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Discussione: Semper infideles

  1. #31
    scemo del villaggio
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    Da "Avvenire" del 7 febbraio

    BEATITUDINI, CANTO DELL'ECUMENISMO

    da Viterbo Andrea A. Galli


    «Come tanti punti su un'ipotetica circonferenza. Se ci ostiniamo a cercare un avvicinamento reciproco rimanendo su quel limite, rischiamo di rimanere bloccati, o addirittura di respingerci a vicenda. Se ogni punto cerca di avanzare verso il centro del cerchio, automaticamente ci ritroveremo più vicini gli uni gli altri». Con questa immagine, antica ma mai scontata, Lorenzo Chiarinelli, vescovo di Viterbo, propone di leggere il significato del secondo convegno ecumenico nazionale, ospitato dalla città laziale, organizzato dalla Commissione episcopale Cei per l'ecumenismo e il dialogo, la federazione delle Chiese evangeliche in Italia, la Sacra arcidiocesi ortodossa d'Italia.
    Una tre giorni di studio, confronto, ma soprattutto preghiera («ciò che alla fine veramente conta: di semplici e "umane" parole ne abbiamo spese fin troppe in questi secoli», precisa Chiarinelli) incentrato sul tema delle Beatitudini. Un convegno che si pone come la continuazione di quello svoltosi a Pe rugia nel '99, allora dedicato al tema del Padre Nostro. Una diocesi, quella di Viterbo, con un suo posto d'onore nella storia del dialogo fra i cristiani (dagli sforzi ecumenici di san Bonaventura da Bagnoregio in vista del concilio ecumenico di Lione del 1274, all'opera del beato viterbese Domenico Barberi, che accolse nella Chiesa romana il cardinale John Henry Newman) e un parterre di ospiti altrettanto autorevole: da monsignor Giuseppe Chiaretti, arcivescovo di Perugia, presidente della Commissione episcopale per l'ecumenismo e il dialogo, a monsignor Tommaso Valentinetti, vescovo di Termoli-Larino e presidente di "Pax Christi" per l'Italia; da Gennadios Zervos, metropolita greco-ortodosso d'Italia, all'archimandrita Nilos Vatopedinos, igumeno del monastero di S. Elia a Reggio Calabria; da Yoannis Foundolis, liturgista del'università di Salonicco, a Yann Redalié, della facoltà teologica valdese di Roma; da Gianni Long, presidente della federazione delle chiese evangeliche in Itali a, Giuseppe Laras, rabbino capo di Milano. E, dulcis in fundo, Giuseppe De Rita, segretario del Censis e attento osservatore della ricerca della "beatitudine" da parte della società italiana contemporanea.
    Ed è stato proprio De Rita, ieri, a dare il via al confronto vero e proprio, imperniato appunto su quel messaggio «inquietante e sovversivo agli occhi del mondo» - secondo le parole di Chiaretti - che sono le Beatitudini. Messaggio che costituisce di per sé - come ha sottolineato Gianni Long - un fattore di aggregazione tra le varie confessioni cristiane, dal momento che «solo al loro interno esse possono essere capite, prima ancora che messe in atto». Beatitudini che sono per Ermanno Genre - docente di teologia alla facoltà valdese di Roma - uno di quei punti del Vangelo capaci di generare «nuclei di consenso differenziato», ossia fondamenti di fede, comuni e intaccabili, su cui potere costruire insieme un edificio «che non inclini ad inutili tentazioni utopiche», ma si tenga nel la postura di «un sano realismo». «Ecumenismo infatti - sottolinea sempre Genre - non vuol dire pensare ad una Chiesa unica, a strutture ecclesiali unificate», semmai «focalizzare una gerarchia di valori: mettendo al primo posto i fondamenti comuni della fede, e al secondo le questioni secondarie, ossia quelle "organizzative": nella figura di Gesù Cristo, in un certo senso, siamo già uniti». Dello stesso parere anche padre Giovanni Boggio, biblista dell'istituto filosofico-teologico viterbese, secondo cui l'approfondimento del tema delle beatitudini può essere una via per mantenere in moto un dialogo che, se nella pastorale ordinaria tarda ancora a decollare, nel mondo degli studi biblici procede in un clima positivo e con frutti alle volte notevoli.

  2. #32
    scemo del villaggio
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    Da "Avvenire" dell'8 febbraio

    E' una parola chiara, documentata e argomentata, ragionata e vissuta in comunione profondamente cristiana, quella detta da Piero Coda nel voluminoso lavoro dedicato ad una originale riflessione teologica sulla relazione del cristianesimo con le altre religioni. Si tratta del primo contributo, da parte di uno dei più noti teologi cattolici viventi, ad evidenziare e approfondire come il cristianesimo non solo permetta, ma esiga il dialogo con le altre religioni e abbia costitutivamente in sé tale relazionalità. Il logos e il nulla è il modo cristiano per dire il rapporto fra rivelazione e mistica qui affrontato. Infatti lo specifico della prospettiva di Coda sta nel formulare una teologia cattolica del dialogo interreligioso che è proprio al cristianesimo, senza cadere in relativismi veritativi o asettiche fenomenologie. Tuttavia se la teologia interreligiosa di Coda è dischiusa dall'evento Cristo, ciò non significa nemmeno che si sia di fronte ad un mero rinnovamento di una visione "inclusivista", che riconduca alla unica verità cristiana, spiegandola, ogni altra prospettiva religiosa. Attraverso un'attenta esegesi scritturale, un continuo approfondimento magisteriale e un minuzioso confronto con gli interpreti, soprattutto contemporanei, Coda elabora invece una prospettiva "ricapitolativo-relazionale" del rapporto del cristianesimo con le altre religioni. Incentrata sul Cristo risorto-abbandonato, evento dell'amore kenotico di Dio per gli uomini e della capacità spirituale degli uomini di divenire figli di Dio nella fede e nel reciproco amore comunitario, la teologia di Coda mostra come la relazione con gli altri, che siano altre persone o anche altre religioni, è essenziale al cristianesimo. La simultaneità di singolarità e relazionalità è il mistero trinitario di Dio rivelato in Cristo. Se, propria a molte religioni, l'idea di rivelazione ci dice il darsi di Dio all'uomo, secondo un gratuito movimento dall'alto, umanamente non programmabile, quella mistica è invece l'esperienza che attraversa le forme religiose più differenziate, a indicare la tensione umana, ad avvicinarsi al divino, nel chiudere gli occhi alle sensibilità terrene. Anziché contrapporsi, rivelazione e mistica stanno nel cristianesimo, secondo Coda, propriamente assieme. Nella persona di Gesù Cristo abbiamo, precisamente, la rivelazione della parola, il lógos di Dio rivelantesi come uomo nell'uomo, e quindi anche l'approccio mistico dell'uomo a Dio, nel far nulla di ogni egoismo umano. Ma, viceversa, anche la kénosis di Dio, lo svuotarsi della propria divinità sino all'abbandono, nella morte in croce del lógos, e il rivelarsi di Dio come nulla all'uomo che lo incontri crocifisso: kenotico e agapico assieme. Riapprofondendo la teologia cristologico-trinitaria incentrata sulla relazionalità in Dio, colta attraverso il tema del negativo o della kénosis di Dio in Dio, che va ormai elaborando da più di vent'anni, Coda mostra nella sua ultima fatica come nel Dio trinitario stesso si apra la dimensione del pluralismo religioso e del dialogo. In ciò il teologo cattolico rileva come l'ermeneuticità della verità, introdotta dall'annuncio cristiano, abbia fecondamente in sé unicità e diversità, evidenza e mistero, il vuoto spazio per l'alterità e le molte parole dell'amore di Dio per gli uomini.

