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Discussione: Max Stirner

  1. #1
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    Max Stirner

    Ciao a tutti mi presento mi chiamo alessandro e sono di genova.

    Girando per sitiweb e cercando informazioni ho trovato qualcosa riguardo Max Stirner e leggendo qualche punto mi sono ritrovato molto nel suo pensiero.
    C'è qualcuno che sa darmi qualche info in più a riguardo?

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  2. #2
    Silvioleo
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    STIRNER, NEMICO DELL'INDIVIDUO E DELLA SUA PROPRIETA'

    L’Unico e la sua proprietà di Max Stirner, pubblicato in Germania nel 1844, viene generalmente considerata la più importante opera teorica della corrente individualista dell’anarchismo, ma non sono mancati tentativi di includerla nell’alveo del pensiero liberale e libertario. Secondo questa interpretazione l’egoismo esaltato da Stirner troverebbe la sua massima espressione nella concorrenza che caratterizza le economie del laissez-faire. Ad esempio, nel libro Anarchism: left, right, and green, Ulrike Heider scrive che "Stirner deriva la sua indentà solamente dalla proprietà, un concetto arciborghese che fa di lui un antenato del liberalismo laissez-faire".

    Anche il filosofo Antimo Negri, in un recente saggio (Stirner e l'individualismo metodologico), afferma che "si può assegnare a Stirner l’idea secondo la quale l’unica società possibile è quella borghese", dato che "l’unione degli egoisti di Stirner è il "sistema commerciale" di Smith": "in questa società egli individua come dominante la legge, unica, della concorrenza. Tolto di mezzo lo Stato, anche lo Stato educatore, Stirner opta per un ultraliberalismo e/o ultraliberismo al centro dottrinario del quale c’è l'assolutizzazione di una società civile che ubbidisce ad una sola legge, quella della concorrenza". Anzi, poiché Stirner rigetta alcune "idee ministerialistiche" e stataliste di Smith, egli finisce col trovare "in certo neoliberalismo e/o neoliberismo del ‘900 seguaci convinti e talvolta anche fanatici": il riferimento qui è al libertarismo americano, e in particolare a Robert Nozick. La conclusione di Antimo Negri è che "Stirner possa essere considerato un neoliberale e/o un neoliberista ante litteram, o che gli odierni neoliberali e neoliberisti possano essere considerati dei veri e propri post-stirneriani. Per lo meno, ciò, perché è comune a Stirner e ai neoliberali e/o neoliberisti non solo la collera contro entità astratte, ma anche e soprattutto la più spregiudicata affermazione che l’unica società possibile è la market society".

    Se è vero che il fascino perverso di Stirner finì col contagiare per un certo periodo autori anarco-individualisti come Benjamin Tucker, Emile Armand o John Henry MacKay, e se è vero che Stirner tradusse le opere di Adam Smith e Jean-Baptiste Say, tuttavia la sua collocazione all’interno del free-market anarchism, la sintesi moderna dell’anarchismo individualista e del liberalismo classico, è completamente scorretta. Nelle 400 e più pagine che compongono L’unico e la sua proprietà non si trova una sola riga che possa suffragare la rappresentazione di Stirner come campione del laissez-faire o come precursore dei libertarians americani. Non solo: all’opposto di quanto afferma Negri, si può senz’altro sostenere che l’opera di Stirner costituisca uno degli attacchi più diretti ed espliciti alla dottrina liberale che siano mai stati scritti.

    Basta leggere il modo in cui Stirner, da nichilista radicale, sbeffeggia ripetutamente i diritti naturali alla vita, alla libertà, e alla proprietà della tradizione liberale e libertaria: "Quanto spesso la santità degli inalienabili diritti umani vien rinfacciata a chi li avversa, quanto si dimostra che una libertà qualunque è un "sacrosanto diritto umano"! Coloro che così agiscono meritano di essere derisi… L’uomo accampi pure quanti diritti voglia: che importa a me delle sue pretese? Se il suo diritto è sancito soltanto dagli uomini, ma non da me, esso non ha per me alcun valore. La sua vita, per esempio, non ha valore ai miei occhi che quel tanto che vale per me. Io non riconosco né il suo cosiddetto diritto di proprietà, né il suo diritto su cose determinate, e neppure il diritto sul suo santuario interiore, né la pretesa che i suoi beni spirituali, le sue divinità, debbano essere rispettate dagli altri. I suoi beni materiali o spirituali appartengono a me e io ne uso secondo il mio vantaggio e per quanto il mio potere me lo consente… Ciò che io posso ottenere con la forza l’ottengo, e su ciò che non posso ottenere non ho ragioni da far valere, né mai diritti imprescrittibili mi saranno argomento di consolazione o di orgoglio".

    Poiché Stirner si dice convinto che la giustizia non esista, che la morale sia un feticcio, che la libertà comprenda il diritto di negare l’altrui libertà, e che il diritto scaturisca dalla nuda forza ("Voi anelate alla libertà? Stolti! Procuratevi la forza e la libertà verrà da sé", "Chi ha la forza, ha il diritto: se non avete quella, non avrete neppure questo"), ne consegue la piena rispettabilità delle attività criminali e delle guerre di conquista: "E’ necessario che si sappia che l’atto dello stender le mani per prendere non è spregevole, bensì è la vera manifestazione del coerente egoista…Si dice che la punizione sia il diritto del delinquente. Ma anche l’impunità è il suo diritto. Se la sua impresa gli riesce, è giusto che egli ne tragga vantaggio"; "Se noi vogliamo togliere al proprietario il suo podere, noi ci uniremo per questo scopo, formeremo un’associazione; se il colpo ci riesce, il nostro intento sarà ottenuto. E come cacciamo dal loro terreno i proprietari, così noi possiamo cacciarli da molte altre proprietà e ridurre queste in proprietà nostra, proprietà dei conquistatori".

    Il leit-motiv che Stirner afferma con spavalderia, contro tutta la tradizione liberale, è che la proprietà non rappresenta affatto un diritto inviolabile: "Dinanzi alla tua e alla vostra proprietà io non arretro tremante; potendo, sono pronto anzi a farla mia. Fate voi altrettanto riguardo alla mia proprietà…Tutto ciò che al mio potere non può essere strappato, è mio; la forza decide della proprietà e io aspetterò dalla mia forza ogni cosa!…Io devo dire a me stesso che la mia proprietà si estende fin dove arriva il mio potere e che io considero come mia proprietà tutto ciò che mi sento abbastanza forte da conseguire, ed estendo la mia reale proprietà su tutto ciò che io mi autorizzo a conquistare". E’ difficile immaginare qualcosa di più distante della morale giudaico-cristiana e dai valori borghesi dell’ottocento.

    Se questi sono gli articoli di fede di Stirner, ci si può chiedere in base a quale supposizione si possa anche solo lontanamente accostare il suo illegalismo più amorale ad un pensiero, quale quello libertario, tutto incentrato sulla difesa assoluta dei diritti individuali da ogni possibile aggressione esterna, individuale o di gruppo che sia. Sorge il sospetto che gli intellettuali come Negri abbiano compreso benissimo la filosofia stirneriana, ma malissimo la filosofia liberale e libertaria. Chi mette Stirner in compagnia di Smith, Spooner, Leoni, Rand, Nozick o Rothbard, dimostra di confondere la concorrenza sul mercato - che si svolge sempre nel pieno rispetto della sfera individuale e dell’autonomia contrattuale delle persone coinvolte - con la guerra civile di tutti contro tutti, dove i principi del divieto di aggressione, dell’inviolabilità della proprietà, del rispetto delle promesse, non trovano applicazione alcuna.

    Non è un caso che le critiche di Stirner al mercato concorrenziale e al lavoro salariato siano del tutto simili a quelle dei marxisti: "La concorrenza è difettosa in sé, perché i mezzi per concorrere non sono a disposizione di tutti e non derivano dalla virtù di nessuno, ma dal caso…Nel regime borghese i lavoratori cadono sempre nelle mani degli abbienti; dunque dei capitalisti. L’operaio non può trarre dal suo lavoro un frutto che corrisponda al valore che il prodotto di tal lavoro ha per colui che lo consuma. Il lavoro è malcompensato! Il capitalista ne ritrae il guadagno maggiore". Anche per Stirner l’alienazione è un effetto della divisione del lavoro: "per l’aspirazione dell’uomo a esser veramente uomo, obbligarlo a un lavoro meccanico val quanto renderlo schiavo. Se l’operaio di una fabbrica è obbligato a logorare le sue forze per dodici ore o anche più, le sue aspirazioni di umana dignità sono deluse…E così nel lavoro, quale esso sia, deve essere concesso a ognuno di poter diventare maestro, cioè di creare un’opera che sia un tutto. Quegli che in una fabbrica di spilli non ha altro che compito che d’attaccarvi capocchie, o di stirar il fil di ferro…non potrà mai essere soddisfatto. Il lavoro ch’egli fa, preso in sé, non ha nessuno scopo proprio, non riesce a nulla di compiuto: altro fine non ha che di rendere più facile il lavoro di un altro, dal quale in tal guisa viene sfruttato".

    Malgrado l’ampio uso di una retorica anti-Stato che ha sviato molti dei suoi lettori, e che ha creato la leggenda dello Stirner libertario, il suo antistatalismo è del tutto inesistente. Stirner, in realtà, vedeva lo Stato con gli stessi occhi di Marx: "Perciò il nullatenente deve considerare lo Stato quale una potenza protettrice delle classi agiate, la quale a esse conferisce privilegi per dissanguarlo. Lo Stato è uno Stato borghese, è lo "Status" della borghesia". Sarebbe quindi inutile cercare nelle riflessioni di Stirner una qualche teoria della limitazione dello Stato; si trova invece ad ogni pie’ spinto un’esaltazione estatica del potere, in qualsiasi forma si manifesti. Come conseguenza, l’individuo stirneriano non ha la possibilità di opporre alcun diritto di difesa nei confronti del Leviatano, il quale può legittimamente opprimerlo, schiavizzarlo, e financo ucciderlo, se tali atti rafforzano il suo potere. Cosa potrebbe obiettare Stirner ad un’unione di egoisti che si siano accordati tra loro per edificare un potere totalitario dedito al guerra, al saccheggio, e allo sterminio? A ben guardare, nulla di nulla: non vi è una sola azione commessa in questo secolo dai capi bolscevichi o nazisti che non sia giustificabile con le teorie esposte ne L’unico e la sua proprietà; e non vi è una sola vittima dei gulag o dei lager che, a dare ascolto a Stirner, non abbia meritato quella sorte a cagione della propria debolezza.

