tecnologica che sta procedendo ormai al deterioramento delle condizioni di vita del pianeta. Questa critica radicale viene oggi da parte di ambienti che considerano estremamente pericolosa ogni pretesa da parte dell’uomo di costruire il proprio mondo asservendo e sfruttando, piuttosto che cercando di entrare in comunione profonda col tutto, di sentirsi e viversi come "parte", nel riconoscimento non solo dell’altro, ma di ogni presenza, in un abbraccio cosmico totale. Questa critica va considerata con attenzione, perché mentre può consentire un recupero di elementi preziosi, presenti nella stessa tradizione religiosa e culturale dell’Occidente, può aiutare a mettere in luce elementi che non favoriscono l’assunzione di responsabilità e, quindi, la possibilità di far fronte adeguatamente alle sfide in atto. Il punto decisivo, infatti, non è quello di trovare un capro espiatorio, cui accollare la colpa, né quello di affidarsi a dinamiche puramente naturali, ritenute risolutive di ogni problema e conflitto.




    Dalla voce "DIO"
    di Piero Coda
    Ci troviamo in una situazione storica inedita, in cui le religioni mondiali sono diventate contemporanee sia storicamente che geograficamente. Sino ad oggi, infatti, esse non convivevano, in genere, in una stessa area geografica: tanto che si potevano distinguere, con una certa precisione, l’area cristiana, l’area islamica, l’area indù, buddhista, ecc., tra di loro quasi impermeabili l’una rispetto all’altra, o se non altro semplicemente contigue. In questi ultimi decenni, e in modo crescente, grazie soprattutto ai mezzi di comunicazione e agli ingenti movimenti migratori, le religioni sono messe direttamente a confronto tra di loro. Ma oggi si dà anche una contemporaneità che possiamo definire storica: nella cultura occidentale prevalente sino ad alcuni decenni or sono (di stampo eurocentrico, illuminista, evoluzionista, o genericamente progressista) ci eravamo quasi abituati a interpretare le religioni più antiche come una tappa superata dello sviluppo religioso dell’umanità, per giungere poi all’ebraismo e al cristianesimo (tanto che Hegel definiva quest’ultimo «la religione dei tempi moderni») e infine all’"inveramento" del cristianesimo nella celebrazione dell’umanizzazione dell’uomo (Feuerbach, il positivismo e il neo-marxismo di E. Bloch). Oggi ci rendiamo conto, invece, che queste religioni coesistono l’una accanto all’altra e che non di rado mostrano una vitalità insospettata: basti pensare alla rinascita e all’espansionismo islamico, al risveglio indù, al ritorno fascinoso alle origini del buddhismo. In questa situazione di pluralismo religioso, Gesù Cristo rischia di non essere più visto, anche da parte cristiana, come la misura definitiva e universale della verità di Dio, ma soltanto come una delle tante strade che portano a Lui. La tentazione è quella di affermare che ogni esperienza religiosa ha valore assoluto in sé stessa. È una forma di relativismo religioso che può diventare anche sincretismo in una prospettiva esoterica. In fin dei conti – si sostiene – vi sarebbe una religione universale che riassume tutte le religioni, pur non essendo nessuna di queste: ma piuttosto la loro verità interiore ed eterna, la loro comune sorgente che poi si esprime ed è captata in diverse forme culturali e storiche, e il loro comune destino. Tutto ciò rappresenta una sfida formidabile all’immagine cristiana di Dio, che è chiamata a ritrovare nell’originalità dell’evento stesso della rivelazione cristologica la possibilità di dialogare e di interpretare teologicamente il significato del pluralismo delle religioni nell’unico disegno divino della salvezza che ha il suo centro escatologico in Gesù Cristo. Tutto ciò comporta, muovendo con coerenza e creatività da questo centro, la dilatazione su scala più universale e più aderente all’evento Gesù Cristo delle categorie di comprensione del cristianesimo, sinora prevalentemente modellate nel confronto con la filosofia greca e le culture dei popoli dell’Occidente.




    «In teologia», dice Severino Dianich, «c’è stato un passaggio di interesse. Mentre negli anni ’60 e ’70 prevalevano i temi sociali e politici, negli anni recenti è arrivata la "nuova ondata" del dialogo interreligioso. È un dibattito molto vivo: si pensi alle manifestazioni anche pubbliche intorno al libro di Jacques Dupuis, e alle discussioni che si sono aperte sul tema del rapporto tra cristianesimo e altre religioni. Discussioni che, a mio parere, continueranno».

    "La teologia è una scienza, perché deriva da princìpi noti grazie alla luce di una scienza superiore, vale a dire la scienza di Dio e dei beati. Per cui, come la musica si basa sui princìpi che riceve dal matematico, così la teologia si basa sui princìpi che le rivela Dio (san Tommaso d’Aquino)".


    "L’insegnamento della teologia deve essere impartito anche sotto l’aspetto ecumenico... È molto importante che i futuri vescovi e sacerdoti conoscano bene la teologia accuratamente elaborata in questo modo, e non in maniera polemica, soprattutto per quanto riguarda le relazioni dei "fratelli separati" con la Chiesa cattolica (Concilio Vaticano II, decreto Unitatis redintegratio)".

  3. #13
    scemo del villaggio
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    NOVITÀ

    L’ultimo volume in ordine di tempo, pubblicato in coedizione dalla JACA BOOK e dalla Civiltà Cattolica, è

    Giovanni Sale

    << La Civiltà Cattolica >> nella crisi modernista (1900-1907)

    pp. 487 - euro 24,79 codice 718





    L’Autore, utilizzando per la prima volta l’archivio della Civiltà Cattolica per la parte che riguarda gli anni della crisi modernista, ha potuto attingere a documenti che innovano e modificano la visione di quella vicenda storica sulla base di un originale e significativo punto di vista, che rappresenta il contributo forse più nuovo e significativo del volume. Da molti anni gli studi sul modernismo sono usciti da una prospettiva puramente teologica, volta cioè a leggere e ricostruire idee e progetti dei riformatori dal punto di vista del giudizio e della condanna pronunciata dal Magistero della Chiesa: il modernismo è stato per così dire storicizzato come fenomeno religioso e culturale legato a una complessa realtà.

    Ebbene l’intuizione da cui è partito Giovanni Sale è che una analoga opera di storicizzazione non sia stata compiuta per il campo avverso ai modernisti, per quei gruppi, quelle voci di stampa o singoli personaggi che al modernismo si opposero. Non che siano mancati studi sull’antimodernismo, ma essi hanno riguardato le posizioni estreme, com’è il caso della Sapinière e del suo ispiratore Umberto Benigni. Accanto ad esse c’è una vasta gamma di atteggiamenti religiosi, culturali e psicologici rimasti sin qui in ombra, antimodernisti in senso lato, ma assai più articolati e complessi.

    La Civiltà Cattolica si colloca in questi spazi intermedi, con una evoluzione significativa, non senza contrasti vivaci all’interno dello stesso collegio degli scrittori. Il sottotitolo del volume indica con chiarezza i due elementi chiave che emergono dalla ricerca: il «transigentismo politico» e «l’integralismo dottrinale», un itinerario articolato, accompagnato da un’ampia base documentaria, in gran parte inedita, pubblicata in appendice.

    (dalla «Prefazione» di Pietro Scoppola)

  4. #14
    scemo del villaggio
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    Da "Il Regno-Attualità", n.22/2002

    EBREI E CRISTIANI
    Intervista a Catherine Chalier, filosofa ebrea
    Il Libro della nostra umanità


    Catherine Chalier è stata allieva di Emmanuel Lévinas ed è oggi un’interprete originale del suo pensiero; vive a Parigi, e insegna all’Università di Paris X Nanterre. L’ho incontrata a Bologna il 14 novembre, mentre si trovava in Italia per la presentazione dell’edizione italiana di un suo volume.1

    – Si può pensare a un'eredità del pensiero di Lévinas oggi in Europa, a partire dalla Francia, sia nel pensiero ebraico sia in quello cristiano?

