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Discussione: Semper infideles

  1. #311
    scemo del villaggio
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    Predefinito Preghiera

    PREGHIERA
    di Camillo Langone (Il Foglio del 37/7/05)

    Ti abbiamo criticato ma avevi ragione, quando hai scelto gli ebrei affinché per primi accogliessero la tua parola. E' vero, sul Giornale a p- 29 c'è Moni Ovadia che elenca sconnesse loffiaggini: "La spiritualità e l'uguaglianza, la pari dignità, il riconoscimento dello straniero. Valori irrinunciabili che non devono solo essere pronunciati nelle dichiarazioni formali delle democrazie ma devono entrare nelle fibre interiori di ogni uomo. Questo è lo scopo dell'arte". Ma lo stesso giorno a p. 13 un gruppo di perfidi rabbini maledice Sharon con parole grandiose, bibliche, scespiriane: "Soffocalo fino a far morire lui e il suo spettro".

  2. #312
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    Predefinito Neocons contro Darwin (Manifesto del 21 luglio)

    Originally posted by franco damiani
    DIVINO
    I neocons all'attacco di Darwin
    FILIPPO GENTILONI
    Ancora Darwin e l'evoluzionismo: una polemica fra scienza e fede (cattolica) che era stata aspra nel secolo scorso e che si poteva credere risolta. Ma a quanto pare non è così. A riaprirla - meglio: a riportarla in prima pagina - un intervento del cardinale di Vienna, Schonborn, che ha fatto scalpore soprattutto negli Usa, dove la tendenza neocon - come si suol dire - non ha mai cessato di fare una battaglia contro l'evoluzionismo, considerando il vecchio Darwin fra i principali avversari. Il momento, d'altronde, sembra particolarmente adatto ai neoconservatori. Da una parte, l'elezione di un nuovo papa che ha tutte le credenziali per apparire come custode della dottrina teologica tradizionale. Dall'altra una situazione generale che mette in crisi i tentativi di conciliazione e di moderazione, esaltando, invece, le posizioni intransigenti, le uniche che sembrano reggere ai terremoti della globalizzazione e degli appiattimenti massmediatici. Bene accolto, dunque, il cardinale di Vienna quando afferma che l'evoluzione della specie, nel senso di Darwin, può anche essere vera, ma «un sistema di pensiero che fondi tutto sul caso e neghi un disegno è ideologia», e il disegno non può non essere quello divino della creazione. «Stiamo tornando al medioevo», commenta invece Margherita Hack, e con lei buona parte degli scienziati. In realtà il cattolicesimo più ufficiale aveva faticato non poco ad accettare l'evoluzionismo di Darwin nel secolo scorso. È stata una delle battaglie più difficili, non senza tragedie e ferite. Si pensi a studiosi cattolici come Teilhard de Chardin e alle loro fatiche. Infine, dopo un mezzo secolo di discussioni, la Santa Sede aveva accettato l'evoluzionismo, accettando insieme una lettura nuova e meno letterale delle pagine bibliche (la cultura protestante aveva già accettata l'ermeneutica moderna). Ma a due condizioni, almeno: che a un certo punto, quello del passaggio, per così dire, dalla scimmia all'uomo, si accettasse l'intervento di Dio per la creazione dell'anima umana, spirituale e immortale, e che tutto il processo fosse guidato dal Dio creatore. Due condizioni piuttosto difficili da accettare da parte della scienza e che oggi vacillano più che mai.

    Dopo il caso Galilei e la sua «sconfitta», la chiesa cattolica aveva scelto di mantenere una certa prudenza. Nel suo ambito, lo spazio per tre posizioni, che il teologo Bruno Forte, da poco nominato vescovo di Chieti, sunteggia così: «il creazionismo fondamentalista, che rimane attaccato alla lettera del racconto biblico; il neodarwinismo, che rimette tutto alla casualità; il teismo evoluzionista, che accetta l'evoluzione, ma vi riconosce il progetto di Dio creatore». Riuscirà la chiesa di Ratzinger a rimanere ancorata a questa terza difficile posizione? È quello che molti cattolici oggi si augurano, anche se li preoccupa il peso delle tendenze neoconservatrici: una chiesa impegnata soprattutto nella difesa di una rigida etica sessuale, potrebbe facilmente trovare nella condanna dell'evoluzionismo un riscontro interessante e un passaggio logico dall'etica alla teologia. Speriamo che non sia così.
    Lo si dica sine ira ac studio: sarebbe auspicabile che i neocons tenessero le loro luride mani lontano dal creazionismo cattolico.

    Guelfo nero

  3. #313
    scemo del villaggio
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    Predefinito Mestiere difficile fare il Papa

