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Discussione: Semper infideles

  1. #201
    scemo del villaggio
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    Predefinito Panikkar e i dogmi (lettera al direttore del "Corriere del Veneto")

    Caro direttore,

    leggo nel "CdV" del 10 marzo, a firma Giovanna Dal Bon, la cronaca di un dibattito fra Emanuele Severino e Raimon Panikkar. Questo "teologo" ispano-indiano dice di "sentirsi buddista, hindu e cristiano", il che è metafisicamente impossibile data l'irriducibilità ontologica del cristianesimo ad altre religioni, ma oggi suona tanto moderno, evoluto e alla moda né suscita, come dovrebbe, "orrore logico" né in chi scrive né in chi legge.
    Dove però non è possibile tacere è dove la signora Dal Bon, parlando di Panikkar, scrive: "Poco convinto dell'assioma agostiniano 'Extra Ecclesiam nulla salus' ...".
    Ora, è pur vero che "Extra Ecclesiam nulla salus" è in origine un "assioma agostiniano", ma esso è soprattutto dogma di fede divina e cattolica, come afferma il Concilio fiorentino del 1442:, in un testo che qui riporto in traduzione italiana:

    "La Santa Romana Chiesa...crede fermamente, professa e annuncia che 'nessuno di quelli che sono fuori dalla Chiesa cattolica, non solo i pagani maanche i giudei o gli eretici o gli scismatici potranno raggiungere la vita eterna, ma andranno nel fuoco eterno "preparato per il diavolo e per i suoi angeli" (Mt. XXV, 41) se prima della morte non saranno stati ad essa uniti; (crede) che tanto è importante l'untà del corpo della Chiesa, che solo a quelli che in essa perseverano i sacramenti della Chiesa giovano a salvezza, e i digiuni, le elemosine, le altreopere di pietà e gli esercizi della milizia cristiana ottengono il premio eterno. Nessuno, per quante elemosine abbia fatto e persino se avesse versato il sangue per il nome di Cristo può salvarsi, se non è rimasto nel grembo e nell'unità della Chiesa cattolica".
    Su questa scia, aperta settecento anni prima da Gregorio II, si espressero papa Innocenzo II, il Concilio Lateranense IV, Bonifacio VIII e tutto il Magistero dei Papi fino allo scorso secolo.
    Domando a Lei e alla signora Dal Bon (a Panikkar è inutile, per lui conta quel che uno"sente"): è ancora valido questo Magistero o esso è stato silenziosamente abrogato? E se il sig. Panikkar è "poco convinto" di un dogma di fede, perché non ha l'onestà di dichiarere che egli sarà forse "buddista o hindu" ma che, ammesso lo sia mai stato, non è più da tempo "cristiano"?

    Franco Damiani
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  2. #202
    scemo del villaggio
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    Predefinito Adel Smith, il crocifisso e gli "integralisti veronesi" (lettera al "Corriere del Ven

    Caro direttore,

    leggo nell'articolo di Giorgia Guarienti sul processo contro Adel Smith per vilipendio alla religione che "fino all'ultimo era circolata una voce secondo cui anche i cattolici integralisti veronesi avrebbero chiesto di costituirsi parte civile, ma hanno rinunciato in nome della libertà d'espressione e contro la legge Mancino, loro cavalli di battaglia. In sostanza, sarebbero caduti in contraddizione".
    Credevo che dei "cattolici integralisti" avessero ben chiara la netta distinzione tra l'unica religione, che non ha bisogno, specie in una nazione cattolica, di rivendicare la "libertà d'espressione", ma che lo Stato stesso deve tutelare come bene primario, e le sette idolatriche quali l'Islam, le quali non possono rivendicare alcun "diritto" ma che possono al massimo essere tollerate. Ciò per cui noi cattolici integrali condanniamo la legge Mancino è infatti la mancata distinzione tra Verità ed errore e anzi il divieto di "discriminare" tra essi. Non esiste pertanto alcuna "contraddizione" tra la condanna di tale legge e la denuncia contro Adel Smith
    I casi quindi sono due: o quei cattolici "integrali" non sono affatto "integrali" (domando infatti come vada definito allora il dottor Arrigo Muscio, nella cui dfenuncia si riconosce chiunque non si vergogni del nome cattolico) oppure la giornalista ha frainteso. Spero vivamente si tratti di questo secondo caso.