    Alla luce di queste considerazioni, non v’è dubbio che presentare Stirner come un precursore dell’ultraliberismo e del libertarismo moderno costituisca un grossolano abbaglio. La tradizione libertaria non ha nulla da spartire con le idee di Stirner, che non a caso hanno trovato udienza solo all’interno di correnti culturali del tutto avverse alla società di mercato. L’ideologia di Stirner rappresenta piuttosto, in termini paretiani, la derivazione (cioè la razionalizzazione a posteriori) di ben precisi residui antiliberali, sia di estrema destra che di estrema sinistra. Schematicamente, non è difficile individuare le due categorie di persone alle quali le teorie di Stirner possono risultare estremamente comode: da una parte i dittatori, i conquistatori, i guerrafondai; dall’altra i parassiti pseudo-rivoluzionari dediti all’esproprio proletario. A cui bisogna aggiungere certi delinquenti professionali e certi pericolosi psicopatici amorali e anaffettivi: ma qui entriamo più nel campo della psicologia che in quello della politica.

    Guglielmo Piombini

  3. #3
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    La vita


    Max Stirner (pseudonimo di Johann Caspar Schmidt) nasce il 25 Ottobre del 1806 a Bayreuth,figlio di un intagliatore di flauti; sulla sua vita sappiamo ben poco. Studia a Berlino, ascoltando corsi di Hegel, Schleiermacher, Michelet. Finite le scuole, trova impiego come insegnante in una scuola privata per fanciulle di famiglie agiate,il "Lehr und Erzihungs Anstalt fur hohere Totcher" di Madame Gropius, situata a Berlino. Il primo ottobre del 1844, all'età di 38 anni, abbandona l'impiego. Nel mese stesso l'editore Wigand di Lipsia,a cui faceva capo il radicalismo politico e filosofico del momento, pubblicava in una tiratura di mille copie " L'unico e la sua proprietà ", primo libro di Stirner. L'opera è dedicata alla seconda moglie dell'autore, Marie Dahnhardt, che presto si dividerà dal marito, lasciandolo nella più completa solitudine. Stirner muore il 26 Giugno del 1856,a pochi mesi dal compimento dei 50 anni, oppresso dai debiti e dopo due appelli pubblici sui giornali (ricordiamo che morì in circostanze misteriose). Aveva passato anche due brevi periodi in prigione, proprio per i debiti. Alla sua morte,c he venne annunciata da pochi giornali, la salma di Stirner fu accompagnata da Bruno Bauer e da pochi amici. Il primo accenno all' Unico apparso sulla stampa si trova in una rapida corrispondenza da Berlino della "Mannheimer Abendzeitung" del 12 Novembre 1844. Dopo aver presentato Stirner come amico intimo di Bruno Bauer, l'anonimo giornalista spiega che però "L'unico" è un attacco a fondo contro il punto di vista del liberalismo umanitario(che era quello di Bauer). Ma ciò che lo impressiona innanzitutto è l'eccessività di Stirner: con questo libro la tendenza neo-hegeliana si è spinta al suo estremo:la libertà dello spirito soggettivo viene qui cercata nella sfrenatezza del singolo, nell'individualità propria d'ogni uomo, nell'egoismo, ma l'egoismo stirneriano va inteso come "unicità",come il singolo (l'io vero) legge a se stesso. Stirner vuole far del bene a se stesso e non all'umanità; ed è proprio lui a dircelo: " Deciditi a non lasciar più vagare il diritto in libertà:riconducilo alla sua origine,a te,ed esso diventerà il tuo diritto, e giusto sarà solo ciò che ti andrà bene. "Anche se impaurito, Bauer è attratto da Stirner: seppure questo principio, quale è qui presentato, sia ancora troppo unilaterale e insostenibile, esso si fonda però su intuizioni giuste e vere e, se opportunamente filtrato, si potrà rivelare fecondo. Dall'unico questo primo recensore si aspettava un brivido, e l'aveva avuto. Appariva naturale l'attesa di un qualcosa che obbligasse a dire un qui si va troppo in là, che sbaragliasse tutti i precedenti scritti come troppo timidi e cauti. E quell'opera finalmente c'era! L'ultima fase del processo di decomposizione dello spirito assoluto(Marx-Engels, L'ideologia tedesca ) si stava compiendo. Dopo essersi già fatto notare con alcuni brevi saggi,tra cui il più importante,il falso principio della nostra educazione,era apparso sulla "Rheinische Zeitung", la rivista a cui collaborava anche Marx che ne divenne caporedattore due giorni dopo che Stirner aveva pubblicato il suo ultimo articolo, il silenzioso, appartato Stirner si presentava ora con un'opera massiccia che aveva una sola pretesa: quella di seppellire la filosofia in generale. Dopo l'Unico, l'attività pubblica di Stirner sembra sfilacciarsi, sino a scomparire. Pubblica traduzioni di J.B. Say da Adam Smith, che dovrebbero essere accompagnate da un suo commento annunciato, ma nella prima si annuncia il commento per la seconda, ma in questa il commento annunciato manca senza alcuna giustificazione. Nel 1848 scrive per il "Journal des osterreichischen Lloyds" (giornale dei lyod austriaci), ma non firma questi articoli. Poi pubblica a Berlino nel 1852 i due volumi di Storia della Reazione , un saggio sulla reazione controrivoluzionaria ai moti tedeschi ed europei del 1848,dietro un titolo così interessante essi celano un lavoro di compilazione, un'antologia dal profilo sfuggente, dove lo Stirner de L'Unico compare beffardamente in poche occasioni.Con la sua opera principale e le due repliche ai suoi primi recensori si può affermare che Stirner abbia dichiarato il silenzio e lo abbia poi mantenuto. Stirner non ha trovato particolare favore presso la critica filosofica. Se ha incontrato una certa notorietà, ciò è avvenuto nell'ambito ideologico. Il suo nome fa parte ormai della cerchia dei classici teorici dell' anarchismo , i cui esponenti principali agiscono più o meno nel decennio 1840-1850. Negli Stati Uniti J.Warren, in Francia P.J.Proudhon, in Germania lo stesso Stirner, in Russia il romantico M.Bakunin e più tardi, l'altro grande, P.Kropotkin. Ma bisogna anche dire che questo appropriarsi di Stirner da parte degli anarchici è andato ben al di là delle intenzioni stesse di Max Stirner, che non ha mai avuto alcuna intenzione di fondare una scuola di pensiero nè tantomeno di tracciare guide ed indicazioni a chicchessia:la sua dimensione dell'individualismo, dell'egoismo, termine questo da lui ampliato ed ingigantito fino a diventare un valore e una vera categoria di pensiero nonché un atteggiamento complessivo verso tutte le manifestazioni della vita e della realtà, ha trovato una connotazione sociale soltanto nella concezione da lui teorizzata, e neanche tanto intensamente proposta, della Unione dei Liberi, che deriva dalla frequentazione a Berlino del circolo intellettuale dei Liberi, appunto, alle cui riunioni e discussioni movimentate partecipò lo stesso Engels (e fu lì che Engels fece degli schizzi a matita dei partecipanti, e a lui si deve l'unica immagine conosciuta dello stesso Stirner, l'essenziale profilo a matita conosciuto da tutti i lettori dell'autore).Tale concezione prevedeva un'unione di individualità che, salvaguardando strenuamente la propria peculiarità, avrebbero comunque potuto fondare un progetto politico e organizzativo capace di guidare la vita dell'intera società. Ma su questo concetto Stirner non insistette mai più che tanto. E' evidente che alla formazione di Stirner come anarchico è stato determinante il pesante giudizio di Engels, espresso in particolare nel suo breve scritto del 1886 " Ludwing Feuerbach e la morte della filosofia tedesca ", in cui Engels prende in considerazione alcuni rappresentanti della "hegelei" che dominava allora in Germania. Dopo aver accennato alla nascita dell'ala sinistra verso la fine del 1830 Engels passa a parlare piuttosto sinteticamente dell'opera "la vita di Gesù" di F.Strauss, nonché della successiva polemica con Bruno Bauer, ed infine fa il nome di Stirner, dicendo che egli è il profeta e il propugnatore dell'odierno anarchismo e ispiratore dell'opera di Bakunin. Più precisamente Bakunin (ricordiamo che Bakunin era un aristocratico) avrebbe amalgamato Stirner con Proudhon, e proprio a tale amalgama si sarebbe dato il nome di anarchismo. E ancora, per Engels, tra gli ultimi esponenti della filosofia hegeliana Strauss, Bauer, Stirner e Feuerbach soltanto quest'ultimo sarebbe significativo nel campo filosofico,e Stirner sarebbe soltanto un "personaggio curioso". C'è da dire che Stirner criticò Feuerbach poiché quest'ultimo non fece altro che proiettare un Dio in un altro Dio; questo "nuovo Dio" prese il nome di "uomo"o "umanità". Quindi, per Schmidt, non è cambiato assolutamente niente, è solo un altro essere al di sopra del singolo e quindi da combattere e distruggere). Appena il libro "L'unico e la sua proprietà" è stampato e la prima recensione pubblicata, tre lettere ne commentano l'apparizione incrociandosi per l'Europa. Engels scrive a Marx, Feuerbach a suo fratello, Ruge all'editore Froebel. Reazioni febbrili alla travolgente lettura dell'opera e per diverse ragioni ognuno ammette, pur timorosamente, un certo entusiasmo per il libro di Schmidt. Poi passeranno gli anni, i destini degli scriventi divergeranno sempre di più ma in una cosa saranno, senza accorgersene, d'accordo, ovvero nel condannare Stirner, e soprattutto nel tacere su di lui. Feuerbach in una lettera al fratello,alla fine del 1844: la prima impressione è che "L'Unico e la sua proprietà" sia un' opera di estrema intelligenza e genialità, che ha la verità dell'egoismo-anche se eccentrica, unilaterale, non vera- dalla parte sua. Feuerbach prosegue dicendo che la polemica di Stirner contro l'antropologia (cioè contro lui stesso) è fondata su un malinteso. Per il resto lo considera lo scrittore più geniale e libero che mai abbia conosciuto. Così all'inizio Feuerbach pensò di dare a Stirner una risposta leggera e amichevole, nella forma di una lettera aperta che avrebbe dovuto iniziare con le seguenti parole: "indicibile e incomparabile, amabile egoista: come il Suo scritto stesso,il Suo giudizio su di me è veramente incomparabile e unico." Ma presto la prudenza e il sopravvento ebbero la meglio: in un'altra lettera al fratello, del 13 Dicembre 1844, Feuerbach insinua che gli attacchi di Stirner tradiscono una certa vanità, come se volesse farsi un nome a sue spese. Infine, nella recensione che poi decise di dedicare all'Unico, Feuerbach appare intimorito e preoccupato soprattutto di