    Il logos e il nulla
    Città Nuova. Pagine 552. Euro 34,50

    "UNA PAROLA CHIARA": MAH...

  3. #33
    scemo del villaggio
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    Non starebbe proprio bene qui, ma insomma...

    IL VANGELO SECONDO GENOMA

    Una setta religiosa americana vuole clonare Gesù utilizzando il sangue della sacra Sindone

    Solo a parlarne vengono i brividi. L'opinione pubblica non ha fatto in tempo a riprendersi dall'annuncio dei primi bambini clonati che una setta americana è pronta al rilancio. Con un progetto ancora più ambizioso: clonare Gesù. L'intenzione del gruppo che si autodefinisce cristiano è quello di utilizzare il sangue contenuto nella sacra sindone per fare una copia del Salvatore. E quale nome più felice di "Second coming projetc" per stigmatizzare un progetto che annuncia il secondo arrivo del Profeta?

    Se alcuni si rallegrano all'idea di fare "risorgere" Gesù, altri non possono nascondere orrore e indignazione per un progetto in bilico tra scienza e blasfemo. Coloro che hanno confessato apertamente l'intenzione di copiare Gesù appartengono a un gruppo californiano di Berkeley, capeggiato da Kristan Lawson. Il suo programma - che può essere consultato nel web - prevede la creazione di un clone del nazareno partendo da una cellula proveniente da una "delle numerose reliquie sparse per il mondo e in particolare dalla sindone conservata a Torino".

    Grazie all'ingegneria genetica gli scienziati al servizio della setta intendono prendere una cellula di sangue dal sacro lenzuolo, estrarne il dna per introdurlo in un ovulo che poi - visto che i promotori dell'operazione sono persone che amano la tradizione - sarà collocato nella matrice di una giovane donna vergine che porterà a termine la gravidanza. Le clonazioni annunciate dalla sacerdotessa di Clonaid, Brigitte Boisselier, non sono mai state verificate. Inoltre, difficoltà tecniche permettendo, non è detto che un clone di Gesù diventi quello che la setta vorrebbe. È molto più probabile che la pressione esercitata dai media, le enormi aspettative e l'educazione ne facciano un individuo perturbato. Altro che salvatore dell'umanità.

    A chi chiede loro la motivazione di questa scelta estrema, i seguaci rispondono con un candido «Siamo stanchi di risposte evasive del tipo "Gesù è nei nostri cuori e ovunque". Noi vogliamo azione e se noi cristiani non prendiamo il toro per le corna dovremo aspettare tutta l'eternità». Garza Valdés, un microbiologo dell'università del Texas, sottolinea che il tentativo di clonare Gesù "è sicuramente assurdo ma nessuno è in grado di impedirlo. Sono troppi i gruppi di fanatici che vogliono tentare l'esperimento sebbene non sarà facile procurarsi i campioni di sangue necessari per l'operazione. Inoltre è molto improbabile che la Chiesa si presti a commercializzare il sangue di Cristo". Ma i promotori del "Second coming project" hanno dalla loro un alleato imbattibile: la forza persuasiva del denaro. E quello, si sa, è capace di fare miracoli.

    10 febbraio 2003

  4. #34
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    MOVIMENTO CONCILIO VATICANO II

    IL FONDATORE

    Don Franco Ratti è nato a Monopoli (Ba) il 7 giugno del 1940. Figlio di una casalinga, Giuseppina Petrosillo e di un padre artigiano, Nicola Ratti.

    Viene ordinato Sacerdote nel 1963. Si forma alla scuola di Mons. Carlo Ferrari, vescovo amatissimo di Monopoli, purtroppo defunto, che gli comunica l’entusiasmo per la Riforma della Chiesa. Si laurea a pieni voti in Storia e Filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Allievo di eminenti intellettuali cattolici Mancini, Rovighi, Bontadini, Severino, è stato assistente volontario di Filosofia della storia con il dr. Melchiorre.

    IL MOVIMENTO


    "La Chiesa deve rifarsi radicalmente al Concilio Vaticano II, sviluppando le sue aperture alla società e all’uomo di oggi". E’ questo, in estrema sintesi, il principio ispiratore del Movimento Concilio Vaticano II, polo ecclesiale di riferimento per tutti i Cattolici progressisti, fondato da Don Franco Ratti, con sede in Avellino. A sostenere seriamente la Riforma della Chiesa Cattolica, nonostante determinate opposizioni, è impegnato un vivace gruppo del Sud Italia, i cui elementi sono di varia estrazione sociale. Pochi per strategia organizzativa, ma gratificati dalla simpatia e dalla sintonia di moltissimi, soprattutto giovani, compresi sacerdoti e suore.



