Originariamente Scritto da lucrezio
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Originariamente Scritto da lucrezio
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Ci avevo pensato anche io. Però non so.Originariamente Scritto da lucrezio
Forse gli chiediamo un aiutino.


Al fine di venire incontro alle esigenze emerse d' informazione, eccovi servita la biografia ragionata dello Strozzi:
Alessandro de' Medici era figlio di Lorenzo, duca d' Urbino. Clemente VII lo amava molto e gli aveva acquistato, prima che fosse stato assunto al governo di Firenze, il titolo di duca di Civita di Penne negli Abruzzi. L'educazione non aveva temperato in lui quelle basse inclinazioni, che rivelavano la sua origine; però il suo cuore non era inaccessibile ai sentimenti di pietà verso gli afflitti, e sapeva mostrarsi non di rado benevolo e generoso.
Fino al 1534 il suo governo fu molto più mite e benevolo di quello che
generalmente si voglia credere. Da principio ebbero molta influenza sul suo
agire uomini di mente elevata e di lunga esperienza ed mostrava in tutti gli
affari acume d'ingegno, prontezza di spirito e risoluto giudizio. Ambiva anche alla popolarità, e perciò dava udienza a tutti spesso ed in ogni luogo, senza distinzioni per il nobile e il plebeo, e non era parsimonioso di doni e di elemosine.
Nei primi anni del suo governo furono pubblicate alcune ottime leggi per
l'amministrazione dello Stato; e, quantunque non se ne debba ascrivere a lui il merito bensì alla dottrina e saggezza del suo primo consigliere Nicolò
Schomber, arcivescovo di Capua, e a Giovanni Destatis, commissario apostolico, tuttavia è già un merito per lui aver seguito i consigli e l' indirizzo di questi ottimi ministri...
Ma a poco a poco Alessandro mutò carattere e si rivelò un vero tiranno; si
circondò di milizie straniere il cui comando affidò al Vitelli; non credendosi
sicuro, fece costruire una fortezza; lasciò impuniti gli oltraggi delle
soldatesche alla cittadinanza e lui stesso ne commise gravissimi contro le
persone e l'onore dei suoi sudditi; in breve si rese odioso perfino ai più
caldi sostenitori della dinastia medicea, e perfino -come vedremo- anche
dentro questa.
Fra i molti che erano malcontenti dell'agire del duca sono da ricordarsi
FILIPPO STROZZI, il più ricco forse de' Fiorentini. Numerosi poi erano gli esuli fiorentini sparsi nelle varie città d'Italia, i quali, dopo la morte di
Clemente VII, si riunirono in Roma e, capeggiati dal cardinale, dagli Strozzi,
dai Valori, dai Ridolfi e dai Salviati, decisero di rivolgere un appello
all'imperatore, cui mandarono tre ambasciatori, denunziando (vere o false)
tutte le nefandezze di Alessandro e invocando l'osservanza della capitolazione di Firenze.
Carlo V, che stava preparandosi allora all'impresa -già accennata sopra- per Tunisi, promise che avrebbe esaminato al suo ritorno le accuse dei fuorusciti.
Questi, sperando nella giustizia dell'imperatore, dopo la vittoriosa
spedizione contro il Barbarossa, mentre l' imperatore al ritorno si era
fermato a Napoli, colsero subito l'occasione per mandargli il cardinale
Ippolito a ricordargli un'altra volta le promesse; ma il prelato, giunto a
Itri, morì di veleno e con lui perirono Dante da Castiglione e Berlinghierio
Berlinghieri che lo accompagnavano.
Di fronte a questo delitto in cui si riconosceva la mano del duca, i
fuorusciti non si diedero per vinti e - nello sdegno- raddoppiarono le loro
istanze presso l' imperatore. Napoli era piena di esuli fiorentini: vi si
trovavano Filippo Strozzi con i suoi figli, i cardinali Salviati e Ridolfi con
i loro fratelli, Filippo Parenti e Jacopo Nardi; ma vi era anche Alessandro
de' Medici, accompagnato da Baccio Valori, da Matteo Strozzi e da Francesco Guicciardini.
I capi degli esuli furono invitati a formulare le loro accuse ed essi
incaricarono Jacopo Nardi; dalla parte del duca fu invece incaricato della
difesa lo storico GUICCIARDINI.
La sentenza imperiale fu quale doveva essere in quel delicato momento
politico; stavano per scoppiare le ostilità con la Francia, e premeva a Carlo
V di tenersi amico il duca. E non solo questa sentenza arbitrale, pronunciata nel febbraio, fu favorevole ad Alessandro, ma questi ricevette finalmente la mano di sua figlia Margherita e il 29 dello stesso mese si celebrò in Castel Capuano la cerimonia dell'anello.
Agli esuli fiorentini furono offerti il ritorno in patria e la restituzione
dei beni confiscati a condizione che riconoscessero come loro signore
Alessandro; ma essi rifiutarono, con parole che per la loro nobiltà e fierezza
meritano di essere riportate:
"... Non siamo venuti qui per chiedere alla imperiale vostra maestà sotto
quali condizioni dobbiamo servire il duca Alessandro né per ottenere il
perdono di lui, dopo avere volontariamente, con giustizia e secondo il dover nostro, adoperato per mantenere o ricuperare la libertà della nostra patria. Non l'abbiamo invocata per ritornare schiavi in una città dalla quale siamo usciti liberi né per riavere i nostri beni. Ma siamo ricorsi alla imperiale vostra maestà, fiduciosi nella sua bontà e giustizia, affinché si degnasse di restituire intera quella libertà che i vostri ministri si obbligarono di conservarci col trattato del 1530 .... Altro non sappiamo dunque rispondere .... se non che siamo tutti determinati di vivere e di morire liberi quali siamo nati; e nuovamente supplichiamo la vostra maestà di sottrarre questa sventurata città al giogo crudele che l'opprime... ".
L'imperatore, sulla cui giustizia i fuorusciti avevano tanto sperato, (per le
ragioni dette sopra) riconfermava con la sua sentenza il governo ad Alessandro de' Medici.
Ma i mesi di costui erano contati. Suo compagno di dissolutezza era suo
cugino, LORENZINO de' MEDICI, figlio di Pier Francesco e di Maria Soderini.
Pieno di ambizione e d'ingegno e avido di piaceri, egli aveva sperato di
ottenere uno stato dallo zio Clemente VII; rimasto deluso nella speranze, si
era fatto amico del duca, ma covava un grande odio contro di lui; l'amicizia
era subdola, gli serviva solo per studiarlo meglio per poi mettere in atto il
suo piano per disfarsene.