    Franco Damiani
    Villafranca Padovana (PD)

  3. #203
    scemo del villaggio
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    Predefinito "Gibson è un regista, non un teologo"

    "Famiglia cristiana" n. 12 del 21 marzo 2004










    La Passione secondo Mel


    di Roberto Parmeggiani


    CONFRONTO TRA IL RABBINO LARAS E MONSIGNOR RAVASI

    «GIBSON È UN REGISTA, NON UN TEOLOGO»

    Il biblista: «Punta sul sacrificio e trascura la Pasqua». Il capo degli ebrei di Milano: «Temo un passo indietro».



    Il film è appena finito. Il rabbino capo di Milano Giuseppe Laras e il biblista monsignor Gianfranco Ravasi si affrettano fuori dalla saletta in cui hanno assistito, invitati da Famiglia Cristiana, a un’anteprima di La Passione di Cristo di Mel Gibson. Si affrettano: un po’ per arrivare presto in redazione, dove discuteranno del film; un po’ per prendere una boccata d’aria, dopo un’enormità di scudisciate, sangue e dolore.


    Nell’Ultima Cena Gesù spezza il pane e lo porge ai discepoli,
    primo fra tutti Pietro (Francesco De Vito).


    «Da spettatore», esordisce Laras, «mi ha colpito tutta questa violenza, per la quale il primo aggettivo che mi viene è "terribile". Una violenza incredibile, inaudita, forse anche improbabile. Ma, al di là del giudizio di merito, mi preoccupa l’impatto che il film può avere sulle persone comuni: anch’io ho provato grande emozione, e questa visione delle sofferenze e della morte di Gesù può alimentare sentimenti antiebraici, rinfocolare queste tensioni, questi stereotipi, soprattutto nelle persone semplici, che poi sono la parte che ci interessa di più. Come accade nel dialogo tra ebrei e cristiani: quando esso si svolge a livello alto va tutto bene, ma quando deve calare in basso trova difficoltà, resistenze».

    Laras, rabbino capo di Milano da 24 anni, entra nel vivo delle polemiche suscitate dal presunto antisemitismo del film di Gibson, ma le smorza, sinceramente preoccupato del fatto che tanto clamore possa soffocare il dialogo.

    Meglio ascoltare il Papa

    «Con tutto il rispetto», dice, «Mel Gibson non è un teologo, è un regista. Consiglierei di ascoltare il Papa, non lui. Il film è giocato sulla passione, cioè sull’aspetto della sofferenza e della morte di Gesù, e trascura il versante della risurrezione («È vero», interviene Ravasi: «Alla risurrezione sono dedicati i tre minuti finali su 126»). Se si voleva lanciare un messaggio, poteva essere un messaggio di vita e speranza. Credo che gli effetti potenziali di questo film siano antitetici al Concilio Vaticano II e al documento conciliare Nostra aetate: èun passo indietro rispetto a queste tappe che ci hanno aiutato ad andare avanti, a eliminare molte suggestioni. Noi dobbiamo impegnarci di più, spendere di più sul dialogo, nel senso di non lasciarci dividere, di incontrarci di più per riprendere il cammino insieme».


    Monsignor Gianfranco Ravasi, illustre biblista, con il rabbino capo
    di Milano Giuseppe Laras, ospiti della nostra redazione.

    Il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ha chiesto alla Chiesa di prendere le distanze dal film... «Io non mi sento di dire alla Chiesa che cosa deve fare», continua Laras. «Ma è vero che se si indicassero, da parte cristiana autorevole, i rischi che possono derivare dal film, questo potrebbe aiutare a evitare altre fratture. Con alcune dichiarazioni che ho letto si rischia di compromettere il cammino che faticosamente si è fatto. E non credo che ne valga la pena».

    Monsignor Ravasi annuisce, condivide le preoccupazioni del rabbino. Ma porta il discorso all’interno del mondo cattolico. «Il film è l’occasione per porsi almeno tre questioni: quella storico-critica, quella teologica e quella artistica. La prima riguarda gli eventi in quanto tali. Molti oggi chiedono di ricostruire ciò che è accaduto in quelle ore. Noi dobbiamo rispondere, non dicendo: "L’avete visto nel film, quella è la verità". Dobbiamo tornare a studiare i Vangeli, perché c’è la tentazione di identificare il film con il testo evangelico».


    Serafia (Sabrina Impacciatore) asciuga il volto di Cristo.