    IL PROGRAMMA

    Donazione dello Stato Vaticano all’Italia.Il Papa Vescovo di Gerusalemme. Non più imperatore romano.


    La superiorità sostanziale del clero sui laici è un falso evangelico. Distinzione essenziale dei carismi all’interno dell’unico Battesimo.


    "Consacrazione" di padri e madri di famiglia per la celebrazione della Cena Eucaristica.


    La Messa sempre più Cena. Il calice ai laici. Le parole "consacratorie" eseguite immediatamente. La liturgia della Parola come conversazione e dialogo. In sintesi: semplificazione, desolennizzazione e coralizzazione della Messa.


    Il Battesimo sia conferito ad adulti credenti e assorba la Cresima.

    UN FRUTTO UN PO' MATURO DELL'UNIVERSITà CATTOLICA: PURTROPPO è DAVVERO PRETE. UNA PREGHIERA PER LO SVENTURATO SETTARIO CHE PERò è ANCHE UN INTERESSANTE "CASO DA MANUALE" DI IDEOLOGIA "VATICANOSECONDISTA" REALIZZATA.

    GUELFO NERO

  5. #35
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    Da "Avvenire" dell'11 febbraio

    CONFRONTI DA VINCERE BATTAGLIE DA NON FARE

    di Marco Follini


    Il dibattito che si è aperto in questi giorni sulle radici cristiane d'Europa evoca in me una certezza e un dubbio. Vorrei manifestare l'una e l'altro, anche a rischio di andare un po' fuori dal seminato.
    La certezza riguarda ovviamente il peso e il valore del nostro retaggio religioso. Non c'è dubbio che l'Europa sia quello che è in larghissima misura perché il cristianesimo vi ha impresso un segno profondo di sé. Chiunque di noi europei si interroghi sulla sua anima civile, quale che sia la sua fede, non può non fare i conti con tutto quello che la religione vi ha significato. Se l'Europa è diventata terra di diritti, se le persone vi sono riconosciute e rispettate in quanto tali e se una catena di solidarietà ci lega gli uni agli altri, tutto questo è avvenuto in forza di un messaggio spirituale che ci ha ispirato, scavando secolo dopo secolo i tratti della nostra identità comune. E del resto, balzando al presente, se oggi le due Europe si unificano, e quella centro-orientale si libera dal dispotismo che l'aveva tenuta avvinghiata per mezzo secolo, ancora una volta è l'ispirazione religiosa a guidare i passi degli uomini e degli eventi. Nessuna caduta del muro, nessun '89 sarebbe mai stato possibile senza la predicazione del Papa.
    C'è un legame fortissimo tra l'Europa e la tradizione cristiana. Un legame qualche volta nascosto e quasi sempre assai più profondo di quanto le cronache della secolarizzazione non ci dicano. Usciti da un secolo che aveva rischiato di spezzare quel legame in nome di ideologie che hanno divinizzato la storia e idolatrato la politica, è doveroso che la nostra coscienza comune cerchi invece di riannodarlo, quel legame. E non per spirito confessionale, ma (anche) per ragioni civili e liberali. È la consapevolezza dell'al di là che ci fa essere prudenti e misurati nella gestione delle responsabilità pubbliche. È lì il limite che salva la politica dal suo stesso arbitrio. Dunque l'Europa deve alla religione quello che è, e anche quell o che dice di voler essere. E noi europei - laici, cattolici o protestanti che siamo - ci troviamo a ripetere tanti anni dopo con Benedetto Croce «perché non possiamo non dirci cristiani».
    Qui però finisce la mia certezza e comincia un mio dubbio.
    Il dubbio che ho è su come questa certezza, questa consapevolezza debbano incrociare il trattato costituzionale che la Convenzione europea è chiamata quest'anno ad elaborare. Alcune cose, è ovvio, debbono essere messe per iscritto, e bene e chiaro. È ovvio, ad esempio, che la nuova Europa si dovrà fondare su un dialogo strutturato tra istituzioni pubbliche e confessioni religiose (anche, ma non solo, attraverso passaggi concordatari). È ovvio che se ci sarà un preambolo in cui si argomenterà l'identità europea, lì dovrà esserci un riferimento al suo complesso retroterra spirituale. Altre cose sono forse meno ovvie. La proposta di invocare solennemente nella costituzione il nome di Dio e di citare esplicitamente nel suo articolato i valori cristiani rischia a mio giudizio di aprire più facilmenteuna controversia che non di sancire una consapevolezza comune. Un conto infatti è riconoscere nel discorso pubblico il retaggio religioso. Altro conto è codificare quel retaggio in un principio costituzionale. Le radici dell'identità europea sono cristiane (anche per chi cristiano non è), ma le istituzioni europee sono laiche (anche per chi è cristiano). A ben vedere, questa distinzione tra piano civile e piano spirituale, tra quanto è dovuto a Cesare e quanto è dovuto a Dio, è essa stessa parte di un'idea tipicamente cristiana.
    È stato ricordato spesso in questi giorni il travaglio di Giorgio La Pira all'assemblea costituente. Prima propose con un suo emendamento che la Costituzione venisse promulgata in nome di Dio, e poi ritirò quell'emendamento in nome della laicità dello Stato italiano. Quasi due secoli prima i costituenti americani avevano preso la strada opposta. E una volta approvata la loro carta fondamentale, con t anto di invocazione divina, Jefferson si lasciò scappare una frase a doppio taglio: «Se il nostro esperimento fallisse dovremmo concludere che Dio non esiste».
    Da cattolico continuo a pensare che è meglio non fare troppa confusione tra l'esistenza di Dio e la buona riuscita di un testo costituzionale. E il dubbio mi resta.


    NON C'è NIENTE DA FARE, LA DEMOCRISTIANERIA è UNA CATEGORIA DELLO SPIRITO. SOLO LORO SANNO COME SI POSSANO VINCERE LE BATTAGLIE SENZA NEMMENO COMBATTERLE.