L'idea di uccidere il duca, gli era già quindi sorta da tempo, e maturò nel
suo soggiorno a Napoli, dove aveva accompagnato il cugino. Nella sua mente quello che doveva essere un volgare assassinio, mosso dall'odio personale, prese l' aspetto di una vendetta politica, suscitata dall'amore della libertà; e Lorenzino pensò di essere per Firenze un novello Bruto.
Il delitto ebbe luogo la notte del 6 gennaio del 1537. Sapendo Lorenzino che Alessandro era invaghito della bella Caterina, moglie di Leonardo Ginori,
promise di procurargli un convegno con lei nella propria casa di via Larga e
lì, caduto nel tranello, dopo una lotta disperata, lo ammazzò con l'aiuto di
Michele del Tavolaccino, detto lo Scoronconcolo, e del Freccia.
Compiuto il delitto, Lorenzino se ne fuggì con i due sicari prima a Bologna,
poi a Venezia. La mattina seguente, il cardinale Innocenzo Cybo, primo
ministro del duca, venuto a conoscenza dell'assassinio, ebbe l'accortezza di
tenerlo nascosto ai Fiorentini temendo che la notizia facesse levare a tumulto i malcontenti e richiamare in città tutti i fuorusciti che non aspettavano altro che una rivolta, fece dire che Alessandro era a letto indisposto e si affrettò ad informare dell'accaduto l' imperatore e il marchese del Vasto; nel medesimo tempo mandò ordine ad Alessandro Vitelli, che si trovava a Città di Castello, di fare ritorno immediato a Firenze con un buon nucleo di milizie.
Il Vitelli giunse la mattina del giorno 8 e subito prese tutte le misure per
mantenere l'ordine e stroncar ogni tentativo di ribellione.
Si diffondeva intanto in città la notizia dell'assassinio e nel palazzo
mediceo si adunavano i quarantotto senatori per decidere intorno alla
successione. Domenico Canigiani propose come successore Giulio, figlio
naturale di Alessandro; Francesco Guicciardini invece fece il nome di COSIMO, figlio di Giovanni delle Bande Nere, ancor giovinetto, che, ignaro di tutto, si trovava allora nella villa di Trebbio al Mugello.
Chi si oppose ad entrambe le proposte fu PALLA RUCELLAI il quale disse che si doveva approfittare di quell'occasione per ridare a Firenze l'antica libertà.
Ma purtroppo era più facile a dirsi che a farsi. Perché si potesse far
rivivere la repubblica occorreva, la concordia di tutti i cittadini i quali
invece erano divisi in due fazioni, di cui quella dei fuorusciti implacabilmente avversa al partito capitanato dal Guicciardini, dall'Acciaiuoli, da Francesco Vettori e da Matteo Strozzi.
Inoltre c'era il pericolo che Enrico d'Orléans avanzasse pretese sulla Toscana in qualità di marito di Caterina de' Medici; d'altro canto si sapeva che Paolo III desiderava dare questa regione in signoria al figlio Pier Luigi Farnese e che Carlo V bramava di ridurla sotto il suo diretto dominio.
Prevalse pertanto la proposta del Guicciardini; COSIMO fu chiamato a Firenze e poiché già i soldati del Vitelli rumoreggiavano in suo favore, il giovane figlio di Giovanni delle Bande Nere fu proclamato a grande maggioranza duca di Toscana. I tre cardinali fiorentini SALVIATI, RIDOLFI e GADDI, saputa l'elezione di Cosimo, partirono da Roma alla volta di Firenze con duemila uomini assoldati a loro spese. BACCIO VALORI, che aveva fatto causa comune con loro, si unì con un gran numero di fuorusciti, mentre FILIPPO STROZZI raccoglieva truppe a Bologna e sollecitava l'aiuto di Francesco I.
COSIMO, informato, all'avvicinarsi dei cardinali, fece loro capire che li
avrebbe accolti volentieri a patto però che licenziassero le milizie.
Prometteva dal canto suo di fare allontanare un corpo di milizie spagnole che gli erano state mandate in aiuto. I cardinali, ricevuto un salvacondotto, entrarono in Firenze per trattare; ma, non essendosi accordati con Cosimo, nove giorni dopo, il 1° febbraio del 1537, abbandonarono la città.
A quel punto gli esuli decisero di rientrare in Firenze con la forza, mettendo
su diecimila fanti. Metà partiti da Roma sotto il comando di Giampaolo Orsini
e del conte della Genga. L'altra metà, comandata da Bernardo Salviati e da
Piero Strozzi, figlio di Filippo, andarono a radunarsi alla Mirandola per poi
muovere verso la Toscana.
La fretta di agire impedì agli esuli di impiegare contemporaneamente tutte le loro milizie; l' inganno di NICCOLÒ BRACCIOLINI, capo della parte Panciatica, che promise a Filippo Strozzi di dargli in mano Pistoia non appena si fosse presentato sotto le mura, fece fallire l' impresa.
Negli ultimi giorni di luglio del 1537 partirono dalla Mirandola quattromila
fanti e trecento cavalli. Filippo e Piero Strozzi e Baccio Valori, impazienti
di giungere a Firenze precedettero con una esigua schiera il grosso
dell'esercito ed occuparono Montemurlo, vecchio castello presso Prato.
La notte del 31 luglio Piero Strozzi, che con ottocento fanti si trovava
accampato fuori del castello, venne improvvisamente assalito da una grossa schiera medicea comandata da Francesco Sarmenti e composta di millecinquecento fanti e cento cavalli e fu completamente sgominato. Quelli del castello, attaccati subito dopo, si difesero disperatamente per ben due ore; alfine dovettero arrendersi e così Baccio Valori, Filippo Strozzi, Francesco degli Albizzi, Alessandro Rondinelli e parecchi altri capi fuorusciti caddero nelle mani di Cosimo e il giorno dopo vennero condotti a Firenze.
Il grosso dell'esercito, guidato da Bernardo Salviati, avuta notizia della
rotta di Montemurlo, si ritirò precipitosamente oltre gli Appennini.
Alcuni dei prigionieri furono mandati nelle carceri di Livorno, Volterra e
Pisa, dove in breve morirono; altri vennero sottoposti alla tortura e
decapitati. Filippo Strozzi rimase per qualche tempo in prigione, a
disposizione dell' imperatore, e invano i suoi amici cercarono di riscattarlo
mandando come ambasciatore a Firenze Bernardo Tasso. Alla fine Carlo V
concesse a Cosimo di processare lo Strozzi per accertarsi se questo fosse
stato complice di Lorenzino nell'assassinio di Alessandro; ma Filippo Strozzi,
temendo di non potere resistere ai tormenti e di fare delle rivelazioni che
avrebbero potuto nuocere ai suoi amici, si uccise nel carcere dopo di avere
scritto col sangue sulle pareti il verso latino escoriare aliquis nostris ex
ossibus ultor.