    MESTIERE DIFFICILE FARE IL PAPA

    Elio Maraone

    Fare il Papa - come ha osservato lo stesso Pontefice - non è facile; e proprio negli ultimi giorni sembra che Benedetto XVI lo stia assaggiando in maniera particolare. Non hanno atteso che varcasse la soglia dei primi cento giorni di pontificato per bersagliarlo di intimazioni, o comunque per strattonarlo per la veste, nella convinzione che il Papa si possa indirizzare a piacere. Questo non è possibile, ma commentatori anche sottili, cristiani anche teologi, politici anche stolidi non hanno mancato - soprattutto nei giorni del terrorismo montante - di sommergerlo con le loro adulazioni o le loro critiche, ugualmente interessate. I più attivi sono stati coloro che hanno tentato di arruolarlo nella guerra di religione fra cristianità e terrorismo islamico (anzi: Islam e basta) e nello scontro di civiltà.
    Impresa vana, sia perché oggi non esistono né quella guerra né quello scontro sia per l'altra e risolutiva ragione che il Papa sente e agisce come pastore dell'umanità, dunque sfugge a ogni tentativo di strumentalizzazione. Egli si rivolge a tutti, e nemmeno quando, nella costituzione di un magistero che già si va delineando, affronta un tema particolare, ne trascura la valenza universale. Per esempio è l'Europa, ma non soltanto l'Europa l'interlocutore al quale parla perché sia «fermento di un rinnovato umanesimo, nel quale fede e ragione cooperino in fecondo dialogo alla promozione dell'uomo e all'edificazione della vera pace».
    Parole dense, figlie di una linea sapienziale che si è espressa nel forte invito al dialogo con l'Islam, anche nella convinzione che in esso vi siano «elementi che possono favorire la pace». Una linea sapienziale che tra l'altro risale - notiamo di passata - all'incontro di Giovanni Paolo II con i giovani musulmani a Casablanca, vent'anni fa. Insomma, ce n'è abbastanza per riflettere, approfondire. Invece, alcuni insistono nell'adulazione che all'improvviso si tramuta in critiche superficiali, quando non scadono nel risentimento. Esemplare, a quest'ultimo riguardo, l'accusa mossa l'altro giorno dal governo israeliano al Papa, «reo» di non aver incluso Israele, all'Angelus di domenica, nell'elenco dei Paesi citati come vittime degli attentati terroristici. Con una procedura insolitamente dura, accompagnata da parole dure, il Nunzio monsignor Pietro Sambi è stato convocato al ministero degli Esteri di Gerusalemme, per ricevervi una protesta per l'omissione. Non c'è dubbio che questa omissione, vista anche la limpida, affettuosa posizione del Papa nei confronti dell'ebraismo e di Israele, possa, al più, essere considerata una incolpevole concisione, di quelle che la diplomazia risolve con tocco felpato. L'attacco a Benedetto XVI è stato invece «sorprendente e pretestuoso», per dirla con il portavoce pontificio Navarro-Valls. Difficile sapere da che cosa nasca questo attacco: se dai nervi scoperti di Israele in vista del ritiro da Gaza, o da un vero e proprio irrigidimento, oppure dal desiderio - come si sussurra - di bloccare l'Accordo bilaterale, che era a buon punto, fra Israele e Santa Sede.
    Tra i commenti italiani merita una segnalazione quello di Pierluigi Battista. Il vicedirettore del Corriere della sera scrive che «certamente non è stata un'omissione voluta», però annota che «Israele protesta ancora una volta contro un doppio standard morale e interpretativo» e aggiunge che «nell'oblio collettivo, allo Stato di Israele si fa fatica addirittura a riconoscere lo status di vittima...». Conclusione (di Battista): «Israele non può essere accusato di un eccesso di suscettibilità». A noi pare, al contrario, che stavolta quell'eccesso potrebbe essere invocato come attenuante.



    Già, mestiere dufficile quello di Papa: vicari di uno che è morto in croce per aver detto la Verità... Un vero Papa, come ha scritto Peucezio, avrebbe già revocato il riconoscimento di Israele

  4. #314
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    Predefinito

    Senza dubbio alcuno, "israele" non può avere riconoscimenti internazionali.

    Guelfo

  5. #315
    scemo del villaggio
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    Predefinito Da "Avve (le) nire"

    DIALOGHI
    A Pennabilli il Dalai Lama e il vescovo di S. Marino ricordano il cappuccino Orazio Della Penna, che evangelizzò l'Asia tre secoli fa

    La campana del Tibet

    Non è famoso come Matteo Ricci ma la sua opera ha contribuito ad avvicinare due culture e due religioni. Da domani nel Montefeltro alcune celebrazioni dedicate alla sua figura

    Di Paolo Guiducci


    Un semplice rintocco di campana può avvicinare idealmente due culture, due mondi, due religioni? Quando domani una copia originale della "campana di Lhasa" suonerà il primo rintocco dal "roccione" di Pennabilli, qualcosa può accadere, nello spirito proprio di chi questa "fratellanza" l'ha iniziata, oltre 300 anni fa. Orazio Olivieri della Penna, infatti, non è appena il compilatore del primo dizionario Italiano-Tibetano, bensì un missionario che dall'Alta Valmarecchia volò sulle ali della fede cristiana ("incarnata" nei panni di frate cappuccino) fino in Tibet. A rendergli onore, in questo antico borgo, il vescovo di San Marino-Montefeltro e il XIV Dalai Lama (che oggi alle 17,30 terrà un discorso al Parco Marecchia di Rimini e assisterà a un concerto in suo onore), a testimoniare "la scoperta e il rispetto dell'altro" che fu proprio di frate Orazio.
    Quella del cappuccino feretrano è stata un'esistenza spesa per annunciare il Vangelo, fino alla morte in Nepal all'età di 65 anni, al termine di una vita, affascinante mix di avventura, spirito missionario e amore per l'uomo immagine di Cristo. La copia originale della campana cristiana, è l'unico reperto della missione di Lhasa dove "lama testa bianca" (come padre Orazio era affettuosamente chiamato per via del colore dei capelli) prestò servizio. Conservata in un magazzino del tempio Jokhang, la campana fu rinvenuta nel '94 da Silvio Aperio, ed il suono registrato. Il calco è stato effettuato tra mille difficoltà nell'estate scorsa.
    La storia di padre Orazio della Penna sembra partorita dalla fantasia di un romanziere. Rampollo di nobile casato, a 20 anni Orazio Olivieri decise di abbandonare feste e mondanità per entrare nel monastero dei frati cappuccini di Pietrarubbia, a una ventina di chilometri da casa. Maturò la vocazione, fu tra i primi in "cappuccio e saio" destinati dalla Sacra Congregazione Propaganda Fide nella regione himalayana. Dopo un viaggio durato tre anni, giunse a Lhasa nel 1715, dove si stabilì per nove mesi nel grande monastero-università di Sera. È proprio in questo luogo di fede e cultura che, assieme al padre gesuita Ippolito Desideri, apprese non solo la lingua ma anche mentalità e tradizioni del popolo tibetano. Da qui alla compilazione del dizionario italiano-tibetano il passo è breve. È un'opera monumentale per l'epoca: già nel 1732 il dizionario consisteva di oltre 300 pagine e 32mila vocaboli, scritti di pugno. Il dizionario non è l'unico contributo che il frate pennese ha lasciato per la comprensione della cultura tibetana: all'ingegno di padre Olivieri si deve la traduzione di opere importanti della tradizione buddista, come La vita del Budda, Tson-K'a pa e altre ancora. Una vita sui libri, ma anche un'esistenza spesa per annunciare il Vangelo in quella fetta di terra lontana.
    Si conosceva l'esistenza di una campana fusa a Roma e portata a Lhasa da Orazio e conservata nella cattedrale del Iokhang, la stessa che accompagna le giornate e il lavoro dei missionari. La campana fu trovata nel '94 da Silvio Aperio, emissario di Elio Marini (lo scopritore del vocabolario Italiano-Tibetano) a Lhasa, ed il suono registrato.
    Ad inaugurare la campana sarà sua santità Tenzing Gyatso, XIV Dalai Lama del Tibet e Premio Nobel per la Pace 1989. Si tratta di uno dei momenti più importanti della sua visita a Rimini e nel Montefeltro prevista tra luglio e agosto, resa possibile proprio dal ricordo di quella straordinaria figura che è stata il "lama testa bianca" e nel solco del suo insegnamento. "Orazio Olivieri della Penna è un vero, nobile esempio di dialogo interreligioso - ammette senza esitazione il vescovo di San Marino-Montefeltro, mons. Luigi Negri - capace di professare la propria fede senza tentennamenti e costruendo proprio per la sua integrità ponti di dialogo nel rispetto dell'altro". Tanto che a spazzare via la missione di Lhasa non è stato il buddismo bensì il comunismo, che ha combattuto entrambi le fedi religiose.
    Sulla scorta di quell'esperi enza, ancora oggi così vivida, la Diocesi di San Marino-Montefeltro ha organizzato - dopo gli interventi di mons. Pietro Sambi, nunzio apostolico in Terra Santa, e del superiore dei Cappuccini delle Marche - per l'occasione un incontro di preghiera sulla piazza della cattedrale di Pennabilli; a quella del Dalai Lama farà seguito quella del vescovo Negri e dei fedeli. Una preghiera interreligiosa, insomma, in perfetta sintonia con lo "spirito" di Assisi inaugurato nella città di San Francesco da Giovanni Paolo II.
    Il Dalai Lama ritorna nel paese natale di padre Orazio Olivieri a settant'anni, undici stagioni dopo l'ultima visita; allora scopri una lapide dedicata al frate sul muro della casa natale del lama testa bianca. "Quel vostro concittadino, padre Orazio, era veramente una persona fuori dal comune, dotato di un coraggio e una determinazione ammirevoli" fu il ricordo di Tenzin Gyatso per l'amico frate "conosciuto" quasi trecento anni fa.