    «Poi c’è il percorso teologico», continua Ravasi. «È giustissimo ribadire, come fa il rabbino Laras, che Gibson non è un teologo. Il suo approccio è piuttosto ingenuo e la sua rilettura dei Vangeli è costruita secondo un orientamento tradizionale. Si vede dall’introduzione di elementi apocrifi, e soprattutto dalle citazioni (fino al particolare del nome del centurione, Abenedar) delle visioni della Emmerick. È una lettura della passione e della morte di Gesù con categorie della teologia tradizionale, anche nel senso di un po’ datata, in cui si pone tutto l’accento sull’aspetto sacrificale».

    Un grande sacrificio tragico

    «Questo è un elemento valido della teologia cattolica, ma non l’elemento esclusivo (e comunque, se lo si sceglie, poi si deve per forza sottolineare il sangue il più possibile), perché la teologia riconosce che la morte di Cristo è, in pratica, la scelta estrema di Dio di condividere la natura umana. Soffrire e morire sono categorie fondamentali dell’uomo, ma la partecipazione di Dio al dolore umano è un’esperienza d’amore, una scelta compiuta per assumere su di sé la sofferenza allo scopo di trasfigurarla. Questo film, invece, fa vedere solo un atto sacrificale drammatico, eroico, tragico, ma si nota poco la dimensione dell’amore: il progetto di Dio non è qualcosa di fatalistico per cui Gesù, schiacciato, è costretto ad andare avanti. I Vangeli, di cui non si rimpiange mai abbastanza la sobrietà, ci aiutano a capire questa dimensione. Lo scopo di Gesù non è diventare uomo per morire come un uomo, ma di far sì che la realtà umana, anche il dolore, sia trasfigurata».


    Gesù mostrato con Barabba alla folla da Ponzio Pilato
    (Hristo Naumov Shopov).

    Interviene il rabbino: «Il film trasmette un’idea opprimente del dolore. Sembra che ci sia compiacimento nel sottolineare il piacere sadico dei persecutori romani nell’infliggere la sofferenza. Ma noi dobbiamo sperare al di là di quello che suggerisce il film. È un’occasione mancata, Gibson poteva farci vedere un po’ più di vita dopo la morte e la sofferenza. Ma non bisogna dargli troppa importanza, è solo un film».

    Riprende Ravasi: «Gibson ha scelto di parlare soltanto della passione. Ma ha ragione il rabbino: anche dal punto di vista cristiano, non si può arrivare solo fino alla crocifissione e alla tomba, e non parlare della Pasqua. Sono realtà intrecciate e l’ultima spiega le precedenti, permette di vedere che questo dramma non sfocia nella disperazione. A livello artistico ci sono elementi positivi: l’ammiccare alla storia dell’arte e il gioco degli sguardi, bellissimo. Per questo dobbiamo cercare di non avvitarci attorno alla polemica. Il rischio che segnala il rabbino esiste».

    Tornare a parlare di Gesù

    «È il rischio che la gente comune prenda su di sé questo supplizio, lo carichi e dica alla fine: "Maledetti quelli che hanno portato a questo", dimenticando che Nostra aetate dice realisticamente che il Sinedrio c’entra, ma che non tutti gli ebrei volevano uccidere Gesù. Trovo anch’io che l’eccesso narrativo della violenza non giovi al film. Si doveva cercare di dire, alla fine, una parola di speranza, che nei Vangeli è l’ultima parola».


    Nella salita al Golgota, Simone di Cirene (Jarreth Merz) aiuta Gesù
    a portare la croce.

    Quindi il film è un’occasione mancata, come dice il rabbino Laras? «Siamo in una società mediatica», risponde Ravasi, «eventi come questo diventano quasi celebrazioni, e purtroppo possono avere un’eco maggiore dei discorsi del Papa. Allora, anziché metterci a condannarlo o a glorificarlo, partiamo dal film per tornare a incidere sulla conoscenza dei Vangeli da parte dei cristiani. È una grande opportunità per parlare di Gesù, ma stiamo attenti a non appiattirci sulla lettura che ne dà Gibson».



    Roberto Parmeggiani


    SARÀ BEATA LA MISTICA "ISPIRATRICE"
    A ispirargli la sceneggiatura di The Passion of the Christ, secondo quanto ha raccontato lo stesso Mel Gibson, è stato il testo La dolorosa passione del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo (recentemente rieditato dalle edizioni San Paolo), attribuito alla mistica tedesca Anna Caterina Emmerick, nata nel 1774 e favorita sin dalla fanciullezza da frequenti visioni di Gesù, della Madonna e di numerosi santi. La particolare devozione che ella aveva verso la passione del Redentore la spinse a chiedergli di partecipare alle sue sofferenze: nel 1798 cominciò a provare la coronazione di spine e dal 1812 ricevette le stimmate visibili.

