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Discussione: Semper infideles

  1. #211
    scemo del villaggio
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    Predefinito

    Ancora da "Sovvertire":


    TORNARE ALL'INIZIO

    IL CORAGGIO DI RIABBOTTONARE I PROBLEMI

    Giorgio Bernardelli

    L'eloquenza di un gesto. Più forte dei distinguo che ancora pesano sulle parole. Più caldo delle mille prudenze che anche la «diplomazia ecumenica» ben conosce. Nell'abbraccio di ieri sera tra Giovanni Paolo II e il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I c'è forse l'immagine più efficace dell'attuale fase del cammino verso l'unità dei cristiani. La strada in quest'ultimo scorcio ha conosciuto passaggi difficili: il nuovo incontro tra Oriente e Occidente nato dalla caduta del Muro di Berlino non è stato immune da frizioni. Nel vocabolario dei rapporti tra le Chiese è addirittura ricomparsa una parola come proselitismo. Ma - come Giovanni Paolo II non si stanca di ripetere - la meta dell'unità tra i cristiani resta irrinunciabile. E allora, forse, per non rimanere fermi bisogna essere capaci di tornare all'inizio. A quel primo abbraccio, appunto, che vide protagonisti a Gerusalemme nel 1964 Paolo VI e Atenagora. Averlo ripetuto ieri è stato qualcosa di più di un semplice rito. Il ricordo di questo gesto - ha detto ieri il Papa - deve aiutarci a «trovare la forza di superare ogni malinteso e difficoltà, per consacrarci senza sosta a questo impegno di unità». Il dialogo tra noi - ha aggiunto Bartolomeo I - «deve essere quello della vita». Non significa mettere in secondo piano le questioni teologiche: proprio ieri, nell'incontro avuto in mattinata col patriarca, il Papa ha espresso l'auspicio che riprenda al più presto i suoi lavori la Commissione mista per il dialogo sulle questioni dottrinali, arenatasi nel 2000. Ma questo sarà possibile solo se insieme si tornerà a guardare lontano. Come ebbero il coraggio di fare Paolo VI e Atenagora, quarant'anni fa.

    Che sciocchi, era tutta una questione di bottoni...

  2. #212
    scemo del villaggio
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    Predefinito Articolo di fondo di "Gente Veneta2, di "don" Sandro Vigani

    NEL DIALOGO INTERRELIGIOSO IL BUONISMO NON SERVE

    La notizia è di qualche giorno fa: alcune persone hanno compiuto atti vandalici in una chiesa del mestrino. Pare si tratti di giovani di religione islamica, che si sono resi protagonisti del gesto per dispregio verso la religione cattolica. Se è vero, l’accaduto non va enfatizzato, per non alimentare inutili sentimenti di xenofobia: l’intolleranza di pochi non deve mai pesare sui molti islamici presenti nel nostro Paese, il cui atteggiamento nei confronti dei cattolici è di rispetto e di dialogo. Non si tratta tuttavia di una ragazzata. Entrare nel luogo dove la comunità cristiana si raduna a celebrare l’eucaristia per profanare un altare e rovinare un’immagine religiosa oggetto di pietà popolare, è una atto sacrilego che va condannato dall’opinione pubblica e perseguito dalla forze dell’ordine.

    Prendo spunto da questo fatto per alcune riflessioni sul rapporto dei cattolici col mondo islamico. Con quali criteri nei prossimi anni potrà svilupparsi il dialogo interreligioso?

    Mi pare però che abbia spazio nel mondo cattolico italiano la tendenza a favorire un certo dialogo interreligioso molto buonista ma poco realista, che porta ad appiattire le differenze religiose. Mi riferisco a quel tentativo di integrazione religiosa all’insegna del “vogliamoci bene, perché tanto abbiamo lo stesso Dio”. Se è vero che Dio è uno solo, è anche vero che le strade per raggiungerlo sono molte e molto diverse tra loro; differenti sono l'etica che si fonda sui credo religiosi, l’atteggiamento di fonte alla vita, il concetto dei diritti ed dei doveri della persona…. Un dialogo che tende ad annullare le differenze, finisce per fare soltanto male all’integrazione. Il vero incontro può scaturire solo tra identità religiose solide con radici profonde. In altre parole: non è nascondendo, bensì affermando quello che si è, che si impara ad accogliere l’altro. Fatti come quello accaduto alle porte di Mestre, a mio parere devono spingere i cristiani ad imparare a dar ragione in modo più incisivo della propria speranza.

