
Originariamente Scritto da
Giuseppe Gizzi
Riporto un articolo che condivido in toto (anche perchè credo si attagli perfettamente al nostro dibattito sull'unità repubblicana) del liberale Andrea Bitetto della rivista "Critica liberale"
Né socialisti né terzisti: il ruolo dei liberali.
di Andrea Bitetto
Nell’invito di Fassino rivolto a Rutelli ad avvicinarsi al Partito Socialista Europeo, così imitando Alleanza Nazionale nel suo tentativo di entrare all’interno del Partito Popolare Europeo (il Riformista, 20 luglio 2006, 1), vi è un compendio dei problemi della politica italiana.
O meglio, del problema principe della politica partitica italiana: la disperata ricerca di legittimazione. Così, come Fini ha dovuto cercare una via d’uscita dal vicolo cieco in cui era finito, dopo aver cercato di inverare il verbo di Salò in un partito emulo del Fronte Nazionale di Le Pen, via d’uscita che arrivò dall’alto dell’elicottero berlusconiano nel lontano 1993, allo stesso modo Fassino, per metonimia rappresentante della vecchia dirigenza prima Pci poi diessina, ha dovuto brigare alquanto per far dimenticare quanto di meno nobile vi era nei trascorsi politici del comunismo italiano.
L’ancoraggio europeo, nel caso dell’allora Pds, ottenuto tramite i buoni uffici dell’Innominato in casa pidiessina (scilicet Bettino Craxi, fatta salva la recente riabilitazione, in perfetto stile kruscioviano), pareva aver risolto molte rogne nel vecchio bottegone. Almeno, si sperava che il passato fosse definitivamente chiuso, vista anche la miracolosa sparizione del tradizionale interprete del riformismo socialista in Italia, il Psi. I vuoti, in politica come in idraulica, si colmano, bene o male, e ai giovani dirigenti cresciuti nel culto del togliattismo e del berlinguerismo il solito «destino cinico e baro» aveva dato una bella mano.
Quella era stata la via prescelta dall’allora Pds, oggi Ds, per sanare il proprio conto con la Storia e per cercare una nuova legittimazione politica: la socialdemocrazia (socialismo era parola impronunciabile in Italia), ovviamente europea.
Così, nell’invito di Fassino a Rutelli c’è un profondo errore. Non Rutelli deve essere l’emulo di Fini, ma, per completare l’equazione, An sta al PPE come i DS stanno al PSE: gli uni, come gli altri, hanno mosso ‘al centro’ per riacquistare una verginità – e per non perdere una professionalità – irrimediabilmente perduta in una vita di corbellerie politiche dette, credute e pensate.
A Rutelli noi liberali possiamo imputare molto altro: l’aver svenduto a prezzi stracciati la sua vecchia militanza laica, l’essersi re-inventato come novello Fanfani difensore della cause curiali con spirito di missione, l’aver interpretato (erroneamente) il centro politico come centro tout court neo-democristiano, dimentico colpevolmente della lezione crociana (la riprova viene dal fatto che la Margherita non sfonda al centro proprio perché il centro, in politica, non si domina con i pater ave gloria, ma con ben altro).
Ma non possiamo contestare a Rutelli granchè nella vicenda relativa alla paternità e alla maternità del nascituro partito democratico.
Certo, pensare e proporre che per mettere ordine allo sconquassato panorama partitico italiano dove non esiste un partito socialista riformista a vocazione maggioritaria (come esiste in Germania, in Inghilterra, in Francia e in Spagna), e non esiste un partito liberaldemocratico (come esiste in Germania, in Inghilterra, in Belgio, in Olanda – qui a dirittura ve ne sono due -, in Svezia, Danimarca), l’assetto parlamentare e politico europeo possa essere steso su di un letto di Procuste mi pare velleitario e pretenzioso. Perché mai, dico, i liberali inglesi, o i liberali tedeschi dovrebbero reinventarsi democratici (come?) per accontentare i Fassino e i Rutelli italiani, che continuano a bisticciare sul nome e cognome del nascituro?
Con tutte le attenuanti del caso, mi pare quantomeno una pretesa macchiata di provincialismo.
L’Europa non è gli Stati Uniti d’America e, piaccia o non piaccia, la dinamica politica ha sempre funzionato grazie al ruolo che storicamente vi hanno assunto non le strutture partitiche della socialdemocrazia e dei partiti conservatori o cristiano democratici o di quelli liberali, ma le risposte che questi soggetti hanno saputo fornire alle domande sociali via via espresse dall’elettorato. Per fare pochi esempi significativi, la SPD nel 1998 ritorna al governo dopo sedici anni solo perché capisce che per ricandidarsi alla guida del paese deve promuovere una nuova politica di riforme che si allontanino dal vecchio “consenso socialdemocratico” di cui parlava alla fine degli anni settanta Dahrendorf (Neue Mitte, era lo slogan, oggi rinnegato, della SPD). Allo stesso modo il Labour Party in Inghilterra nel ’97: il New Labour è un partito che abbandona le alcinesche seduzioni del programmismo economico (agli infatuati della socialdemocrazia astorica, consiglierei di leggere il programma elettorale per il 1983 del Labour Party: capirebbero perché i Conservatori hanno vinto a mani basse!) e che cerca di rinnovarsi come partito di centro riformatore. Insomma, per rinnovarsi la socialdemocrazia ha dovuto guardare, ancora una volta, al liberalismo, e non il contrario. Va riconosciuto che questo sforzo venne tentato, a cavallo degli anni ’70 ed ’80 in Italia dal Partito Socialista, anche se poi sappiamo come andò a finire (dai meriti e bisogni alla … Milano da Bere, da John Rawls a … Maurizio Raggio).