    Ma perché, per rendere onore a quel cappuccino missionario, vissuto per sua buona ventura prima del Vaticano II, il Dalai Lama non si converte al cattolicesimo? E perchè don Luigi Negri non gli ricorda che altrimenti la sua anima non si salverà? Non si potrà mica parklare di "ignoranza invincibile"...E continua il balletto ipocrita davantio alle TV... Parce Domine, parce populo tuo...

  6. #316
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    Predefinito

    Che genere di personaggio sia Negri, precipitato per qualche arcano disegno del destino addosso ad una cattedra episcopale, è noto lippis et tonsoribus...

    Guelfo nero

  7. #317
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    Predefinito Re: La Storia fatta (s)trame (dal "Domenicale" in edicola)

    Originally posted by franco damiani
    La teoria, anzi l’ossessione della “grande cospirazione” punta tutto contro gli ebrei e spiega la storia con macchinazioni semplicistiche. Ma il nemico autentico è l’uomo e la sua libertà. Lo spiegano in coro tre studiosi. E così si apprende che il teorema del “complotto” è una creazione dell’islam, cultura della sottomissione che ha sempre bisogno di un nemico. È qui che si fondono antigiudaismo, antisionismo e antisemitismo


    Marco Respinti

    «E così puoi vedere [...] che il mondo è governato da tutt’altri personaggi che neppure immaginano coloro il cui occhio non giunge dietro le quinte». Questa frase, scritta più di un secolo e mezzo fa dal primo ministro britannico Benjamin Disraeli, è la formulazione più felice della “teoria del complotto”, l’idea, ostinata e pervicace, che la storia non sia quella che si vede. Che vi siano altri livelli, altre menti, altre trame. Meglio dunque accorgersene per tempo, e contrattaccare.
    Quello del “complotto” è del resto uno schema in sé perfetto. In teoria però, esattamente come lo sono i modelli matematici costruiti appositamente per ottenere un determinato scopo – desiderato quando non addirittura già conosciuto – il quale però presenta poi sempre qualche difficoltà con l’attrito della fisica.

    Un teorema, insomma, che tutto spiega con poco sforzo. Basta cercare coincidenze, alla bisogna crearle, inanellare fatti i più disparati, infilare ogni elemento nella casella giusta. Farlo prima è difficilissimo, ma dopo è semplice. Funziona come l’interpretazione delle profezie di Nostradamus, quelle che post factum sono sempre “chiarissime”, il trionfo del “lo aveva detto”. Aggiungete un colpevole, un capro espiatorio, una vittima sacrificale e la cospirazione planetaria è bell’e pronta. Inaffondabile, tetragona, più forte ogni volta che la si smonta. Si regge infatti sulla postulazione di se stessa l’idea del “complotto”, e ogni critica, ogni scoglio interpretativo, ogni difficoltà oggettiva non fa altro che irrobustirne le pretese essendo la prova provata del teorema stesso: più lo si nega, più lo si afferma; più sfugge, più c’è. La proverbiale nebbia milanese? Io non la vedo, diceva Peppino a Totò in una giornata di sole splendente. E Totò gli rispondeva: appunto, se c’è la nebbia, non si vede niente.

    Dalla cospirazione degli UFO (e della CIA) all’Undici Settembre, fra disagi sociali sublimati e paure ancestrali di ritorno, esiste insomma una sorta di strano “iniziatismo” – ricco di letteratura e provvido di portavoce – che sostiene di combattere accanitamente contro un altro “iniziatismo” votato al Nuovo Ordine Mondiale. Malvagio.

    Timeo judaeos et dona ferentes
    Potrebbe sembrare fantascienza, oppure muovere al sorriso beffardo, ma è questione seria. E inquietante. Soprattutto perché, mescolando millenarismi da operetta, escatologie improbabili e interpretazioni geopolitiche astruse, il fenomeno è oggi più in voga che mai. Tanto da spingere l’editore Lindau di Torino a uscire, praticamente in contemporanea, con tre titoli ponderosi e impegnativi dedicati a questo tema, firmati da altrettanti autori felicemente in grado di unire la verve del giornalismo culturale di approfondimento e il piglio dello studioso d’archivio. Due statunitensi, Daniel Pipes e Gabriel Schoenfeld, e un italiano, Carlo Panella. Sostanzialmente un’offensiva culturale.

