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Discussione: Semper infideles

  1. #41
    scemo del villaggio
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    Predefinito Il vangelo secondo Canterbury

    Da "Avvenire" del 27 febbraio 2003

    RELIGIONE E CULTURA
    il fatto.Oggi in Inghilterra Rowan Williams si insedia come primate della Chiesa anglicana. Nelle scorse settimane ha trascorso un periodo di ritiro spirituale nella comunità monastica di Bose. Il priore Enzo Bianchi racconta l’incontro

    Il Vangelo secondo Canterbury

    La missione del nuovo arcivescovo si situa in un momento critico per il dialogo ecumenico e per la situazione internazionale. Tra le sue doti di pastore spicca una capacità di ascolto radicata nello studio della Bibbia e dei Padri

    Da Canterbury Enzo Bianchi



    «Non abbiamo bisogno di qualche opinionista cristiano, ma di una comunità di credenti le cui vite appaiano credibili e attraenti: uomini e donne che mostrino di conoscere cosa significa essere umani oggi e come aprire la propria umanità a un Dio capace di rendere l'umanità quello che deve essere più in profondità; persone che sappiano almeno un po' come pregare, come rapportare le proprie vite alla vita di Gesù Cristo e come recare speranza nelle situazioni disperate. Ogni parola cristiana, da chiunque provenga, è finalizzata ad aiutare una comunità a sviluppare il discernimento e a imparare la sapienza per condividerla con gli altri esseri umani. È di questa realtà che voglio essere parte». Con queste parole Rowan Williams concludeva il suo messaggio pubblico in vista del proprio insediamento quale arcivescovo di Canterbury e primate della Comunione anglicana, insediamento che avviene oggi, al termine del lungo iter procedurale previsto dalla Chiesa d'Inghilterra: così siederà sulla c attedra che fu di Agostino - monaco inviato da papa Gregorio Magno per annunciare il Vangelo nelle Isole britanniche -, poi di Anselmo d'Aosta e di Thomas Becket, e in tempi più recenti, secoli dopo la tragica rottura avvenuta con Roma, dell'arcivescovo Michael Ramsey, accolto a braccia aperte da Papa Giovanni, e poi del suo predecessore immediato George Carey, che assieme a Giovanni Paolo II aprì la porta santa di San Paolo fuori le Mura in occasione del Giubileo.
    Una vita umana capace di aprirsi all'umanità come Dio l'ha pensata e amata, una vita cristiana «credibile e attraente», una sapienza secondo lo Spirito è proprio quella di cui dà testimonianza quest'uomo delle fonti cristiane. All'inizio dello scorso mese di gennaio, assieme alla mia Comunità, ho avuto la gioia di accogliere a Bose il nuovo primate anglicano, desideroso di trascorrere dieci giorni di ritiro e di preghiera in vista dell'evento ecclesiale che oggi si celebra a Canterbury: ho potuto così conoscere da vicino u n uomo di Dio di cui avevo letto profonde meditazioni spirituali, ho potuto cogliere qualcosa di quanto gli arde nel cuore, ho potuto rendere grazie a Dio per il dono che Rowan Williams rappresenta per la Chiesa tutta.
    L'inizio del suo ministero avviene in una stagione certo non facile per il dialogo ecumenico, né tanto meno per la testimonianza cristiana nella compagnia degli uomini: l'atmosfera di tensione e di diffidenza che regna tra cristiani d'Occidente e d'Oriente e, ancor più, il clima di guerra annunciata che incombe sull'umanità intera trovano in Rowan Williams un uomo di pace che non si rassegna di fronte alle difficoltà. Chiamato a presiedere nella carità alla Comunione anglicana che ha fedeli sparsi in tutto il mondo - dal Sudan al Sudafrica, dall'India agli Stati Uniti, dall'Australia al Pakistan e ai Caraibi - il nuovo primate ha imparato la difficile arte dell'ascolto dell'altro nel dialogo ecumenico con la Chiesa ortodossa e ha sempre cercato di ritrovare nelle com uni radici bibliche e patristiche la chiave non per un compromesso, ma per un'autentica conversione all'unico Signore dell'unica Chiesa.
    E proprio questo suo radicamento nel Vangelo ha fornito audacia e franchezza alle sue parole di fronte alla sempre più assillante minaccia di guerra. Non a caso, si è ritrovato a più riprese in profonda sintonia con gli appelli alla pace pronunciati da Giovanni Paolo II: già in occasione dello scorso Natale, aveva levato con audacia profetica la sua voce contro la guerra in Iraq, criticando la linea adottata dal primo ministro inglese; nei giorni scorsi ha firmato una dichiarazione comune con il cardinale cattolico di Londra, Cormac Murphy O'Connor, in cui si afferma che «persistono tuttora dubbi sulla legittimità morale e sulle imprevedibili conseguenze umanitarie di una guerra con l'Iraq»; ancora ieri, il Sinodo della Chiesa anglicana da lui presieduto ha aderito alla giornata di digiuno e di preghiera per la pace indetta dal Papa per il 5 marzo , mer coledì delle Ceneri.
    Sì, è un vescovo del Vangelo quello che oggi entra a Canterbury, un vescovo consapevole, come i padri della Chiesa da lui tanto amati, che l'annuncio cristiano non è un «supplemento di anima» fornito a una società smarrita, non riguarda primariamente l'ambito etico né la religione civile, ma la fede, l'adesione alla persona e alla volontà del Signore Gesù: predilezione per i poveri, sete di giustizia, annuncio del perdono, amore per la verità, ricerca della pace non sono opzioni per tacitare la coscienza degli uomini, ma lineamenti del volto misericordioso di Dio, quel volto che Gesù ci ha narrato con la sua vita donata per gli amici e offerta per i nemici, quel volto luminoso del Figlio di Dio che dona la pace perché è lui stesso la nostra pace.