  6. #36
    scemo del villaggio
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    Da "Avvenire" del 13 febbraio 2003

    L'UNIVERSO BEBè

    di Franco Gabici


    L'età dell'universo è un dato attorno al quale i cosmologi hanno sempre dibattuto. L'universo, infatti, sembrava comportarsi come quelle persone che per civetteria amano nascondere la loro vera età e in effetti in quasi tutti i libri di divulgazione astronomica l'età dell'universo era stimata in circa 15 miliardi di anni, un dato che non poggiava su nessuna verifica sperimentale ma che, come vedremo, metteva d'accordo due "correnti" di pensiero. Oggi, finalmente, siamo giunti alla soluzione del rebus, perché, se saranno confermati i dati, una sonda della Nasa del programma Wmap, scrutando le profondità del nostro universo, è giunta a determinarne esattamente l'età. Non più incertezze, dunque: il nostro universo ha la bella età di 13 miliardi e 700 milioni di anni. Complimenti! L'importante annuncio, come ha spiegato John Bahcall dell'Istituto di studi avanzati dell'Università di Princeton, è da consider are una vera pietra miliare nella storia della cosmologia, un "rito di passaggio dalla speculazione alla scienza esatta". È noto che il nostro attuale universo ha avuto origine dal "big bang", una "grande esplosione" all'inizio del tutto i cui effetti sono ancora osservabili e misurabili. Le galassie, infatti, come mise in evidenza Edwin Hubble nel 1929, si stanno allontanando le une dalle altre e il tasso dell'espansione è regolato da un numero, una "costante" alla quale è stato dato proprio il nome di Hubble. Questa costante è importantissima in cosmologia perché il suo "reciproco" (vale a dire il suo "inverso") corrisponde all'età esatta dell'universo. Il fatto è che i cosmologi non si sono mai trovati d'accordo sul valore da attribuire a questa costante e pertanto si sono formate due correnti di pensiero che, sostenendo due diversi valori di questo importantissimo numero, portavano a due età differenti. Secondo una scuola l'età dell'universo era di 20 miliardi di anni, secondo l'altra di "appena" dieci miliardi. Nessuna delle due scuole poteva avvallare argomenti probanti a proprio favore e così, per non far torto a nessuno, si decise per una "media" dei due valori e nei testi che raccontavano le vicende della cosmologia si trovava scritto che l'universo aveva 15 miliardi di anni. Ora la sonda Nasa avrebbe scoperto che quel "valore medio" che pareva un compromesso, in realtà si avvicinava molto alla vera realtà. L'équipe che lavora con la sonda Wmap sarebbe riuscita, in definitiva, a "scattare" una immagine dell'universo appena nato, un "universo bebè" da mettere nella prima pagina dell'album di famiglia dell'universo. E si tratta di una foto importantissima, perché nel frattempo consente di determinare altre importanti proprietà, come ad esempio che le prime stelle si accesero 200 milioni di anni dopo il "big bang". Le fotografie, inoltre, evidenziano una struttura "ovale" in cui le zone a diversa temperatura sono caratterizzate da variazioni cromatiche (soprattutto il rosso e l'azzurro). Il nostro "universo bebè" è tutto qui: un ovetto colorato che da quasi 14 miliardi di anni ci manda il "vagito" della sua esistenza.

    Vi prego di notare il passaggio: "E' noto che l'universo ha avuto origine dal big bang", il che non è affatto vero (nel senso che non è affatto "noto": è una teoria sempre meno condivisa tra gli scienziati). Anche qui proviamo con la domandina tipo "il re è nudo". Se prima non c'era niente, che cosa è esploso? Può il niente esplodere?(I miei studenti di prima superiore non hanno saputo rispondere).

  7. #37
    scemo del villaggio
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    Da "Programma ASEFI"