    Con Il lato oscuro della storia. L’ossessione del grande complotto (trad. it., pp.394, €24,50), Daniel Pipes – direttore del Middle East Forum e collaboratore del New York Sun e del Jerusalem Post – risale fino alle origini del teorema, additando quanti tra i primi critici della Rivoluzione francese videro in quel fenomeno di colossale sovversione culturale e politica un evento satanico e inaugurarono una sorta di “controesoterismo”: la spiegazione degli accadimenti storici attraverso l’azione congiunta e coordinata di conventicole iniziatiche e di società segrete diabolicamente ispirate.
    Ma il perno di ogni complotto serio e vero – dice il complottismo – è però l’ebreo, parassita delle società che lo ospita e, fra gelosia, ingordigia e volontà di potenza, imperturbabilmente teso a distruggere tutto quanto lo circonda. Per questo, dice il complottismo, lo si ritrova ovunque dietro a guerre, rivoluzioni, sciagure, catastrofi e delitti.

    I manuali del teorema non hanno peraltro mai chiarito bene da quale parte della barricata stesse il Disraeli estensore, nel romanzo Coningsby del 1844, di quella frase-simbolo dell'ermeneutica cospiratoria. Ossia se così dicendo egli intendesse mettere in guardia il suo prossimo (come sostiene quella che però, nella logica complottista, potrebbe pur essere solo una vulgata), oppure se, con la sicumera di chi non ha nulla da temere dall’esposizione – controllata – al fuoco nemico, enunciasse una verità saputa per partecipazione. Vedeva trame ebraiche ovunque Disraeli, ma l’essere stato un grande avvocato anglicano (per conversione) della preminenza sociale degli ebrei, che, passato dai progressisti ai conservatori, scalò i gradini del partito tory e quelli della nazione, ne fanno per certo un “sospetto”.

    Errante o meno, della diaspora o living in Israel, è insomma l’ebreo il bandolo della matassa. Ed è così da sempre, da quando l’architetto Hiram costruì il tempio per il re Salomone (1Re 7, 13-40), generando per iniziazione occulta la filère che giunge alla massoneria – ovviamente cullata dall’Ordine dei Poveri Cavalieri del Tempio di Hugo de Payns e di (san) Bernardo di Chiaravalle, e imparentata con i Rosa+Croce – e che per suo tramite prosegue lungo una catena capace di legare assieme i personaggi più strampalati. Così, un tecnocrate qui e un sinarchico là, il complotto si alimenta grazie ai potenti mezzi messi a disposizione da una cricca autoreferenziale di fantastiliardari semiti che si riuniscono in lussuose località sciistiche per tramare fra un cocktail e l’altro, e questo periodicamente benché segretamente (ma di questi rendez-vous tutti sanno tutto, orari e menù compresi, grazie a una pletora di libri, fanzine e insider newsletter che si citano sempre l’uno con l’altro).

    Non ci credete? Sta scritto per filo e per segno nei Protocolli dei Savi Anziani di Sion. Sono un falso, fabbricato ad arte dalla polizia zarista? Fa parte del complotto ebraico: da un lato il farlo credere, dall’altro l’aver assestato il colpo da maestro facendo scrivere ai “gentili” la verità cospirazionista ebraica per potere recitare da vittime e al contempo procedere indisturbati con il programma dei Protocolli, un “falso vero”.
    L’ebreo lo fa del resto per vocazione. Progenie di Satana o di Caino – come sostiene il British Israelism antisemita –, egli è pago solo del caos. Oppure, nella versione che mescola biologismo e spiritualismo, è la sua intrinseca inferiorità criminale a renderlo così . Oppure ancora – in una ennesima versione, questa volta più laica – è la sua proverbiale taccagneria la chiave di volta: l’avidità come emblema dello spirito del giudeo grifagno.

    Ora, gli specialisti accademici – una koinè di studiosi di discipline diverse che si rimandano le une le altre e i cui confini per forza di cose si sovrappongono e s’intrecciano, dalla sociologia alla storia delle religioni, dalla storia delle mentalità a quella delle dottrine politiche – sottolineano un fattore importante.
    Siano quelle che siano le origini del teorema, gli ebrei entrano nel quadro in un’epoca relativamente tarda. Quando lo fanno, però, non se ne vanno più. Ovvero il “complotto ebraico” nasce tardi, ma a quel punto si fa pietra filosofale: spiega tutto sin dal principio.

    Allah contro Mosè
    Tardi però perché? Perché la ratio ebraica del complotto mondiale giunge in Europa dall’islam. Qui s’incista sulle paure in gran parte legate alla letteratura sull’Anticristo diffusasi a macchia d’olio dopo la Riforma protestante e produce alchimie feroci, ma viene dall’islam.
    Lo descrive dettagliatamente Carlo Panella – commentatore parlamentare per le reti Mediaset e collaboratore de il Foglio – ne Il «complotto ebraico». L’antisemitismo islamico da Maometto a Bin Laden (pp. 288, €19,50) laddove distingue l’essoterismo del crucifige che il popolo ebraico gridò a suo tempo a Gesù dalle trame esoteriche attribuite dalla cultura musulmana agl’israeliti.
    E questo offre l’occasione per due precisazioni tanto fondamentali quanto reiterate (ma poco ascoltate).

    La prima è che antigiudaismo, antisionismo e antisemitismo non sono affatto la medesima cosa. L’antigiudaismo configura una critica teologica, l’antisionismo un dissenso politico (e, peraltro, non tutte le critiche politiche a Israele sono fattispecie dell’antisionismo), l’antisemitismo l’odio razziale.
    La seconda è che, pur restando distinti, antigiudaismo, antisionismo e antisemitismo possono però sovrapporsi e confondersi, oppure ospitarsi e mascherarsi l’uno dietro o dentro l’altro.
    Talora la loro distinzione è ardua (a volte impossibile), eppure resta non meno necessaria della recisa condanna di ogni fenomeno d’intolleranza, prima ancora che di violenza. Perché così si salva e si protegge la sacrosanta distinzione fra creed e deed, tra pensiero e azione: se no il processo sommario alle intenzioni travolge tutto, in primis la libertà.