  2. #42
    scemo del villaggio
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    Predefinito Da "Avvenire" del 27 febbraio 2003

    Romania: cattolici e ortodossi uniti contro il parco di Dracula

    I cattolici e gli ortodossi rumeni si stanno coalizzando contro Dracula. Anzi, contro «Dracula Park». I leader della Chiese rumene si sono infatti dichiarati contrari all'iniziativa di costruire un parco tematico intitolato al famoso vampiro a nord di Bucarest, sulle sponde di un lago nei pressi del villaggio di Vlad l'Impalatore, il principe tiranno della Valacchia che avrebbe ispirato il mito di Dracula. Contro il progetto da 32 milioni di dollari è ufficialmente sceso in campo l'arcivescovo di Bucarest, monsignor Ioan Robu, per il quale «se il governo ha intenzione di costruire un parco, dovrebbe riflettere molto attentamente sul tipo di immagine che intende dare del nostro Paese. Su questo argomento la Chiesa cattolica ed ortodossa - ha aggiunto l'arcivescovo nel corso di un'intervista - condividono la stessa opinione: un'iniziativa di questo genere non offre affatto un'immagine positiva della Romania».

  3. #43
    scemo del villaggio
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    Predefinito Il teologo del dialogo che ama Harry Potter

    Il teologo del dialogo che ama Harry Potter

    Nato nel 1950 a Swansea, in Galles, sposato e con due figli, il reverendo Rowan Williams (nella foto) ha compiuto gli studi biblici e patristici a Cambridge, dove si è laureato con una tesi sul concetto di «guerra giusta» nella storia della Chiesa, per poi diventare, a soli trentasei anni, il più giovane professore ordinario di teologia nella plurisecolare storia dell'Università di Oxford. Ordinato vescovo di Monmouth nel 1992 e poi arcivescovo di Cardiff e primate del Galles nel 2000, il nuovo primate anglicano è stato per anni membro della Commissione di dialogo ufficiale tra anglicani e ortodossi. All'odierna cerimonia del suo insediamento come primate della Chiesa anglicana nella cattedrale di Canterbury sarà presente anche l'arcivescovo cattolico di Westminster, il cardinale Cormac Murphy O'Connor. Durante il rito verrà anche eseguito un canto ispirato alla poesia dello stesso Williams, noto anche per la sua passione per le arti e la letteratura. Il nuovo primate anglicano è stato, tra l'altro, uno dei più convinti difensori della saga fantastica del «maghetto» Harry Potter.

  4. #44
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    Predefinito Lettera al direttore di "Avvenire"

    Caro direttore,

    Alberto Oliverio, nell'editoriale-cultura di domenica 23 su teorie e magie nella scienza, cita un "Vittorio Sermonti" che è manifestamente "Giuseppe Sermonti"; Franco Cardini giovedì 27, nel bel pezzo su chi ha paura dei miracoli, se la prende giustamente con chi considera una pazza Santa Gemma Galgani ma guardando vicino (un "Avvenire" di qualche settimana fa) avrebbe trovato un articolo in cui Vittorino Andreoli dice proprio quello. Infine e soprattutto m'indigna leggere che Rowan Williams sarebbe il legittimo successore di S. Agostino di Canterbury, dato che Leone XIII chiarì definitivamente che la "Chiesa" anglicana non gode della successione apostolica. Avete silenziosamente abrogato quel decreto o Enzo Bianchi gode di extraterritorialità giornalistica e dottrinale?

    Franco Damiani

    Venezia-Mestre, 28 febbraio 2003

  5. #45
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    Predefinito Lettera al direttore di "Avvenire"

    Caro direttore,

    Alberto Oliverio, nell'editoriale-cultura di domenica 23 su teorie e magie nella scienza, cita un "Vittorio Sermonti" che è manifestamente "Giuseppe Sermonti"; Franco Cardini giovedì 27, nel bel pezzo su chi ha paura dei miracoli, se la prende giustamente con chi considera una pazza Santa Gemma Galgani ma guardando vicino (un "Avvenire" di qualche settimana fa) avrebbe trovato un articolo in cui Vittorino Andreoli dice proprio quello. Infine e soprattutto m'indigna leggere che Rowan Williams sarebbe il legittimo successore di S. Agostino di Canterbury, dato che Leone XIII chiarì definitivamente che la "Chiesa" anglicana non gode della successione apostolica. Avete silenziosamente abrogato quel decreto o Enzo Bianchi gode di extraterritorialità giornalistica e dottrinale?

    Franco Damiani

    Venezia-Mestre, 28 febbraio 2003

  6. #46
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    Predefinito Giustificazione, la posta in gioco...secondo "Avvenire" (15-3-03)

    VI PREGO DI LEGGERE CON ATTENZIONE IL FINALE. L'ARTICOLO ERA STATO GIà DA ME POSTATO NELLA RASSEGNA STAMPA.