difendersi. Non vuole fare concessioni a Stirner e tutela l'onorabilità della propria dottrina. Poi è il silenzio. Nel 1861, in una lettera a Julius Duboc, ricorderà quella vecchia polemica come una causa liquidata per sempre. Ruge, in un biglietto del Novembre 1844 all'editore Frobel, spedito da Parigi, dice che le poesie di Heine e L'Unico di Stirner sono le due apparizione più importanti degli ultimi tempi. Le audacie dei Deutsch-franzosichen Jahrbucher (ovvero di Marx) appaiono ormai, di gran lunga, superate! Ruge era stato prima protettore e amico e poi aspro nemico di Marx. Nella lettera a Frobel del 6 Dicembre 1844 mescola le lodi a Stirner con le stoccate a Marx e ,anzi, per la prima volta usa Stirner contro Marx: Marx professa il comunismo, ma è il fanatico dell'egoismo, e con una coscienza ancora più occultata in rapporto a Bauer. Si sappia che Stirner vede il comunismo come "società degli straccioni". L'egoismo ipocrita e la smania di fare il genio,il suo atteggiarsi a Cristo, il suo rabbinismo, il prete e le vittime umane (ghigliottina) riappaiono perciò in primo piano. Il fanatismo ateo e comunista è in realtà ancora quello cristiano. L'egoismo di una persona meschina è meschino, quello di un fanatico è ipocrita, falso e avido di sangue, quello di un uomo onesto è onesto. Perché ognuno vuole e deve avere se stesso (Stirner vuole che ogni uomo riconduca il proprio "io" da dove è nato, ovvero a se stessi, e non ad alienarlo in "fantasmi"come Dio o l'umanità ), e nella misura in cui ciascuno lo vuole veramente le sopraffazioni si equilibrano. Poi, in una lettera del 17 Dicembre alla madre, Ruge riprende il discorso su Stirner: "Il libro di Max Stirner, che forse anche Ludwing conosce, è una strana apparizione. Molte parti sono assolutamente magistrali, e l'effetto del tutto non può che essere liberatorio. E' il primo libro leggibile di filosofia che appaia in Germania; e si potrebbe dire che è apparso il primo uomo del tutto privo di pedanteria, anzi del tutto disinvolto, se non fosse che lo rende assai meno disinvolto la sua propria fissazione, che è quella dell'unicità. Comunque mi ha dato una grande gioia vedere che la dissoluzione ha raggiunto ormai questa forma totale, per cui nessuno può giurare impunemente su niente. " Ma anche in questo caso l'entusiasmo per Stirner avrebbe retto per poco. Già nel 1847 Ruge approva con zelo il violento attacco di Kuno Fischer contro Stirner e i sofisti moderni, che segna l'inizio della pratica per etichettare "L'Unico e la sua proprietà" come libro famigerato. E, quando Stirner pubblica la sua replica, Ruge suggerisce subito a Fische: "E' senz'altro una buona cosa se risponde a Stirner con una lettera e lo fa inciampare un'altra volta pesantemente sulla sua fondamentale stupidità. Questa gente si infuria se uno prova loro la loro mancanza di genialità e arguzia, perché alla fine tutto sfocia nel fatto che loro sono geni e gli altri sono asini. Confondono il movimento teologico col movimento filosofico o, in altri termini, la pratica dell'arbitrio con la pratica della libertà." Engels scrive una lettera a Marx il 19 Novembre 1844 da Barmen a Parigi dove esplica: "Avrai sentito parlare del libro di Stirner, l'Unico e la sua proprietà, se non ti è già arrivato. Wigand mi aveva spedito le bozze impaginate, che mi ero portato dietro a Colonia e poi avevo lasciate ad Hess. Il principio del nobile Stirner è l'egoismo di Bentham, solo che nel suo caso viene sviluppato per un verso più consequenzialmente, per un altro meno consequenzialmente. Più consequenzialmente perché Stirner pone il singolo in quanto ateo al di sopra di Dio o addirittura come entità ultima, mentre Bentham lascia ancora stare Dio al di sopra di tutto in una qualche nebbiosa lontananza. Meno consequenziale Stirner lo è in quanto vorrebbe evitare la ricostruzione della società dissolta in atomi, quale viene messa in opera da Bentham, ma non ci riesce.Questo egoismo non è che l'essenza portata a coscienza della società di oggi, la cosa ultima che la società di oggi può dire contro di noi, la punta acuminata di ogni teoria che si muova all'interno della stupidità corrente. Ma appunto per questo la cosa è importante, non dobbiamo accantonarla, bensì sfruttarla proprio in quanto perfetta espressione della pazzia corrente e,operando in essa un ribaltamento, continuare a costruirci sopra. Questo egoismo è così spinto all'estremo, così pazzo e al tempo stesso così cosciente di sé che nella sua unilateralità non può mantenersi un solo momento, ma deve subito rovesciarsi in comunismo." Più avanti dice che Stirner ha ragione, quando rifiuta l'uomo di Feuerbach, per lo meno quello dell'Essenza del cristianesimo,l'uomo di Feuerbach è derivato da Dio, Feuerbach è arrivato da Dio all'uomo, e così l'uomo è incoronato da "un'aureola teologica" di astrazione. La vera via per giungere all'uomo è la via inversa. Noi dobbiamo partire dall'io, dall'individuo empirico, corporeo, non per restarci attaccati,come succede a Stirner, ma per innalzarci da lì all'uomo. Poco più avanti Engels arriverà al punto di esigere un'ulteriore acutizzazione dell'egoismo stirneriano: ma se l'individuo in carne e ossa è la vera base, il vero punto di partenza per il nostro uomo, così anche ovviamente l'egoismo-naturalmente non solo l'egoismo stirneriano dell'intelletto, ma anche l'egoismo del cuore-è il punto di partenza per il nostro amore per gli uomini,altrimenti esso resta sospeso per aria.(Stirner vede l'amore come un sentimento di cui l'uomo deve servirsi;"L'amore è mio! "). Il libro di Stirner mostra ancora una volta quanto profondamente radicata sia l'astrazione nell'essenza berlinese. Fra i liberi, Stirner è evidentemente quello che ha più talento. Per capire meglio "L'unico e la sua proprietà" è consigliabile leggere "L'ideologia tedesca", le pagine rabbiose dedicate a Stirner (che hanno la mole dello stesso libro di Stirner). Marx,che fin dall'inizio, con la sua consueta chiaroveggenza politica, aveva visto in Stirner il nemico per eccellenza, dovette rispondere ad Engels con asprezza. Ma purtroppo quella lettera è andata perduta. In risposta, nel Gennaio 1845, Engels fa ammenda più tosto senza ritegno. Passano diversi mesi e, al ritorno da un viaggio nell'Estate 1845 in Inghilterra, Marx ed Engels decidono di procedere a una definitiva liquidazione dei giovani hegeliani fra i quali erano cresciuti. Una prima liquidazione, la Sacra Famiglia, era già apparsa pochi mesi prima: ma questa volta il libro è centrato chiaramente su un avversario: Max Stirner! Ne viene fuori una critica all'Unico che occupa 320 delle fitte pagine delle opere complete di Marx ed Engels. Riga per riga le affermazioni di Stirner vengono isolate, aggredite. Le astuzie del procedimento riveleranno non tanto i segreti di Stirner, quanto quelli di Marx ed Engels in una loro fase di irreversibile trasformazione,quella in cui Marx inventa il "marxismo"come lingua franca. Ancora a molti, oggi, il nome di Stirner dice qualcosa solo perché Marx ed Engels parlano di lui ne "L'ideologia tedesca" e, di fatto, leggere "L'Unico"tenendo accanto il commento di Marx ed Engels rimane un esercizio ascetico inevitabile per ogni buon lettore di Stirner (e di Marx). Portata a termine l'opera distruttiva, che criticava aspramente anche altri pensatori, come si è detto, come lo stesso Bruno Bauer, Marx ed Engels tentarono per vari mesi di pubblicare il loro testo. Ma,d opo laboriose trattative, ad un certo punto i fondi vennero a mancare. Ad altri nemici dovevano rivolgersi ancora, soprattutto Proudhon, e a tal proposito Marx avrebbe chiesto ad Engels il permesso di travasare vari temi dell'ideologia tedesca e "la miseria della filosofia". Così quel grosso libro rimase fra gli inediti. Marx non ne fu molto dispiaciuto: come avrebbe accennato nella introduzione a Per la critica dell'economia politica ,del 1859, quello scritto aveva già assolto alla sua funzione occulta, quella di un chiarimento di se stessi da parte dei suoi due autori. E quel chiarimento era stato al tempo stesso troppo intimo e troppo drastico perché lo si potesse rendere pubblico. Qualcosa di simile doveva pensare anche Engels: nel 1883 propose a Berstein di pubblicare il manoscritto de "L'ideologia tedesca" a puntate sul Feuilleton del "Sozialdemokrat" e definì il testo la cosa più insolente che sia mai stata scritta in lingua tedesca. Ma si pentì subito della sua idea perché, secondo Berstein, temeva che il testo avrebbe offeso una certa destra social-democratica. Quanto a Stirner, Engels si sarebbe lasciato sfuggire su di lui un ultimo giudizio illuminante, che spiega retrospettivamente in termini ben diversi le ragioni politiche dell'ideologia tedesca, e ben più convincenti, rispetto a quelli che Marx ed Engels avevano proposto nel loro testo: "Stirner ha vissuto una sua rinascita attraverso Bakunin, il quale fra l'altro era anche lui a Berlino a quel tempo e stava seduto davanti a me, con altri quattro o cinque russi, al corso di logica di Werder (era il 1841/42). L'innocua, e soltanto etimologica, anarchia-cioè l'assenza di una autorità statale-di Proudhon non avrebbe mai portato alle dottrine anarchiche di oggi se Bakunin non vi avesse versato una buona parte della `ribellione`stirneriana. In conseguenza gli anarchici sono diventati altrettanti unici, così unici che non se ne trovano due che riescano ad andar d'accordo" (lettere a Max Hildebrand del 22 Ottobre 1889). E' questo il controcanto privato al breve, allusivo riconoscimento pubblico che Engels aveva appena dedicato a Stirner: "E alla fine venne Stirner, il profeta dell'anarchismo attuale-Bakunin ha preso moltissimo da lui-e al di sopra della sovrana autocoscienza fece svettare il suo unico sovrano".L'anti-Stirner,come sarebbe giusto chiamare il libro contro di lui,che erompe dalla cornice dell'ideologia tedesca,finì per essere pubblicato postumo sia a Marx cri ad Engels.Nel 1903-04 Bernstein ne offriva un'edizione parziale sotto il titolo "Il santo Max". Fino ad allora non si sapeva dunque che Stirner era un avversario a cui Marx ed Engels avevano dedicato qualche centinaio di pagine per infamarlo. E questo aiuta a capire come mai,ancora negli anni '90 del XIX secolo,vari teorici e studiosi socialisti mostrassero ancora una evidente simpatia per Stirner.