    Si può presumere che nel dibattito con quanti provengono dal mondo islamico nei prossimi anni avrà largo spazio il concetto stesso di società. L’idea di una società islamica, simile per molti aspetti a quella che un tempo era l'idea della società cristiana, che esclude il pluralismo culturale, politico e religioso, è viva nell’islamismo. Oggi l'Islam, nella maggioranza dei casi, fa discendere in maniera diretta dalla religione l’indirizzo della vita politica e sociale e perfino la legislazione penale. E’ una differenza sostanziale, perché il pluralismo culturale che l’Occidente possiede è una dato troppo prezioso per essere messo a rischio. Di questa differenza non si può non tenere conto di fronte, ad esempio, alla richiesta di utilizzare luoghi di culto cristiani per il culto islamico. La chiesa è qualcosa di completamente diverso dalla moschea. Per la nostra cultura ciascun uomo ha il diritto di professare la propria religione e in questo non può essere ostacolato da leggi dello Stato oppure da gruppi, associazioni, movimenti o singole persone. Al diritto corrispondono alcuni doveri: primo tra tutti il rispetto degli usi e dei costumi religiosi del paese del quale si è ospiti. Vale insomma il principio della reciprocità.

    Su queste differenze nasceranno - e già nascono - i grossi contrasti con i musulmani che vivono in mezzo a noi. Ma le problematiche che la ricerca di un dialogo religioso aprirà negli anni a venire non vanno intese soltanto come un limite: possono aiutare il cristiano a conoscere di più la propria fede e maturare un'identità religiosa più forte e significativa. Dall’altra parte dovranno aiutare colui che viene dal mondo islamico ad accettare un modello di società dove convivono differenti appartenenze religiose, politiche e culturali

  3. #213
    scemo del villaggio
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    Predefinito caro "don",

    Due affermazioni false sono contenute nell'articolo:

    1) che "Dio è uno solo ma differenti sono le strade per giungere sino a Lui", quasi che l'Islam fosse una di tali strade. secondo la dottrina cattolica, l'Islam è un'idolatria organizzata, cioè un vizio contro la virtù di religione, virtù la quale esige che il culto sia prestato solo al vero Dio e nel modo che Egli ha prescritto.

    2) che "per la nostra cultura ciascun uomo ha il diritto di professare la propria religione e in questo non pu essere ostacolato da leggi dello stato oppure da gruppi, associazioni, movimenti o singole persone".
    Consiglio all'autore, che si dichiara prete cattolico, un sano ripasso del catechismo, a partire dal Primo Comandamento ("Non avrai altro Dio fuori che Me") e della dottrina sui rapporti tra Stato e Chiesa (per esempio potrebbe rileggersi l'enciclica di Pio XI "Quas primas" sulla Regalità Sociale di N.S. Gesù Cristo). Per la "nostra cultura", o meglio per la nostra religione, gli uomini hanno il dovere di credere nell'unico vero Dio e gli Stati, soprattutto quelli abitati in maggioranza da cattolici come il nostro, se non hanno l diritto di costringere gli acattolici ad accettare a fede rivelata da Dio, hanno però (bisognerebbe purtroppo scrivere oggi "avrebbero") il grave dovere di incoraggiare la pratica della vera religione e di scoraggiare i culti idolatrici ("il potere civile con la sua autorità può regolare e moderare le manifestazioni pubbliche degli altri culti e difendere i propri cittadini dalla diffusione di false dottrine, le quali, a giudizio della chiesa, mettono in pericolo la loro salvezza eterna"). Quella esposta dall'autore, infatti, non è la dottrina cattolica, ma quella liberale sempre condannata dalla Chiesa (cfr. in particolare l'enciclica "Mirari Vos" di Gregorio XVI , la "Quanta Cura" di Pio IX e la "Libertas Praestantissimum" di Leone XIII).
    Quindi l'articolo, che vorrebbe colpire il "buonismo" ecumenico, è in realtà ottima espressione di questo stesso nefasto buonismo, semplicemente in versione un po' edulcorata.
    E se i musulmani arrivano a profanare le nostre chiese è proprio perché disprezzano una "Chiesa" che ha rinnegato la sua stessa dottrina, o meglio la dottrina del Suo fondatore.

    Franco Damiani
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  4. #214
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    Predefinito

    Caro Professore,

    il "semper infideles" deve essere stato rinominato: lo cercherò e glielo ritroverò. Comunque non è andato perduto.

    un carissimo saluto e complimenti

    Guelfo nero

  5. #215
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    Predefinito Padre Pio, gli ostaggi e uno sponsor

    Grazie, Guelfo.