    Aiuta in questo Il ritorno dell’antisemitismo (trad. it., pp.214, €19,50) di Gabriel Schoenfeld – senior editor di Commentary, mensile dell’American Jewish Committee, diretto per 30 anni da Norman Podhoretz –, sia perché individua bene l’antisemitismo per ciò che è, sia perché, a tratti, rischia passaggi un po’ disinvolti da un piano all’altro.

    Il regno della confusione
    Ora, si può, e si deve, discutere di ogni singolo dettaglio, di ogni affermazione e di ogni analisi per evitare un “complotto al contrario” con la trasformazione del musulmano nel nuovo ebreo espiatorio. Si deve insistere sulla distinzione fra critica teologica e antisemitismo in ambito cristiano e occidentale, e sempre fra creed e deed. Si deve evitare di vedere annidato un antisemita in ogni avversario. Ma il punto più avvincente dei tre studi di Pipes, Schoenfeld e Panella – il tratto che li accomuna trasformandoli in strumenti preziosissimi di analisi – è la proposizione di un criterio di lettura tanto innovativo quanto risolutivo di una questione che altrimenti rischia di trascinarsi irrisolta e di mietere altre vittime innocenti.

    Il complesso di colpa che caratterizza certi settori deboli e stanchi (di sé) della cultura occidentale, quello che per i suoi detrattori interni ed esterni suona come un invito a nozze, impedisce di vederlo, ma esiste sì un locus dove antigiudaismo, antisionismo e antisemitismo (che da noi distinti continuano a essere) si fondono e si amalgamano in un unicum in cui, seppur è possibile distinguere ancora logicamente i tre fenomeni, sia sul piano culturale sia sul piano materiale l’uno (ognuno di essi) contiene ed è strumento degli altri. Questo locus è l’islam, dove la non-differenziazione fra religione e politica, la geopolitica strutturalmente di conquista, l’assenza di speculazione teologica fondata su una filosofia distinta seppur unita al discorso propriamente di fede e quella che viene percepita come natura “etnica” della fede ebraica (del resto speculare alla fede in un Allah che parla intraducibilmente in arabo e che prevede l’arabizzazione di tutti i proseliti) rende l’antigiudaismo, l’antisionismo e l’antisemitismo delle micidiali revolving door.

    È però sì quella occidentale, e in talune espressioni o frange quella cristiana (o di origine o derivazione cristiana, sia cattolica sia protestante), la cultura in cui – Pipes, Schoenfeld e Panella lo evidenziano bene – l’importo islamico produce gli effetti più dirompenti.
    Accade quando l’ostilità islamica verso l’ebreo s’innesta sulle nostre ubriacature intellettuali generando un ibrido spaventoso: il complottismo, una creatura alla Frankenstein prodotta dalla simbiosi fra una ragione che ha perduto la bussola (e che quindi, dubitando in essenza che il reale sia quel che è, elabora “certezze” alternative) e il sollievo provato alla scoperta di un capro espiatorio che toglie le castagne dal fuoco.
    È infatti lo sgomento generato dall’incapacità di misurarsi con la libertà e l’impossibilità di affrontare il male che la nostra ragione impazzita e la ragione inesistente del fideismo islamico tramutano in odio. Il quale o si rivolge contro di sé o cerca valvole di sfogo. Alla fine è la stessa cosa, ma di mezzo ci va la vittima sacrificale. L’ebreo, il suo discendente e alleato cristiano, il loro rampollo occidentale.
    L’apparente carattere reazionario del complottismo è insomma nella realtà la quintessenza del progressismo, il vertice raggiunto da una filosofia lasciata a se stessa (ma di questo paga) che non ragiona più sul reale, ma che il reale lo desidera a misura propria.

    Se infatti Nicolás Gómez Dávila, che non si è mai vergognato di dirsi reazionario, ricordava che il cattolico non può essere antisemita perché al popolo eletto si deve il concetto di persona fondante la cultura occidentale giudeo-cristiana, se il giudeo-cristianesimo non è un’astrazione, se il Catechismo della Chiesa cattolica, Compendio compreso, parla chiaro sui “fratelli maggiori” e se l’illuminismo sfoggiava razzismi a go-go, hanno ragione da vendere Pipes, Schoenfeld e Panella a puntare il dito sullo scellerato patto antisemita e antioccidentale fra progressismo euro-americano e fondamentalismo islamico. È del resto nell’Occidente giudeo-cristiano che gli attori della storia sono le persone e non i teoremi, mentre è fuori di esso e nelle pieghe della sua malattia che il cielo diventa oscuro e lo scontro di civiltà si fa corpo contundente.
    Il "Domenicale" è davvero un ricettacolo dove allignano opusdeisti e alleanzini "cattolici": il tutto grazie al mecenatismo di Dell'Utri.
    La presente valga come messa in guardia per tutti.
    Grazie Professore


    Guelfo Nero

  8. #318
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    Predefinito Origene e il Cantico, i sensi dell'allegoria

    Da "Avvenire" del 31 luglio:

    L’opera greca è andata perduta, ma sono emersi 88 frammenti all’interno di un’opera del VI secolo, e su questi si dipana
    il lavoro di esegesi che ci offre un’analisi esemplare del libro più singolare dell’Antico Testamento