    «Sarei tentata di dire che il pensiero di Lévinas è stato conosciuto anzitutto al di fuori della Francia – in Italia, in Belgio, nei Paesi Bassi, in Germania – e solo in seguito in Francia. È evidente che oggi questo pensiero è importante, ma non a partire dalla Francia. Penso infatti che esso si trovi all'intersezione fra la tradizione filosofica, soprattutto fenomenologica, e la fonte ebraica del pensiero. La Francia è caratterizzata da una tradizione di laicità molto forte; tende quindi a scartare la dimensione scaturita dalla tradizione ebraica e cristiana sospingendola dalla parte della religione.



    Filosofia ed ebraismo
    Lo stesso Lévinas è stato tenuto a lungo al di fuori dell'università, perché, agli occhi dell'istituzione universitaria, il suo pensiero non era veramente filosofico. Solo molto lentamente è riuscito a trovare il suo giusto posto. Attualmente penso che si dia molta importanza alla sua filosofia, pur accentuandone aspetti diversi. Alcuni tendono a considerare in Lévinas solo ciò che approfondisce la riflessione fenomenologica, scartando sempre la dimensione ebraica come se fosse, come dicono alcuni, una maschera filosofica. Altri invece considerano solo le letture talmudiche e non vedono la dimensione filosofica profonda. Penso che in entrambi i casi sia un impoverimento. La grande ricchezza di quell’elaborazione sta proprio nel fatto di essere in continua tensione fra la filosofia e la fonte ebraica, e di mostrare come l'una possa arricchire l'altra con le proprie domande: le domande poste dalla filosofia al testo ebraico, ma anche quelle del testo ebraico poste alla filosofia.

    Il testo ebraico contiene un tesoro di pensiero che la filosofia greca non ha conosciuto. Lévinas permette – questo mi sembra molto importante nell'ebraismo – di entrare in contatto con commenti ebraici che sono straordinari e che sono in gran parte inaccessibili ai più. Anzitutto perché sono in ebraico, e poi perché sono difficili da tradurre. Del resto non basta tradurli. Si tratta di un modo di pensare molto conciso, molto allusivo, nel quale c'è molto di non detto, e che richiede quindi molte conoscenze. Penso che affrontare questi testi con una formazione filosofica permetta di interrogarli con una certa chiarezza, di porre loro delle domande che li rendono accessibili, di mostrare a quanti hanno una cultura universitaria e non hanno mai studiato quella tradizione che essa contiene ricchezze immense.

    Lévinas ha cercato di rendere accessibili questi testi, che rischiavano di restare nelle biblioteche e di essere dimenticati. È ciò che ha fatto, in particolare, con il Talmud. All'indomani della guerra gli ebrei, traumatizzati dalla Shoah, non sapevano nulla dell'ebraismo, ed erano traumatizzati proprio perché non sapevano nulla. Allora Lévinas, insieme ad altri, ha cominciato a tenere lezioni sul Talmud destinate a un pubblico che aveva un buon livello di cultura europea, ma non sapeva praticamente nulla della tradizione e della cultura ebraica. Penso che questo lavoro debba proseguire, non solo sul Talmud, ma su molti altri testi della tradizione ebraica.

    Riguardo alla tradizione cristiana, evidentemente non sono la persona più adatta per parlarne, ma potrei dire ciò che ha detto Marc Faessler, pastore protestante, con il quale ho scritto Judaïsme et christianisme. A suo avviso, bisogna essere molto prudenti, perché certi cristiani si appropriano di Lévinas, lo “battezzano”. Faessler riconosce invece che Lévinas gli offre degli strumenti di riflessione e d’analisi che lo aiutano a comprendere meglio il suo corpus di testi cristiani, e se ne serve nel lavoro di ricerca. Credo che questa sia una lettura molto rispettosa, mentre vi sono alcune altre letture “cristiane” di Lévinas che non lo sono altrettanto».



    Rinnovare la prospettiva
    del dialogo
    – Cosa pensa della fase attuale del dialogo ebraico-cristiano? Da questo punto di vista, il suo recente contributo nel volume scritto con Marc Faessler, Judaïsme et christianisme: l’écoute en partage, Cerf, Paris 2001, può essere considerato come una sintesi dello stato attuale della ricerca?

    «Il dialogo ebraico-cristiano ha molto segnato la mia generazione. Ci offre strumenti d’interrogazione e d’analisi che ci permettono di porci reciprocamente delle domande. Il dialogo ebraico-cristiano è stato certamente molto aperto, ma ha sottolineato punti sui quali non si doveva transigere.

    Lei mi chiede se il libro che ho scritto insieme a Marc può essere considerato una sintesi della situazione attuale di questa ricerca. Non era questa la nostra intenzione. Penso che sia un libro che abbiamo portato dentro di noi, nelle nostre rispettive vite, nei nostri rispettivi percorsi intellettuali per moltissimi anni. Lévinas ci ha aiutati ad analizzare certi aspetti, ma non è certamente grazie a Lévinas che questo libro esiste.

    Marc Faessler ha voluto riaprire certi testi cristiani, i Vangeli in particolare, ma anche certe lettere di Paolo, che si sono pietrificati a forza di essere dati per scontati, di essere letti sapendo già quello che dicono. Perciò, sapendo già quello che dicono, non vale più la pena di leggerli. Inoltre questi testi molto spesso, soprattutto nell'interpretazione cristologica – per esempio, la parabola dei vignaioli omicidi –, veicolano posizioni caratterizzate dalla critica e dall'accusa contro l'ebraismo.

    Marc ha cercato di cambiare punto di vista, di spostare il luogo di ascolto di questi testi, per leggerli diversamente. Egli nota, ad esempio, che in questi testi l'espressione cristiana Gesù Cristo ricorre spesso con un trattino: Gesù-Cristo (secondo una consuetudine del francese, ndr). Per Marc occorre omettere il trattino. Gesù si è assunto il rischio di essere il Cristo, un rischio cosciente, il rischio della sua fede. Ma proprio questa scelta gli rende subito la vita; diversamente se si lascia quel trattino si è bloccati ed è finita.

    La mia parte era forse più difficile. Questi testi cristiani ci hanno accusati per secoli, anche se dal nostro punto di vista non sono stati letti in questo modo. La domanda che noi ebrei dobbiamo porci è: come mai questi testi hanno alimentato la vita spirituale di milioni di persone? È certamente una domanda importante per un ebreo, ed egli deve avere il coraggio di porsela.

    Nel volume oso porre questa domanda. Mi chiedo, anche se non tutti gli ebrei sarebbero disposti a vedere le cose in questo modo, se non si possa pensare a Gesù come a un sapiente di Israele molto particolare, il quale rilegge la celebre parola di Dio ad Abramo – “Va’ a te stesso,2 io ti benedirò, la tua famiglia, la tua razza (cioè i tuoi discendenti) sarà benedetta e tu sarai una fonte di benedizione per tutte le famiglie della terra” – come a un figlio molto particolare di Israele, grazie al quale le famiglie della terra hanno prestato attenzione al messaggio biblico. Ma ciò che è successo – e che bisogna rifiutare – è che improvvisamente le famiglie della terra, pur ammettendo questa possibilità, hanno cominciato a dire che c'erano solo loro, mentre la famiglia di Abramo si era ostinata, non aveva creduto ecc. Se gli ebrei si chiudono alle famiglie della terra e se i cristiani, le “famiglie della terra”, trascurano questa fonte, le cose non potranno funzionare. Penso che occorra mantenere una tensione feconda, e che gli uni e gli altri debbano sentire la necessità di parlarsi e di avanzare in questa direzione.