    Giustificazione, la posta in gioco da Lutero a oggi

    Di Maurizio Schoepflin

    In questi anni è stata divulgata con grave danno per molte anime e per l’unità della Chiesa una dottrina erronea sulla giustificazione»: si apre con queste parole il Decretum de iustificatione promulgato dal pontefice Paolo III il 13 gennaio 1547 durante la sesta sessione del Concilio di Trento. La discussione sulla giustificazione era iniziata il 22 giugno 1546 e uno schema di decreto era stato presentato a luglio, a settembre e a novembre, finché nel gennaio dell’anno seguente si era potuti giungere a un testo conclusivo, teso a chiarire definitivamente una questione molto seria e delicata, su cui Lutero si era pronunciato con particolare intensità diffondendo quella che i padri conciliari definivano appunto «una dottrina erronea». Nel Decreto, oltre a quelle di Lutero, venivano respinte anche alcune tesi di Calvino, ma non ci si dimenticava di condannare pure gli errori diametralmente opposti contenuti nelle dottrine di Pelagio e di Gioviniano: la posta in gioco era in effetti alta, e riguardava il significato da attribuire all’iniziativa divina e alla cooperazione dell’uomo in merito alla salvezza, nonché la corretta interpretazione dell’espressione «simul iustus et peccator» con la quale Lutero, sulla scia di alcuni passi biblici, aveva descritto la condizione del credente. Nel volume Il dialogo sulla giustificazione il francescano Giovanni Iammarrone, docente di Teologia dogmatica presso la Pontificia Facoltà San Bonaventura e la Pontificia Università Lateranense, ricostruisce i termini della questione e ne segue il lungo percorso storico che dai primi decenni del ’500 giunge sino alla fine del XX secolo, quando, esattamente tra il 1997 e il 1999, la Chiesa cattolica e la Federazione luterana mondiale diffondono e firmano una «Dichiarazione congiunta» su questo delicato argomento. Peraltro, a testimonianza della notevole complessità del problema, bisogna ricordare che la stessa «Dichiarazione congiunta» è stata preceduta, accompagnata e seguita da numerose discussioni e dispute, che non si sono ancora esaurite. Iammarrone, che non nasconde la finalità ecumenica del suo lavoro, invita «i teologi a ricercare e a indicare con maggiore cura e impegno, al di là delle differenze che pur si danno, le convergenze tra la dottrina del Riformatore e quella tridentina»: egli appare infatti convinto che «le dottrine di Lutero e Trento, pur se diverse nell’approccio e nel linguaggio, in realtà nella sostanza siano da considerare espressioni teologiche della medesima verità cristiana e conciliabili non solo sul piano esperienziale della fede, ma anche su quello della formulazione dottrinale».

    Giovanni Iammarrone
    Il dialogo sulla giustificazione

    Edizioni Messaggero Padova
    Pagine 176. Euro 14,00

  7. #47
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    Predefinito Mia risposta all'editoriale di "Gente veneta" (post seguente)

    Basta con il "popolo di Dio", che sarebbe il popolo ebraico, sorretto dall'"orgogliosa certezza" che lo portò a uccidere il Verbo Incarnato e che Dio ha maledetto, condannandolo all'esilio finché non si convertirà. Basta con le "tre grandi religioni monoteiste" (la religione è una sola, in seminario non l'ha studiato?), con l'"olocausto" (Pio XII non ci credeva, altrimenti sarebbe intervenuto) , che per un cristiano non può essere altro che il sacrificio volontario dell'Agnello mandato da Dio. E soprattutto: fino a quando potremo sopportare che un prete cattolico, su un giornale cattolico da lui diretto, scriva: "la città dove PER I CRISTIANI è morto il figlio (minuscolo, n.d.r.) di Dio"? Lei è cristiano o no? E allora eviti quella precisazione relativizzante, che è sbagliata in ogni caso perché al catechismo dovrebbero averle insegnato che Cristo è morto PER TUTTI.

  8. #48
    scemo del villaggio
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    Predefinito Gerusalemme: la pace è smarrita per sempre?

    Gerusalemme: la pace è smarrita per sempre?
    di Sandro Vigani

    Dicono che nella terra di Gesù ormai da tempo il ritmo dei mesi non è più scandito dal calendario, ma dagli attentati dei terroristi arabi e dalle repressioni dei soldati israeliani. Gerusalemme letteralmente vuol dire "città della pace". Ma Gerusalemme è là, senza pace. Lo è sempre stata, fin dalla terribile distruzione da parte dei romani nel 70 dopo Cristo. Lo è stata anche prima e dopo, perfino nel nome di Dio, ai tempi delle crociate. Lo è ora, bagnata dal sangue di due popoli che vivono uno accanto all'altro, anzi, uno dentro l'altro, senza trovare un linguaggio comune per una convivenza pacifica.

    Senza pace è stato il suo popolo, Israele, più volte disperso ai confini del mondo. Unico tra tutti i popoli ad essere sopravvissuto per secoli senza una terra dove piantare la propria tenda, sorretto soltanto dalla orgogliosa certezza di essere il popolo di Dio, che ne ha plasmato la forte identità nazionale. Sopravvissuto anche all'olocausto!

    In questi giorni sembra più che mai attuale il pianto di Gesù sulla città raccontato dal Vangelo: «Gerusalemme, Gerusalemme... Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali...!».

    Dove sta la verità? Ce lo domandiamo ogni volta, di fronte ad ogni strage causata dai kamikaze palestinesi e davanti ad ogni sanguinosa rappresaglia dell'esercito israeliano. In mezzo, due popoli che soffrono e muoiono. Gente innocente, che al mattino si alza per andare a lavorare, e alla sera giace sul letto di marmo di un obitorio.

    Ma Gerusalemme è anche la città che tocca per sempre il cuore di chi la incontra, al punto da lasciare una incancellabile nostalgia nei pellegrini che la visitano, e far innamorare di sé uomini come il cardinale Martini, che desidera compiere là il cammino della propria vita.

    Gerusalemme, città sacra, luogo che ha un significato unico per le tre grandi e religioni monoteiste del mondo, il cristianesimo, l'ebraismo, l'islamismo. Ma anche, terra dove la conflittualità si respira nell'aria, perfino nei gesti di culto che le diverse confessioni cristiane compiono con linguaggi differenti nei medesimi luoghi.

    Gerusalemme, che fin dal tempo degli antichi profeti uccide i suoi figli migliori, gli uomini di pace, come Rabin. Ma anche città che rinasce dalle proprie ceneri. Ogni volta che sembra vicina alla pace, accade qualcosa che la fa ripiombare nel buio della violenza, tanto che viene da chiedersi se potrà mai conoscere un po' di pace. E ogni volta che pare definitivamente perduta, uomini di buona volontà la fanno rialzare. Quasi che il muro del pianto, memoria dell'antico tempio e dell'antico splendore, fosse lì, a raccontare la disperazione di un popolo e assieme una speranza che non può morire.