    Padre Pio, gli ostaggi e uno sponsor



    --------------------------------------------------------------------------------


    Miguel Martínez
    2 luglio 2004


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    La vicenda dei bodyguard o mercenari italiani, Stefio, Agliana e Cupertino, presi prigionieri dai partigiani iracheni, ha già portato a una manifestazione assolutamente improbabile, come ho raccontato altrove su questo sito, quando le bandiere irachene garrivano al vento davanti alla cupola di San Pietro.
    E non poteva che concludersi con un miracolo. In effetti, qualunque cosa sia successo è avvolto nel più fitto mistero, per cui sono ugualmente plausibili le due tesi più diffuse: che sia stato il pagamento di un riscatto da 9 milioni di Euro, oppure un intervento diretto da parte di San Padre Pio, diventato patrono delle operazioni militari di un esercito americano di fondamentalisti protestanti.







    Mi ritengo laico, ma non sono lontanamente "laicista": trovo affascinanti i mille volti della religiosità e passo volentieri ore ad ascoltare messe di rito bizantino o tridentino, o i canti sciiti in onore di Ali e Fatima. Allo stesso modo, trovo estremamente interessante il racconto fondante della Chiesa - caduta, redenzione nel sangue e nell'acqua e transustanziazione del pane e del vino.

    Ma è inutile, e anche pericoloso, nascondersi il fatto che il bisogno reale di sacro viene vissuto in un contesto, che è quello della società turbocapitalista e spettacolare. E viene spesso vissuto, e manipolato, da uomini che si fanno gli interessi propri.

    Evaporate nelle vaghezze del Concilio Vaticano II le certezze del cattolicesimo tradizionale, il Vaticano si trasforma sempre di più nella macchina di legittimazione spettacolare del potere.

    Che si tratti delle stole ai funerali dei soldati italiani morti a Nassiriya o dell'accoglienza imperiale riservata a George W. Bush in Vaticano.

    Si tratta in fondo, come sogna Comunione e Liberazione, di poter incoronare il nuovo Re del Mondo, così come millesettecento anni fa, la Chiesa potè incoronare Costantino.

    Nel 1948, durante le elezioni che videro contrapposti comunisti e democristiani, fu tutto un piangere di Madonne. Un coriaceo contadino toscano disse allora al suo nipotino, "beato te, che quando sarai grande non vedrai più queste cose". Oggi il ragazzo ha sessant'anni, e assicura che non farà lo stesso errore con il suo nipotino appena nato.

    Un po' perché la natura umana non è affatto quella che i laici di allora pensavano. E un po' perché il miracolo si associa perfettamente ai tempi dei media. È fulminante, spettacolare, senza causa, senza riflessione... In fondo, non si sa se siano più miracolistici i comunicati contraddittori e confusi con cui le autorità hanno spiegato la liberazione degli ostaggi, oppure l'idea tutto sommato coerente, secondo cui il rabbioso frate meridionale li avrebbe portati via nel suo saio.

    Cosa curiosa: il più trasgressivo di tutti gli eventi (infinitamente di più degli spettacoli di Helena Velena) è il miracolo. Viola le leggi della fisica e quella ben più terribili dell'ingiustizia, della malattia e del dolore.

    Ma sembra che i miracoli di Padre Pio, almeno quelli politici, servano piuttosto a rafforzare la normalità, la banalità del dominio: insomma, favoriscano carabinieri con i pennacchi e anche le associazioni degli industriali.

    Infatti, la notizia è che l'Unione Industriale Pratese ringrazia Padre Pio per aver liberato un loro concittadino, il bodyguard/mercenario Maurizio Agliana.

    Anzi, in qualche modo se ne assume il merito. Padre Pio, lasciano intuire, avrebbe voluto ripagare la cittadina toscana del fatto che è stato il comprensorio industriale di Prato a preparare i paramenti - in seta e in lurex - per i "10 cardinali, 120 vescovi e 500 sacerdoti che il 1° luglio, a S. Giovanni Rotondo, parteciperanno alla cerimonia di dedicazione a San Padre Pio della nuova, grande chiesa progettata dall’architetto Renzo Piano". Anzi, gli industriali si vantano di aver regalato "a Padre Pio" [sic] un costosissimo indumento, il polistavrion, il cui tessuto, "in due versioni, è un jacquard cosiddetto 'doppio alternato a due effetti'"





    Campione di "Ecclesia Lurex"

    Ma la fusione inscindibile tra miracoli avvenuti a Babilonia o a Falluja, tessuti fruscianti per cardinali e spettacolo globale la spiegano le ultime righe della notizia-comunicato che pubblico più sotto:

    Legare il nome di Prato a grandi eventi mediatici come il Giubileo e, più recentemente, il matrimonio di Felipe di Spagna, contribuisce a dare visibilità internazione al settore tessile e ad aumentarne fama e credibilità.