    Abbiamo cercato anche di leggere certi testi le cui interpretazioni sono stati conflittuali, per esempio quello del servo sofferente, sottolineando l'esistenza di punti di contatto e di una certa prossimità fra ebrei e cristiani. Penso che vi sia qualcosa di nuovo in questa posizione rispetto a quelle tradizionali. Bisogna finalmente lasciar cadere tutta una lunga tradizione di opposizione binaria e pigra: gli ebrei hanno la giustizia, i cristiani hanno l'amore; gli ebrei hanno la Legge, i cristiani hanno la fede. Tutto questo è falso. È semplicemente falso e pigro. Bisogna adottare una prospettiva di lettura diversa».



    Volti di umanità
    nella Bibbia
    – Oggi lei è in Italia per presentare la traduzione italiana del suo libro Le matriarche. Come si situa questo approccio alla Bibbia all’interno della sua ricerca di filosofa e all’interno della tradizione ebraica?

    «Penso che il mio lavoro si nutra anche di questi testi della Bibbia. Ma sono testi che bisogna rileggere continuamente e, direi, riviverli. Se quello che leggiamo in questi testi non si prolunga in noi, nella nostra vita e se non li avviciniamo chiedendoci in che modo essi illuminano la nostra vita e quali domande abbiamo voglia di porre loro, questi testi non comunicano nulla. Sono felice che il mio volume sia stato tradotto in italiano, ma non voglio certamente fermarmi a esso. Bisogna rileggere i testi in base a quello che si sente e si vive nel presente.

    Un concetto essenziale nella traduzione biblica è quello di ritocco, di rinnovamento. Come un versetto che si è potuto leggere dieci, quindici volte, all'improvviso si chiarisce diversamente, perché lo si affronta con una domanda nuova, una domanda che non ci era mai venuta in mente. E quella domanda ci è venuta in mente proprio a causa di una nuova situazione e di una nuova esperienza della nostra vita. E quella domanda ci svela un aspetto del senso che non si era mai colto fino a quel momento. Penso che la vita sia abbastanza ricca per permettere questo genere di percorso.

    È ciò che Lévinas esprimeva dicendo che il “poter dire” del testo supera il “voler dire” del suo autore. Il poter dire della lingua rilancia continuamente l'interrogazione e la possibilità di riflettere. Se si vuole leggere la Bibbia è necessario imparare l'ebraico, perché molte interpretazioni sono impossibili a partire da semplice traduzione. È già un senso che rischia di pietrificarsi. Perciò bisogna ritornare continuamente al testo. Indubbiamente la formazione filosofica induce a porsi un certo tipo di domande, ma non c'è motivo di metterla alla porta.

    Da parte sua, anche la conoscenza della tradizione biblica, dei suoi libri, dei suoi versetti può influenzare la concettualizzazione filosofica, può aprire il testo a una potenzialità di senso che non si era necessariamente vista. Purtroppo tutta la tradizione filosofica è sorda a questo aspetto. In Francia gli universitari non conoscono assolutamente nulla di questa tradizione. Penso che la filosofia – contrariamente a ciò che diceva Heidegger: “la filosofia è greca e basta” – possa essere arricchita dall'apporto della fonte ebraica».

    – In quale misura le figure che considerate possono avere un’importanza etico-simbolica universale, dal momento che sono colte nell’unicità con cui il testo della Bibbia le propone?

    «È una domanda molto importante, perché può esservi una cattiva comprensione di questi personaggi della Bibbia. C'è stata anzitutto una cattiva comprensione dovuta alla lettura tipologica, che esiste presso gli ebrei e presso i cristiani. Per i cristiani, essa consiste nell’affermare che i personaggi buoni annunciano il Cristo, Maria, la Chiesa ecc., mentre agli ebrei rimangono quelli cattivi. Per esempio, Agostino, riguardo ad Abramo, Sara e Agar, afferma che Sara è la donna libera ed è la madre di Isacco, per cui i cristiani, essendo persone libere, discendono da Sara e da Isacco.

    Di conseguenza, gli ebrei – cosa che per noi è una vera aberrazione – discendono automaticamente da Agar e da Ismaele. In questo modo nella Bibbia si possono leggere cose assolutamente incredibili. Questa lettura tipologica mi sembra molto pericolosa. Esaù, per esempio, per gli ebrei diventa la figura dei cristiani. Credo che sia necessario porre fine a questo tipo di lettura.

    Si tratta piuttosto, come ho cercato di fare, di vedere in che modo questi volti – preferisco dire volti invece di personaggi – di donne siano volti di umanità, volti che ci dicono qualcosa sulla nostra umanità. Se rifletto su Sara, scopro che ella dice qualcosa di molto profondo sulla mia umanità. Queste vite si prolungano nelle nostre vite nel senso che le illuminano e, in senso inverso, dalle nostre vite sono illuminate. È una specie di chiasmo, nel quale non bisogna chiedersi chi ha cominciato per primo.

    C'è quindi una dimensione universale. Non mi disturba affatto che un cristiano trovi che Sara illumina la sua vita. Certo all'interno della tradizione ebraica questi volti assumono un posto particolare, perché sono la filiera della storia dell'elezione che s’instaura e si prolunga. Questo è vero. Ma si tratta di vedere come questi volti illuminano la nostra vita.

    Questo aspetto è molto sviluppato nella tradizione chassidica, la quale cerca di vedere in che modo questi racconti possano aiutarci a comprendere tutti i nostri movimenti psichici, tutta la vita dell'anima, tutta la nostra interiorità. C'è in noi qualcosa di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Sara. È qualcosa di noi. Quando si afferma che Abramo è piuttosto l'amore e Isacco piuttosto il timore, bisogna fare attenzione a non ricadere nella tipologia. Bisogna vedere che cosa significa questo amore. Anche in Abramo c'è il timore, come dimostra la scena della “legatura di Isacco”3 e del sacrificio. Credo che questo possa essere molto arricchente per la spiritualità, ed è assolutamente universale, anche a prescindere dalla dimensione spirituale. Molti accostano questi testi dal punto di vista antropologico, psicanalitico, e vi trovano cose molto interessanti.

    Non vorrei entrare in una discussione troppo filosofica, ma non è forse la nostra umanità che fa l'universalità, che restituisce a questi volti la dimensione universale? Non ho mai pensato che l'universale possa essere separato dal particolare. In questo caso diventa un'astrazione. È universale nel senso in cui l'universale non è un'idea della ragione, non è un principio, non è qualcosa di impersonale. In realtà, in Occidente si cerca l'universale attraverso l'impersonale, attraverso l'astrazione, attraverso l'idea. Credo che questi testi ci impegnino a cercare l'universale attraverso il personale, non attraverso l'idea, l'idea di umanità».



    La Bibbia non decifra
    il conflitto israelo-palestinese
    – In rapporto alla tradizione e alle tradizioni che nascono dalla Bibbia (quelle cristiane e anche quelle islamiche, oltre a quella ebraica), in quali termini si potrebbe oggi parlare di relazioni ebraico-arabe a partire dalle relazioni tra Sara, Ismaele e Isacco? E di relazioni ebraico-cristiane e tra la tradizione ebraica e l’Occidente, a partire dalle relazioni tra Rebecca, Giacobbe ed Esaù?

    «Su questo sarei molto prudente. Quando si cerca di leggere il conflitto fra Israele e i palestinesi e fra Israele e gli arabi in modo tipologico, cercando Ismaele nei musulmani, Esaù nei cristiani, ne esce una lettura molto dura. In questo modo non vi potrà essere pace. Penso che queste letture si debbano lasciar cadere. Certo la dimensione religiosa esiste, ma temo che collocare il conflitto a quel livello sia terribile. È già terribile, ma lo potrebbe diventare ancora di più. Credo che non vi sia soluzione militare al conflitto, che non vi sia soluzione religiosa, ma vi sia solo una soluzione politica».

    – Perché politica?

    «Perché solo sul piano politico possono esservi delle concessioni da entrambe le parti, può esservi un compromesso da entrambe le parti, delle rinunce da entrambe le parti.