    Anche Gerusalemme sembra essere lì, come il suo muro, immagine vivente dell'incapacità degli uomini di cercare e trovare le strade della pace, e della "impossibilità" di Dio di abbandonarli definitivamente a se stessi.

    C'è qualcosa di misterioso e simbolico in tutto questo, da qualunque parte lo si guardi, religiosa o laica che sia. E' come se la città dove per i cristiani è morto il figlio di Dio, rimanesse nel tempo il segno della provvisorietà degli uomini e delle lacerazioni della storia. E al tempo stesso, fosse il rimando continuo ad una pace desiderata fino alla follia, che pare non potersi mai realizzare, ma che gli uomini di buona volontà anticipano, passo dopo passo, pietra dopo pietra, pianto dopo pianto.

    E' la stessa pace che un uomo vissuto più di duemila anni fa, un profeta che ha tanto amato Gerusalemme, un giorno sognò e raccontò con parole meravigliose: «Il lupo pascolerà assieme all'agnello... Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte della guerra».

  9. #49
    scemo del villaggio
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    Predefinito Dailogo cristiano-ebraico

    Lo posto anche qui, è troppo bello...

    DIALOGO CRISTIANO-EBRAICO
    Il dualismo storico, il legame intrinseco, la permanenza di alleanza e missione


    Alleanza perenne
    e Chiesa della circoncisione


    La sfida di sintetizzare in una breve frase quale sia la tendenza principale in via di espansione all’interno del dialogo cristiano-ebraico non è difficile da vincere: essa sta nel rendersi conto sempre più che quest’ambito riguarda in modo diretto e specialissimo la natura stessa della Chiesa. Difficoltà e divisioni nascono quando si vuole stabilire la portata e lo spessore di questo nesso.



    L’alleanza non è revocata
    L’incontro con il popolo ebraico ha condotto negli ultimi decenni molte Chiese (ma non tutte) a rendersi sempre più conto delle grandi conseguenze teologiche, liturgiche e pastorali dell’affermazione presente nella lettera ai Romani secondo cui i doni e la chiamata di Dio rivolta a Israele sono senza pentimento (Rm 11,28-29). L’alleanza non è stata revocata. Per molte Chiese cristiane questa massima fa attualmente parte del loro credo e della loro intelligenza delle Scritture. Accettare questa dichiarazione impone alla coscienza cristiana alcune riflessioni di grande importanza.

    Cosa significa per le Chiese d’oggi aver rinunciato alla «teologia della sostituzione» – in base alla quale le comunità dei credenti in Gesù Cristo hanno preso il posto dell’antico Israele – riaffermando l’irrevocabilità dell’alleanza tra Dio e il popolo ebraico? Dall’affermare che l’alleanza non è revocata consegue che i figli d’Israele, in quanto popolo, sono chiamati a vivere la fedeltà a Dio lungo un cammino a essi peculiare. È questo il quadro interpretativo in cui va letta l’attuale formulazione della preghiera per gli ebrei contenuta nella liturgia cattolica del Venerdì santo: «Preghiamo per gli ebrei: il Signore Dio nostro, che li scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola, li aiuti a progredire sempre nell’amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza»?

    Da un esame della recente letteratura teologica, dei documenti delle singole Chiese e dal sensus fidei presenti nelle varie comunità non si è ancora in grado di individuare quali siano le più rilevanti conseguenze tratte dall’aver accolto la permanente elezione del popolo d’Israele come parte integrante della propria fede cristiana. Sembra che finora si siano prospettate soprattutto due linee principali, peraltro articolate al loro interno in molti orientamenti più specifici.

    In base alla prima visione, il popolo ebraico nella sua perdurante elezione costituisce una perenne radice della Chiesa. Il rapporto con Israele fa quindi parte integrante dell’autocoscienza ecclesiale. Come disse Giovanni Paolo II (riassumendo la dichiarazione conciliare Nostra aetate n. 4) nella sua storica visita alla sinagoga di Roma (1986): «La Chiesa di Cristo scopre il proprio “legame” con l’ebraismo “scrutando il proprio mistero”. La religione ebraica non è “estrinseca” ma, in un certo qual modo, “intrinseca” alla nostra religione. Siete i nostri fratelli prediletti e, si potrebbe dire, i nostri fratelli maggiori» (Regno-doc. 7,1986,279).

    Tuttavia insistendo molto sul polo dell’intrinsecità appare difficile trovare uno spazio adeguato per l’autonomia del popolo ebraico. Se i cristiani parlano degli ebrei solo come «nostra radice» o come «testimoni viventi della fede biblica» si corre il rischio di dar luogo a una variante «inclusiva» e «affermativa» dell’antica visione teologica del «popolo testimone», stando alla quale gli ebrei nella loro dispersione testimoniavano la giustizia di Dio e l’attendibilità delle Scritture. Sia pure da versanti diametralmente opposti, in entrambi i casi non si palesa una maniera strumentale di rapportarsi con il popolo ebraico? Anche così i cristiani non affermano forse che hanno bisogno degli ebrei solo per comprendere sé stessi?



    Riconoscere l’autocomprensione ebraica
    La seconda alternativa nell’ambito del dialogo cattolico-ebraico è spesso sorretta dal passo, tratto dal documento Orientamenti e suggerimenti per l’applicazione della dichiarazione conciliare «Nostra aetate, n. 4» (1974), che invita i cristiani a conoscere gli ebrei così come essi stessi si definiscono in base alla loro attuale esperienza religiosa.1 L’elezione ebraica andrebbe dunque intesa come manifestazione autonoma della perenne e singolare vocazione del popolo d’Israele. Bisogna riconoscere e amare il popolo ebraico per quello che è in se stesso, così come esso si coglie a partire dalla propria comprensione della berit (alleanza) e degli impegni da essa comportati. Questa constatazione è dotata di precisi riscontri teologici, riassunti, nell’opzione più radicale, nella formula che prospetta l’esistenza di «due vie di salvezza»: una valida per gli ebrei, l’altra per i «gentili». Gli ebrei fondano la loro salvezza sul patto avvenuto al Sinai, i cristiani su quello che ha avuto luogo sul Calvario.