    Logo del Museo del Tessuto di Prato

    Seguendo la diretta dell'inaugurazione della nuova chiesa, ho visto i curiosi cappellini gialli in stile sportivo con cui i 700 preti si sono protetti dal sole estivo. Ma le telecamere non ci hanno detto nulla dell'interazione tra il lurex e il gran numero di cavallette che - secondo un comunicato ANSA uscito un'ora e mezza prima dell'inizio della cerimonia (01 luglio 2004, ore 128) - avevano deciso di partecipare anche loro alla cerimonia:

    ''Una signora che era davanti a me - racconta una ragazza - ne aveva tre sulla schiena e improvvisamente me ne e' piombata una sui capelli''. Chi era ieri alla veglia racconta di averne viste volare a nuvole, ma anche stamattina se ne vedono moltissime raggruppate sotto gli archi esterni della chiesa e la loro presenza viene segnalata a piu' riprese dalle grida di ragazze, per lo piu' volontarie che si preparano alla cerimonia di oggi pomeriggio, che se le vedono piombare addosso. (ANSA).



    --------------------------------------------------------------------------------






    Ostaggi italiani In Iraq: riscatto pagato, o miracolo di Padre Pio?
    Articolo non firmato, tratto dal sito web http://www.nove.firenze.it/

    Prato – «Pagato il riscatto per gli ostaggi italiani» rivela il Sunday Times, che ieri ha pubblicato un'intervista ad un miliziano iracheno e aggiunge che oltre al pagamento per la salvezza dei tre ostaggi sarebbero stati consegnati anche duecentomila dollari per avere indietro la salma del quarto italiano rapito in Iraq, Fabrizio Quattrocchi.

    Il ministro Antonio Martino e Palazzo Chigi smentiscono il pagamento di un qualunque riscatto per la liberazione. Ma la reporter Hala Jaber aggiunge dettagli di autenticità, una pista siriana nella vicenda: «Il traditore pagato è scappato in Siria».

    A Prato la sorella dell'ostaggio le definisce informazioni false. Dunque la liberazione si deve all'intercessione di Padre Pio, come da pellegrinaggio di grazia mostrato dalle TV italiane nei giorni scorsi?

    Sta si fatto che proprio a Prato sono stati realizzati i paramenti per i 10 cardinali, 120 vescovi e 500 sacerdoti che il 1° luglio, a S. Giovanni Rotondo, parteciperanno alla cerimonia di dedicazione a San Padre Pio da Pietrelcina della nuova, grande chiesa progettata dall’architetto Renzo Piano. Dopo la Basilica di S. Pietro sarà la più grande della cristianità, privilegio finora della cattedrale di St. Paul a Londra.

    Era Papa Paolo Giovanni II che in origine doveva celebrare la cerimonia, anche se ha poi incaricato di sostituirlo l’arcivescovo di Manfredonia, Domenico Umberto d’Ambrosio, delegato della Santa Sede per le Opere e il Santuario pugliese. D’Ambrosio sarà assistito da 7 diaconi e da circa 700 concelebranti. Si prevede comunque una presenza complessiva di almeno 2000 prelati. I fedeli saranno invece centinaia di migliaia.





    Insediamento dell'arcivescovo D'Ambrosio di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo tra sindaci, tricolori e altro

    Vastissima la copertura dei mezzi d’informazione. Rai 1 offrirà in esclusiva una diretta della cerimonia per due ore, dalle 16,30 alle 18,30, immagini acquistate dalle televisioni di decine di Paesi. Già accreditati oltre 300 giornalisti da tutto il mondo.

    Carlo Longo, presidente degli industriali pratesi, commenta così l’evento: “Si tratta di un’occasione straordinaria per rendere omaggio a una grande personalità religiosa e per mostrare all’Italia e al mondo le eccezionali capacità di Prato nel settore tessile e nella moda. Queste tipologie di tessuti, così elaborate e particolari, costituiscono dal punto di vista della tecnica tessile una sfida che ci fa piacere raccogliere. Mi pare che i risultati ci diano ragione”.

    Sono esattamente 1076 i metri di speciale tessuto occorsi alla sartoria liturgica X Regio di Treviso per confezionare le 200 casule e 500 stole dei prelati concelebranti, oltre alle grandi dalmatiche dei 7 diaconi. Si tratta di una tela di pura lana a quattro capi ritorti, tramata in lurex argento, realizzata con una tecnica particolarissima (è usata solo per i paramenti sacri) che impedisce alla stoffa di prendere pieghe.