    Solo se esiste questa dimensione politica, che a mio avviso manca terribilmente, in seguito si potrà eventualmente cercare Ismaele, Isacco ecc. I discorsi in Israele che si situano a quel livello sono i più duri. Se ci si pone su quel piano, non si può transigere da entrambe le parti. Lo dimostrano gli integralismi islamici e certi movimenti religiosi estremisti ebraici. Le loro reazioni sono le stesse: Ismaele-Esaù, la guerra di Gog e Magog... Ho sempre pensato che sia sbagliato leggere la storia e i conflitti che la attraversano con in mano la Bibbia, come se essa ci potesse aiutare a decifrare ciò che avviene. Questo atteggiamento ha avuto sempre conseguenze catastrofiche. Così come il senso della nostra Bibbia non è tutto chiaro, ma è sempre nel chiaro-scuro, e si passa un’intera vita per cercare di interpretarla, così anche il senso di ciò che accade non è chiaro.

    Questo tipo di lettura, con la Bibbia in mano, era molto comune al tempo della nascita del cristianesimo, nelle sette apocalittiche allora fiorenti, nel genere letterario detto pesher, proprio d testi rinvenuti soprattutto nelle grotte di Qumran. Questi tipi di lettura vanno sempre di pari passo con l'idea che la fine del tempo sia imminente, e perciò non sia più possibile pensare il tempo nella sua dimensione di contingenza, di possibilità aperta, nella sua dimensione di chiaro-scuro, di bianco e nero. Questo assolutismo credo sia molto pericoloso. Anche se si possiede una fede profonda, penso che non si debbano affrontare i conflitti politici con in mano la Bibbia, come se essa ci offrisse la chiave per comprendere. Credo che su questo piano si debba essere saggi. Certo gli ebrei, ad esempio, hanno diritto a Hebron. Abramo ha accettato l’offerta. Ma questo non significa che si possa far valere quel diritto. Oggi bisogna fare spazio al politico, a una possibilità d’intesa, a un compromesso. Ma ora ci si è spinti talmente avanti da entrambe le parti da rendere la situazione assolutamente problematica.

    Ho letto recentemente un libro molto interessante del parroco di Nazaret. Egli esprime una posizione che mi è sembrata molto saggia, sulla quale possiamo concordare: per risolvere questo conflitto bisogna lasciare da parte la religione. Il conflitto è politico e deve essere risolto politicamente. La promessa che ci viene trasmessa dai testi biblici resta. Dobbiamo cercare di vivere la nostra umanità lasciandoci ammaestrare da questi testi, ma senza farne un libro che ci aiuta a decifrare la storia, senza considerarlo la chiave per comprenderla. Su questo punto non ho dubbi».



    a cura di
    Giandomenico Cova*



    * Con la collaborazione di Orietta Ombrosi e Alessandra Malaguti.

    1 Le matriarche. Sara, Rebecca, Rachele, Lea. Prefazione di E. Lévinas, trad. di O. Ombrosi, Giuntina, Firenze 2002 (cf. Regno-att. 10,2002,331). La presentazione si è tenuta il 15 novembre all’Università di Verona, nell’ambito del seminario annuale di filosofia del Gruppo Diotima. Di Catherine Chalier si possono ricordare diverse opere che esplorano i legami tra filosofia e tradizione ebraica: Sagesse des sens. Le regard et l’écoute dans la tradition hébraïque (1995), L’ispiration du philosophe. “L’amour de la sagesse” et sa source prophétique (1996), De l’intranquillité de l’âme (1999).

    2 Il testo ebraico di Gen 12,1 inizia con queste parole «Lekh lekhà». Questa forma è un rafforzativo dell’imperativo da qui la consueta traduzione «vattene»; lekhà, alla lettera può essere preso anche come un dativo «a te»: di qui la resa propria di una particolare interpretazione ebraica «Va’ a te».

    3 «‘Aqedà», alla lettera «legatura», è il modo ebraico per indicare il sacrificio di Isacco (Gen 22).

    4 Si allude all’accoglimento da parte di Abramo dell’offerta di Efron l’Hittita di vendergli l’appezzamento di terreno di Macpela di fronte a Mamre, cioè Hebron, per farne a tomba di Sara (Gen 23).

  5. #15
    scemo del villaggio
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    Predefinito Medjugorje: si scoprono gli altarini

    Ricevo dall'amico Raffaello Minimi


    Da:Antonio Casini (samuele.maria@libero.it)
    Soggetto:Medjugorje, si scoprono gli altarini.
    Newsgroupst.cultura.cattolica
    Data:2003-01-10 126:04 PST


    Ho cominciato a dubitare di Medjugorje da quando ho conosciuto
    quella risposta presunta della "Madonna" sui libri della Valtorta: "si
    possono leggere", risposta che contraddiceva la Congregazione per la
    Dottrina della Fede e non dava ulteriori particolari a discolpa di uina
    posizione cosi' contro la Chiesa.


    Ed oggi mi sono reso conto che gia' da pochissimo dopo la prima
    apparizione il Vescovo locale chiese che tutto si tacesse, perche' si era
    davanti ad una truffa.


    La Madonna aveva detto comunque che avrebbe smesso di apparire il 3
    Luglio, se mai era apparsa, ma dopo di questo ora sono venti anni.

    Intanto: la Madonna puo' contraddirsi?


    E fra le altre cose ci sono molte volte risposte della "Madonna"
    tramite i "veggenti" che vanno contro il Vescovo locale ed a favore di
    alcuni frati sospesi a divinis.


    Si' perche' in occasioni precedenti alcuni frati avevano rifiutato
    di obbedire ad un decreto di Papa Paolo VI trascinando per anni, invece che
    obbedire, una restituzione delle parrocchie del luogo ai diocesani.


    E chissa' perche' questa "Madonna" parla sempre a favore dei frati e
    contro il Vescovo. E parla parla e parla, e a volte e spesso parla contro il
    Vangelo e la Chiesa.


    Questo ho saputo da tanti siti che hanno riportato i documenti
    ufficiali che evidentemente non sono mai stati resi pubblici in "perfetta"
    disobbedienza ad ogni richiamo del Vescovo Zanic, morto poi nel 2000 e il
    successore non e' meno determinato di lui nel condannare tanti comportamenti
    dei frati del luogo.



    Addirittura recentissimamente sono stati sopsesi ed espulsi alcuni
    fra i frati francescani del luogo e per risposta hanno chiamato a celebrare
    una Cresima un vescovo non validamente ordinato, che era stato espulso dai
    cattolici ed anche da un seminario di vetero cattolici.



    Inaffidabile al massimo quindi eppure questi frati sospesi, guarda
    caso, hanno scelto lui, e non se ne sono andati dalle parrocchie che a volte
    hanno murato ed hanno compiuto questo sacrilegio in sfregio ed a
    dimostrazione dei frutti che vengono da Medjugorje.



    Mi chiedo come mai tutti i vari apologeti non hanno mai tenuto conto
    di questi pronunciamenti del Vescovo ben presenti in rete.


    Mah, certo il fanatismo c'e', si capisce, ma in mezzo a tutto questo
    ci mangiano forse troppi quindi lettere ufficiali come queste:

    http://mypage.bluewin.ch/cafarus/Medjugorje.html


    seguite da articoli come questo:

    http://www.stpauls.it/vita/0110vp/0110v120.htm

    distruggono ogni cosa. Dando la chiave di lettura ufficiale della
    Chiesa e l'analisi dettagliata di fatti nascosti fino allo spasimo da chi
    aveva interesse a far credere che fosse tutto soprannaturale.


    Non dubito che il Signore vuole che Sua Madre sia onorata ed
    ascoltata, ed ora sta suscitando un risveglio delle coscienze perche' si
    metta fine al traffico di falsita' e si ridia la giusta visione al Suo
    popolo di come si onora la Madre di Dio nel modo che Lui vuole.