    UN LIBRO RACCONTA I RETROSCENA MASSONICI DELLA SEDUTA SPIRITICA

    Prodi e il “fantasma” di Aldo Moro

    Ricordate la grottesca seduta spiritica alla quale partecipò Romano Prodi ai tempi del sequestro Moro? Si è sempre ritenuto che quella strana riunione fosse servita, coprendo la fonte, a inviare un’informazione agli inquirenti. Così non fu. O almeno così non fu secondo il parere di Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca, autori del libro Il misterioso intermediario (Einaudi edizioni, 264 pagine, 14 euro), che nel loro volume in libreria dalla settimana scorsa offrono al lettore una ricostruzione sorprendente e inquietante allo stesso tempo: le rivelazioni di Moro al “tribunale” delle Brigate Rosse rischiavano di destabilizzare l’ordine mondiale e i poteri forti decisero di intervenire attraverso Igor Markevic, il direttore d’orchestra al centro di mille intrecci che nel libro viene descritto come gran cerimoniere di una politica parallela all’interno della quale massoneria, alta finanza e servizi segreti si univano senza lasciare traccia al fine di perseguire uno scopo comune. Di seguito, riportiamo alcuni brani del capitolo che ricostruisce con dovizia di particolari proprio quell’oscuro episodio. «Era il 2 aprile. In pieno allarme internazionale per le rivelazioni del presidente democristiano, in Italia pareva che non si potesse far altro che affidarsi a fluidi paranormali. E così, mentre attorno a Roma un sensitivo, chiamato dal governo, cercava Moro con tecniche da rabdomante, una risposta arrivò dall’Appennino emiliano. Qui, in una casa di villeggiatura, un pacioso gruppo di amici, dopo aver mangiato, insieme alle rispettive famiglie non sapeva cosa fare: il tempo si era guastato e avevano dovuto rinunciare alla prevista passeggiata. Così, tra le chiacchiere delle mogli e il chiasso dei bambini, avevano deciso di fare una seduta spiritica. Avevano messo un piattino da caffè al centro di un grande foglio, ai cui bordi erano state scritte le lettere dell’alfabeto, vi avevano puntato tutti un dito sopra e avevano cominciato a porgli domande sull’onorevole Moro e sulla sua sorte. La cosa strana è che quegli amici erano quasi tutti serissimi docenti universitari e che fra loro c’erano un futuro presidente del Consiglio, Romano Prodi, e un futuro ministro, Alberto Clò. Il piattino aveva cominciato a correre con grande decisione da una all’altra delle lettere e aveva composto un nome: G-R-A-D-O-L-I». Ovvero, tanto per capirci, mentre politica ed economia internazionali tremavano sulle sedie per le rivelazioni dello statista democristiano un gruppo ben assortito di luminari accademici scherzava con un piattino attorno alla vita di Moro. No, troppo stupido per essere vero. I signori facevano sul serio e proprio per questo va escluso che le loro energie paranormali fossero indirizzate verso gli spiriti di Alcide De Gasperi e Giorgio La Pira per farsi rivelare il luogo in cui Moro era tenuto prigioniero. No, c’era qualcos’altro, qualcosa di inconfessabile. Qualcosa che non poteva essere comunicato né con una lettera né con una telefonata anonime? Qualcosa di talmente grave e segreto da non poter essere reso noto nemmeno attraverso il passaparola nelle alte sfere. Ma cosa? Prosegue il libro.
    «Viene da chiedersi, allora, se sia possibile leggere in qualche altro modo quel messaggio. Lo si potrebbe, per esempio, prendere alla lettera, per quello che è: un messaggio esoterico, appunto, cioè in codice. La seduta spiritica avrebbe segnalato, allora, a chi era in grado di capirlo, che quell'indicazione poteva essere decifrata solo da chi, interno o esterno al gruppo, fosse iniziato a quel particolare linguaggio cifrato. Se il codice fosse stato, per esempio, quello rosacrociano, le lettere indicate dal piattino avrebbero potuto non formare il nome del paesino sul lago di Bolsena, ma essere lette come GRADO-LI (grado 51). Si sarebbe rinviato, cioè, a un livello ancora più occulto del trentatreesimo, il gradino più alto della gerarchia massonica conosciuta. Quale poteva essere questo misterioso Grado LI? Un rarissimo testo pubblicato in Francia intorno al 1870 da Ély Star (pseudonimo di un seguace di Péladan e di Flammarion), Les mysteres de l’horoscope, svela che il Grado LI corrisponde al Maître du Glaive, il Signore del Gladio. E l’ipotesi può acquistare una sua perturbante suggestione se si pensa appunto alla rete segreta Gladio e alla circostanza che al numero 68 di via Gradoli abita il pittore Ivan Mosca della loggia Monte di Sion, gran maestro, con il nome esoterico Hermetico, dell’Ordine dei Cavalieri massoni eletti Cohen dell’Universo, confraternita in rapporto di fratellanza con i Rosacroce». Letto così e riferito alla situazione internazionale, quel messaggio poteva essere interpretato in due modi: o come una richiesta di intervento rivolta al fantomatico Signore di quella organizzazione; oppure come l’annuncio che il Grado LI stava per muoversi». Più avanti scopriremo che la giusta chiave di lettura dell’intera vicenda risiede nella seconda ipotesi, ma ora cerchiamo di capire - sempre attraverso ampi stralci del libro di Fasanella e Rocca - quale fosse il retroterra politico ed esoterico che portò alla seduta, quale fosse l’ambiente da cui provenivano i vari protagonisti, Romano Prodi in primis. Ecco il testo.
    «È noto, per esempio, quanto il professor Prodi sia vicino, per formazione e rapporti, ad ambienti finanziari anglo-americani, in particolare alla London School of Economics. Il prestigioso istituto di formazione finanziaria era nato, nell’alveo di un’altra organizzazione, la Fabian Society, insieme alla Round Table. Alla stessa area di influenza può essere riportato anche un gruppo assai vicino a Prodi, quello del Mulino. L’associazione bolognese di cultura, infatti, nel 1965 era stata tra i fondatori, con il centro studi Nord-Sud e la Fondazione Olivetti, dell’Istituto affari internazionali, promosso da Altiero Spinelli come filiazione italiana del Royal institute of international affairs (Riia). L’idea del Riia era nata a Parigi nel 1919, durante la Conferenza della pace, quando il colonnello Edward House, plenipotenziario del presidente Woodrow Wilson, aveva riunito all’Hotel Majestic un gruppo di delegati anglofoni suoi confratelli della Round Table. Tra loro, oltre a Bernhard Berenson, gran protettore di Markevic, c’era anche lord Esme Howard, padre di Hubert, il dominus rector di quel Palazzo Caetani attorno al quale ruotano tutti gli enigmi del caso Moro. Era Hubert Howard, il Grado LI, fonte o destinatario del messaggio del piattino? Era lui il Signore del Gladio indicato con la seduta spiritica?... Proprio a ridosso di quell’episodio, Hubert Howard ebbe un contatto con il governo italiano. Non si sa se sia stato chiamato o se sia stato lui a proporsi, magari per comunicare che da quel momento la cosa era in mano a poteri più forti e che non erano gradite interferenze. In qualunque modo siano andati i fatti, è molto probabile che sia stato appunto quell’incontro a segnare l’entrata in azione di Howard e delle due istanze che egli rappresentava. Istanze che lo legavano entrambe a Igor Markevic molto più strettamente di quanto non facesse un matrimonio con due cugine. È probabile, infatti, che l’immagine di Howard come principe consorte di Lelia Caetani celasse altri livelli di operatività. Se il vero compito di Howard a Roma fosse stato quello di fare da tramite fra la Gladio italiana e la rete Stay-behind e insieme l’Authority di quel sistema di protezione?». I templi del mondialismo, gli illuminati del mondo, avevano deciso che il tempo degli indugi era terminato. Bisognava intervenire e per farlo era necessario muovere i propri uomini migliori, i “fratelli” di più alto grado e di più fidata esperienza. In ballo non c’era soltanto la stabilità italiana ma la sinarchia, cioè l’idea di un Governo mondiale. Di questo pensiero (la sinarchia, ndr) si trovò una sistematica esposizione in un documento segreto venuto alla luce nel 1935: si intitolava Pacte Synarchique ed enunciava i principi e la strategia per diffondere, in tappe successive, l’Ordine nuovo in tutto il mondo. La gradualità come elemento decisivo per il compimento di un progetto così ambizioso e globale era stata messa a punto dalla Fabian Society, che prese il nome proprio da Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore e puntò molto sulla formazione: The London School of Economics fu una sua creazione e divenne modello per molte università, tra le quali Harvard. Magia, politica parallela, intrigo e altissima finanza. Un insieme esplosivo che trovò dimora, in quel periodo oscuro, in una “città magica”. «Nel 1978, Howard appariva solo un gentiluomo di campagna, dedito al riordino e all’amministrazione dell’ingente patrimonio della moglie Lelia (morta l’anno prima), con la quale da molto tempo si era ritirato nel feudo di Sermoneta. Qui i due avevano dedicato tutte le loro cure allo splendido giardino di Ninfa, fatto nascere da Marguerite Chapin tra le rovine di una città morta, che Gregorovius definì «la Pompei del Medioevo». I ruderi, secondo molte voci, ospitavano spesso sedute spiritiche e questo contribuiva ad aumentare la suggestione di quel luogo remoto e protetto. In quest’oasi Hubert Howard è vissuto appartato, ma niente affatto isolato. Molti dei frequentatori erano dello Iai (Istituto affari internazionali), altri della Trilateral, delle Conferenze Bilderberg, l’Istituto Atlantico, il Club di Roma fondato e presieduto da Aurelio Peccei. Tutte sigle che in vario modo discendono dal mondialismo della Fabian Society, attraverso la Round Table e il Royal institute of international affairs e costituiscono in Italia una sorta di trasversale “partito angloamericano”. Ecco, allora: dopo che si era avuta la certezza che le rivelazioni di Moro toccavano punti vitali per la sicurezza del Patto Atlantico, questo schieramento angloamericano si era mosso e aveva attivato il Signore di Gladio. Che si ricordò di un’altra situazione difficile, nella Firenze occupata dai tedeschi, e di un giovane artista che lo aveva aiutato a uscirne, Igor Markevic. Hubert e Igor, dunque, di nuovo insieme, come 34 anni prima, a trattare ancora una volta sulla sorte di un ostaggio eccellente: durante la guerra, i tesori di Firenze in mano ai nazisti; nella primavera del 1978, Moro in mano ai brigatisti rossi». Ecco finalmente entrare in scena Igor Markevic, direttore d’orchestra alla luce del sole ma mestatore nell’ombra, tramite massonico tra i potentati mondialisti e i brigatisti rossi, cerimoniere di un rito tanto segreto quanto radicato. Narra il libro: «Hubert sapeva che, dopo la trattativa per Firenze, Igor aveva mantenuto rapporti con ambienti americani e inglesi; che era intimo amico di Moshe Feldenkrais, il guaritore di Ben Gurion; che aveva intrecciato in Svizzera le relazioni più cosmopolite; e che aveva eccellenti rapporti con il governo francese da cui negli anni Sessanta aveva ricevuto la Legion d’Onore. Ma Hubert conosceva soprattutto i suoi legami viscerali con la Grande Madre Russia, confermati anche dalle dichiarazioni filosovietiche, al momento di assumere l’incarico a Santa Cecilia... Soprattutto, però, Hubert sapeva quali fossero i fini del misterioso Priorato di Sion, di cui Jean Cocteau, intimo amico e sodale di Igor, era stato Nautonnier (nocchiere, ndr). Ordine dalla fisionomia sfuggente e mutevole, durante la guerra era stato contattato anche dai servizi inglesi per organizzare la resistenza in Francia. Charles de Gaulle se n’era servito per la sua ascesa al potere. E gli americani avevano fatto proprie le due idee fondamentali del Priorato: agire nel campo della psicologia di massa e realizzare il grande disegno di una federazione di stati europei. Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, gli storici che hanno studiato questo ordine, ce lo descrivono come immerso da qualche tempo in una «sfera piuttosto tenebrosa», dove politica, massoneria, Cavalieri di Malta, Cia, Vaticano, alta finanza «si incontrano, si uniscono temporaneamente per uno scopo o per l’altro, poi riprendono la propria strada».
    Anche tutti questi fili del Priorato di Sion, negli anni Settanta, finivano con l’intrecciarsi dentro e attorno a Palazzo Caetani, in una ragnatela di discrete relazioni e di contatti insospettabili fra persone e istituzioni. Nella primavera del 1978, dunque, non poteva che essere convocata lì, a Palazzo Caetani e dintorni, la riunione sinarchica per risolvere i problemi aperti dal sequestro Moro. Su questo piano sovrannazionale Hubert Howard e Igor Markevic avrebbero governato l’intricata matassa di interessi e di posizioni che si aggrovigliavano nel caso Moro. In un’ipotetica divisione dei ruoli, è possibile che Igor agisse sul campo, per così dire, tornando a fare la spoletta tra le parti, magari anche con il cervello politico delle Br, e Howard tenesse il controllo nella cabina di regia di Palazzo Caetani». Altro che piattini da caffè e sedute spiritiche da strapazzo: stando alle tesi contenute in questo libro, Prodi e i suoi sodali rappresentavano soltanto l’ultimo anello di una catena di comando mossa dai potentati mondialisti spaventati dall’ipotesi che Moro potesse continuare a parlare di fronte al “tribunale” delle Brigate Rosse e che molti segreti della politica parallela internazionale finissero in pasto all’opinione pubblica portando a un tracollo economico e a una nuova ipotesi di contrapposizione frontale tra i blocchi. La bocca di Moro, come sappiamo, fu chiusa per sempre: il mistero che avvolge la sua morte, invece, non troverà mai fine.