    Sempre prodotti a Prato, e questi donati dall'Unione Industriale Pratese, anche stoffa e confezione del Polistavrion che sarà indossato dal celebrante principale, l'arcivescovo d'Ambrosio (in origine il Papa). Si tratta di un completo, casula, stola e mitra, che prende il nome (polistavrion, in greco “molte croci”) dal particolare disegno del tessuto, appunto con molte croci.

    Il tessuto, in due versioni, è un jacquard cosiddetto "doppio alternato a due effetti". I toni di colore dominanti sono il porpora e l'oro, ciascuno dei quali composto da filati (dominanti il lurex e la seta) di sfumature diverse, che conferiscono alla stoffa un effetto cangiante particolarmente raffinato. In più, gli ornati di casula e mitra, in lana e oro, sono tempestati di oltre 1850 pietre dure sfaccettate, metà corniola rossa e metà globuli e grani d'oro. Questi paramenti, oltre a quelli dell'altare e degli addobbi principali, hanno richiesto altri 120 metri di stoffa.

    La ricerca iconografica sul Polistavrion è stata realizzata dallo studio Ballarin di Venezia su mosaici, affreschi, miniature e icone considerati in un periodo di tempo di sette secoli, dal più antico, 1191, alla metà del secolo XIX.

    Il tessuto è dono dell’Unione Industriale Pratese a Padre Pio in questa circostanza, destinata a coinvolgere l’intero mondo cristiano; l’Unione Industriale ricorda che Prato è il maggior distretto tessile e della moda in Europa. La produzione è di elevatissima qualità e si caratterizza per creatività e alto contenuto moda. Tessuti e filati pratesi sono da sempre protagonisti assoluti di alta moda, prêt à porter, maglieria. Legare il nome di Prato a grandi eventi mediatici come il Giubileo e, più recentemente, il matrimonio di Felipe di Spagna, contribuisce a dare visibilità internazione al settore tessile e ad aumentarne fama e credibilità.

    Cronaca - a4.06.28.13.00






    --------------------------------------------------------------------------------



    questo articolo può essere riprodotto liberamente,
    sia in formato elettronico che su carta, a condizione che
    non si cambi nulla, che si specifichi la fonte - il sito web Kelebek http://www.kelebekler.com -
    e che si pubblichi anche questa precisazione

  6. #216
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    Predefinito

    ecco il thread, professore: in realtà aveva mantenuto il suo titolo originario.

    Guelfo Nero

  7. #217
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    Gasp, e allora come mai la ricerca non me lo dava? Bene così comunque.

  8. #218
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    Predefinito Continuità dottrinale

    Spiace dover segnalare dal bell'articolo di Alessandro Massobrio "La visione della riconquista cristiana" (Secolo d'Italia, 1° luglio 2004, p. 17), recensione del libro-intervista con Padre Marcial Maciel curato da Jesus Colina ("La mia vita è Cristo", Edizioni Art, Roma 2004, pp. 332, euro 12,00), la seguente scivolata finale:

    "Chiesa una e santa, che non conosce fratture e divisioni ideologiche e che, PRIMA E DOPO IL VATICANO II, ha sempre continuato a diffondere la medesima dottrina di salvezza per tutti i popoli, che ad essa, (sic) volgono lo sguardo.
    "Come afferma Padre Marcial nell'intervista di Jesus Colina "... esiste nella Chiesa una linea di continuità dottrinale che non si è mai interrotta. Ma questa continuità non è statica né monolitica, essa fiorisce sotto il soffio tiepido di quel vento, che noi cristiani abbiamo imparato a conoscere sotto il nome di Paraclito: lo Spirito Santo".

  9. #219
    scemo del villaggio
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    Predefinito Continuità dottrinale?

    (Potete scrivere, se volete, anche voi a segreteria@secoloditalia.it)

    Caro direttore,

    leggo nel bell'articolo di Alessandro Massobrio "La visione della riconquista cristiana" (Secolo d'Italia del 1° luglio, p. 17)



    "Chiesa una e santa, che non conosce fratture e divisioni ideologiche e che, PRIMA E DOPO IL VATICANO II, ha sempre continuato a diffondere la medesima dottrina di salvezza per tutti i popoli, che ad essa, (sic) volgono lo sguardo.
    Come afferma Padre Marcial nell'intervista di Jesus Colina "... esiste nella Chiesa una linea di continuità dottrinale che non si è mai interrotta. Ma questa continuità non è statica né monolitica, essa fiorisce sotto il soffio tiepido di quel vento, che noi cristiani abbiamo imparato a conoscere sotto il nome di Paraclito: lo Spirito Santo".