    Spesso i veggenti viene detto, lo leggete proprio su questi articoli
    e lettere, che hanno parlato contro la Chiesa o
    meglio hanno detto che la "Madonna" diceva loro cose in contrasto con la
    Chiesa.


    Leggete nolto bene oltreche' i pezzi che aggancero' a questo thread
    ai link indicati.


    Davvero, grazie a Dio, una ricerca sulle ultime vicende che hanno
    visto coinvolto Claudio Gatti che si diceva ordinato vescovo da Dio, ed ora
    ridotto allo stato laicale dalla fine dell'anno, mi hanno portato a far
    chiarezza in me e spero in tanti, su una viocenda che vedendola come e', fa
    capire quanto il Signore dal male tragga il bene.

    Ci sono state infatti vere conversioni a Medjugorje perche' il
    Signore non ha permesso che il male vincesse e l'inganno si e' tramutato in
    occasione vera di riscatto per molti suoi figli.

    Che dire di tutti i gruppi che si rifanno a Medjugorje? Continuino a
    venerare in particolare Maria ed accanto a Lei continuino a camminare per
    arrivare a Gesu' Cristo, non e' male pregare, e la serenita' e l'equilibrio
    che ho visto in tanti gruppi di preghiera nati da Medjugorje sono la
    garanzia se ce ne fosse bisogno ancora, che il Signore non ci lascia mai
    soli.

    I fanatici dei veggenti e dei frati, cioe' quelli che andavano li'
    per i messaggi e per il prurito del soprannaturale hanno avuto soddisfatta
    la gola spirituale e distrutto il loro interiore, ma di questo solo minima
    colpa e' di chi ha ingannato.

    E ne continuero' a parlare, di questi fatti e spiegazioni, in corso
    thread.


    Intanto leggete e meditate bene i frutti di Medjugorje, frutti
    nascosti, non per umilta', no, per tutt'altro!


    http://mypage.bluewin.ch/cafarus/roma2.html


    Ed anche e' utile conoscere un po' gli ultimi sviluppi anche per
    mezzo di una rivista qualificata ed importante:

    http://www.stpauls.it/jesus/0107je/0107je18.htm


    La Chiesa locale mostrava da subito i segni di un non soprannaturale
    ed anzi di manovre poco chiare e di frati che ora scoprono le loro carte, e
    sono espulsi dall'ordine francescano e sopsesi a divinis.

    Mi scuso se qualche volta ho spinto a credere a Medjugorje, ero
    all'oscuro di tutto questo. Perdonatemi.

    E grazie al Signore che mi sta guidando alla chiarezza interiore ed
    alla pace su tante cose importantissime.

    Antonio Casini
    --
    Ed a rompere senza piu' gl'indugi ci spinge
    anzitutto il fatto, che i fautori dell'errore gia' non
    sono ormai da ricercarsi fra i nemici dichiarati;
    ma, cio' che da' somma pena e timore, si
    celano nel seno stesso della Chiesa, tanto
    piu' perniciosi quanto meno sono in vista.
    (Papa San Pio X)

  6. #16
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    da "Gente veneta"

    diocesi - Tradizionale incontro in occasione del Patrono dei giornalisti
    Il Patriarca: «La conoscenza genera la saggezza»
    --------------------------------------------------------------------------------
    "L'informazione serve la conoscenza, che genera nell'uomo la sagezza". E' questo uno dei messaggi centrali che il Patriarca mons. Angelo Scola ha indicato nell'omelia pronunciata nella cripta di S. Marco oggi, in occasione del patrono dei giornalisti, san Francesco di Sales.
    "Questo trittico informazione conoscenza saggezza - ha aggiunto il vescovo - è più profondo del binomio classico fatti/opinioni, pure legittimo. Così intesa, la stampa è un potere di autentico servizio".
    Il Patriarca ha inoltre sottolineato che"nessuno comunica senza coinvolgersi con il Mistero, con la verità che interpella la libertà alla decisione nelle circostanze e nei rapporti" [continua]




    QUINDI PER IL "PATRIARCA" DI VENEZIA è LA CONOSCENZA (=GNOSI) E NON LA FEDE A GENERARE SAGGEZZA.

  7. #17
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    Predefinito

    Famiglia Cristiana e aborto



    Chi sostiene che la dottrina cattolica non sta al passo con i tempi e non si adegua alla nuova morale laica, si deve ricredere.

    Nel numero 3 (19 gennaio 2003) di Famiglia Cristiana, il suo direttore, Antonio Sciortino, nella rubrica Colloqui col padre, sollecitato da una ragazza che ricordava ai lettori del giornale la possibilità offerta dallo stato italiano di seppellire con cerimonia religiosa anche i feti inferiori alle 20 settimane, rispondeva con queste parole testuali: "La cerimonia del seppellimento può essere di aiuto ai genitori per elaborare il lutto. Ma sappiamo anche rispettare le differenze. Riti come quelli che descrive Valentina vanno proposti, non imposti. E soprattutto, devono essere pensati per i genitori, non contro di loro, per colpevolizzarli nei casi di interruzione volontaria di gravidanza. La pietas verso le vite interrotte non autorizza nessuno a erigersi a giudice del fratello".

    Un vero esempio, anche se edulcorato, di tacito ammiccamento alla legge sull'aborto!

    Se Famiglia Cristiana è rappresentativa del magistero cattolico, significa che la Chiesa ha preso formalmente atto che il fenomeno dell'aborto è talmente diffuso da non riuscire più a sradicarlo.

    A questo punto, memore, seppure in ritardo della volontà popolare espressa nel referendum abortista del 78 , con base elettorale cattolica quasi totalitaria e soprattutto per non apparire illiberale o anacronistica rispetto alla modernità di questi tempi, in cui l'unica parola d'ordine sembra essere: rispetto delle differenze(come giustamente richiamato da Don Sciortino), la Chiesa ha finalmente compreso e si è adeguata.

    D'ora in poi, spero di non udire più alcun cattolico "bacchettone" moralista, erigersi a giudice dei nostri fratelli abortisti, neppure quando l'elaborazione del lutto e il conseguente legale aborto sono stati consapevolmente e liberamente voluti..

    Quindi, meno ipocrita e vetusta correzione fraterna e più pietas nel giudicare: può capitare a chiunque di avere programmato una costosa vacanza o di avere un mutuo da pagare e... ops...di ritrovarsi in dolce attesa.

    E se per caso nel segreto di un confessionale, avremmo la sfortuna di trovare ancora uno di quei sacerdoti "all'antica", poco "up to date", pronti a farci la morale per un banale, ma legittimo aborto, potremmo preventivamente tenere sottobraccio la nuova edizione del Catechismo della Chiesa Cattolica: una copia di Famiglia Cristiana.



    Gianni.Toffali@inwind.it Dossobuono Verona

  8. #18
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    Predefinito Soyinka: le Baccanti e la mia Africa

    Da "Avvenire" del 1° febbraio:
    recensione di Andrea Bisicchia a "Le baccanti di Euripide, un rito di comunione" di Wole Soynka, premio Nobel per la letteratura 1986.