    La comune affermazione dell’alleanza non revocata dà così luogo a visioni reciprocamente incompatibili. Entrambe le opzioni – quantomeno nella loro formulazione semplificata ed estremizzata esposta sopra – sono inadeguate. Esse indicano innanzitutto le difficoltà in cui ci s’imbatte nel percorrere una via posta fuori dal gran solco della teologia sostitutiva. In una conferenza tenuta nel corso del 2000, l’ex primate anglicano George Carey si è mostrato ben consapevole della portata davvero epocale di questo problema, tornato in primo piano dopo un oblio quasi bimillenario. Egli ha infatti affermato che è dal II secolo che non ci si chiedeva più come possano stare assieme la permanenza dell’elezione d’Israele e l’universalità dell’azione salvifica di Cristo (Regno-doc. 17,2001,581). L’enorme lasso temporale evocato giustifica ampiamente le incertezze che cospargono la via da poco intrapresa.

    La frase di Carey appare la più appropriata per inquadrare il dibattito che, tra repliche e controrepliche, ha visto protagonisti negli ultimi mesi il Comitato per gli affari ecumenici e interreligiosi dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, il card. Avery Dulles e un gruppo di teologici cattolici e riformati raccolti nel Christian Scholars Group on Christian-Jewish Relations.



    Alleanza e missione
    Il Comitato statunitense ha pubblicato nell’agosto 2002 un documento, Riflessioni su alleanza e missione (Regno-doc. 19,2002,636), il cui messaggio centrale può riassumersi dicendo che «un apprezzamento sempre più profondo da parte dei cattolici dell’alleanza eterna tra Dio e il popolo ebraico, insieme al riconoscimento di una missione che Dio ha affidato agli ebrei di rendere testimonianza dell’amor fedele di Dio, portano alla conclusione che le campagne volte a convertire gli ebrei al cristianesimo non sono più accettabili dal punto di vista teologico nella Chiesa cattolica». Il card Keleer, moderatore per i rapporti ebraico-cristiani, ha affermato che il documento non rappresenta una posizione formale assunta dalla Conferenza dei vescovi statunitensi: costituisce un invito a incoraggiare un serio approfondimento sulle relazioni reciproche da parte di ebrei e cattolici.

    Se il popolo ebraico e la Chiesa hanno entrambi dallo stesso Dio una missione nei confronti dell’umanità, quale conseguenze, si chiede il documento, occorre ricavare per l’annuncio cristiano della buona notizia di Gesù Cristo? I cristiani devono forse invitare gli ebrei a farsi battezzare? Fermo restando che su questo, come su altri terreni, il peso della storia è grandissimo (non si può certo trascurare il doloroso capitolo dei battesimi forzati), si può sostenere su basi teologiche che nella Chiesa «non dovrebbero esistere organizzazioni di alcun genere destinate alla conversione degli ebrei».

    Questa conclusione è suffragata appoggiandosi a un non recente, ma «ancora attualissimo» testo presentato da Tommaso Federici al VI incontro del Comitato internazionale di collegamento cattolico-ebraico in cui, dopo aver ripercorso il concetto biblico di missione, si prende di mira il «proselitismo indebito», che, sulla scorta dell’insegnamento conciliare, è giudicato una violazione del principio cardine della libertà di coscienza: «La “conversione”, intesa come passaggio da una fede o denominazione religiosa a un’altra, s’inquadra nello statuto inalienabile della libertà della coscienza religiosa, quale processo intangibile in cui interagiscono la grazia divina e la corrispondenza dell’uomo, (...) e nessuna “conversione” è mai autentica se non realizza un approfondimento spirituale nella coscienza religiosa di chi effettua, quasi sempre nella lacerazione, tale passo».2

    Il documento americano sostiene, secondo alcune parole del card. Kasper, che il senso proprio della missione consiste nella conversione da falsi dei e idoli al vero e unico Dio; in tal senso essa non può essere rivolta agli ebrei. Anzi, va piuttosto dato credito che è il popolo ebraico ad avere una missione nei confronti delle genti (goyim). Questa missione però è propria anche della Chiesa, che deve testimoniare al mondo la buona notizia di Gesù e così preparare l’avvento del regno di Dio. «Tuttavia, questa missione evangelizzatrice non include più il desiderio di assorbire la fede ebraica nel cristianesimo, mettendo in tal modo fine alla testimonianza di Dio peculiare degli ebrei nella storia umana. Pertanto, anche se la Chiesa cattolica considera l’atto salvifico di Cristo come centrale nel processo di salvezza di tutti gli uomini, riconosce che gli ebrei hanno già un rapporto di alleanza salvifica con Dio». La Chiesa deve testimoniare a tutti, ebrei e non ebrei, «la presenza del regno di Dio in Gesù Cristo». Perciò nel pieno rispetto della libertà di coscienza essa accoglierà con gioia sinceri convertiti da tutti i popoli, compreso quello ebraico, ma non deve impegnarsi in una missione evangelizzatrice nei confronti del popolo d’Israele.