    L'unico e la sua proprietà


    " Io ho fondato la mia causa su nulla! " Questa affermazione apre e conclude il libro si Stirner, con essa l'autore sintetizza la sua filosofia: la filosofia dell'egoismo, del singolo,dell'unico; " Io che al pari di Dio e dell'umanità sono il nulla di ogni altro, io che sono il mio tutto,io che sono l'unico! " Max Stirner con la sua opera distrugge tutta la filosofia del suo tempo, detronizza Hegel e Feuerbach sbattendoli nel più profondo degli abissi; per Stirner le idee, in quanto non sono materia, non possono esistere realmente, e quindi critica Hegel, il quale diceva che è tutto un'idea, e critica Feuerbach, accusandolo del fatto di aver soltanto dato un altro volto a Dio, ovvero di averlo chiamato uomo (umanizzato) e Bauer. Nel suo libro Stirner punta il dito contro tutto ciò che gli sta intorno,la Chiesa,lo Stato,i liberali etc… E' la vera "filosofia del martello", che non si fa alcun scrupolo a far tramontare completamente alcune delle tesi degli altri filosofi del suo tempo e non solo. Stirner nel suo scritto inneggia all'egoismo, alla individualità propria e assoluta; incoraggia gli uomini alla ribellione (insurrezione) perché essa deriva da uno stato di insoddisfazione e malcontento di sè e non alla rivoluzione, perché essa sarebbe qualcosa di organizzato, di politico. Inoltre inneggia all'insurrezione poiché essa non vuole cambiare la costituzione vigente ma bensì annientarla, al contrario della rivoluzione, che vorrebbe solo cambiarla. Stirner è stato guardato con sgarbo da Chiesa e Stato: c'è chi lo credeva addirittura il male fatto persona; ma in realtà egli era un ribelle interiore, un teorico. Da qualsiasi punto di vista sia letto, "L'Unico e la sua proprietà" è un capolavoro, un'opera d'arte nella sua sublime completezza: nel libro c'è una spiegazione a tutte le idee, i concetti proferiti dall'autore, ed è questo a rendere il suo scritto così gradevole. E' certamente un libro difficile da accettare se si è convintamene devoti a Stato e Chiesa; a queste persone consiglio comunque di analizzare nel modo più oggettivo possibile le parole di Schmidt, che sono una compagine perfettamente unita,come già suddetto, di concetti, certo molto duri da comprendere e poter pensare come reali, ma è lo stesso Stirner a farci luce su quella che chiamiamo "utopia", ed infatti egli scrive: " L'utopia è l'irrealizzato, non l'irrealizzabile. " Nelle sue circa 380 pagine, "L'Unico e la sua proprietà" combatte contro tutto ciò che sta al di sopra dell'egoista, dell'unico; nelle parole di Stirner si sente palesemente quella voglia di rivincita da parte dell'uomo singolo, questo concetto si esprime così: " riconduci l'io da dov'è nato, ovvero in te stesso, e non alienarlo in Dio o nell'umanità ". Stirner vuole valorizzare l'uomo singolo ed anche la proprietà (al contrario del comunismo che vorrebbe invece abolirla), ed infatti leggiamo nella sua opera :" valorizza la tua proprietà! " L'Unico e la sua proprietà si può sintetizzare-per quanto questo sia possibile, vista la sua mole del libro- negli ultimi sprazzi di inchiostro dello scritto: " Proprietario del mio potere sono io stesso, e lo sono nel momento in cui so di essere unico. Nell'Unico il proprietario stesso rientra nel suo nulla creatore, dal quale è nato. Ogni essere superiore a me stesso, sia Dio o l'uomo, indebolisce il sentimento della mia unicità e impallidisce appena risplende il sole di questa mia consapevolezza. Se io fondo la mia causa su di me, l'unico, essa poggia sull'effimero, mortale creatore di sé che se stesso consuma, e io posso dire: Io ho fondato la mia causa su nulla. " L'anarchia può però essere appannaggio tanto delle sinistre quanto delle destre ed è per questo che se la Sinistra, ispirandosi a Bakunin, mira all'individualismo come estrema libertà, la Destra, invece, (ispirandosi a Stirner) tende all'individualismo come superiorità del singolo sulle masse. In L'unico e la sua proprietà , Stirner arriva a sostenere che ad esistere è solo l'individuo e ciò che per lui conta è, paradossalmente, solo lui stesso; tutto il resto (le cose, gli animali e perfino gli altri uomini) è solo uno strumento per l'affermazione di sè. Il mondo stesso viene concepito come strumento volto ad attuare la realizzazione del singolo. Se Kant ha riconosciuto (nella Critica della ragion pratica ) che nell'uso strumentale che facciamo delle persone non possiamo non tenere presente che esse hanno un valore intrinseco, Stirner dice che l'unico fine, l'unico valore per noi stessi, paradossalmente, siamo noi stessi e tutti gli altri sono semplici mezzi per realizzare i propri fini.

    Ulteriori informazioni le puoi trovare in un volumetto in vendita anche on line edito da stampa alternativa dal titolo :anarchici senza bombe.

    A luta continua

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    Questioni di Fondazione della Società
    Lettura de "L'Unico e la sua Proprietà" di Max Stirner


    Premessa L'eterodossia del pensiero stirneriano


    Tra i testi "classici" della tradizione del pensiero filosofico contemporaneo, L'unico e la sua proprietà di Max Stirner viene a trovarsi in una condizione paradossale.
    La sua valenza di testo politico gli dona da sempre lettura e diffusione notevole negli ambiti più disparati, mentre l'insegnamento e la ricerca accademica - attenti talvolta a vere e proprie cineserie e/o ad autori che l'argomentazione filosofica non sanno nemmeno dove sia di casa - si può dire che lo ignori pressoché completamente.
    Eppure i manuali di Storia della Filosofia citano, unanimemente, questo testo come un momento fondamentale della riflessione sui fondamenti dell'agire sociale portata avanti dalla cosiddetta "sinistra hegeliana".

    Il motivo di questa esclusione/ rimozione è in realtà facilmente comprensibile, purché sì tenga conto della preminenza pressoché assoluta, nella cultura contemporanea, della critica romantica del moderno. La società moderna, secondo questa diffusissima visione, sarebbe caratterizzata da valori puramente materiali quali la produzione, la tecnica, il profitto, la merce, ecc. Tale situazione precipiterebbe l'uomo in una condizione di alienazione, di perdita della sua essenza umana, di incapacità a riconoscere il vero senso della vita.
    Questa visione della modernità nasce per l'appunto nel movimento romantico, ma si è apidamente diffusa ed ha trovato una assai vasta rispondenza nella cultura contemporanea.
    Tenendo presente una tale condizione, è comprensibile come qualunque voce che si ponga fuori dal coro sia guardata con sospetto e sottoposta a meccanismi di esclusione/ rimozione.
    Max Stirner, in effetti, sostiene la tesi esattamente contraria a quella appena esposta: a suo giudizio, lungi dall'essere dominata da valori puramente materiali, la società contemporanea è totalmente ideologizzata e sacralizzata. Secondo l'autore de L'unico e la
    sua proprietà, infatti, noi non ci troviamo immersi nel regno dei valori materiali, bensì in quello degli " spiriti", dei "fantasmi", delle "idee fisse". E, se ciò non bastasse, la tesi stirneriana ha come corollario diretto l'idea che i critici romantici del moderno non sono nemmeno dei critici ma, al contrario, gli ideologi (nel senso marxiano del termine) maggiormente autentici della società contemporanea.

    Su cosa si fonda questa tesi decisamente eterodossa rispetto alla corrente dominante del pensiero contemporaneo? Stirner sostiene esplicitamente che ciò che è accaduto con il passaggio dall'età medievale/ moderna a quella contemporanea non è stato un processo di desacralizzazione, di pura e semplice messa fuori gioco della potenza politica della mentalità religiosa, ma semplicemente un mutamento dell'oggetto sacralizzato.
    Utilizzando a piene mani l'armamentario concettuale della critica hegeliana al "dover essere" Stirner conclude che l' "Uomo" ha scalzato Dio dall'altare dei meccanismi ideologici.
    Che cos'è l'ideale se non l'io di cui si va in cerca e che resta sempre lontano? Si cerca se stessi, perciò non si ha ancora se stessi, si aspira a ciò che si deve essere, perciò non si è. Si vive nello struggimento: per secoli si è vissuti in esso, si è vissuti nella speranza. ( ... ) Forse che questo riguarda solo la cosiddetta gente pia? No, riguarda tutti quelli che appartengono a quest'epoca storica che sta tramontando, anche quelli di cui si dice che sono l'uomini di vita". Anche per loro c'è sempre una Domenica, attesa dopo i giorni di lavoro, e oltre all'agitazione mondana c'è il sogno di un mondo migliore, di una felicità universale per l'uomo, insomma un ideale. ( ... ) Ovunque struggimento, speranza, e nient'altro.

    Chiamatelo pure, per quel che mi riguarda, romanticismo.
    Nel caso di queste persone religiose che sperano nella vita eterna e considerano la vita terrena come una semplice preparazione per l'altra, salta subito agli occhi la subordinazione della loro esistenza terrena, da loro posta completamente al servizio della speranza in quella celeste, ma ci si sbaglierebbe di grosso se si attribuisse ai più illuminati meno spirito
    di sacrificio.
    Forse che, per presentarne subito il concetto liberale, la vita "umana" e "veramente umana" non è la vera vita? Forse che ognuno ha già in partenza questa vita veramente umana o non deve piuttosto innalzarsi a tanto con grandi fatiche? Ce l'ha già come sua vita presente o non deve piuttosto raggiungerla come sua vita futura, di cui parteciperà solo quando "non sarà più macchiato da nessuna forma di egoismo"?
    Secondo questa concezione la vita è fatta solo per acquistarsi la vita, e si vive solo per rendere viva in noi l'essenza dell'uomo, si vive per amore di questa essenza.
    Si ha la propria vita solo per acquistarsi, per mezzo di essa, la vita "vera", depurata da ogni forma di egoismo.
    Per questo si ha paura di fare della propria vita l'uso che più ci piacerebbe: di essa si deve fare il "giusto uso" e nessun altro.
    Insomma, si ha una missione nella vita, un compito per la vita, si ha da realizzare e attuare qualcosa con la propria vita, un qualcosa per il quale la nostra vita è solo un mezzo e uno strumento, un qualcosa che vale più di questa vita, un qualcosa a cui si deve tutta la vita.
    Si ha un Dio che pretende vittime vive. Soltanto la brutalità del sacrificio umano è andata perduta col tempo, ma il sacrificio umano stesso è rimasto inalterato: noi "poveri peccatori" ci portiamo al macello in sacrificio per l' "essenza dell'Uomo", per 1' "idea dell'Umanità" per 1` "Umanitarismo" e come altrimenti si chiamano idoli e dei..