    "(..) La trama è quella ben nota dello scontro tra Dioniso e Penteo che si conclude con la morte di costui, fatto a pezzi dalle Baccanti e con Agave che, diventata folle, porta come trofeo la testa del figlio.
    Penteo rassomiglia a certi generali nigeriani arroganti, venitosi, presuntuosi, ottusi, che confondono il dio con lo stregone, il mago, l'imbroglione, l'intruso che non temono, fino a quando il dio non si vendica e non impone le leggi del suo culto che aboliscono la differenza tra schiavo e padrone e propongono un potere saggio ed equilibrato. Dioniso, dopo aver girovagato per anni, forse come Soyinka, è tornato in patria per ristabilire l'ordine, magari attrraverso la trasgressione"

    Siro Mazza, editoriale dell'ultimo numero di "Certamen" ("Lo spirito shivaita all'inizio del Terzo Millennio (Nel nome di Dioniso)":

    "(...) E proprio nel 1968 il regista 'd'avanguardia' Luigi Squarzina allestiva a Genova un'"edizione-sfida"delle Baccanti di Euripide (406 a.C.), il dramma in cui il re di Tebe, Penteo, si oppone con forza a Dioniso, figlio di Zeus e di Semele, e al suo culto, finendo così sbranato dalle donne tebane, forzate dal Dio a trasformarsi in Menadi in preda al delirio bacchico, e capeggiate da Agave, madre di Penteo e sorella di Semele. La regia di Squarzina sottolineava la ribellione delle masse (che trovavano voce nel Coro della tragedia, composto dalle Tebane, che esalta l'"innocente" rituale di Dioniso in risposta alle accuse del 'mostro' Penteo, contro il quale vorrebbe che si scatenasse la furia devastante del dio dell'ebbrezza), l'emergere di forze represse, l'intrecciarsi drammatico di istinti violenti e di vaghe aspirazioni alla "giustizia". (...) Elémire Zolla (...) affermava chiaramente che oggi la lotta fra chi combatte la droga e quelli che vogliono drogarsi è l'eterna lotta tra Penteo e Dioniso. Penteo è il re assennato, l'orgoglioso campione della ragione umana, che tenta di cacciare Dioniso in quanto vede nei suoi baccanali un'infezione morale e sociale; il re è innocente perché difende l'ordine, quindi va eliminato (...) Nel 1988 (vent'anni dopo la rappresentazione genovese), a Delfi, il regista peruviano J. Guerra Castro collocava in primo piano assoluto Penteo, rappresentato come un uomo dalle morbose fissazioni (quali l'ordine, la logica, la legge, 'orrorifici' per i figli del '68!): un sovrano maniaco che vuole tutto candido, pulito, un fanatico dell'ordine che va frequentemente a lavarsi mani e viso in una vaschetta (con chiara allusione all'acquasantiera) e che chiama dei disinfestatori per sterilizzare i luoghi contaminati dalle baccanti, per esorcizzare il pericolo, il male, il diavolo".

  9. #19
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    Actualité de la Tradition > Lettre aux amis et bienfaiteurs n° 63
    Lettre aux amis et bienfaiteurs n° 63


    Résumé : Nos relations avec Rome. Changements à Campos. Eloignement de la Fraternité. Vie interne de la Fraternité.