    Insufficienza
    dell’antica economia
    Sul numero di ottobre 2002 della rivista America3 il card. gesuita Avery Dulles (cf. Regno-att. 2,2002,6) ha fornito una replica molto netta ad alcune affermazione contenute in Alleanza e missione. Dopo aver ribadito il carattere non ufficiale del documento, Dulles muove delle obiezioni al modo troppo vago con cui viene definito il termine missione inteso come semplice forma di cooperazione al servizio del regno di Dio. In realtà, in base a una serie di documenti ufficiali (l’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi di Paolo VI e l’enciclica Redemptoris missio di Giovanni Paolo II) si deve concludere che il nucleo vitale della «nuova evangelizzazione» comporta una chiara e aperta proclamazione della persona di Gesù Cristo. Di contro Alleanza e missione argomenta come se nei riguardi degli ebrei si potesse prescindere da questo punto centrale: «a differenza dei papi, sembra dire che i cristiani possono evangelizzare senza pronunciare il nome di Gesù». Inoltre è vero che la Chiesa non abbia alcuna missione da compiere nei confronti degli ebrei? «“Missione” e termini affini nell’uso proprio del Nuovo Testamento e della tradizione cattolica si estendono sia agli ebrei sia ai gentili e non già solo a questi ultimi, per quanto si riconoscano, ovviamente, delle differenze tra i due gruppi (At 3,26; Gal 2,8 e altrove). Persino se, con il card. Kasper, si limitasse la “missione” all’apostolato rivolto ai gentili, la Chiesa non sarebbe sciolta dalla responsabilità datale da Dio di proclamare Cristo a tutto il mondo. Pietro il giorno di Pentecoste dichiarò che tutta la casa d’Israele doveva riconoscere con certezza che Gesù è il Signore e il Messia e che ognuno dei suoi ascoltatori doveva essere battezzato nel nome di Gesù (At 2,38). Paolo dedicò molta parte del suo ministero a proclamare il Vangelo agli ebrei della diaspora. Angosciato dalla loro incredulità, egli si dichiarò disposto a essere maledetto per favorire la loro conversione (Rm 9,3). Pietro e Paolo e altri autori neotestamentari resterebbero stupefatti di trovare che l’attuale documento, dopo essersi chiesto se i cristiani devono invitare gli ebrei al battesimo lasci la questione aperta e priva di risposta».

    Non meno chiara è la critica mossa da Dulles alla presa di posizione secondo cui, in base all’insegnamento cattolico, sia la Chiesa sia gli ebrei si trovano in un patto salvifico con Dio. «Questa affermazione che sembra implicare che gli ebrei non sono obbligati a prendere conoscenza della nuova alleanza» va contro il Nuovo Testamento. La Lettera agli Ebrei attesta apertamente l’insufficienza dell’antica economia (cf. Eb 7,12; 8,13; 10,9) e la dichiarazione, contenuta nella Lettera ai Romani, sulla permanenza delle promesse di Dio non può essere intesa a prescindere da un riferimento a Cristo «Paolo infatti guarda in avanti al giorno in cui tutto Israele riconoscerà Cristo e sarà salvato (Rm 11,6). Egli non intende che Israele è già salvato attraverso la sua adesione all’alleanza del Sinai».


    Ripensare la fede cristiana
    in relazione all’ebraismo
    Sullo stesso numero della rivista compaiono alcune puntualizzazioni, di Mary C. Boys, Philp A. Cunnigham e John T. Pawlinkowki, tre teologi che fanno parte del Christian Scholars Group on Christian-Jewish Relations. Questo gruppo di studiosi cattolici e riformati ha pubblicato nel settembre 2002 il documento A Sacred Obligation. Rethinking Christian Faith in Relation to Judaism and Jewish People («Un obbligo sacro. Ripensare la fede cristiana in relazione all’ebraismo e al popolo ebraico»). Il testo, che si presenta come una risposta simpatitetica e riconoscente al documento elaborato da un gruppo di studiosi ebrei intitolato Dabru emet (cf. Regno-doc. 21,200,695; 17,2001,582), è costituito da dieci brevi punti così intitolati: 1. L’alleanza di Dio con il popolo ebraico dura per sempre; 2. Gesù di Nazaret visse e morì come un ebreo fedele; 3. Le antiche rivalità non devono definire le attuali relazioni cristiano-ebraiche; 4. L’ebraismo è una fede viva arricchita da uno sviluppo plurisecolare; 5. La Bibbia connette e separa ebrei e cristiani (a motivo della presenza degli stessi testi e di differenti interpretazioni dei medesimi); 6. L’affermazione della perdurante alleanza con il popolo ebraico ha delle conseguenze sulla comprensione cristiana della salvezza (i cristiani devono infatti riconoscere nella tradizione ebraica l’attiva presenza di un potere redentore di Dio); 7. I cristiani non devono rivolgersi agli ebrei al fine di convertirli; 8. Il culto cristiano che insegna il disprezzo per l’ebraismo disonora Dio; 9. Affermiamo l’importanza della terra d’Israele per la vita del popolo ebraico; 10. I cristiani devono operare assieme agli ebrei per il risanamento del mondo.

    La replica al card. Dulles dei tre esponenti del gruppo avanza alcune precisazioni, ribadisce l’importanza di prestare attenzione al modo in cui gli ebrei si autodefiniscono, compie alcuni rilievi sulla maniera di intendere la Lettera agli Ebrei, ma, nella sostanza, resta guidata dalla visione di fondo indicata nei dieci punti appena elencati.