    Il linguaggio e l' egoismo come fondamenti dell'agire normativo

    "Linguaggio" ed "egoismo" sono i concetti chiave utilizzati da Stirner nella sua analisi del fondamento dell'agire sociale umano regolato da norme.
    L'unico e la sua proprietà svolge incessantemente l'idea che dietro qualunque comportamento sociale, ivi compresi quelli apparentemente "altruistici" e/o ascetici, vi siano interessi assolutamente egoistici.
    La posizione stirneriana coniuga e porta alle estreme conseguenze le tradizioni filosofiche dell'intellettualismo etico e dell'utilitarismo: ogni essere umano regola la sua azione in base a ciò che, in un momento dato, gli appare essere il comportamento migliore in vista della soddisfazione dei suoi interessi egoistici.
    Quando Stirner parla di interessi egoistici non vuole intendere che il singolo potrebbe operare una scelta tra interessi "privati" ed interessi "pubblici"; la sua tesi anzi è proprio che gli "interessi pubblici ", il "bene comune", ecc. siano oggettivamente inesistenti, pure funzioni linguistico/ ideologiche con le quali si portano avanti i propri interessi privati depotenziando le altrui volontà.

    Ma se l'egoismo è il fondamento ultimo di ogni azione umana, come spiegare il fatto che la grande maggioranza degli uomini acconsente a formazioni politiche, modi di produzione, idee religiose e morali sfacciatamente contrari ai loro interessi?

    La risposta di Stirner è che l'attuale sistema di dominio deve necessariamente fondarsi sul linguaggio. Infatti gli esseri umani, per portare avanti i loro interessi, devono cooperare con i loro simili; e lo strumento indispensabile per tale cooperazione è per l'appunto il linguaggio. I meccanismi del dominio dell'uomo sull'uomo passeranno perciò anch'essi per lo strumento principe della comunicazione intersoggettiva: la "parola". Se si tratta d'intendersi e comunicare con gli altri, posso ovviamente far uso solo dei mezzi umani, di cui dispongo perché sono anche uomo, oltre ad essere me stesso. ( ... ) Il linguaggio o 1a "parola" ci tiranneggiano nel modo più brutale perché ci sollevano contro un intero esercito di idee fisse.


    Il meccanismo ideologico delle idee fisse

    Prima di andare avanti occorre sgomberare preliminarmente il campo da un possibile equivoco. La riflessione stirneriana non è rivolta a mettere in evidenza il fatto banale che alcuni uomini possano ingannare coscientemente altri uomini attraverso l'utilizzo di una particolare dialettica; il meccanismo linguistico /ideologico che viene analizzato è invece del tutto inconscio, al punto tale che i personaggi che ricevono evidenti vantaggi dal suo funzionamento e coloro che altrettanto evidentemente ne vengono svantaggiati possono essere accomunati dalla "fede" in esso. Torquemada e la sua vittima possono entrambi credere in perfetta buona fede nella validità del cristianesimo; anzi il potere del torturatore si basa proprio sul fatto che esiste tale condivisione. In quest'ottica il potere ottenuto di fatto da una parte della società contro la maggior parte degli uomini è un risultato del processo, non un suo scopo coscientemente perseguito .

    Questo meccanismo, vero e proprio fondamento della "societa gerarchica", ha molto a che fare, per Stirner, con la logica della follia: tant'è vero che il termine che egli utilizza per definirlo è "fissazione".
    Che cos'è che chiamiamo "idea fissa"? Un'idea che ha soggiogato l'uomo. Se voi riconoscete che una tale idea fissa è sintomo di pazzia, rinchiudete chi ne è schiavo in un manicomio. E forse che la verità di fede di cui non si può dubitare, la maestà, per esempio, del popolo alla quale non si può attentare (chi lo fa è reo di lesa maestà), la virtù contro la quale il censore non può permettere una sola parola affinché la moralità si mantenga pura, ecc., non sono tutte "Idee fisse"? ( ... ) Un povero matto del manicomio è convinto, nel suo delirio, di essere Dio Padre o l'Imperatore del Giappone o lo Spirito Santo, ecc.; un bravo borghese è convinto di essere chiamato ad essere un buon cristiano, un protestante credente, un cittadino fedele, un uomo virtuoso, ecc. Bene, nell'un caso come nell'altro si tratta esattamente della stessa cosa: di un "idea fissa".

    Chi non ha mai tentato e osato non essere un buon cristiano, un protestante credente, un uomo virtuoso, ecc, è schiavo e succube della fede, della virtuosità, ecc.
    Gli scolastici filosofavano solo all'interno dei dogmi della Chiesa; papa Benedetto XIV scrisse opere ponderose restando sempre all'interno delle superstizioni papistiche, senza mai metterle in dubbio; allo stesso modo ci sono scrittori che riempiono grossi in-folio sullo Stato, senza mai mettere in questione la stessa idea fissa dello Stato e i nostri giornali
    rigurgitano di politica, perché sono fissati sull'idea che l'uomo sia fatto per diventare uno zoon politikón; e così i sudditi vegetano nella sudditanza, i virtuosi nella virtù, i liberali nell"'umanità", ecc., senza provar mai sulle loro idee fisse il coltello tagliente della critica.
    E così quei pensieri sono ostinati e irremovibili come le manie di un pazzo: chi li mette in dubbio, compie atto sacrilego. Ecco cos'è veramente sacro: l'idea fissa.

    Il meccanismo che Stirner descrive è fondato sostanzialmente su di un meccanismo di depotenziamento della volontà politica delle classi subalterne.
    Il testo stirneriano inizia difatti proprio con la constatazione che le classi superiori - "coloro per la cui causa noi dobbiamo lavorare, sacrificarci ed entusiasmarci" - posseggono la capacità politica di far passare i propri interessi privati per interessi pubblici. Le religioni di tutti i tempi, ivi compresa l'attuale "religione dell'Uomo", sono interpretate da Stirner come puri meccanismi ideologici.
    Le classi superiori non affermano affatto di voler portare avanti i propri interessi privati e
    di subordinare a questi ogni interesse altrui, e in primo luogo gli interessi dei senza potere: esse affermano al contrario di voler portare avanti obiettivi per quest'ultimi psicologicamente e/o socialmente desiderabili, almeno all'apparenza.
    Questi obiettivi vengono ampiamente sbandierati ed utilizzati come collante sociale, meccanismo ideologico unificante dei desideri di tutti gli strati della società: il servo e il
    padrone hanno tutti uguale interesse a salvarsi l'anima, a captare la benevolenza della divinità sulla società nel suo complesso, a mostrarsi potenti verso i nemici esterni, a combattere la disoccupazione...
    Le classi dominanti si fanno allora benignamente carico del compito di portare a compimento tali obiettivi, "sacrificandosi" per essi.
    Per un puro caso, però, le strategie volte a conseguire tali obiettivi "collettivi" coincidono
    stranamente con gli interessi privati dei potenti.

    Come è possibile che le classi subalterne caschino da millenni in un simile inganno, apparentemente facile da smascherare?

    Questo accade perché gli interessi privati delle classi subalterne vengono accusati di egoismo, ovvero di voler sabotare in maniera bieca il "bene pubblico".
    Le classi subalterne vengono educate ad aver vergogna di sé, dei propri desideri, della propria stessa vita; qualunque loro azione non subordinata agli interessi dei ceti dominanti è bollata come "asociale", "dominata da volgari interessi privati" e additata al pubblico ludibrio.
    La richiesta di un piccolo aumento salariale da parte dei lavoratori viene negata come contraria agli interessi della società, dello sviluppo dell'economia, della creazione di nuova occupazione, ecc., mentre l'arricchimento dei grandi proprietari e dei burocrati statali viene fatta apparire come un mezzo per conseguire il "bene pubblico".

    Accade così che le stesse classi subalterne educate partecipino alla repressione di quelle sue
    componenti che vogliono, coscientemente o perché giunte alla disperazione, dar libero sfogo al loro egoismo; esse per prime credono infatti che il perseguimento degli "Interessi pubblici" comporti la loro subalternità.
    "Le cose vanno male perché finora abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità ": un tale modo di pensare, implicitamente autodenigratorio, ha necessariamente come corollario che gli interessi della nazione possano venire realizzati solo attraverso l'arricchimento di chi è già ricco ed il contemporaneo impoverimento ulteriore di chi è già povero.

    I poveri, i senza potere, vengono così intrappolati nel meccanismo inutile ed anzi controproducente della denuncia morale: invece di perseguire coerentemente e senza remore i propri interessi privati, si limitano di solito ad accusare i potenti di "cattiveria", di "immoralità", insomma di egoismo.
    Ma condannando la prassi dell'egoismo essi non fanno che introiettare sempre di più quel meccanismo che li ha depotenziati politicamente, portandoli a rinnegare i propri interessi, a farli vergognare di se stessi e a credere che - se non l'azione del singolo potente - gli interessi privati delle classi dominanti coincidano proprio con l'interesse generale della società".

    Secondo la borghesia ognuno è possessore o "proprietario". Come mai, allora, i più non hanno praticamente niente? Dipende dal fatto che i più sono contenti già solo del fatto di essere possessori, anche se quel che posseggono non sono che i loro stracci.

    Poiché nella società si manifestano i peggiori disagi, soprattutto gli oppressi, cioè gli appartenenti alle classi sociali inferiori, pensano di trovare la colpa nella società stessa e si pongono il compito di scoprire la società giusta.
    Solo il vecchio fenomeno per cui si cerca la colpa in tutti gli altri prima che in se stessi; la si cerca quindi nello Stato, nell'egoismo dei ricchi, ecc. i quali invece debbono la loro esistenza proprio alla nostra colpa".