    In realtà, a pubblicare nel 1833 quelle pagine fu lo scrittore Clemens Maria Brentano (1778-1842), noto esponente del romanticismo tedesco, il quale per curiosità si era recato nel 1818 a visitare la Emmerick e ne era rimasto così colpito da decidere di diventarne il "segretario", trascrivendo le visioni che ella raccontava. Di fatto, egli arricchì troppo spesso quelle narrazioni con la propria vivace fantasia, tanto che i volumi scaturiti dalle rivelazioni della mistica non hanno mai ricevuto una specifica approvazione della Chiesa, pur se sono stati letti da molti fedeli che ne hanno tratto edificazione spirituale. Altri libri compilati da Brentano hanno avuto come tematiche la vita della Madonna e la vita di Cristo, e sono stati pubblicati postumi fra il 1852 e il 1860.

    I pesanti interventi di Brentano hanno decisamente rallentato l’iter del processo di beatificazione di Anna Caterina Emmerick, per la quale, nonostante fosse morta nel 1824, il decreto sull’introduzione della causa è stato emanato soltanto il 4 maggio 1981, dopo che erano state risolte le problematiche riguardanti le opere che le venivano attribuite.

    Il 24 aprile 2001 sono state riconosciute le sue virtù eroiche. Nel luglio dello scorso anno è invece stato approvato il miracolo – relativo a una suora guarita nel 1880 da una patologia di natura tubercolare – che ne consentirà la beatificazione, presumibilmente nel 2005.

    Saverio Gaeta

  4. #204
    scemo del villaggio
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    Predefinito Algeria a viso aperto

    Da "Avvenire" del 21 marzo

    TESTIMONIANZA
    A dieci anni dal sacrificio di 19 tra religiosi e religiose l'arcivescovo Teissier analizza i segnali di dialogo fra cristiani e islam

    Di Henri Teissier

    La Giornata dei martiri missionari, che si celebra domani, dedica quest’anno una particolare attenzione all’Algeria. Dieci anni fa venivano infatti uccisi i primi tra i 19 religiosi morti nel Paese nel biennio ’94-’96. Sarà dunque l’arcivescovo di Algeri, Henri Teissier, a presiedere alle 18 a Roma nella basilica dei Santi Apostoli la Messa in cui si commemora l’anniversario della morte di monsignor Romero. Proprio in questi giorni, inoltre, esce il libro «Cristiani in Algeria: la Chiesa della debolezza» (Emi, pag. 192, 10 Euro), che raccoglie alcuni interventi del presule. Dal volume, che sarà presentato giovedì alle 17 a Roma sempre alla basilica dei Santi Apostoli, pubblichiamo il capitolo iniziale.