    Gradirei che Massobrio spiegasse maglio in che consista tale "continuità dottrinale", che a qualche sprovveduto come il sottoscritto non appare così evidente. E' certo, infatti, per carenza di cultura che a me pare non esserci punto qualificante di dottrina (dalla libertà religiosa ai rapporti Chiesa-Stato a quelli con le "altre religioni" alla nozione di Messa a quella di peccato a quella di Primato) in cui il vaticano II non abbia segnato una frattura profonda, a volte una vera e propria inversione della dottrina tradizionale. Del resto il riscontro si può compiere facilmente, prendendo una qualsiasi enciclica di S. Pio X o di Pio XII e confrontandola con un qualsiasi testo deuterovaticano sullo stesso argomento. Ma, ripeto, si tratta di ignoranza mia.



    Franco Damiani

    Villafranca Padovana (PD)

  10. #220
    scemo del villaggio
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    Predefinito MONTANELLI INEDITO DIALOGO COL FUTURO PAPA

    Dal "Corriere della Sera" di martedì 21 luglio:


    A tre anni dalla morte la Fondazione di Fucecchio rende omaggio alla penna più tagliente del «Corriere». Tra le iniziative, un documentario sulla sua vita «Mi guardavo intorno deluso: l' arredamento di quel vano più che la Segreteria di Stato evocava l' idea della residenza di un Arciprete di provincia»