    Voi ripetete sempre meccanicamente a voi stessi la domanda che avete sentito porre: "A che cosa sono chiamato? Che cosa devo fare?". Basta che vi poniate queste domande e che vi facciate dire e ordinare ciò che dovete fare, vi facciate prescrivere la vostra vocazione.
    Questo, secondo Stirner, è il meccanismo ideologico con il quale le classi subalterne vengono depotenziate políticamente e instradate in un vicolo cieco.
    Credendo di perseguire il loro interesse, esse in realtà inseguono solo dei fantasmi senza esistenza oggettiva - la volontà di Dio, l'essenza dell'Uomo, il bene pubblico, la giustizia, l'altruismo, ecc. - e così facendo acconsentono paradossalmente all'interesse delle classi dominanti: 'il bene comune può esultare mentre io devo 'chinare la testa', lo Stato può prosperare nel modo più splendido mentre io faccio la fame'.


    Il consenso come fondamento dello stato

    Il potere politico, lo Stato, è, quindi, nell'analisi di Stirner, l'esatto contrario di una funzione pubblica. Vale la pena di specificare che la gestione privatistica delle funzioni di governo appare essere un momento strutturale del potere politico e non un dato storico contingente - una sorta di usurpazione in vista dei loro scopi privati che alcuni uomini fanno di quelle che dovrebbero essere delle istituzioni dedite alla cura degli interessi collettivi.
    Quest'ultimo ragionamento Stirner lo bolla come un cedimento alla retorica del "dover essere": gli uomini di Stato dovrebbero accantonare i loro interessi particolari, e dovrebbero dedicarsi agli interessi pubblici. Sta di fatto che ogni singolo ha interessi diversi da quelli di ciascun altro, che gli " interessi generali della società" e cose simili si sono dimostrati essere nientr'altro che meccanismi ideologici per portare avanti al meglio determinati interessi privati.

    Dal momento quindi che esistono solo ed esclusivamente interessi privati, lo Stato, nell'analisi stirneriana, non è altro che il privato più "forte" - così forte proprio perché riesce a convincere il resto della società che il perseguimento dei suoi scopi privati coincide proprio con il "bene pubblico".

    Tutti i tipi di governo partono dal principio che tutto il diritto e tutto il potere appartengono al popolo preso nella sua collettività. Nessuno di essi, infatti, tralascia di richiamarsi alla collettività e il despota agisce e comanda "In nome del popolo" esattamente come il presidente o qualsiasi aristocrazia.
    Il fondamento della potenza dello Stato è dunque il paradossale consenso alla sua politica - in primo luogo alla "necessità" della sua esistenza - che questi riesce ad estorcere all'intera società, soprattutto alle classi inferiori che ne subiscono gli effetti negativi.

    L'operaio starebbe davvero molto meglio se il padrone, con le sue leggi, le sue istituzioni, ecc. - tutte cose che è poi l'operaio a pagare - non esistessero affatto.
    Ma nonostante ciò il povero diavolo ama lo stesso il suo padrone.
    Come nella cinquecentesca analisi di 'La Boétie', anche per Stirner quindi il vero fondamento della tirannia - che per lui coincide tout court con lo Stato - non sono i pur importanti apparati militari e burocratici, bensì il paradossale consenso che questi riesce ad estorcere ai dominati.
    Senza l'educazione dei sudditi a quella paradossale forma di consenso che egli chiama fissazione, "credenza nei fantasmi", "idee fisse", il potere politico resterebbe in piedi ben poco.


    L'egoismo come fondamento dell'uguaglianza reale e del rifiuto del consenso

    Se le classi dominanti fanno leva sull'egoismo altrui - cercano infatti di convincere le classi dominate che i loro interessi coincidono con quelli del potere - è segno evidente, per Stirner, che questa è l'unica molla dell'agire umano.
    L'unica possibile strategia di rifiuto del consenso dovrà perciò passare a sua volta proprio attraverso "l'egoismo", i "biechi interessi materiali del singolo".

    In effetti, la tesi di Stirner è che l'egoismo è distruttivo se e solo se una parte della società è depotenziata in questo suo egoismo, a tutto vantaggio della parte restante.
    Un egoismo generalizzato, invece, eguaglierebbe di fatto le condizioni umane, impedendo
    la formazione della gerarchia sociale.

    Ciò che Stirner vuol dire è evidente: la scelta che si pone non è tra arbitrio personale da un lato e ordine legale/morale dall'altro.
    La scelta effettiva è fra un arbitrio personale nudo e quindi non pericoloso, ed un arbitrio personale che, grazie alle armi della morale e della legge, può assumere una legittimazione, una potenza e una impunità, e può quindi esaltare a dismisura la sua componente distruttiva, che sarebbe rimasta, altrimenti, di dimensioni innocue.

    La generalizzazione dell'egoismo porterebbe quindi di fatto ad una società egualitaria, anche se Stirner non ama questo termine.
    Il riconoscimento dell'unicità dei singoli, delle loro aspirazioni, dei loro interessi e desideri, impedirebbe infatti la formazione delle gerarchie sociali.
    Se non hanno fantasmi da adorare e/o da temere, idoli cui sacrificarsi, gli individui venderanno a caro prezzo la loro merce, e nessuno sarà perciò più in grado di sfruttare il lavoro altrui.
    ll "proletario" Stirner suggerisce perciò alla classe sociale di cui sociologicamente fa parte di valorizzare al massimo le proprie capacità lavorative, di non svenderle a nessun costo nei confronti delle classi dominanti, impedendo così il perpetuarsi del meccanismo gerarchico.
    Noi non vogliamo regali da voi, ma non vogliamo nemmeno regalarvi niente.
    Per secoli vi abbiamo fatto l'elemosina per generosa stupidità, abbiamo dato l'obolo di noi poveri a voi ricchi, vi abbiamo dato ciò che non vi appartiene, è giunto il momento che apriate la vostra borsa, perché d'ora in poi la nostra merce comincerà a salire vertiginosamente di prezzo.

    Una tale azione presuppone il rifiuto del consenso non alla singola politica statale e/o padronale ma all'idea di potere politico in quanto tale, in altre parole la fuga dai meccanismi ideologici su cui si fondano i legami "religiosi" della società gerarchica.
    Va tenuto presente che per Stirner la borghesia non è la classe detentrice del potere statale, bensì una classe vassalla nei confronti del potere dello Stato.

    Lo Stato è per Stirner l'unico vero proprietario che concede in feudo ad alcuni dei suoi servi più fidati alcune parti della sua proprietà, sapendo di poterle avere indietro in ogni momento attraverso il diritto di esproprio (per questo egli vede nei progetti di Weitling e Marx di statalizzazione dei mezzi di produzione una semplice variante del capitalismo).
    La classe "proprietaria", in cambio del suo feudo, svolge funzioni di controllo sulla classe lavoratrice e attira su di sé gli odi di questa, che spesso vedono nello Stato un possibile difensore contro le angherie dei suoi feudatari.
    La concessione in feudo della proprietà dei mezzi di produzione permette così allo Stato di
    diffondere nella società una sorta di versione moderna della favola del Re Buono e dei Ministri Cattivi.

    Rifiutare il consenso alla società gerarchica significa dunque, per Stirner, rompere il meccanismo ideologico di autodenigrazione che porta il singolo a rinnegarsi, a credersi un essere abietto, le cui inclinazioni e i cui desideri devono necessariamente passare in secondo piano davanti a Dio, alla Patria, alla Nazione, al Bene Pubblico, all'Interesse Generale, alla Società, alla Comunità, alla Chiesa, all'Uomo, alla Verità, alla Santità e così via all'infinito.

    Per questo Stirner afferma che noi viviamo ancora pienamente immersi in una cultura mitico /religiosa: dal suo punto di vista è assolutamente indifferente inginocchiarsi davanti alla volontà di Dio o all'essenza dell'Uomo, alla Fede o alla 'Libertà".
    Avremo sempre a che fare con meccanismi ideologici che depotenzieranno alcuni individui a tutto favore di altri, creando servi e padroni - la società gerarchica.
    Negare il consenso a tali meccanismi ideologici appare a Stirner come l'unica strada dotata di senso per la costruzione di una società in cui la follia non sia la norma dominante, al punto tale da far apparire degni di alta considerazione ed offerti a modelli di comportamento i comportamenti più assurdi ed autolesionisti.

    Come non esaltare la coscienza di Socrate, che gli fa rifiutare il consiglio di evadere dal carcere? Ma non capite che Socrate è pazzo a concedere agli ateniesi il diritto di condannarlo? (...) Il fatto di non fuggire fu appunto la sua debolezza, il suo delirio, per cui credeva di avere ancora qualcosa in comune con gli ateniesi, ossia l'idea di essere un membro (e solo un membro) di quel popolo. (...) Avrebbe dovuto restare sulle sue posizioni e, dato che non aveva pronunciato contro se stesso una sentenza di morte, avrebbe fatto bene a disprezzare la sentenza degli ateniesi e a fuggire. Ma egli, invece, si sottomise, riconoscendo nel popolo il suo giudice, immaginando di essere piccola cosa di fronte alla maestà del popolo.
    Il fatto di sottomettersi, come a un "diritto", al potere violento al quale in realtà soggiaceva, fu tradimento di se stesso: fu virtù.

    Stirner vede dunque nella Società senza Stato - in quella che lui chiama l' "associazione degli egoisti", il compimento definitivo del processo storico di demitizzazione avviato al tempo dell'antica Grecia. Gli esseri umani hanno imparato col tempo che gli esseri supremi delle religioni non erano altro che fantasmi; ora è auspicabile che ogni singolo giunga finalmente a comprendere di non avere un fine nella vita cui tendere, diverso dai suoi desideri e dalle sue aspirazioni. L'uomo singolo non deve diventare un "vero Uomo" più di quanto un cane deve diventare un "vero Cane".
    Questo è l'insegnamento più interessante che la lettura di un testo come L'unico e la sua proprietà può dare: il gioco dell'autodenigrazione, del sentirsi impotenti ed umili di fronte ad entità esterne, qualunque esse siano, di rinnegare la propria individualità, il proprio specifico senso della vita a favore di sensi a noi estranei è un gioco senza senso; che, infine, dietro l'apparente razionalità del consenso all'ideologia "umanistica", alla società capitalistico /liberale moderna, può nascondersi una lucida - ma non per questo meno distruttiva - follia.


    Appendice
    Chiarimenti innescati dal dibattito seminariale


    a) Stirner e la Tradizione Filosofica.