    Storicità della dualità
    ebrei-cristiani
    Quanto colpisce in queste serie di argomentazioni, da qualunque parte vengano e su qualunque fronte si collochino, è la scelta di parlare, anche quando ci si riferisce agli inizi della Chiesa, in termini di ebrei e cristiani. Si ragiona cioè come se fin dall’epoca neotestamentaria fosse presente questa dualità. Se così si potesse dire, moltissimi amano affermare che Gesù è ebreo, ma per la maggior parte di loro Pietro e Paolo restano cristiani. Secondo il ragionamento proposto dal card. Dulles (ma, a parti rovesciate, ciò vale anche per l’altro fronte) il giorno di pentecoste il «cristiano» Pietro annuncia il Vangelo agli ebrei, mentre il «cristiano» Paolo predica la buona notizia nelle sinagoghe della diaspora.4 Per essere fedeli allo spirito neotestamentario bisognerebbe invece esprimersi in questi termini: l’ebreo credente in Gesù Cristo Pietro predicò ai suoi confratelli e l’ebreo credente in Gesù Cristo Paolo annunciò la buona novella a ebrei e gentili. Sostenere che il Nuovo Testamento conosce l’esistenza di ebrei che predicano il Vangelo a ebrei e gentili, ma non quella di un gentile che predica la buona notizia agli ebrei, è un modo tutt’altro che banale per dichiarare che annuncio del Vangelo e perennità dell’alleanza tra Dio e Israele appartengono a uno stesso ambito (anche se ciò non evita la presenza di tensioni e fratture). Per il Nuovo Testamento la comunità dei credenti in Cristo è costituita dai «chiamati» provenienti da Israele e dalle genti. All’inizio essa non crea alcuna contrapposizione cristiani-pagani e tanto meno cristiani-ebrei.

    L’oblio o almeno il disagio con cui nel dialogo cristiano-ebraico è tenuta la componente giudeocristiana (termine tardo e inadeguato per esprimere quanto è assolutamente originario) esprime l’incompletezza del cammino finora percorso. La parola composta è fuorviante perché tende a far pensare a una posizione intermedia tra due estremi i quali, al contrario, iniziarono a essere tali solo quando in seno alla Chiesa venne meno il significato fondamentale della presenza di credenti provenienti ex circumcisione ed ex gentibus. In senso originario il giudeo-cristiano non è chi è nel contempo tanto ebreo quanto cristiano: è semplicemente l’ebreo che crede in Cristo sia nella sua qualità di ebreo sia in quello di chiamato (specularmente la stessa cosa vale per il gentile credente). Il problema di chi può essere testimone del Vangelo di fronte al popolo Israele diviene insolubile o spurio se si nega l’esistenza dell’unico soggetto che può legittimamente farlo in modo diretto: l’ebreo credente in Gesù Cristo. Testimoniare non equivale a convertire «il popolo ebraico»: significa indicare la possibilità di una chiamata e la realtà di un incontro (termini che costituiscono lontani presupposti dell’idea moderna di libertà di coscienza).

    Anche nel lunghissimo periodo in cui i «sistemi religiosi» giudaico e cristiano hanno, da parti opposte, negato alla radice questa possibilità (il rituale romano imponeva all’ebreo che si convertiva di abiurare alla perfidia e alle superstizioni giudaiche),5 vi sono stati più esempi di quanto non si creda di persone o gruppi che hanno cercato, in situazioni storicamente pressoché impossibili, di coniugare, in modo per forza assai precario, la propria appartenenza ebraica e la fede in Gesù Cristo.6 Un fenomeno che, lungi dall’estinguersi, in questi ultimi decenni è riaffiorato in modo crescente, vario e via via più consapevole della propria rilevanza.7



    Auschwitz e il mistero
    della croce
    In quest’ambito si dà un ampio ventaglio di posizioni movimenti, gruppi o singole figure. Tra queste ultime un posto di rilievo spetta al card. Lustiger. In un suo recente libro, costituito per la massima parte da una serie di conversazioni tenute nel 1979 ma pubblicate solo ora,8 l'arcivescovo di Parigi pone il mistero d’Israele al cuore della realtà cristiana. Nel corso dei secoli gli ebrei hanno taciuto sul cristianesimo e i cristiani hanno voltato le spalle alle loro origini ebraiche. Con questa scissione è stata negata la continuità tra i due Testamenti.

    Per il card. Lustiger tutta la futura storia di questa tragica incomprensione è contenuta nella scomparsa della Chiesa giudeocristiana di Gerusalemme, avvenuta nel VI sec. sotto pressione bizantina. La Chiesa della circoncisione era simbolo della permanenza delle promesse fatte a Israele e attestava la grazia giunta ai gentili proprio attraverso la sua mediazione (cf. Rm 15,26-27). Dopo la sua scomparsa a tutta la cristianità è mancato qualcosa di essenziale nella comprensione del mistero d’Israele. Ciò ha avuto conseguenze fatali nella moderna deriva secolarizzata culminata nel dilagare dell’antisemitismo. Israele è e resta il popolo di Dio, perseguitarlo significa compiere un vero e proprio deicidio.

    L’inscindibile legame tra elezione d’Israele e Gesù Cristo si estende per tutta la storia ebraica, fino ad Auschwitz, evento che va teologicamente letto come copartecipazione ebraica al mistero della croce. Su questo punto la critica mossa da alcuni ebrei è stata particolarmente vivace e altrettanto può dirsi per l’implicita affermazione che il «vero israelita » è innanzitutto l’ebreo che crede in Gesù Cristo.9 Il modo piuttosto sommario con cui Lustiger propone di legare tra loro «cristianesimo gentilico» e degenerazioni moderne consente, paradossalmente, all’arcivescovo di Parigi di applicare categorie teologiche forti alla lettura di Auschwitz. Passaggio indubbiamente problematico, in cui si sconta la diffusa incapacità cattolica di fare davvero i conti con la grande categoria storica della secolarizzazione. Con tutto ciò la denuncia dell’inevitabile stravolgimento a cui vanno incontro le Chiese cristiane quando si pensano di fatto e di diritto solo «gentiliche» si prospetta un argomento dotato di grande rilevanza teologica, liturgica e pastorale.



    Piero Stefani



    1 Segratariato per l’unione dei cristiani (Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo), Orientamenti e suggerimenti per l’applicazione della dichiarazione «Nostra Aetate n. 4»; EV 5/774.

    2 T. Federici al Comitato di collegamento Chiesa cattolica-ebraismo, «La missione e la testimonianza della Chiesa» (Venezia, marzo 1977), in L. Sestieri, G. Cereti, Le Chiese cristiane e l’ebraismo (1947-1982), Marietti, Casale Monferrato (AL) 1983, 265.