    Questo secolo ha conosciuto, più degli altri, persecuzioni sanguinose contro la presenza cristiana. Ci sono stati i martiri del comunismo ateo in Urss, in Cina, in Vietnam e in molti altri Paesi. Ci sono stati i martiri del nazismo o quelli della guerra di Spagna. Ci sono stati i martiri dell'Africa centrale (Ruanda, Congo, Burundi) o quelli che, come in America latina, davano la propria vita per solidarietà con i contadini poveri, vittime del sistema del denaro e del potere.
    In questa lunga lista di vittime, i martiri dell'Algeria occupano un posto particolare. Certo, non sono che un piccolo gruppo, numericamente parlando, rispetto alle grandi persecuzioni che abbiamo appena ricordate. In Urss, ad esempio, alcuni parlano di un milione di martiri cristiani, uccisi per la loro fede. Ciò che è particolare ai martiri dell'Algeria è che sono stati indotti a dare la vita, non per non rinnegare la loro fede, né per difendere una comunità cristiana, ma per fedeltà a un popolo musulmano.
    I 19 religiosi e religiose martirizzati in Algeria non erano rimasti in Algeria per sostenere una comunità cristiana. La maggior parte dei cristiani, in effetti, aveva dovuto abbandonare il Paese, man mano che si radicalizzava il fondamentalismo algerino. I nostri martiri fanno p arte del piccolo gruppo di religiosi e religiose che è rimasto in Algeria per fedeltà a un popolo musulmano. Ognuno aveva riaffermata la propria vocazione all'appello che la Chiesa d'Algeria aveva loro rivolto per farsi prossimi a fratelli e sorelle musulmani e che intendevano restare tali.
    Questi martiri hanno creduto nella parola della Chiesa che li aveva mandati a cercare fratelli e sorelle da amare tra i fedeli dell'islam. Hanno creduto, con la Chiesa del Vaticano II, che Dio potesse inviarli per una condivisione spirituale al di sopra delle barriere tra il cristianesimo e l'islam. Hanno creduto che il Regno di Dio potesse essere annunciato anche a fratelli e sorelle che intendono restare al di fuori del cristianesimo, ma che sono disponibili a condividere il dono di Dio che va oltre le differenze religiose. Hanno creduto che nella casa dell'islam ci fossero fedeltà umane e religiose.
    Hanno creduto che i compiti della riconciliazione tra cristiani e musulmani, dopo secoli di lotte fratricide, facessero parte delle opere del Regno di Dio. Hanno creduto che il servizio ai poveri, alle donne in difficoltà, ai disabili, ai giovani, fosse un servizio del Signore Gesù, anche se questi poveri, queste donne, questi giovani sono musulmani. Hanno voluto mostrare a questi fratelli e sorelle dell'islam che si poteva dare la vita per loro, perché Dio ci invita ad amarci gli uni con gli altri e che questo comandamento va oltre le differenze religiose.
    Quando la crisi si è aggravata, ai nostri martiri sarebbe stato possibile lasciare il Paese nel quale non avevano comunità cristiane da difendere. Ma erano convinti che l'amore verso i fratelli e le sorelle dell'islam doveva spingersi fino ad assumersi un rischio, per amore. Per loro significava restare fedeli al Vangelo della fraternità universale.
    Il padre marista Henri Vergès e la suora dell'Assunzione sono rimasti a fianco dei liceali del quartiere povero della Casbah e sono state vittime della fedeltà a questi giovani, l'8 maggio 1994. Le missionarie spagnole agostiniane sono state fedeli agli abitanti del loro quartiere popolare di Bab el-Oued e sono state vittime di questa fedeltà il 23 ottobre 1994, davanti alla porta della loro cappella. I quattro Padri Bianchi di Tizi Ouzou sono rimasti fedeli alla popolazione della Cabilia. Le suore di Nostra Signora degli Apostoli a quella del quartiere di Belcourt, la suora Odette a quella di Kouba, i sette monaci ai contadini di Tibhirine. Ed è anche per fedeltà al suo popolo, cristiani e musulmani insieme, che monsignor Claverie è rimasto al suo posto di vescovo anche se sapeva di essere minacciato.
    La Chiesa del Vaticano II aveva mandato i nostri martiri presso un popolo non cristiano. E questi preti, religiosi o religiose, si sono sentiti obbligati alla stessa fedeltà come se il loro popolo fosse cristiano. L'immensa famiglia dei figli di Dio, per i quali si può donare la vita, supera tutte le barriere confessionali, culturali o etniche.
    Questa evoluzione è stata colta anche da molti amici musulmani. Si sono sentiti colpiti dagli attacchi contro di noi, come se facessero parte della famiglia cristiana. O piuttosto si sono sentiti colpiti, benché non cristiani, perché facevano parte della famiglia del Regno. Molti ci hanno scritto la loro emozione. Erano del resto molto più numerosi dei cristiani alla sepoltura dei padri di Tizi Ouzou, a quella dei sette monaci o a quella di Claverie. Il testamento di padre Christian de Chergé, priore del monastero di Thibirine, ci permettere di cogliere, dall'interno, le motivazioni che erano di tutti. Ci mostra questo amore evangelico senza frontiere, di cui la Chiesa del Vaticano II ha fatto una vocazione non solo per i cristiani d'Algeria, ma per la Chiesa del nostro tempo.

    Onore a queste persone, ma si possono chiamare "martiri" missionari che espressamente si propongono di non convertire? Del resto lo dice l'"arcivescovo": è la "Chiesa del Vaticano II" che li ha mandati: la precisazione è quanto mai opportuna.

  5. #205
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    Predefinito

    Il film The Passion: la fede di Mel Gibson

    Preghiere per la conversione del sedevacantista Mel Gibson
    ³Gli regalo [a Mel Gibson] le mie preghiere e le vostre preghiere, cari
    lettori, perché Dio lo illumini e lo conduca presto ad apprezzare come
    conviene il Romano Pontefice felicemente regnante².
    (Gianpaolo Barra, direttore de il Timone, n. 31, marzo 2004, in riferimentoalla posizione sedevacantista di Mel Gibson, che non riconosce Giovanni Paolo II come Papa legittimo a causa degli errori dottrinali che insegna, e che considera quindi la Sede Apostolica vacante).