  8. #38
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    Dal sito DICI

    LE VATICAN SéDUIT PAR LA MORALE DE...HARRY POTTER


    Les notions de bien et de mal développées dans les aventures de l’apprenti sorcier aux lunettes rondes ont séduit des hommes d’Eglise qui estiment en effet que la morale des best-sellers de l’auteur britannique J.K. Rowling est imprégnée de nombreux préceptes chrétiens.
    "Je ne vois aucun problème dans la série Harry Potter", a déclaré le Père Peter Fleetwood lors d’une conférence de presse.


    L’ecclésiastique, membre du Conseil pontifical pour la culture, était interrogé sur Harry Potter après que le Vatican eut publié un nouveau document sur le phénomène du Nouvel Age. Or les aventures du magicien Harry Potter et de ses amis à l’école des sorciers Poudlard ont suscité les récriminations de certains groupes évangéliques, qui lui reprochent de promouvoir la magie païenne et l’occultisme.
    "Je pense qu’il n’y a personne dans cette salle qui n’ait pas grandi avec les fées, la magie et les anges dans son monde imaginaire", a déclaré le père Fleetwood, qui est de nationalité britannique. "Ils ne sont pas mauvais. Ils ne servent pas de bannière à l’idéologie anti-chrétienne."
    "Si j’ai bien compris les intentions de l’auteur de Harry Potter, ils (NDLR : les livres) aident les enfants à voir la différence entre le bien et le mal".