    Di Gianfranco Ravasi

    Kenan, il più celebre esegeta "razionalista" dell’Ottocento, era convinto che il Cantico dei cantici fosse scivolato nel Canone delle S. Scritture solo a causa di un «moment d’oubli», di un attimo di distrazione dei pii teologi ebrei. Le nudità frementi, i piaceri segreti, le bevande inebrianti, le sorgenti nascoste, le vegetazioni lussureggianti, i venti carichi di aromi e di sensualità che striano i 117 versetti di questo poemetto biblico, fatto di sole 1250 parole ebraiche (lo 0,42% dell’intero Antico Testamento), avrebbero accecato quei vecchi sapienti, come era accaduto in un caldo pomeriggio ai due anziani ebrei abbagliati dallo splendore della pelle di Susanna al bagno (Daniele 13).
    È per reazione a questo senso "letterale" e "sensuale" – in realtà non da vanificare bensì da rileggere in chiave simbolica – che ben presto quelle carni e quei paesaggi furono trasformati in metafora e allegoria e ci si avviò sulla strada di una spiritualizzazione angelicale, capace di trasfigurare l’afrore dell’eros in odore di santità. Questa ermeneutica, che per secoli dominò sbaragliando ogni timido tentativo di esegesi "letterale" del Cantico, ebbe in Origene, il grande maestro alessandrino del III sec., uno degli emblemi più alti. Purtroppo, però, il suo commentario in 10 libri, capolavoro esegetico della sua maturità (siamo attorno al 240) stando a s. Girolamo, è andato perso nell’originale greco ed è approdato a noi solo nella versione latina parziale di Rufino di Aquileia, eseguita agli inizi del V. sec., mentre Girolamo si premurò di tradurre un paio di omelie origeniane dedicate al Cantico (di un commento giovanile, sempre sullo stesso libro, dello scrittore di Alessandria d’Egitto, è rimasto solo un frammento).
    Dicevamo che il grande commentario origeniano ci è ignoto nel suo testo originale greco. Questo, però, non è del tutto vero perché quel fenomeno "tradizionale" che furono le "Catene" – antologie di citazioni testuali patristiche – ce ne conservarono una sele zione frammentaria (si pensi alla "Catena Barberiniana" così detta dal nome del codice che la conserva custodito nella Biblioteca Vaticana, oppure alla "Catena di Policronio" dal nome del diacono autore, conservata soprattutto in un codice della Biblioteca Ambrosiana, alla "Catena Cantabrigense" del Trinity College di Cambridge e così via). Ma la più significativa raccolta di citazioni originali del commento al Cantico di Origene è da cercare nell’Epitome di Procopio di Gaza, uno studioso morto attorno al 530.
    È a questa più vasta sequenza testuale che punta Maria Antonietta Barbàra per offrirci un’esemplare edizione critica: gli 88 frammenti, pubblicati nel testo greco con la traduzione italiana a fronte, ricevono un’analisi di oltre 230 pagine che li sottopongono a un vaglio minuzioso e che ci permettono di riscoprire la fragranza dell’originale e della sua interpretazione della pagina biblica. È, questa, infatti, la prima edizione secondo i canoni della più rigorosa critica testuale, se si esclude quella lacunosa e imperfetta dell’intera Epitome curata nel 1837 dal card. Angelo Mai, lo «scopritor famoso»dei classici, celebrato da Leopardi nell’omonima canzone (1820). Si ha, così, la possibilità di veder rinascere il Cantico sotto la luce che Origene vi proietta, una luce "platonica" alimentata dal netto superamento della realtà "sensibile", che è da trascendere per ascendere alla realtà "intellegibile", l’unica autentica e feconda.
    È chiaro, allora, che il significato letterale del Cantico col suo turgore "sensibile" deve essere valicato per coglierne il valore spirituale sotteso. Un valore che rivela due volti: quello "tipologico", per cui le immagini sono figure (typoi) di Cristo e della Chiesa, e quello "psicologico", secondo il quale attraverso esse si svela la relazione che intercorre tra Dio/Cristo e l’anima cristiana. Ecco, ad esempio, come la tipologia origeniana trasfigura il passo del Cantico (1, 13) in cui la donna compara il suo amato a un «sacchet to di mirra» posto tra i suoi seni: «Non sono forse segno della morte del Signore la goccia di profumo e la mirra, che la sposa porta nel suo cuore come un sacchetto di profumo ben legato?» (n. 14). Similmente il nardo (1, 12) è l’aroma che «ha unto i piedi di Gesù» da parte di Maria, la sorella di Lazzaro. E così via, secondo i vari passi del Cantico.
    L’esegesi "psicologica" brilla, invece, quando l’amato entra in scena allo sbocciare della primavera, con la sua voce tenera e appassionata (2, 8-14): «È chiaro che l’anima, sposa del Logos, oppure la Chiesa di Cristo, percepisce la sua voce come divina, prima ancora di comprenderla: è ciò che noi fedeli proviamo quando, prima di comprendere le voci della legge e dei profeti, rimaniamo ammirati per la pienezza di grazia divina» (n. 23). Siamo, quindi, di fronte alla più classica ermeneutica spirituale del Cantico che dominerà per secoli, prima di giungere all’esegesi moderna che dall’allegoria sposterà il baricentro sul simbolo inteso come intreccio compatto tra carne e spirito, tra amori e Amore, tra realtà "sensibile" ed epifania del trascendente.

    Origene
    Commentario al Cantico dei Cantici

    Edb. Pagine 615. Euro 56, 20

  9. #319
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    Predefinito Confermato l'imperativo ecumenico

    Un articolo non recentissimo (30 maggio) di "Avvenire":