    ___________________________________

    Estratto dal Comunicato n. 33/04 del 26.03.2004

    "Centro studi Giuseppe Federici"
    Via Sarzana 86 - 47828 San Martino dei Mulini (RN)
    Tel. 0541.758961 - Fax 0541.757231
    E-mail: centrostudi.federici@tiscali.it

    Questo da la cifra della miseria spirituale del Timone, privo di Timoniere, e di questa rivista che cerca di conciliare ancora, contro ogni evidenza, Dio e la Bestia.

    Guelfo Nero

  6. #206
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    Predefinito Le nozze show dell'ex prete: "Siete i poeti dell'amore".

    LE NOZZE SHOW DELL'EX PRETE: "SIETE I POETI DELL'AMORE".

    Dal "Corriere del Veneto" del 18 aprile 2004:

    PADOVA: "Amarsi è impazzire, diventare folli, seguire il sentimento". Scandisce l'omelia don Giovanni Brusegan, delegato vescovile per l'ecumenismo e assolve così pubblicamente quella follia d'amore che ha travolto fabiano Prevedello e Barbara Andreola. Lui, ex sacerdote in carriera ha gettato la tonaca e ottenuto la dispensa dalla Santa Sede per sposarsi. Lei, giovane medico chirurgo, ha sfidato le convenzioni per arrivare all'altare con l'uomo dei suoi sogni. Due paesi della provincia di Padova, Cittadella e Perarolo, scossi da una passione che ha superato ogni ostacolo, riuscendo alla fine a diventare un matrimonio benedetto dalla Chiesa.
    "Dio è per l'innovazione, al di fuori degli schemi paleolitici e se è con noi abbiamoanche la forza di essere alternativi - ha tuonato il delegato del vescovo nella messa, celebrando le nozze tra l'ex-sacerdote ela bella dottoressa - vi ringrazio fabiano e barbara, siete i poeti dell'amore. Beati voi e l'amore che vi ha inebriato.
    (...) Una storia sofferta, in apertura di cerimonia Fabiano Prevedello ha voluto rivolgersi ai presenti: "Vi chiedo perdono - ha detto - se non sono stato all'altezza di questo percorso, vi chiedo perdono". Ha spiegato la scelta dei fiori sull'altare: "gli anturium sono l'uomo che si completa nella calle, la donna, accogliente".
    (...) Il delegato del vescovo scende tra la gente: "Cittadella lo vuole questo matrimonio?" grida rivolgendosi ai banchi di sinistra. Un attimo di perplessità. Poi il "sì", liberatorio. "E Perarolo è d'accordo?". Ancoraq un "sì". "Allora sposiamoli questi ragazzi". Ancora un applauso, mentre il sacerdote invita a uscire daibanchi, ad abbracciarsi e unire le mani per recitare il Padre Nostro.
    (...)
    Ma onsignor Maffeo Duccoli, vescovo emerito di Belluno, ammonisce: "Il celibato ecclesiastico andrebbe difeso con una corazza di sentimenti forti in Cristio, alimentati da riflessione, austerità. Se amiamo il Signore non possiamo innamorarci di altri".

    Francesca Visentin

    Il celibato ecclesiastico andrebbe difeso soprattutto tutelando la natura del sacerdozio e della Messa. E' evidente che tra fare il "presidente dell'assemblea" o l'assistente sociale e una bella mora molti sceglieranno la seconda soluzione.
    Stendiamo un pietoso velo su tutto il resto, dalla delirante omelia secondo cui fare il sacerdote per tutta la vita rientra in "schemi paleolitici", agli applausi, al dialogo con l'assemblea, al Padre Nostro recitato tenendosi per mano.
    Salviamo soltanto, ma appena appena, le desolate considerazioni del "vescovo emerito", che però anziché ai giornali andrebbero indirizzate a qualcuno più in alto.
    Infine una forse magra consolazione. quel "don" Fabiano lì quando mai è stato prete?

    Franco Damiani

    P.s. Contro notizie false e tendenziose girate nel forum, Cittadella sorge a m. 49 s.l.m. Ci sono addirittura dei padovani che la credono in montagna (!)

  7. #207
    scemo del villaggio
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    Predefinito Da "La Repubblica" del 20 giugno

    "E l'eretico incontrò il cardinale"

    Articolo di Marco Politi sul dibattito tra Hans Kueng e il "cardinal" Lehmann al raduno nazionale dei cattolici tedeschi.