    Chers amis et bienfaiteurs, Nos relations avec RomeEncore une fois, nous vous adressons la lettre aux amis et bienfaiteurs avec un certain retard. Encore une fois, nous avons hésité à vous écrire plus tôt dans la crainte de manquer un élément important dans les développements de nos relations avec Rome, surtout après les accords de Campos. Il est bien évident qu’aux yeux de Rome, ce qui s’est réalisé à Campos devrait être le préambule de notre « régularisation ». De notre côté, nous considérons que ce qui arrive à nos anciens amis, doit nous servir de leçon.En soi et en général, les intentions de Rome à l’égard de la Fraternité sont plutôt celles d’un accord. De toutes parts, nous entendons que le Souverain Pontife voudrait régler cette affaire avant de mourir.Mais d’autre part, nos craintes au sujet des accords de Campos se sont révélées fondées, et les développements que nous constatons dans l’Administration apostolique, contrairement aux expectatives romaines, nous laissent dans la méfiance. Il s’agit là bien sûr de nuances assez volatiles et susceptibles de mutations, de surprises et de situations nouvelles un peu semblables à celle que l’on peut trouver en temps de politique instable. Et il est presque impossible de présager des évolutions futures dans une telle situation.Nous constatons dans les coulisses vaticanes une certaine remise en question des développements de ces dernières décennies, une volonté chez certains de corriger la dérive, mais il reste évident que les principes qui gouvernent la Rome actuelle sont bien toujours ceux de l’actualisation du Concile telle que nous avons pu l’expérimenter durant les quarante dernières années. Dans les documents officiels et la ligne générale, nous ne voyons pas de remise en question de fond sur ces principes ; bien au contraire, on nous rabâche que le mouvement engagé par Vatican II serait irréversible, ce qui nous oblige à nous demander d’où provient le changement d’attitude à notre égard. La réponse se trouve tout d’abord, sans exclure d’autres explications, dans la vision pluraliste et œcuménique qui règne désormais dans le monde de la catholicité. Or cette vision finit par faire côtoyer tout le monde sans requérir désormais plus aucune conversion, comme l’a dit le Card. Kasper au sujet des orthodoxes et même des juifs. Il devient évident que dans une telle perspective, on trouvera aussi une petite place pour la Tradition, mais... Une telle vision, nous ne pouvons pas l’accepter, pas plus que le maître d’école ne pourrait accepter de pluralisme en mathématique.Un jour viendra, nous en sommes absolument certains, où Rome reviendra à SA Tradition, où elle la remettra en honneur, et nous appelons de tout notre cœur ce jour béni. Mais pour l’heure, nous ne sommes pas encore si avancés, et toute illusion serait mortelle pour notre société. Nous pouvons le constater en examinant les développements de Campos.Pour faire le point, nous voudrions souligner deux éléments de l’évolution camposienne : l’évolution de l’attitude de Campos par rapport aux autorités romaines depuis leur accord.Et en conséquence, la distance qui nous éloigne de plus en plus de Campos, avec tous les tiraillements que cela implique.Changements à CamposCampos, par son mentor Mgr Rifan, clame à tous vents que rien n’a été changé, que les prêtres de l’Administration apostolique sont restés aussi traditionnels qu’autrefois, et c’est d’ailleurs l’essentiel de ce qui leur a été accordé, et la raison de leur adhésion à la proposition romaine : la ratification de la position traditionnelle.Voici ce que, de notre côté, nous avons pu remarquer. Notons tout d’abord que nous ne sommes pas ignorants que dans un différend l’homme a tendance a prendre pour vérité ce qui est au détriment de son prochain. Il y a certainement des faux bruits qui circulent à l’égard de nos anciens amis, tels : « Mgr Rifan a concélébré la nouvelle messe » ou bien : « Campos a tout abandonné ».Il est important pour l’histoire et pour notre conduite de s’appuyer sur une vérité aussi bien établie que possible. Voici donc un certain nombre d’éléments de cette nature :1. Sur le site internet de Campos se trouve exposée la position de Campos sur la question brûlante de l’œcuménisme. Or sur cette question est affirmée l’adhésion au magistère du passé comme du présent. On y trouve des citations de Mortalium Animos de Pie XI, côtoyant Redemptoris Missio de Jean-Paul II. Force est de constater qu’un choix a été opéré : on cite des passages traditionnels, on ne dit mot des autres, de ceux qui introduisent des perspectives toutes différentes sur la question. On y lit : « Comme nous sommes catholiques, nous n’avons pas de doctrine propre et spéciale. Notre doctrine est exclusivement celle du Magistère de l’Église dont nous publions les extraits de quelques documents anciens et nouveaux se référant surtout à quelques points de la doctrine catholique qui courent aujourd’hui un péril plus grand. »2. Cette attitude de duplicité implicite est devenue comme la norme dans la nouvelle situation dans laquelle ils se trouvent : on souligne les points du pontificat actuel qui paraissent favorables, on passe sous un révérencieux silence ce qui ne va pas... On pourra dire tout ce que l’on voudra : le 18 janvier 2002 à Campos il n’y a pas eu seulement une reconnaissance unilatérale de Campos par Rome, comme certains prétendent, mais il y a une contrepartie : la complicité du silence. Et d’ailleurs comment pourrait-il en être autrement ? Il est évident que maintenant, Campos a quelque chose à perdre et qu’ils ont peur de perdre ce quelque chose, et que pour ne pas perdre cela, c’est le chemin d’une compromission qui a été choisi. « Nous les Brésiliens, nous sommes des hommes de paix. Vous les Français, vous vous battez toujours. » Pour avoir la paix avec Rome, il faut cesser de se battre. On ne regarde plus la situation globale de l’Église, on se contente de se satisfaire du geste romain à un tout petit groupe de 25 prêtres pour dire que la situation de nécessité n’existe plus dans l’Église, car avec l’octroi d’un évêque traditionnel, une nouvelle situation de droit a été créée... À cause d’un arbre on a oublié la forêt.3. Mgr Rifan, durant un bref séjour en Europe, est allé visiter Dom Gérard à qui il a présenté ses excuses. Dans une conférence donnée aux moines de l’abbaye, il expose l’existence de deux phases dans la vie de Mgr de Castro Mayer : la première serait celle d’un évêque docile et respectueux de la hiérarchie, la deuxième, après 1981, celle d’un homme d’Église beaucoup plus dur... « Nous avons choisi le premier », dira-t-il aux moines dont certains furent pour le moins surpris de telles paroles ; l’un d’eux quittera le monastère pour nous rejoindre.4. Dans ce contexte, la nouvelle messe elle-même y trouve son compte. On abandonne les 62 raisons qui rejettent la nouvelle messe, on trouve que si elle est bien célébrée, elle est valide... (ce que personne ne nie chez nous, mais là n’est pas le problème). On ne dit plus qu’il ne faut pas y assister parce qu’elle est mauvaise, dangereuse… Mgr Rifan dira, dans un justificatif de sa position sur la messe : « Ainsi, nous rejetons ceux qui veulent user de la Messe traditionnelle comme un drapeau pour contester ou outrager l’autorité hiérarchique de l’Église légitimement constituée. Nous adhérons à la messe traditionnelle, non avec un esprit de contradiction, mais comme une claire et légitime expression de notre foi catholique (…) ». Cela fait penser à une parole cardinalice : « Vous, vous êtes POUR l’ancienne messe, la Fraternité Saint-Pierre est CONTRE la nouvelle. Ce n’est pas la même chose. » Cet argument justifiait l’action de Rome contre l’abbé Bisig en même temps que les approches favorables vers la Fraternité Saint-Pie X à peu près en même temps. Cette curieuse distinction devient réalité, et sur ce chemin s’engage Campos : pour l’ancienne, mais pas contre la nouvelle. Pour la Tradition mais pas contre la Rome moderne. « Nous soutenons que le Concile ne peut pas être en contradiction avec la Tradition » vient de déclarer Mgr Rifan à une revue française, Famille chrétienne. Et pourtant, de ce Concile, un fameux cardinal avait dit qu’il était le 89 dans l’Église. Et Mgr de Castro Mayer...Ainsi, petit à petit, le combat s’estompe et on finit par s’accommoder de la situation. À Campos même, tout ce qui est positivement traditionnel est conservé, certes, donc les fidèles ne voient pas de changement, sauf les plus sagaces, qui remarquent la tendance à parler davantage et respectueusement des déclarations et événements romains actuels en omettant les mises en garde d’autrefois et les déviations d’aujourd’hui ; le grand péril est alors de finir par s’accommoder de la situation et de ne plus essayer d’y remédier. Pour nous, avant de nous lancer, nous voulons la certitude de la volonté de Rome de soutenir la Tradition, les marques d’une conversion.Éloignement de la FraternitéA côté de ce développement psychologique malheureusement bien prévisible, qui fait que les prêtres de Campos, malgré leurs dires, se sont mis hors combat, il faut noter un autre phénomène, celui de l’hostilité grandissante entre nous. Mgr Rifan dit encore qu’il veut être notre ami, pendant que des prêtres de Campos nous accusent déjà d’être schismatiques, puisque nous n’acceptons pas leur accord...Un peu comme le bateau qui a rejoint le milieu du fleuve et s’est mis dans le courant s’éloigne de la berge, ainsi, doucement, nous voyons à plusieurs indices une séparation toujours plus grande se faire entre nous. Nous avions averti Campos de ce grand danger, ils n’ont rien voulu entendre. Comme ils ne veulent pas ramer à contre-courant, tout en conservant à l’intérieur de la barque une attitude semblable à ce qu’ils faisaient auparavant, ce qui leur donne l’impression de n’avoir rien changé, cependant, ils s’éloignent de nous, ils manifestent de plus en plus un attachement au magistère actuel contrairement à l’attitude qu’ils avaient jusqu’ici et que nous, par contre, maintenons, c’est-à-dire une saine critique du présent sous le regard du passé.Pour résumer, nous devons affirmer de Campos, malgré leur récrimination, que lentement, sous la conduite de leur nouvel évêque, ils se moulent dans l’esprit conciliaire. Rome n’en demande pas davantage pour l’instant.On objectera peut-être que nos arguments sont bien faibles, subtils et ne font pas le poids devant l’offre romaine de régulariser notre situation. Nous répondons que la considération abstraite, in abstracto, de la proposition d’Administration apostolique est aussi magnifique que le plan d’une très belle maison proposé par un architecte. La vraie question et le vrai problème ne se situe pas là mais dans le concret : sur quel terrain la maison sera-t-elle construite ? Sur les sables mouvants de Vatican II ou sur cette pierre de Tradition qui remonte au premier des Apôtres ?Pour assurer l’avenir, nous sommes obligés de demander à la Rome d’aujourd’hui la clarté sur son attachement à la Rome d’hier. Lorsque les autorités auront clairement réaffirmé dans les faits et seront revenues effectivement au "Nihil novi nisi quod traditum est", alors "nous" ne constituerons plus un problème. Et nous supplions Dieu de hâter ce jour où toute l’Église refleurira, ayant redécouvert le secret de sa force passée, libérée de cette pensée dont Paul VI disait "qu’elle est de type non catholique. Il se peut qu’elle prévale. Elle ne sera jamais l’Église. Il faut qu’il reste un petit troupeau, aussi infime soit-il."Vie interne de la FraternitéNous voudrions aussi vous faire part de notre vie « interne », vous faire participer un peu à nos joies et labeurs apostoliques. Et nous voudrions saisir l’occasion de cette lettre pour vous décrire un peu nos activités dans les pays de mission. Il est vrai qu’aujourd’hui presque tous les pays, en particulier notre vieille Europe, sont en train de redevenir pays de mission... Nos prêtres, dans leurs courses apostoliques, visitent plus de 65 pays dont certains souffrent encore aujourd’hui de persécution directe.Mais comme nous nous sommes beaucoup étendus, nous nous limiterons ici à deux nouveaux champs d’apostolat. Nous les visitions plus ou moins sporadiquement depuis des années, mais récemment nous croyons y voir une étonnante ouverture : la Lituanie et le Kenya.Afin de mieux organiser notre apostolat en Russie et Biélorussie, nous avons établi une tête de pont en Lituanie, ce pays qui a bien souffert de la persécution communiste russe, et où le catholicisme s’est maintenu héroïquement. Le rideau de fer tombé, les pays de l’Est ont reçu avec beaucoup de candeur les nouveautés vaticanesques, persuadés que ce qui venait de l’Ouest devait être bon... Ces pays rattrapent en peu de temps l’état désastreux provoqué par les réformes. La réaction n’est pas visible, elle est passive, elle ne passe pas à l’action. Mais nos confrères découvrent, à travers une langue difficile, un terrain qui s’annonce fertile à la Tradition, plus que ce que les premières expériences arides ne l’avaient fait espérer. Reçus par une sévère mise en garde de l’épiscopat comme salutation de bienvenue, nos confrères découvrent plusieurs prêtres désireux de nous rejoindre. Ils nous expliquent la semonce épiscopale : les évêques craignent que les fidèles nous rejoignent en masse... Voici qu’une mystérieuse petite congrégation féminine s’approche de nous. Le Cardinal Vincentas Sladkevicius, décédé le 28 mai 2000, Arch. émérite de Kaunas, fondateur de cette congrégation, lui a laissé le mot d’ordre : « Quand la Fraternité Saint-Pie X viendra, vous les rejoindrez. C’est d’elle que viendra la restauration de l’Église en Lituanie. » Puissions-nous être à la hauteur ! Dieu nous vienne en aide et sa grâce. Les grandes villes ont maintenant leur petit centre de messe, mais l’intérêt encore discret se fait chaque jour plus pressant.Le Kenya reçoit la visite sporadique des prêtres de la Fraternité depuis vingt cinq ans... Subitement, nous découvrons l’existence d’un groupe de 1.500 fidèles organisés dans leur lutte et refus de la communion dans la main et debout. Les premiers contacts montrent bien évidemment qu’il ne s’agit pas seulement du mode de communier, mais bien de toute une attitude traditionnelle. Nous découvrons aussi nombre de religieuses ayant quitté leurs diverses congrégations ou en ayant été chassées à cause de leur refus des réformes conciliaires. Vivant dans le monde elles sont restées fidèles à leurs vœux. Maintenant 16 d’entre elles s’adressent à nous afin que nous leur donnions la possibilité de vivre de nouveau en communauté.Un tout jeune prêtre nous dit : « Si vous établissez ici une chapelle, la cathédrale va se vider. Quand je visite les fidèles ils me disent : “Pourquoi avez-vous changé notre Église ? Dites la messe comme autrefois !” Mais je ne connais pas cette messe, je ne sais pas comment était l’Église autrefois. Quand je demande aux prêtres plus âgés, je me fais rabrouer. Pouvez-vous m’apprendre à célébrer l’ancienne messe ? Est-ce que je peux vous visiter pour apprendre ? » Un autre prêtre, jeune lui aussi, déclare avec un accent qui en dit long : « Je noterai dans mon journal ce soir : ma première messe tridentine. »Comment les autorités de l’Église pourraient-elles être insensibles à ces appels d’âmes assoiffées de grâce et de vie catholique ? Sous la cendre et les ruines post-vaticanes, il y a encore une braise catholique traditionnelle, qui ne demanderait qu’à s’enflammer de nouveau. L’Église ne meurt pas, Dieu y veille. Plût à Dieu que nous puissions être ses instruments dociles qui répandent ce feu que son Cœur brûlait de répandre dans le monde entier.Mais vous le savez bien, chers fidèles, vous particulièrement, que nous ne pouvons pas desservir autant que nous le voudrions ; combien nous manquons de prêtres ! Priez, priez le maître de la moisson qu’il envoie de nombreux ouvriers dans son champ apostolique.En ce début de nouvelle année, nous vous confions, pleins de gratitude et vous disant un chaleureux merci pour toute votre générosité sans faille, cette intention de prière pour les prêtres, pour le sacerdoce catholique. Dieu vous bénisse et toutes vos familles abondamment de toutes ses grâces.Epiphanie 2003+ Bernard Fellaydate : 1/2/2003