    Commentaire
    Il est difficile de prétendre que, dans les livres d’Harry Potter, la morale soit imprégnée de nombreux préceptes catholiques. On peut se poser la question: quels préceptes évoque le Père Fleetwood?
    • L’obéissance ? Harry passe son temps à désobéir, que ce soit à son oncle et à sa tante, à ses professeurs. Un exemple parmi cent: il viole la loi en se servant de la magie, voulant se venger de sa tante, et fugue ensuite (Editions Folio Junior, tome 3, p. 38). Ce sont toujours oncle et tante qui sont les méchants (l’autorité a toujours tort); Harry se défend et c’est pour se battre contre le mal qu’il désobéit à ses professeurs, la fin justifiant les moyens (il manque certains cours, va dans des lieux interdits, etc. Tome 3 pp. 217, 296-297)
    • La charité ? Harry est indifférent au mal qui arrive à sa famille (son cousin qui tombe dans la cage au serpent, tome 1; le sort qu’il jette à une de ses tantes, tome 3 p. 38). Jamais on ne rencontre dans l’œuvre la moindre notion de compassion, de pitié. Harry est en guerre permanente avec ses ennemis de Poudlard (l’équipe des Serpentard). Les notions de réconciliation ou de pardon lui sont absolument étrangères. La manière dont ses ennemis sont décrits est toujours négative, acerbe voire parfois répugnante; et c’est finalement la vision d’Harry sur le monde qui l’entoure. L’auteur est animé d’un esprit de critique négative permanente.
    • La vérité ? Harry et ses amis sont des habitués du mensonge pour arriver à leurs fins.
    • Le respect de l’autorité ? Les enfants critiquent les adultes. L’auteur est un esprit empreint manifestement de l’idéologie soixante-huitarde (tome 3 p. 23, 29, 36).
    • La religion elle-même? Aucune allusion à Dieu. Les seules allusions à la religion sont négatives. L’attitude des adultes vis-à-vis du monde des sorciers est jugée "médiévale"; elle est implicitement assimilée à l’attitude de l’Eglise pour être finalement ridiculisée (tome 3 p.7-8).

    "Il n’y a personne qui n’ait pas grandi avec les fées, la magie et les anges dans son monde imaginaire."
    La différence entre un conte de fées un tant soit peu éducatif et le roman d’Harry Potter réside — mis à part les éléments dont certains ont déjà été évoqués — dans la notion de héros. Le vrai héros défend une cause objectivement bonne, une cause qui dépasse ses intérêts personnels; de plus, il emploie des moyens objectivement bons.
    Harry défend ses intérêts personnels par des moyens mauvais. Le combat qu’il mène n’a rien à voir avec la vertu acquise. S’il est fort, c’est malgré lui, ou plutôt par des forces préternaturelles. Une pseudo-victoire sans vertu est comme un enrichissement sans travail.
    Harry n’est pas un modèle, encore moins un héros.

    "Si j’ai bien compris les intentions de l’auteur d’Harry Potter, ses livres aident les enfants à voir la différence entre le bien et le mal".
    Cette phrase révèle certaines déficiences d’acuité intellectuelle de son auteur. Les intentions de l’auteur nous importent peu, l’essentiel étant l’écrit objectif. Celui-ci, au lieu de faire comprendre la différence entre le bien et le mal, modifie les deux notions, ce qui est pour le moins anti-éducatif.
    Notre "héros" apprend qu’il est sorcier à l’âge de douze ans et rentre dans ce monde nouveau. Dès lors, tout est vu sous cet angle et la sorcellerie devient la norme; elle imprègne tout. Les gens normaux, ceux qui n’ont pas de pouvoirs maléfiques (les Moldus) deviennent hors normes et sont méprisables. Les quelques Moldus du roman — la famille de Harry — sont présentés comme des êtres détestables, remplis de défauts, injustes. Habituellement, les autres Moldus sont ridiculisés. Harry a connu tout ce qu’il y a de pire pendant son enfance (le mal) et il ne trouve le bonheur qu’à partir du moment où il rentre dans le monde de la sorcellerie (le bien).
    La tournure d’esprit relève de la perversité, car l’anormal devient normal et le normal devient le mal à mépriser, ce qui est en fin de compte le coup de maître de Satan. Harry Potter n’est qu’une mise en conte de fées de ce stratagème dont nous voyons différentes applications dans la période de décadence que nous vivons (Exemple: l’homosexualité est normale, l’"homophobe" est un méchant).
    Le roman est remarquablement tourné: on prend Harry en pitié dès le début et on déteste tous ceux qui lui font du mal, les Moldus ainsi que les mauvais sorciers. Par pitié, on aime Harry au début; par pitié encore, on va l’aimer quoi qu’il fasse contre les mauvais sorciers, même lorsqu’il utilisera des moyens mauvais. Le lecteur est pris par le sentiment; il est pris au piège, devenant malgré lui partisan du monde de la sorcellerie, y voyant le salut pour son héros. Harry est malheureux parmi les humains. Certes, il n’est pas un bon exemple, mais il se défend, et comme il y a plus méchant que lui, son mal “moindre” passe pour un bien. L’expérience montre que les enfants qui lisent ce roman ne remarquent pas les défauts d’Harry et le considèrent comme un héros. Il est bien parce qu’il se défend.


    Plongés dans cette lecture, les enfants découvrent avec fascination le monde malfaisant de la sorcellerie. Cela explique la forme d’envoûtement individuel et collectif générée par cette série, envoûtement entretenu par la panoplie publicitaire (articles "Harry Potter" qui vont du bonbon aux livres de formules magiques, en passant par les films).
    Nos enfants peuvent ainsi jouer aux apprentis-sorciers, et porter sur le monde des adultes et sur la société ce regard fait de mépris que méritent les Moldus, esprits moyenâgeux.