    Ne riporto un solo passaggio:

    Adesso l'atmosfera si scalda, perché il teologo prorompe. "Ma quando ci sarà un vescovo che dirà ad alta voce quello che ho già sentito in confidenza: 'Così non si può andare avanti!' ? In Germania nel 1.999 (sic) c'erano trecentosessantasei neosacerdoti, adesso sono centosessantuno. Fra dieci anni due terzi delle parrocchie non avranno prete nonostante i millequattrocento sacerdoti importati dall'India o dalla Polonia. La Chiesa ha perso credibilità. Fanno i sondaggi e la gente risponde di avere fiducia nell'Automobile Club tedesco: 64 per cento. Hai fiducia nella Chiesa? 11 per cento. Bisogna ripensare l'"Humanae Vitae": com'è possibile che la contraccezione è (sic) peccato mortale? Com'è possibile che Ratzinger affermi come dottrina infallibile che la donna non può essere sacerdote? Così è voluto da Dio, dicono, ma come lo sanno? Le petizioni dei fedeli che chiedono il celibato facoltativo dei preti non ricevono risposta da Roma".
    Della risposta del "cardinale" cito solo questo passaggio: "Al tempo di Paolo VI si discuteva della contraccezione per le famiglie, è un'altra cosa che la pillola la usi una ragazza minorenne e non credo sia bene...". Cioè un peccato mortale è tale solo se commesso in determinate circostanze.
    Da notare la precisione dell'analisi di Kueng: peccato che la terapia sia di quelle che accelerano la morte anziché favorire la guarigione.
    Il dissenso nei confronti del vaticano per "la Repubblica" è solo "di sinistra" e Ratzinger (ormai di Wojtyla non si parla neanche più) è considerato, come da copione, un bieco conservatore. Da leggere invece quanto dice di lui don Tam sul "Giornale" e cioè che come sappiamo bene i modernisti fanno due passi avanti e uno indietro.

  8. #208
    Non sono d'esempio in nulla
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  9. #209
    scemo del villaggio
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    Predefinito Semper infideles

    Non trovando più il vecchio "Semper infideles" ne apro un altro:

    Da "Avvenire" del 30 giugno:

    Il Simbolo

    Quella professione di fede che lega Oriente e Occidente

    Dopo l'omelia ieri sera il Papa e il Patriarca ecumenico hanno recitato assieme il credo in greco, nella sua formula originaria niceno-costantinopolitana che era condiviso dalle Chiese orientali e occidentali prima dello scisma del 1054. Da sempre le due anime del cristianesimo sono state intessute da una parte dalla cultura latina, dall'altra da quella greca. Nonostante ciò i punti fondamentali della fede furono chiariti, in comunione, grazie ai primi concili ecumenici. Le grandi discussioni cristologiche trovarono una formulazione ufficiale nel concilio di Nicea (325). Nel credo, o simbolo di fede, che uscì da Nicea, il concilio di Costantinopoli del 381 inserì alcuni punti importanti: il credo niceno-costantinopolitano è riconosciuto così sia dalle Chiese orientali che da quelle occidentali. Nel 675 fu aggiunta a questo testo un'espressione che divenne il maggiore punto di discordia. Si tratta del «Filioque» che specifica l'uguaglianza tra le tre persone della Trinità, un'esigenza che era sentita particolarmente nelle chiese latine. Gli orientali riconobbero la verità sottesa a tale espressione ma quando nel 1013 il «Filioque» fu imposto nel testo della professione di fede la Chiesa ortodossa greca si rifiutò di farlo. Di lì a poco si consumò la divisione definitiva che verteva anche su altri punti dottrinali, come il primato del vescovo di Roma.

  10. #210
    scemo del villaggio
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    Predefinito

    Sempre da "Avvenire".
    IL PAPA E BARTOLOMEO i: "INSIEME, SENZA PREGIUDIZI"