Dei nostri è dei nostri.
Però non ci sta aiutando.
Proporrei, con molta discrezione, una perizia glottologica.
Suvvia, siamo curiosi!


Inoltre forse potrebbe parlarci anche di ... Fiesole?


Riporto le posizione espresse da "Democrazia Laica", che è uno dei soggetti che promuove il Forum dei Repubblicani del 30 settembre.
Ferme restando le condivisibili riflessioni di Paolo Arsena in materia di laicità come metodo per interpretare le dinamiche di una società sempre più multietnica.
Per noi è importante confrontarsi anche sul ruolo dei laici e dei repubblicani nella politica italiana di oggi.
- Welfare e rigore economico, per una politica di compatibilità tra efficienza del sistema-Paese e pari opportunità
- Globalizzazione dei mercati e globalizzazione dei diritti
- Compatibilità tra sviluppo e salvaguardia ambientale
- Etica e diritti civili, per una politica di confronto con il mondo cattolico-riformista sui temi della scuola pubblica, delle coppie di fatto, della ricerca su embrioni e cellule staminali, della legge sulla fecondazione assistita e sulla difesa della legge sull'aborto, dell'azzeramento dei privilegi clericali .


Originariamente Scritto da JODY-Roma
Non sono sicuro di immaginare cosa intendete a riguardo.


Già, vuoi dire che Strozzi poteva trovarsi a fiesole nel gennaio del 62 ac ?Originariamente Scritto da LUCIO


Si tratterebbe di un caso dalle reincarnazioni veramente sfortunate.


O amici, quei diavolaccio d' un Catilina gli è veramente "un cinquecento, diece e cinque, che anciderà la fuia con quel gigante che con lei delinque".Originariamente Scritto da LUCIO