  10. #20
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    actualite > De Rome > Ecclesia Dei. Une nouvelle palinodie
    Ecclesia Dei. Une nouvelle palinodie


    Résumé : Dans un écrit qui date de septembre 2002, Mgr Perl, secrétaire de la Commission Ecclesia Dei, dit l’inverse de ce qu’il a écrit au mois d’avril…



    Le mot palinodie (du grec palin, de nouveau, et ôdê, chant) désigne une rétractation ou un désaveu de ce qu’on a dit ou fait, un brusque changement d’opinion. La Commission pontificale Ecclesia Dei vient de nous en fournir un exemple particulièrement réjouissant qui met en scène son secrétaire.
    En effet, dans le Tu es Petrus n°821, un article s’essayait, en une vingtaine de pages, à démontrer le “schisme” de la Fraternité Saint Pie-X, expliquant que toute participation à une messe célébrée par un de ses prêtres est à exclure. Pour appuyer ses démonstrations, le bulletin s’était assuré la participation de Mgr Perl, secrétaire de la Commission Ecclesia Dei, qui, en cinq questions-réponses datées du 15 avril 2002, ajoutait le poids de son autorité.


    Le 27 septembre 2002, le même secrétaire donnait une réponse écrite à un fidèle qui l’interrogeait sur cette question de la participation à une messe « Fraternité Saint-Pie X ». Cette réponse a été publiée par la Commission le 18 janvier 2003, suite à une divulgation partielle, en particulier sur internet. Le lecteur pourra juger de la palinodie par lui-même en consultant les pièces dans la section Documents ».
    Il y est particulièrement affirmé, sans ambages et sans restriction et contradictoirement au document d’avril dernier, que « dans un sens strict, [un fidèle] peut satisfaire au devoir dominical en assistant à une Messe célébrée par un prêtre de la Fraternité Saint-Pie X ». Ce qui revient à nier tout schisme ou semblant de schisme, car je ne sache pas que la chose soit vraie pour l’assistance à la messe célébrée par un pope orthodoxe. Nous remercions Mgr Perl de cet aveu et proposons à Tu es Petrus de publier cette réponse dans son prochain numéro…


    Par ailleurs, à la question « Est-ce un péché pour moi d’assister à une messe de la Fraternité Saint-Pie X ?», il est répondu : « Si votre intention première pour assister à une telle messe était de manifester votre désir de vous séparer de la communion du Souverain Pontife et de ceux qui sont en communion avec lui, ce serait un péché. Si votre intention est simplement de participer à une messe célébrée selon le missel de 1962 eu égard à votre dévotion, ce ne serait pas un péché. ». Soyons sérieux : quel fidèle assistant à ces messes y vient premièrement et tout d’abord pour manifester son refus de reconnaître l’autorité du Pape ? Poser la question, c’est y répondre. Nous remercions donc Mgr Perl d’absoudre ces fidèles de toute faute. Cette explication est particulièrement importante, et elle devrait faire l’objet de la publicité qu’elle mérite : Rome, par l’intermédiaire de sa Commission Pontificale Ecclesia Dei, déclare immuns de tout péché ceux qui fréquentent les chapelles de la Fraternité. Nous le savions déjà, mais il est heureux que cela soit déclaré par l’autorité.


    Et pour parfaire ce tableau, il est même accordé aux fidèles de contribuer au culte par un don à la quête ! Je remercie le fidèle qui nous a valu cette réponse affirmant que le soutien financier à la Fraternité Saint-Pie X est louable, même s’il n’est accordé qu’une “modeste” contribution. Le fait reste cependant incontestable : un soutien pécuniaire à la FSSPX est considéré comme une bonne action. Nous n’en demandions pas tant.


    Quant à l’accusation portée contre la Commission de ne pas bien faire son travail, je me contenterai de rappeler la réponse faite par Michael Davies, président de la Fédération Internationale Una Voce depuis de nombreuses années, à la Clarification lue par Mgr Perl à l’Assemblée générale de cette même Fédération, le 14 novembre 1999 : « Depuis que le Cardinal Mayer s’est retiré2, je n’ai connaissance que d’un seul cas où la CPED est intervenue auprès d’un évêque ». Peut-être ces interventions se sont-elles intensifiées depuis cette date ?


    Mais l’essentiel est ailleurs. Il faut poser la question franchement : à quoi sert la Commission Ecclesia Dei ? Pouvons-nous reconnaître Rome, la Rome catholique dans ces palinodies ? Est-ce bien là l’Epouse du Christ, la Mère et Maîtresse de vérité ? La Fraternité Saint-Pie X a toujours refusé d’entrer en matière avec cette Commission, d’une part parce que son appartenance à l’Église ne fait aucun doute, et d’autre part parce que cette institution a perdu sa crédibilité. Il y a là une question de justice et de sérieux.


    Il me semble enfin que cela devrait aider les membres de la Fraternité Saint-Pierre à réfléchir sur la valeur de leur argumentation balayée en trois lignes par la Commission dont ils dépendent et à comprendre la profondeur de la crise dans laquelle nous sommes malgré nous plongés. Mais libre à eux de continuer à être traités comme ils le sont.

    date : 1/2/2003









 

 
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