    A avanti sulla via dell'unità. Chiedendo al Signore di purificare «la nostra memoria da ogni pregiudizio e risentimento», per poter realizzare finalmente il suo comandamento Ut unum sint. Perché «volere l'unità è volere la Chiesa», ha detto il Papa. E l'unità, gli ha fatto eco Bartolomeo I, «è necessaria affinché il mondo creda».
    È ormai consolidata tradizione che ogni anno, nella festa liturgica dedicata ai santi Pietro e Paolo, una delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli arrivi a San Pietro - così come per la festa di Sant'Andrea, massima solennità ortodossa, una delegazione vaticana si rechi a Costantinopoli. Ma l'arrivo ieri a Roma del Patriarca Bartolomeo I, nell'anno del 40° anniversario dello storico incontro tra Paolo VI e Atenagora, ha fatto del 29 giugno 2004 un'occasione del tutto particolare. Non solo per la più volte ribadita volontà, in tutti i discorsi ufficiali, di proseguire con determinazione nel cammino ecumenico, né per la nuova dichiarazione comune che dovrebbe essere firmata tra oggi e domani, ma soprattutto per i molti "gesti", a iniziare dall'abbraccio tra il Papa e il Patriarca, che hanno accompagnato la giornata di Bartolomeo I.
    Una giornata iniziata in mattinata con l'udienza al Patriarca, accompagnato da una delegazione ortodossa di 12 persone, per una visita che, nell'auspicio di Papa Wojtyla, deve favorire «un balzo in avanti nel dialogo e nel rinsaldamento delle relazioni fraterne». E conclusasi con la celebrazione in San Pietro, densa di segni inediti che, come detto, testimoniano più e meglio delle parole, quanta determinazione ci sia nel voler perseguire l'obiettivo dell'unità.
    Di più. Perché l'impegno alla comunione di tutti i cristiani, dopo secoli di divisioni, viene dallo stesso imperativo di Cristo e deve tradursi oggi «non in un vago rapporto di buon vicinato, ma nel legame indissolubile della fede teologale per cui siamo destinati non alla separazione, ma alla comunione», ha detto Giovan ni Paolo II nell'omelia in piazza San Pietro. E se «ciò che, nell'evolversi della storia, ha infranto il nostro vincolo di unità in Cristo, lo viviamo oggi con dolore», l'incontro di ieri va visto «non solo come un gesto di cortesia, ma una risposta al comando del Signore». L'incontro di 40 anni fa, ha proseguito il Papa, rappresentò «una sfida» su un cammino «certamente non facile, né privo di ostacoli», e da allora «la Chiesa di Roma si è mossa con ferma volontà e con grande sincerità sulla via della piena riconciliazione». Così l'auspicio di oggi è che «tutti i cristiani intensifichino, ciascuno per la propria parte, gli sforzi, affinché si affretti il giorno in cui si realizzerà pienamente il desiderio del Signore: "Che siano una cosa sola". Che la coscienza non ci rimproveri di non aver tentato tutte le strade!».
    Un impegno, dunque, «irrevocabile», ribadito dopo che Bartolomeo I, parlando prima di Giovanni Paolo II, aveva a sua volta sottolineato la necessità di «rimuovere tutti gli ostacoli che non siano dogmatici ed essenziali». È questo l'auspicio comune, ha osservato il Patriarca sottolineando come a dividere siano le stratificazioni del passato, nel quale è accaduto che «fedeli» e «uomini» abbiano presentato le proprie «opinioni, valutazioni e insegnamenti» come se invece fossero espressione di Cristo. «Noi speriamo - ha aggiunto - che ciò che non è stato possibile fino ad oggi sarà ottenuto in un futuro e ce lo auguriamo in un prossimo futuro», anche se «forse sarà lontano». Ma d'altra parte l'unità che si vuole non è una «unione esteriore» o qualcosa di assimilabile alle unioni di Stati, nelle quali si mira a una «superiore organizzazione» che «è molto facile da raggiungere»: è, al contrario, una ricerca spirituale per «vivere insieme in comunione spirituale».
    Nel primo incontro della mattina il Papa aveva già avuto modo di esprimere i sentimenti di gratitudine per la visita del Patriarca, più tardi ribaditi all'Angelus. Tra l'altro, nel su o discorso aveva dato voce all'auspicio di una pronta ripresa dei lavori della commissione mista che dovrebbe affrontare i temi teologici che dividono Roma e Costantinopoli, e ribadito una volta di più, come aveva fatto nel maggio del 2001 in occasione della sua visita in Atene, lo «sdegno e dolore» per il sacco di Costantinopoli del 1204, quando i crociati presero la città «versando il sangue di fratelli nella fede», episodio per il quale lo scorso aprile il Patriarcato ecumenico aveva offerto il proprio «perdono».


    I "pregiudizi", di cui al tiolo, sarebbero la questione del "filioque" e quella del Primato. Qisquilie, bazzecole, pinzellacchere.

 

 
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