    di Indro Montanelli

    Non vorrei dire qualcosa di sconveniente nei suoi riguardi, ma ho avuto l' impressione che Monsignor Montini, a forza di trattare col Papa, abbia preso l' abitudine di considerare Papi tutti coloro con i quali tratta. A vederlo, non gli si danno più di quarantasei o quarantasette anni, forse anche qualcuno di meno; pure, ne ha già trascorsi venticinque nella Segreteria di Stato; e, più che dalla carica che ricopre, probabilmente derivano da questa anzianità di servizio le leggende che circolano sulla sua onnipotenza. Egli tuttavia sembra ignorarle, e non per diplomazia. Il quotidiano contatto col Sommo Pontefice ha - come dire? - pulito e levigato la sua naturale umiltà, e qualcosa di sinceramente patetico era nella sua voce allorché, lamentando di non aver più da tanto tempo cura d' anime, egli mi confessava che la sua unica gioia era nella consapevolezza di «servire chi serve». Forse debbo proprio a questa sua refrattarietà ad ogni mondana ambizione, a questa sua incapacità di compiacersi del potere che gli viene attribuito, anzi addirittura di sospettarlo, il fatto di averlo potuto incontrare, sia pure a tutt' altro titolo che quello di scrivere un articolo su di lui. Quando il mio cortese presentatore gli chiese una udienza per me che avevo da rivolgergli una certa preghiera su materia non pertinente al giornalismo - ed era vero -, tenne, a scanso di responsabilità, a metterlo dovutamente in guardia contro di me: «Debbo avvertirla, Eccellenza, che si tratta del giornalista che usa scrivere quegli articoli sui personaggi...». «Lo so, lo so - rispose Montini sorridendo benevolmente e sul tono di chi si considera al riparo da certe minacce -, ma lo fa soltanto con la gente importante». E lo autorizzò a dirmi che mi aspettava l' indomani. Della Segreteria di Stato avevo un concetto piuttosto vago, che anche ora, internandomici, non si chiariva. Sapevo solo per sentito dire che, al di sopra delle Congregazioni, le quali rappresentano i Ministeri, essa costituisce l' ufficio del Sommo Pontefice, l' espressione personale del suo governo della Chiesa. E quindi immaginavo qualcosa di topograficamente e architettonicamente proporzionato alla vastità e importanza di tale compito: fughe di sale e di corridoi felpati, guardie svizzere sussiegose e solenni, portieri gallonati, complicata etichetta di precedenze e di attese, andirivieni mormorante e frusciante di alti prelati e di diplomatici di gran rango; e, al centro di questo mondo aulico e misterioso, come il sole al centro dell' universo, Montini. Che titolo competerà a tale uomo? - mi domandavo preoccupato, mentre avanzavo sotto le silenziose arcate del cortile di S. Damaso - Eminenza? Eccellenza? Santità? «No, soltanto Monsignore - mi diceva pochi minuti dopo Montini -, altri non me ne spetta». (Ma io continuai a chiamarlo ugualmente Eccellenza per tutto il resto del colloquio). Eravamo in una delle due stanze che costituiscono il suo minuscolo regno: il salottino, e c' ero arrivato direttamente dalla scala, senza aver incontrato una guardia svizzera né visto nessun alto prelato né fatto un solo minuto di anticamera. Solo un portiere in borghese era venuto ad aprirmi la porta dell' ascensore per consegnarmi direttamente nelle mani di Montini che mi si era fatto incontro sulla soglia. Egli, precedendomi nella sua stanza e indicandomi la poltrona, stava graziosamente piegato verso di me, e la tonaca molto larga, aerea e svolazzante, accentuava ad un atteggiamento (da minuetto) in carattere d' altronde con lo stile del salottino. Mi guardavo intorno, leggermente deluso: l' arredamento di quel vano minuscolo, tutto foderato di damasco rosso, più che l' idea di una Segreteria di Stato, evocava quella di una residenza da Arciprete di provincia. Un brutto ritratto a olio di Pio XI pendeva alla parete, dirimpetto a una «Deposizione» di qualche pregio. L' unica pretesa di opulenza era rappresentata dai braccioli dorati delle poltrone e dal marmo rosato di un tavolino e di una consolle. Montini comprese il significato del mio sguardo e ne sorrise. «Sì - disse -, siamo accampati in maniera piuttosto modesta e soprattutto scomoda. I nostri uffici, invece di distendersi orizzontalmente, si appilano verticalmente, dal primo al quinto piano, fino al solaio». E, spalancata una porta, mi mostrò - sempre graziosamente piegato verso di me, come se fossi il Papa, in quell' atteggiamento di minuetto - un' altra stanza del suo minuscolo regno: lo studio, molto simile a quello del ragioniere capo di una qualche azienda commerciale, con un grande tavolo razionale, macchina da scrivere e telefono. «Ma come!? - dissi su un tono quasi offeso e risentito, mentre rientravamo nel rosso salotto - Tutta la carta scritta che esce di qui non è compilata a mano, su pergamena e in latino?». «No - rispose Monsignore con aria indulgente -, Lei confonde con la terza sezione della Segreteria: la Cancelleria dei Brevi, che redige quelle lettere del Papa che, pur non essendo così impegnative come le Bolle, trattano tuttavia di affari molto importanti, come i Brevi di beatificazione, per esempio... Perché mi fissa con quello sguardo corrucciato?». «Debbo confessarle, Eccellenza, che mi secca tremendamente l' idea che non c' è più nessun posto al mondo, nemmeno il Vaticano, dove non si sa scrivere che a penna, con bella calligrafia e su pergamena». Montini rise, ma senza rumore, come deve fare - immagino - col Sommo Pontefice, col quale non credo che ridere sia consentito: fu come l' accendersi di una lampadina in fondo ai piccoli occhi neri, che ne brillarono, molto incavati nelle orbite sotto i ciuffi, perfettamente simmetrici e regolari, delle due folte sopracciglia. Ma tutto il resto del magro volto, affilato nel naso e fortemente disegnato nelle mandibole, rimase impassibile. «Eccellenza - dissi -, Lei ha letto l' articolo che comparve qualche giorno fa sul Times relativo alla eventualità di una riunione di tutte le Chiese cristiane?». «L' ho letto». «E che ne pensa?». «Era un bell' articolo». «Sì - convenni -, gli