    Stirner ha subito, nel corso degli anni, una lettura sostanzialmente legata al cosiddetto "irrazionalismo" o, per utilizzare una terminologia maggiormente in voga, al "pensiero debole": in particolare, il nome cui è stato più frequentemente legato è stato quello di Nietzsche.
    Mi sembra invece evidente che una tale lettura sia inconsistente e, in larga misura, dovuta ad un sostanziale fraintendimento del suo pensiero.
    Alcuni chiarimenti preliminari: il termine "Filosofia", come molti altri, è usato in svariate accezioni, sia "colte" sia "popolaresche". Lo si usa talvolta per indicare la complessiva "visione del mondo" di una persona, in altre parole l'insieme delle idee sul mondo, sulla conoscenza, sulla politica, sulla vita sociale, sulla religione...
    Altre volte, invece, lo si usa per indicare una qual certa abilità nel sapersi muovere tra le cose del mondo, nelle difficoltà della vita quotidiana, nell'adattarsi alle circostanze senza però lasciarsene sopraffare.
    Altre volte, invece, si usa il termine per indicare una visione del mondo argomentata razionalmente e con estremo rigore concettuale. Si usa il termine in questo senso - sostanzialmente come sinonimo di "scienza" soprattutto in area linguistica anglosassone.
    Il termine è usato talvolta anche per indicare un atteggiamento di pensiero "aperto" rivolto
    continuamente all'indagine, "critico".
    Altre volte, infine, si usa il termine 'Filosofia" per indicare una particolare scienza, nata in Grecia più di 2500 anni fa in contrapposizione alle forme del pensiero mitico, che cercava di trovare e analizzare il fondamento logico di verità di qualsiasi conoscenza (scientifica, morale, religiosa, politica, ecc.).
    Si usa allora il termine con questo significato quando si fa riferimento - come abbiamo già accennato - ad un sapere scientifico che indaga soprattutto - anche se non esclusivamente - le verità "assolute", in quanto esse, essendo valide sempre e comunque, indipendentemente dal particolare linguaggio usato o dal contesto cui si applicano, possono essere usate come fondamento logico, criterio ultimo di giudizio di validità, per tutte le altre verità.

    Ovviamente qui non si tratta di stabilire un uso "giusto" o "sbagliato" del termine; gli usi di un termine sono usi, e basta. Una comunità di parlanti può utilizzare quel suono o quel segno grafico attribuendogli il significato che gli pare, purché sia cosciente di ciò e non cada negli equivoci.
    Quello che, però, può essere evidenziato in maniera oggettiva, è che l'ultimo significato del termine - Scienza del Fondamento - è qualcosa di assolutamente peculiare nella cultura umana: mentre tutti gli altri significati lo portano verso la confluenza con altri aspetti culturali ("visione del mondo", "scienza", "saggezza", "atteggiamento critico"), l'aspetto di riflessione fondazionale è invece unico ed inconfondibile.

    Stirner, mi pare evidente, rientra a pieno in questa concezione, "forte", fondazionalistica, della Filosofia: il suo argomentare si basa proprio sul non dare per scontato nulla, nel richiedere ad ogni concetto di andare ben oltre l'accettazione del senso comune, e da questo
    punto di vista i suoi debiti con Hegel sono enormi.
    Lungi dal riconoscersi in un generico e banale appello ad un nichilismo gnoseologico e/o
    ontologico, la sua causa è fondata "sul Nulla" dell'inconsistenza delle argomentazioni ideologiche, delle "dee fisse" che sostanziano la società gerarchica, che egli sottopone ad un'analisi stringente e "nullificante".

    b) Il Linguaggio come Fondamento della Società.

    Di là da tutto ciò, è poi lo stesso contenuto della sua opera maggiore, come abbiamo visto, ad essere tipicamente "fondazionalistico".
    Stimer, come abbiamo visto, svaluta sia il livello politico, sia il livello economico, sia il livello culturale, come strutture portanti dell'essere sociale: tutte queste strutture, infatti, non potrebbero essere quelle che sono indipendentemente dal linguaggio.

    Il linguaggio, dunque, non è per nulla un semplice strumento, più o meno accidentale, bensì è il vero fondamento dell'agire sociale umano, ciò che ne caratterizza l'essenza, e per comprendere i paradossi della società - il consenso sostanziale dei sudditi alla loro penosa condizione, in primo luogo - è nelle sue caratteristiche, nelle sue potenzialità che egli indaga.
    Il linguaggio gli appare dotato di caratteristiche distruttive - le "idee fisse" - ma anche foriero di potenzialità positive enormi.
    In effetti, egli ritiene che la società gerarchica sia una società assurda, delirante, non in quanto fondata sul linguaggio tout court, bensì in quanto fondata su di un uso folle e improprio del linguaggio stesso.
    La sua idea di una associazione degli egoisti è legata, a doppio filo, al concetto che un uso
    diretto e proprio del linguaggio - della comunicazione intersoggettiva - sia lo strumento per la creazione di una società radicalmente egualitaria.
    Per abbattere le "fissazioni", per guarire l'umanità dalla follia, Stirner invita ad un uso ampio e senza remore della razionalità, del principio logico di causalità e di quello di non contraddizione.
    L'uso "folle" del linguaggio - e la conseguente follia sociale che ne consegue - sono per lui
    proprio il risultato della rinuncia, implicita od esplicita, dei principi logici alla base del linguaggio corretto.
    Il "sacro" è per lui proprio questo, e vale la pena di richiamare, stavolta a questo riguardo, una precedente citazione di un passo della sua opera maggiore: Che cos'è che chiamiamo "idea fissa"? Un'idea che ha soggiogato l'uomo. Se voi riconoscete che una tale idea fissa è sintomo di pazzia, rinchiudete chi ne è schiavo in un manicomio. E forse che la verità di fede di cui non si può dubitare, la maestà, per esempio, del popolo alla quale non si può attentare (chi lo fa è reo di lesa maestà), la virtù contro la quale il censore non può permettere una sola parola, affinché la moralità si mantenga pura, ecc., non sono tutte "idee fisse"? (...) Un povero matto del manicomio è convinto, nel suo delirio, di essere Dio Padre o l'Imperatore del Giappone o lo Spirito Santo, ecc.; un bravo borghese è convinto di essere chiamato ad essere un buon cristiano, un protestante credente, un cittadino fedele, un uomo virtuoso, ecc. Bene, nell'un caso come nell'altro si tratta esattamente della stessa cosa: di un "idea fissa". Chi non ha mai tentato e osato non essere un buon cristiano, un protestante credente, un uomo virtuoso, ecc. è schiavo e succubo della fede, della virtuosità, ecc.
    Gli scolastici filosofavano solo all'interno dei dogmi della Chiesa; papa Benedetto XIV scrisse opere ponderose restando sempre all'interno delle superstizioni papìstiche, senza mai metterle in dubbio; allo stesso modo ci sono scrittori che riempiono grossi ín-folio sullo Stato, senza mai mettere in questione la stessa idea fissa dello Stato e i nostri giornali
    rigurgitano di politica, perché sono fissati sull'idea che l'uomo sia fatto per diventare uno zóon politikón; e così i sudditi vegetano nella sudditanza, i virtuosi nella virtù, i liberali nell' "umanità", ecc., senza provar mai sulle loro idee fisse il coltello tagliente della critica. E cosi quei pensieri sono ostinati e irremovibili come le manie di un pazzo: chi li mette in dubbio, compie atto sacrilego. Ecco cos'è veramente sacro: l'idea fissa.

    Lo stato di follia causato dall'uso improprio del linguaggio è per lui fondamentale: se i meccanismi ideologici del dominio possono agire con dilaniante potenza, creando i sommi deliri e dolori della società gerarchica, è proprio perché essi agiscono in una collettività che è stata educata a svalutare gli strumenti sommi del linguaggio, i suoi principi logici di base.

    La potenza dell'analisi stirneriana è evidente se solo si pone attenzione al fatto che, oggi, l'Occidente industrializzato, nonostante gli indubbi progressi in tutti i campi del sapere oggettivo, ha adottato, come "principio dell'opinione pubblica" non solo un generico umanesimo retorico, ma addirittura posizioni irrazionalistiche, emarginando di fatto, nell'ambito della disciplina filosofica, qualunque riflessione coerentemente razionale.

    La spiegazione da dare a questo dato di fatto non può essere altro che la necessità del controllo ideologico delle classi subalterne.
    I meccanismi ideologici del dominio hanno bisogno, in altri termini, di persone educate ad accettare per vere conclusioni contraddittorie con le premesse, a non notare la contraddizione tra mezzi e fini, ecc.
    Nel passato, questo ruolo "educativo" era svolto esclusivamente dalla religione. La pratica religiosa era quasi sempre, per la stragrande maggioranza delle persone tenute fuori di qualunque processo di scolarizzazione, la fonte principale di acculturazione. Una fonte, questa, che combatteva strenuamente, persino nelle classi dominanti, la diffusione di una cultura scientifica e filosofica seria, portatrice, in altri termini, di una prassi coerente di ricerca della verità oggettiva.
    La Rivoluzione Industriale, però, ha imposto una sempre maggiore scolarizzazione delle classi subalterne, accrescendo le potenzialità di un loro accesso ad una forma mentis razionale e, di conseguenza, di un loro sganciamento dal controllo ideologico del dominio. L'apologia contemporanea delle varie forme di irrazionalismo, allora, può essere letta come una sorta di "meccanismo di assicurazione" da parte delle classi dominanti nei confronti del rischio di essere costrette ad "esporre" le classi dominate ai meccanismi logici della razionalità.
    Le masse vengono "istruite", in altre parole introdotte ad una serie di contenuti e di strutture argomentative valide nell'ottica di un sapere oggettivo forte.
    Al tempo stesso, però, questi stessi contenuti e strutture argomentative vengono, ad un livello metalinguistico e con una enorme pressione sociale, fortemente negati e svalutati in quanto tali.

    L'obiettivo cardine di un tale processo è stato l'infiltrarsi nella stessa cultura del movimento operaio e socialista di tensioni irrazionalistiche, allo scopo di depotenziarne le potenzialità sovversive dello stato di cose presente.
    La cultura contemporanea è perciò rinchiusa in un tipico "doppio legame", resa schizofrenica, immersa in un contesto dove, alla fine dei conti, l'unica "verità" che conta - e che resta sostanzialmente indiscussa, nonostante le sue palesi contraddizioni - è quella del potere.

    c) La Questione dell'Uguaglianza.

    Ho già ricordato che Stirner usa raramente il termine "uguaglianza", eppure non v'è filosofo che prima di lui abbia così radicalmente sostenuto la tesi della perfetta equipollenza di tutti gli esseri umani - detto per inciso, questo è uno dei punti che più rendono difficile il suo accostamento a Nietzsche, che sostiene con altrettanta radicalità la tesi opposta.