    En fin de compte, les deux idées maîtresses qui s’imprègnent dans l’esprit du jeune lecteur sont:
    - "Défends-toi contre le monde des adultes".
    - "Tu peux tout te permettre, si tu te bats pour une grande cause" (la fin justifie les moyens. Exemple contemporain: contre le racisme, tous les moyens sont bons.)
    Mais pour le Père Feetwood, tout cela n’est pas anti-chrétien, et donc est bon.
    De deux choses l’une: soit il n’a pas lu les livres, soit, à les avoir trop lus, il confond le bien et le mal... Et le mal est d’autant plus grand qu’il est censé donner l’avis du Saint-Siège.

  9. #39
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    Predefinito Religioni, le differenze ci sono. Accettiamole senza intolleranze

    Da "Avvenire" del 19 febbraio


    Il confronto/scontro tra Talbi e padre Borrmans - due studiosi «moderati», senza dubbio, ma anche giustamente intransigenti nel non posporre la schiettezza all'amicizia, sempre che non diventi intolleranza verso le idee dell'altro, come pare di vedere ora in Talbi - ripropone il contenuto irriducibile delle religioni (di tutte le religioni). Il concetto stesso di «credere» espone il fedele a un grado più o meno forte di «certezza» che spesso, quando viene a contatto con una fede diversa, si scontra con le verità altrui; e sfocia in polemica. Bisogna dunque non credere in nulla (così vorrebbero i laicisti), per evitare i rischi d'intolleranza? Tutt'altro; né la condizione umana lo permetterebbe: persino l'agnostico ha una fede, infatti. Piuttosto s'impari ad accettare l'assoluta pretesa di verità insita in ogni credo senza considerarla un attentato alla propria, senza «scandalo» per le rispettive differenze.

  10. #40
    scemo del villaggio
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    Predefinito "Dal Vaticano II laici liberi e creativi"

    Da "Avvenire" del 21 febbraio 2003

    «Dal Vaticano II laici liberi e creativi»

    Il cardinale Tucci alla giornata conclusiva del convegno degli assistenti Ac: per attualizzare la lezione del Concilio puntare su formazione e fiducia

    Da Roma Mimmo Muolo



    «Per avere molto dai laici bisogna dare molto ai laici. In termini culturali e soprattutto spirituali». C'è un silenzio pressoché assoluto, nella grande aula congressi della Domus Pacis di Roma, quando il cardinale Roberto Tucci pronuncia quella che si può quasi considerare la sua regola aurea sul rapporto tra sacerdoti e laicato all'interno delle comunità ecclesiali. Così l'intervista pubblica che il direttore di Avvenire, Dino Boffo, gli sta facendo - e che di fatto suggella i lavori del convegno Fare nuova l'Azione Cattolica in parrocchia - tocca il tema di fondo. Cultura e spiritualità. È questa, infatti, la raccomandazione principale dell'82enne gesuita, porporato dal 2001, che per quasi vent'anni ha organizzato i grandi viaggi internazionali del Papa, che ha partecipato in veste di esperto al Concilio e che è stato direttore della Radio Vaticana (solo per citare alcuni dei principali incarichi di un ministero sacerdotale svolto sempre ad altissimi livelli) ai suoi confratelli ass istenti diocesani e parrocchiali della più antica aggregazione laicale italiana. «Il Papa - ricorda il cardinale Tucci - proprio ieri vi ha chiesto di formare "personalità cristiane forti e libere". Ma senza la formazione personale e spirituale di noi sacerdoti sarà difficile rispondere a questo invito. Di più: senza una formazione culturale seria e attenta, accompagnata da un costante approfondimento spirituale non potremo rispondere neanche alle attese degli uomini e delle donne di oggi».
    Lo spunto per parlare della grande stagione del Concilio Vaticano II e dei protagonisti di quella stagione, ecclesiastici e anche laici, è quasi spontaneo. E Boffo, infatti, non se lo lascia sfuggire. «Perché - chiede al porporato - si ha l'impressione che la mia generazione produca laicato in apparenza meno qualificato della generazione precedente alla quale lei appartiene?». La risposta del cardinale è articolata. Inevitabile il riferimento a personalità come Lazzati e Bachelet. Sottolineata p iù volte la necessità dello studio e della preghiera. Ma Tucci aggiunge: «Le grandi personalità, come i grandi eventi, non nascono mai da soli, ma sono di solito preparati da un clima generale di rinnovamento. Lo stesso Concilio è stato preceduto dal movimento liturgico, dal movimento biblico, dall'apostolato dei laici. E proprio lavorando ai grandi documenti del Concilio - sottolinea ancora il cardinale - ci siamo accorti di quanto fosse importante per la Chiesa la collaborazione tra il magistero e un laicato ben formato sul piano culturale e della fede».
    «E oggi - incalza il direttore di Avvenire - questa lezione viene ancora applicata nelle nostre diocesi? O non c'è forse il pericolo di un "clericalismo di ritorno"?». Il cardinale insiste ancora una volta sulla necessità della formazione. Sacerdoti ben formati, dice in sostanza, sapranno evitare questo rischio. «Formazione e fiducia nelle persone formate - spiega poi -. Dare molto, dare libertà, curare i giovani, affinché maturino come personalità cristianamente adulte, fare spazio alla creatività. E nel contempo chiedere molto ai laici. Come fa il Papa che ovunque incoraggia al massimo le potenzialità delle persone che incontra».
    E proprio sul Papa, visto da vicino in tanti momenti pubblici e privati, si concentrano le ultime due domande. Il Papa grande nell'ecumenismo, («accompagnandolo in visite difficili, come in Georgia e in Grecia, mi sono accorto di come molte ostilità si sono dissolte per il modo in cui egli si è presentato e ha trattato i capi delle Chiese sorelle»). Il Papa grande uomo di preghiera. Il cardinale Tucci racconta: «Tutte le mattine, durante i viaggi, pregava fino a pochi minuti prima di affrontare gli impegni della giornata. E quando abbiamo trascorso in viaggio l'anniversario della sua elezione, a sera, pur molto stanco, si ritirava nella cappella della nunziatura, per celebrare una lunga Messa da solo». Come dire, spiritualità e cultura. La regola aurea.

 

 
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