articoli del Times sono quasi sempre belli. Ma, dico, circa la possibilità pratica di un ricongiungimento dei fratelli protestanti nel grembo di nostra Santa Madre Chiesa che...», e di colpo mi arrestai, tutto sorpreso di sentirmi parlare così: a forza di vedermi trattato come un Papa, stavo forse per diventarlo veramente?... «Ma è molto confortevole - stava dicendo intanto Montini - vedere che il polverizzamento centrifugo che ha animato sin qui il protestantesimo, ceda oggi il passo a tali manifestazioni di forza centripeta da parte dei nostri dissidenti fratelli. A parte questi chiari indizi di buona volontà, non c' è nulla di nuovo, nella polemica tra cattolicesimo e protestantesimo. O meglio, sì, c' è di nuovo questo: che una polemica non esiste più. D' altronde, della materia in discussione, solo una parte è intransigibile: quella dottrinaria, quale la sancì il Concilio di Trento: Cristo è Dio, non uomo, e l' anima si salva fide ex operibus non per predestinazione. Ma tutti gli altri problemi, quelli di natura non teologica, sono anche rivedibili e potrebbero costituire materia di compromesso». «Quali, per esempio?» «L' uso della lingua latina nelle parti non liturgiche, ma colloquiali, della Messa. Già certi nostri missionari, in terre lontane come la Cina, praticano la lingua volgare, e nulla osta, sul piano teorico, che quest' uso diventi consuetudine». Poi ci sono, transigibili, anche certi problemi di regolamentazione del Clero: il celibato...». «Come, Eccellenza? - interrompo vivacemente, sospettando di aver inteso male - La Chiesa sarebbe disposta a una riforma per cui i sacerdoti sarebbero autorizzati ad ammogliarsi?» Un' ombra di contrarietà, subito contraddetta e rimediata da un indulgente sorriso, cala sul volto delicato e aristocratico di Montini a queste mie parole: riforma... ammogliarsi; di cui io stesso afferro immediatamente la grossolanità e volgarità e che, degne di un congresso di partito di massa, seguitano a svolazzare fra i damaschi, i marmi, i similori, il Pio XI e la «Deposizione» di quel salotto, senza saper dove posarsi. Mai in vita mia mi ero sentito così malaccorto e cafone. Seduto - anzi posato (tanta è la grazia del suo atteggiamento) - su una poltrona dinanzi a me, che sprofondo nel divano, Montini lascia tentennare il piede della gamba destra accavallata sulla sinistra, per darmi il tempo di rimettermi un po' a mio agio. «Vede - riprende poi gravemente -, io personalmente non credo alla possibilità di certe conversioni o ritorni in massa; credo piuttosto alla convertibilità di gente di élite, come avvenne nel secolo passato con insigni uomini di scienza e di pensiero. Giorni orsono è stata a trovarci la signora Luce, moglie del grande direttore e proprietario di Time e Life. È una convertita che reca in sé uno slancio d' anima, una purezza di pensiero meravigliosi. Questo continuo apporto di forze nuove, ingenue e fresche, è l' unica cosa che ci consola delle dolorose perdite che subiamo oltre la Cortina di ferro...». «Perché? - chiedo - Lei, Eccellenza, ritiene veramente che, oltre la Cortina di ferro, il cattolicesimo stia perdendo delle posizioni, e non guadagnandole?». Montini medita molto, prima di rispondere: «È quello che noi stessi ci domandiamo». «Mi pare che la resistenza al comunismo - dico -, che certamente cova in quei Paesi, non trovi oramai che nel cattolicesimo la sua bandiera». Montini ha un breve sorriso sulle labbra, mentre mi fissa acutamente: «Vogliono essere un rimprovero, queste parole?». «Perché?» chiedo meravigliato. «Nella bocca di molti lo sono» risponde Montini. «Ma io non appartengo a quella categoria, anzi debbo dirle che la...». «Ma ho l' impressione - interrompe Monsignore - che Lei abbia una voglia pazza di accendere una sigaretta...». «No, Eccellenza, cosa dice?». «Perché? Non fuma?». «Certo che fumo». «E allora, fumi!». «Qui dentro!?» chiedo spaventato. Montini ride, forte stavolta, come non deve fare - immagino - col Sommo Pontefice, col quale non credo che ridere a quel modo sia consentito. Ed ebbi la fuggevole impressione che, pur riprendendosi subito, lo facesse con molto piacere. «Dunque, Eccellenza? - concludo al momento di prender congedo - Sotto quella cauta avance del Times non c' è proprio nulla di concreto?». «Nulla di più concreto che un' intenzione, a quanto mi risulta» risponde Monsignore, riaccompagnandomi sulla soglia e riconsegnandomi al portiere in borghese. Due ore dopo ero al tavolino, intento a scrivere, fra mille incertezze e rimorsi, le prime parole di questo articolo: «Non vorrei dire qualcosa di sconveniente nei suoi riguardi, ma ho avuto l' impressione che...», quando il collega americano E.S., che aveva saputo del mio colloquio con Montini dopo averne avuto con lui uno egli stesso, irruppe trafelato nella stanza, per mettere a confronto ciò che aveva saputo lui con ciò che avevo saputo io a proposito della questione del Times e dei protestanti. Le due versioni concordavano perfettamente. «Ma allora - gridò trionfante -, noi due siamo i primi a dar la grande notizia...». «Che notizia?». «Quella della riconciliazione attraverso la riforma della Chiesa cattolica...». «Ma no - dissi io -, è il divorzio che continua per la non riformabilità delle Chiese evangeliche!» E.S. mi guardò stordito, poi, cominciando a grattarsi la testa: «Well, now, look, my boy - disse -, credo anch' io che la notizia della riconciliazione sarebbe almeno prematura: se le stesse parole dello stesso uomo, nell' interpretazione di un cattolico come te e di un protestante come me, significano due cose esattamente opposte...». Uscì sbattendo la porta, infuriato per il mancato scoop, e io ripresi a battere sui tasti della macchina, con più tranquillità di prima: «...che Monsignor Montini, a forza di trattare col Papa, abbia preso l' abitudine di considerare Papi tutti coloro con i quali tratta...» Compresi i giornalisti protestanti.





    L'articolo rimase inedito perché Montini non ne autorizzò la pubblicazione. Et pour cause...

 

 
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