    Elio Bromuri

    Quando, viaggiando in auto, abbiamo ascoltato alla radio Benedetto XVI che affermava il suo forte proponimento di perseguire l'impegno dell'unità dei cristiani con tutte le sue energie, abbiamo sentito scorrere in noi una corrente di commozione. Come noi, forse, moltissimi altri cristiani cattolici e, vogliamo sperare, anche di altre confessioni cristiane, che hanno speso e stanno spendendo una vita per la «santissima causa dell'unità della Chiesa», con preghiere, studio, contatti, collaborazione concreta nel campo delle relazioni intercristiane, si sono sentiti confortati e stimolati a proseguire nell'impegno. Non è sceso l'inverno, sull'ecumenismo che era sbocciato così felicemente e sviluppato in tanti documenti interconfessionali, come è riconosciuto da Giovanni Paolo II nell'enciclica Ut unum sint del 1995. Molti, da allora, alcuni con amarezza e delusione, altri con un pizzico di soddisfazione fondamentalista, hanno descritto le relazioni tra le Chiese, come se un gelo invernale avesse coperto i germogli e bloccato i fermenti del rinnovamento e del movimento di riconciliazione. Altri ancora, dopo l'elezione di Joseph Ratzinger hanno pensato e forse sperato che fosse venuto il tempo di porre le distinzioni, segnare distanze e piantare solidi paletti. Ma non hanno forse chiarito a se stessi che altri sono i fini, altri sono i mezzi, altra è la sostanza dell'impegno, altro è e può essere lo stile e i metodi. Benedetto XVI ha detto chiaramente, con parole pacate e caute, con tono caldo e invitante, rimarcando le parole con incisività e determinazione, in un passo lungamente applaudito, più lungamente degli altri, dalla grande assemblea di Bari: «L'Eucaristia è sacramento dell'unità. Ma purtroppo i cristiani sono divisi proprio nel sacramento dell'unità. Tanto più dobbiamo, sostenuti dall'Eucaristia, sent irci stimolati a tendere con tutte le forze a quella piena unità che Cristo ha ardentemente auspicato nel cenacolo».
    Qui, senza alcuna innovazione, né in un senso né in un altro, troviamo la ripetizione del principio fondamentale dell'ecumenismo: il mistero eucaristico come culmine e fonte dell'unità della Chiesa, anzi di tutta la vita della Chiesa. La novità semmai la possiamo trovare in quello che Benedetto XVI indica, subito dopo, quando afferma che per raggiungere questo fine non bastano i buoni sentimenti, ma «occorrono gesti concreti». Il Papa vuol dire che quelli realizzati precedentemente forse sono ascrivibili a gesti di buona volontà, espressioni di stima e benevolenza necessari ma non sufficienti? Che ciò che è stato fatto non basta per sollecitare «quella conversione interiore che è il presupposto di ogni progresso sulla via dell'ecumenismo»? Sembra lecito e fondato pensarlo.
    Quali siano questi «gesti concreti» però non è dato sapere per il momento e siamo in attesa. Molti ne sono stati già dati in questi quarant'anni, dal Concilio a oggi. Gesti di riconciliazione, di buona volontà, sottoscrizione di documenti interconfessionali, richiesta di perdono per le colpe contro l'unità di cui si è fatta carico per la sua parte la Chiesa cattolica, iniziative comuni di preghiera, collette. Ma forse Benedetto pensa ad altro tipo di «gesti concreti che entrino negli animi e smuovano le coscienze».
    La citazione dei «gesti concreti» la troviamo anche nel messaggio al termine della Messa con i cardinali del conclave il 20 aprile nella Cappella Sistina, il primo messaggio da Papa («Non bastano le manifestazioni di buoni sentimenti. Occorrono gesti concreti che entrino negli animi e smuovano le coscienze, sollecitando ciascuno a quella conve rsione interiore che è il presupposto di ogni progresso sulla via dell'ecumenismo».) e pertanto sembra la via «benedetta» dell'ecumenismo. Egli, Benedetto XVI, di fronte al mare e ad un'immensa folla di credenti, nella città di Bari, terra d'incontro e dialogo con i cristiani d'Oriente, dichiara solennemente la sua «volontà di assumere come impegno fondamentale quello di lavorare con tutte le mie (sue) energie alla ricostituzione della piena e visibile unità di tutti i seguaci di Cristo». Noi ci impegniamo a seguirlo con fiducia.

    A proposito, anche "Percorsi" in edicola, e la relativa recensione di Aldo Di Lello sul "Secolo" inneggiano a benedetto XVI vedendo nel 2cammino verso l'unità dei cristiani ", che avrà la prima tappa a Colonia con laGMG, la "cifra" del suo pontificato. Nnamo bbene.

  10. #320
    scemo del villaggio
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    Predefinito Introvigne su Ratzinger: il manifesto dei neocons

    Dal "Domenicale" di sabato 4 giugno 2005, p. 2:

    UN PAPA "PENTITO" DEL POST-CONCILIO

    di Massimo Introvigne

    La mia vita. Autobiografia di Joseph Ratzinger (San Paolo, Cinisello Balsamo - Milano -, 2005) traduce dal tedesco un libro di memorie del regnante Pontefice che arriva fino all'anno 1977 e alla sua nomina ad Arcivescovo di Monaco di Baviera e Frisinga. Non vi si troveranno quindi novità o rivelazioni sul suo periodo romano, né sul servizio arciepiscopale svolto a Monaco. L'opera tuttavia è preziosa per chiunque voglia comprendere sia lo stile dell'uomo che è diventato Papa, sia i temi fondamentali della sua attività di teologo di professione, che - se pur non si conclude - certo acquista un carattere diverso con la nomina a vescovo nel 1977.
    Il testo - che è ricchissimo di dettagli e che è davvero impossibile riassumere - consta di tre nuclei tematici principali. Il primo ripercorre la giovinezza del futuro Pontefice, dalla nascita il 16 aprile 1927 nel villaggio bavarese di Marktl sull'Inn all'ordinazione sacerdotale del 1951. Benché il giovane Joseph Ratzinger, figlio di un gendarme, si sposti da un villaggio all'altro seguendo i mutamenti di carriera del padre, egli considera come il suo "vero paese d'origine" Traunstein, dove trascorre gli anni più significativi dell'infanzia e della giovinezza. Il quadro che ne dà non costituisce una semplice curiosità: la robusta e solida cristianità rurale bavarese, sordamente ostile nei confronti del nazionalsocialismo (memorabile l'episodio del maestro di scuola nazista neopagano, le cui iniziative naufragano nel ridicolo), articola la sua vita intorno alla liturgia, con un clero che si apre cautamente al nuovo movimento liturgico, di cui nota però anche le potenziali deviazioni, che - come scrive l'autore - produrranno i loro guai nella Chiesa solo molti anni dopo. "L'inesauribile realtà della liturgia cattolica - ricorda Joseph Ratzinger - mi ha accompagnato attraverso tutte le asi della mia vita: per questo, non posso non parlarne continuamente".
    L'idillio bavarese è però ben presto spezzato dal nazismo, dalla guerra, dall'obbligo di prestare servizio militare imposto anche a chi come il giovane Joseph ha deciso di entrare in seminario, e infine dall'internamento come prigioniero di guerra all'arrivo delle truppe statunitensi. ma tutto questo è superato e, sia pure in condizioni materiali difficilissime, Joseph può proseguire gli amati studi di teologia fino all'ordinazione sacerdotale.