    Il paradosso è facile da spiegare: sinora si è cercato, a giudizio di Stirner, di comparare l'uomo all'Uomo, alla sua idea o, meglio, ad un suo ideale.
    L'Uguaglianza, allora, diveniva un compito: occorreva adeguarsi ad un modello, divenire un "vero uomo" e, anche se si presupponeva l'uguaglianza radicale di tutti gli uomini, in realtà si finiva sempre in un nuovo modello cui, di là dalle belle intenzioni dei suoi autori, alcuni uomini corrispondevano, altri meno...
    Per Stirner, invece, noi siamo già uguali ora perché siamo sin da ora tutti diversi.
    Nulla dell'umano - dell'homo sapiens sapiens - ci è alieno, ma ognuno di noi ha declinato la propria umanità in modo unico, irripetibile ed imparagonabile.
    Di conseguenza, nessuno di noi è "più o meno" uomo di altri, proprio perché un modello della declinazione dell'umano, cui paragonare i singoli individui effettivamente esistenti, non esiste.
    Di conseguenza, la società gerarchica non ha fondamento se non sul Nulla.

    Non a caso perciò, più che alla cosiddetta corrente " Individualista" - ben più influenzata dal superominismo nietzscheano e, dunque, da un dover essere modellizzante dell'Uomo - Engels vede l'eredità stirneriana nella corrente mutualista dell'anarchismo, l'unica, in effetti, teoria politica che ha provato a sostanziare concretamente l'idea di un' "associazione degli egoisti": un'unione senza Valore, radicalmente egualitaria, non basata su di un modello dell'umano da raggiungere, ma solo sulla reciproca cooperazione per il raggiungimento del maggior benessere possibile del singolo, che è sempre libero di scindersi da essa e di riorganizzarsi al meglio con chi gli pare, dove le decisioni valgono solo per chi le accetta.

    Stirner, d'altronde, per quanto la cosa possa sembrare paradossale, è ben poco "individualista" e notevolmente "realista" nel delineare il rapporto tra gli "unici" e le loro associazioni egualitarie: lo è certamente, ed ecco un nuovo apparente paradosso, ben più del suo antagonista Karl Marx.
    E' nota, infatti, la riflessione del pensatore socialista tedesco volta al rifiuto della elaborazione utopistica. Nel suo rifiuto di "prefigurare il futuro" egli però si costringe, ogni qualvolta è portato a descrivere in qualche modo l'obiettivo del movimento socialista,
    ad una notevole genericità o, talvolta, ad una sorta di pseudo-utopismo del tutto irrazionale, privo in pratica di quell'aspetto di progettazione sociale razionale che caratterizza il pensiero utopico. Quest'aspetto è stato messo in rilievo soprattutto da Domenico Losurdo:
    Nella società comunista, in cui nessuno ha una sfera di attività esclusiva ma ciascuno può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo rende possibile fare oggi questa cosa, domani quell'altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi viene voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico" [MEW, vol. III, p. 331].

    Se accogliamo tale definizione, allora il comunismo presuppone uno sviluppo così prodigioso delle forze produttive da cancellare i problemi e i conflitti relativi alla distribuzione della ricchezza sociale e quindi relativi al lavoro, e alla misurazione e al controllo del lavoro, necessario alla sua produzione; anzi, così configurato, il comunismo sembra presupporre la scomparsa, oltre che dello Stato, della divisione del lavoro, e in realtà dello stesso lavoro; il dileguare, in ultima analisi, di ogni forma di potere e di obbligazione.

    La tesi generale di Losurdo è che Marx sarebbe condizinato da posizioni "anarchiche": egli dimentica però che queste posizioni marxiane nascono proprio come critica all'anarchismo. Le pagine citate, che s'inseriscono nella tematica della "abolizione del lavoro ", sono nate, infatti, proprio all'interno della polemica antistirneriana.
    Stirner, infatti, riteneva impossibile tale abolizione e poneva invece ad obiettivo della unione degli egoisti, dell'azione dei proletari, la liberazione del lavoro dal capitalismo e dallo Stato: "Lo Stato si fonda sulla schiavitù del lavoro; se il lavoro diventerà libero, lo Stato sarà perduto".
    Anche la prefigurazione della scomparsa di ogni forma di potere e di obbligazione fa parte della polemica antianarchica di Marx: Stirner, infatti, affermava che:
    "è ben vero che una società a cui aderisco mi toglie alcune libertà, ma in compenso me ne concede altre; non c'è niente da dire nemmeno sul fatto che io stesso mi privo di questa o di quella libertà ( ... ). Per quel che riguarda la libertà, non vi è differenza essenziale tra lo Stato e l'unione. Neppure la seconda può nascere o conservarsi senza che la libertà venga limitata ( ... ). La religione e in particolare il cristianesimo, hanno tormentato l'uomo con la pretesa di realizzare ciò che è contro la natura e contro il buon senso; l'autentica conseguenza di questa esaltazione religiosa, di questa tensione esagerata è nel fatto che la libertà stessa, la libertà assoluta, venne alla fine innalzata ad ideale".

    Stirner, insomma, una volta analizzato con l'attenzione che merita, fa piazza pulita di un'infinità di preconcetti - anche quelli nati all'interno di coloro che pretendono di ripeterne il pensiero. Un motivo di più per leggerlo con occhi naiv.



    Questioni di Fondazione della Società
    Lettura de "L'Unico e la sua Proprietà" di Max Stirner
    di Enrico Voccia
    tratto da "Antosofia-Potere 1"
    edizione Mimesis Eterotopie, 2003

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Silvioleo
    Guglielmo Pompini

    minkiardi e pompini, li prendono sul serio solo i minorati mentali,
    perfino quel fascista di renzo mariomerlino audisio si trova in imbarazzo a difenderli

  6. #6
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    Umbria. Dove regna "Il Capitale" oggi più spietatamente. Votano la guerra, parlano di pace... sinistra "radikale", sei peggio dell'antrace ! Breaking news: (ri)nasce il partito dell'insurrezione !
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    Sicuramente Max Stirner non è certo un anarchico sociale, e sicuramente è uno di quelli che sarebbero stati definiti "falsi compagni anarchici".
    Non conosco inoltre molto bene Stirner in quanto non è rientrato nei miei interessi di studio, ma viene da pormi due domande alle quali spero qualcuno sappia rispondere.

    1) Piombini, che considero un border-line dell'anarchismo, e sicuramente non è un anarchico sociale, più realista del re critica Stirner accusandolo di non essere realmente un individualista. Personalmente mi chiedo se le conclusioni a cui giunge Stirner (non esistono diritti personali se non quelli che io ti riconosca, ho diritto con la forza a saccheggiare, ecc.) non siano l'estrema conseguenza proprio dell'individualismo. Se pongo al centro l'Io, e non accetto nessuna limitazione al mio arbitrio (neanche dove inizia la libertà e la dignità altrui) è facile finire nella misantropia più assoluta.

    2) Stirner da qualche parte accenna (non argomenta in modo chiaro) una qualche "Unione dei Liberi": come spesso avviene per molti pensatori, il quid che si vorrebbe vada a sostituire l'esistente viene o solo accennato o comunque non ben definito. Mi chiedevo se questa "Unione dei Liberi" non possa in qualche modo corrispondere ad una presa di coscienza per cui gli uomini, già consapevoli della propria libertà, acquisiscano un ulteriore grado di consapevolezza e si danno delle regole condivise e non coercitive (a differenza di quelle dello Stato) attraverso cui rendere sostanziale il diritto d'ognuno alla libertà, evitando il sopruso). Che ne pensate ?

  7. #7
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    C'è da dire altro in merito alle analisi di Piombini.
    Egli parla di due mostri del totalitarismo: il nazismo e il comunismo.
    Personalmente ritengo che come oppressione e in quanto a orrori nazismo, stalinismo e "sistema democratico" siano equipollenti: ché forse Piombini non conosce i campi di concentramento inaugurati da Roosevelt nei quali furono rinchiusi cittadini statunitensi perché enticamente giapponesi, o le guerre al napam, o tanti altri orrori e ingiustizie che vediamo attualmente.

    Certo è che, i dittatori, i conquistatori, i guerrafondai, i banditi dediti al saccheggio che Piombini intravede in potenza nel discorso che fa Stirner, a me ricordano molto, e anzi soprattutto, data l'epoca nella quale vivo, le multinazionali e i poteri finanziari che nel sistema democratico hanno il proprio comitato d'affari, e che ovunque nel mondo saccheggiano, sfruttano, opprimono, distruggono.

    Altro discorso è l'esproprio proletario: esso, quando non diventa uno strumento ideologico per il capitalismo di Stato, è a mio avviso legittimo e auspicabile così da eliminare il dominio dell'uomo sull'uomo.

  8. #8
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    Max Stirner MAI si definì anarchico e MAI passò da una fase di contestazione (verso l'idelismo hegeliano,il romanticismo ecc....) ad una fase propositiva.

    E' vero che parlò della cosiddetta "comunità degli unici" ma credo che sia un concetto da prendere con le pinze

    un pensatore col "martello" che influenzò lo stesso Nietzsche, un distruttore di morali,religioni ed ideologie....un nichilista più che un anarchico
    Eternal_Summer

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Eternal_Summer
    Max Stirner MAI si definì anarchico e MAI passò da una fase di contestazione (verso l'idelismo hegeliano,il romanticismo ecc....) ad una fase propositiva.

    E' vero che parlò della cosiddetta "comunità degli unici" ma credo che sia un concetto da prendere con le pinze

    un pensatore col "martello" che influenzò lo stesso Nietzsche, un distruttore di morali,religioni ed ideologie....un nichilista più che un anarchico
    Non vorrei certo fare quello che puntualizza ma il nichilismo è dall'ottocento che si collega con l'anarchismo.
    Comunque preferisco considerare Stirner un pensatore che ha influenzato il nichilismo ma non certo un nichilista. Il nichilismo propriamente detto porta ad altre considerazioni politiche sia nel pensiero che nell'azione.
    Su Nietzsche potrei aggiungere che non solo lo influenzò ma addirittura si sa che ad amici e allievi Nietzsche confidò più e più volte di aver paura di essere accusato di plagio del pensiero stirneriano (personalmente non sarei stato daccordo con Nietzsche).

    A luta continua

  10. #10
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    non intendo il nichilismo russo o forme di anarchismo radicale...intendo,piuttosto, l'azione intellettuale di Stirner come opera di annichilimento di valori e certezze senza,però, offrire alternative ideologiche
    Eternal_Summer

 

 
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