    3 America, October 21, 187(2001)12, 8-11.

    4 L’affermazione del card. Dulles si basa sugli Atti degli apostoli; più complesso il problema se ci si riferisce alla Lettera ai Galati, in cui si descrive la presenza di patto in base al quale Pietro annuncia il Vangelo ai circoncisi e Paolo agli incirconcisi (cf. Gal 2,6-10).

    5 Cf. F. Rossi De Gasperis, «”Ma Cristo non ha cancellato Israele”. Le Chiese di Palestina e l’ebraismo», in Mondo e missione, febbraio 2002, 11.

    6 Una recente pubblicazione ha fatto, ad esempio, conoscere ai lettori italiani il caso di Iosif Davidovič Rabinovič, che a fine Ottocento fondò nella Russia meridionale una Chiesa giudeocristiana chiamata «Israele della nuova alleanza»; cf. V. Solov’ëv, Islam ed ebraismo, La Casa di Matriona, Seriate 2002, 121-134; 215-218.

    7 La più ampia riflessione sul tema è costituita da F. Rossi De Gasperis, Cominciando da Geusalemme. La sorgente della fede e dell’esistenza cristiana, prefazione di C.M. Martini, Piemme, Casale Monferrato (AL) 1997.

    8 J.M. Lustiger, La Promesse. «Mes yeux devant le fin de le nuit pour méditer sur ta promesse» (Sal 119,148), Parole et silence, Paris 2002.

    9 Cf. J. Eisenberg, Le Parisien, 22.12.2002, 10.



    Il dialogo ebraico-cristiano riguarda
    la natura stessa della Chiesa.
    La rinuncia alla teologia della sostituzione e il mandato
    della missione. La portata del nesso Chiesa-Israele.
    Le prove della storia e il mistero della croce apparso
    ad Auschwitz. Una riflessione sulla discussione attuale.

  10. #50
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    Predefinito Lettera a "sì sì no no"

    Ho scritto questa lettera a "sì sì no no", titolare della rubrica che da' nome al thread:

    Caro direttore,

    questa mattina presto, facendo zapping tra i canali TV in cerca di notizie sulla guerra in Iraq, mi sono imbattuto nella “lezione” di un tal padre Alberto Maggi, che, ovviamente in giacca e maglioncino, teneva sulla rete laziale LA8 un sermone della serie “Il Vangelo dall’a alla zeta”.
    Il succo del discorso era il seguente: i peggiori incontri che può fare chi è afflitto da qualche disgrazia sono quelli con le “persone pie”. Queste infatti non sanno dire altrio che “sia fatta la volontà del Signore” e “ognuno deve portare la sua croce”. Nulla di più lontano dallo spirito evangelico, in quanto a un’attenta analisi del testo si scopre che “prendere la propria croce” significa solo “perdere la reputazione”, il che darebbe una grande libertà, consentendoci di dire quello che realmente pensiamo e non quello che dicono gli altri.
    Sono rimasto esterrefatto, perché non credevo che ci si potesse spingere tanto in là nel tradimento del messaggio cristiano. Che cos’è, un invito alla ribellione e alla bestemmia? Ho cercato notizie di questo padre Maggi e ho scoperto che è animatore di un Centro “Giovanni Vannucci” (dal nome di un servita amico di Balducci e Turoldo, gran fautore del dialogo interreligioso) che si trova a Montefano, in provincia di Macerata e organizza corsi di lettura biblica di carattere divulgativo cui partecipano persone di ogni età e di ogni estrazione sociale. Il padre è anche richiesto conferenziere sempre su temi biblici. Ho anche scritto un messaggio elettronico alla redazione dell’emittente, chiedendo di essere ospitato in trasmissione per controbattere almeno le più patenti eresie, ma so già che questa richiesta resterà lettera morta: non c’è nessuno così intollerante come i vaticanosecondisti, per i quali il proprio verbo è legge e nessun contraddittorio è possibile.


    Volevo anche sottoporLe il programma di un incontro che si è tenuto a Roma il 21 marzo nella sede della Provincia a conclusione delle conferenze tenute singolarmente all’Università del Duemila – Associazione Cultura e Società, sulle religioni più significative (il neretto è mio) del nostro tempo. Hanno parlato i seguenti relatori: Shintoismo- prof. Valdo Ferretti, ricercatore universitario, docente di religione orientale all’Isiao; Induismo – prof.ssa Pia Tomasella; Buddismo – dott.ssa Mariangela Falà, presidente Unione Buddhista Italiana; Islam – Sceicco Al Whalid Pallavicini, presidente del Coreis, Comunità religiosa islamica italiana; Protestantesimo – pastore valdese Thomas Noffke, titolare della Chiesa valdese a Roma; Ebraismo – dott. Ssa Lina Calmieri Billig, World Conference Religion for Peace, vicesegretario europeo, rappresentante per l’Italia dell’Anti Defamation League; Ortodossi – Padre Constantin Balauca. CATTOLICESIMO (buon ultimo, n.d.r.) – Padre Luigi Gambero, docente di patristica e Storia della Mariologia alla Pontificia Università Marianum e all’Università di Daytona (Stati Uniti). Ha introdotto il prof. Sabino Acquaviva, docente di sociologia all’Università di Padova, e ha moderato il prof. Antonio Saccà, presidente dell’Università del Duemila, organizzatore degli incontri. E’ intervenuto il presidente della Provincia di Roma, on. Silvano Moffa.
    Certo, non è il primo e non sarà l’ultimo convegno di questo tipo, ma fa un po’ specie vederlo reclamizzato sul “Secolo d’Italia”, organo di Alleanza Nazionale, che qualche anticorpo, nei confronti del vaticanosecondismo e del sincretismo, una volta doveva averlo. Naturalmente il Vaticano approva.


    Franco Damiani


    Venezia-Mestre, 20 marzo 2003

 

 
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