    L'eccitamento conciliare

    Il secondo nucleo tematico del volume, quello per molti versi centrale, ricorda lo sviluppo del pensiero teologico di Joseph Ratzinger e le amicizie - alcune delle quali divenute, se non inimicizie, aspri contrasti dottrinali - con le maggiori figure del mondo teologico tedesco del XX secolo. Si va da Michael Schmaus (1897-1993), uno dei suoi maestri e protagonista di quello che l'autore definisce un vero e proprio "dramma" - preoccupato dal carattere che considera eccessivamente innovativo delle idee storico-teologiche dell'allievo, con cui si riconcilierà solo molti anni dopo, Schmaus cerca di stroncarne nel 1956 la carriera universitaria -f ino a Karl Rahner (1904-1984) e Hans Kung. Proprio la controversia con Schmaus a proposito della tesi di abilitazione del giovane teologo su San Bonaventura (1218? -1274) è al cuore della ricostruzione che l'autore propone del proprio itinerario teologico, da cui emerge un'immagine che non si lascia ridurre a quella giornalistica, piuttosto semplificante, dell'ex progressista che diventa "pentito" solo dopo aver constatato i guasti del post-Concilio. In realtà, tutto si gioca fin dall'inizio sul concetto di Rivelazione. Nella tesi del 1956 il giovane Ratzinger sostiene che per San Bonaventura (ma è una posizione che il teologo fa sua) i concetti di "Rivelazione" e di "Sacra Scrittura" non coincidono. La "Rivelazione" al contrario "è sempre un concetto di azione": il termine definisce "l'atto con cui Dio si mostra, non il risultato oggettivizzato di questo atto". Dunque "del concetto di 'Rivelazione' è sempre parte anche il soggetto ricevente: dove nessuno percepisce la Rivelazione, lì non è avvenuta nessuna Rivelazione".
    Non è esagerato dire che questa è l'affermazione centrale di tutto il testo. Precisamente su questo tema si determina durante il Concilio Ecumenico Vaticano II il contrasto tra il perito Joseph Ratzinger e i seguaci della "presunta scoperta" del gesuita Joseph Rupert Geiselmann (1890-1980) - oggetto, secondo il testo, di una "grossolana volgarizzazione nell'eccitato clima conciliare" - secondo cui lo stesso Concilio di Trento avrebbe voluto insegnare che la Sacra Scrittura ha una sua "completezza materiale" e contiene l'intero deposito della fede. Seguendo a fondo le tesi di Geiselmann si sarebbe arrivati a una svalutazione della Tradizione, all'idea che la Chiesa non potesse "insegnare nulla che non fosse esplicitamente rintracciabile nella Sacra Scrittura", cioè - "dal momento che interpretazione della Scittura ed esegesi storico-critica venivano identificate" - nulla che non fosse certificato dagli esegeti e dai teologi, che venivano così a sostituirsi ai vescovi. Il rifiuto di questa deriva, giudicata pericolosissima, finisce per separare Ratzinger dai principali "progressisti", ma nello stesso tempo l'argomento per rifiutarla - che è sempre quello secondo cui "la Scrittura è la testimonianza essenziale della Rivelazione, ma la Rivelazione è qualcosa di più vivo, di più grande" - è giudicato troppo agostiniano e bonaventuriano (e troppo poco tomistico, o neoscolastico) dai "conservatori", così che la posizione del teologo tedesco rimane per qualche verso isolata. E' evidente come questa distinzione fra Scrittura e Rivelazione, e questa nozione di Rivelazione, hanno un significato cruciale anche per la definizione della specificità del cattolicesimo e delle sue differenze, per esempio, con il protestantesimo e con l'Islam, cui pure il testo fa brevemente cenno.

    La lobby dei teologi professionisti

    Il terzo nucleo tematico del volume mostra come coloro che avevano sostenuto in tema di Sacra Scrittura e di ruolo rispettivo dei teologi e dei vescovi al Concilio la tesi giudicata da Joseph Ratzinger eversiva si organizzano in una vera e propria lobby, concepiscono la Commissione teologica internazionale (di cui lo stesso Ratzinger fa parte) come un'istanza alternativa e superiore alle congregazioni romane, cercano di scardinare la teologia a partire dalla liturgia, e con diverse strategie operano per rovesciare la nozione di Chiesa guidata dai vescovi in una di Chiesa guidata dai teologi che - come, ricorda l'autore, aveva già suggerito Martin Lutero (1483-1546) - in quanto "esperti di Sacra Scrittura sono coloro che veramente possono prendere delle decisioni". Ma il processo sovversivo, una volta avviato, non si ferma qui: se la Chiesa non è guidata dai pastori, ma da chi interpreta la Sacra Scrittura, come pretendere che questa interpretazione sia riservata a una casta di professori? In un clima segnato dal marxismo comincia a emergere "l'idea di una sovranità ecclesiale popolare, in cui il popolo stesso stabilisce quello che vuole intendere con il termine Chiesa". Beninteso, le carte sono truccate, perché "il popolo" è una metafora per una nuova generazione di teologi progressisti - "della liberazione" - che aspira a scalzare la generazione precedente. ma la direzione in cui ci si muove è comunque quella di una vera e propria rivoluzione che sovverte le basi stesse della Chiesa e della fede.
    Si spiega così la ferma reazione prima del teologo e poi del vescovo e cardinale Joseph Ratzinger, che rompe con molti amici e colleghi con cui pure aveva condiviso la critica di una teologia neoscolastica ritenuta troppo angusta e difensiva, e poco adatta alla proiezione nuovamente missionaria della Chiesa per la riconquista di un mondo scristianizzato in cui l'autore vede il vero appello del Concilio. Certamente le intenzioni maliziose della lobby progressista e il suo sfruttamento di una "propaganda conciliare" che abusa del nome del Vaticano II contro i documenti della stessa assise si rivelano nella loro tragica chiarezza solo progressivamente. peraltro, l'opera suggerisce che il percorso intellettuale del teologo Joseph Ratzinger non procede per scossoni, "svolte" o "pentimenti", ma è già chiaro alla fine degli anni Cinquanta. la nozione di Rivelazione come "azione" - lontana sia da un certo conservatorismo, sia dal progressismo cripto-protestante - ne costituisce il centro ideale.

    Indovinate però a chi dà ragione Ferrara nella disputa fra Israele e Vaticano (per la serie: il primo amore non si scorda mai).

 

 
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