In Germania, come in Inghilterra, quello sforzo di rinnovamento venne realizzato da soggetti dal profondo radicamento sociale e politico, anche a costo di defezioni interne (questo è un punto essenziale anche per il dibattito diessino d’oggi: la minaccia di subire una concorrenza socialdemocratica a sinistra spinge sul freno e favorisce maggior identitarismo), ma sempre da soggetti che avevano guidato, e non vi si erano accodati ex post, la fase della socialdemocrazia classica, di stampo keynesiano. Poterono innovare e cambiare proprio perché erano sempre stati attori principali ed esclusivi della politica progressista.
La vicenda italiana non è questa. E trovo stupefacente e mistificatorio dichiarare, come ha fatto Fassino, che solo con la caduta del Muro di Berlino vi sia stata l’opportunità di unire le forze del riformismo (la Repubblica, 22 luglio 2006, 15). Quando mai? Il riformismo socialista in Italia aveva scelto, in minoranza, nel 1947 da che parte stare, scelta che divenne atteggiamento maggioritario nel 1956. Se vi fu un soggetto arretrato e volutamente estraneo, in quanto auto-esclusosi, alla vicenda del riformismo italiano quello fu il Pci. Ma questo non lo si può ricordare ai dirigenti diessini (chissà perché quasi tutti di estrazione pci), che amano ricostruire la storia del riformismo con Togliatti al posto di Turati e con Gramsci al posto di Rosselli.
Sempre i diessini si scoprono, però, tardivi custodi di una tradizione alla quale furono deliberatamente alieni ed ostili. Legittimo, ma non si può credere che questo loro zelo tardivo possa essere in grado di contagiare chi socialista non lo è stato mai. E, in particolare, non possono essere vittime di questo contagio quanti, da liberali (sostantivo), hanno sempre creduto che il luogo politico del liberalismo sia prossimo a quello dei riformatori anche di ispirazione socialista, ma ferme restando le caratteristiche proprie del liberalismo politico ed economico. Liberalismo economico e politico che fu, in verità, il vero rifornimento ideale e programmatico del riformismo più avanzato del ventesimo secolo.
E dai conti con il liberalismo (sostantivo), più che non con i tardivi conati identitari di chi socialista non è mai stato, che si deve partire. Oggi il centro sinistra può avere solo una possibilità per sconfiggere politicamente, più che non elettoralmente (per questo bastano poche manciate di voti, come le ultime elezioni insegnano), la destra italica amorfa e irriconoscibile fuori dai nostri confini: batterla sul piano delle libertà, siano esse economiche (liberalizzazioni, concorrenza e mercato), civili (avanzamento e non regressione e cloroformizzazione della società: il diritto segue la società non tenta di mettere le braghe agli individui), politiche. Sarebbe facile, ma è altrettanto possibile?
E’ destinata ad essere impresa difficile e condannata al fallimento fintantochè a guidarla vi saranno solo gli eredi del compromesso storico, indipendentemente da come vogliono chiamarsi. La vera sfida non è tra il cattolicesimo democratico e il riformismo socialista (come crede illusoriamente Ceccanti su il Riformista, 26 luglio 2006, 7: al quale consigliamo di leggere lo splendido libro di Giorgio Spini, Le origini del socialismo, Einaudi, 1992, vi troverà parecchie risposte), ma è nella capacità di questi di fare i conti con l’essenza della politica liberale, l’unica in grado oggi come ieri di interpretare le domande di cambiamento (ieri il piano Beveridge, oggi la sfida della competizione globale) e di fornire loro adeguate risposte politiche. Ma questa sfida non può essere colta, prima ancora che vinta, se il centro sinistra non è disponibile a dialogare con chi liberale (sostantivo) lo è davvero, se il centro sinistra non è disponibile a riconoscerlo proprio perché liberale, senza spirito di annessione. E’ necessario un dialogo tra soggettività politiche, e quella liberale è la più difficile da surrogare.
Certo la ricerca del soggetto politico liberale non è semplice. E non può essere facilmente superata finché da parte di alcuni liberali si indulge nello strabismo politico di chi crede, ancor oggi, di poter costruire un liberalismo asessuato, incontaminato, preservato da qualsiasi legame con questa destra e questa sinistra. E’ vero, questa destra e questa sinistra sono anomale, per vicende storiche, per ancoraggi culturali, per tendenze oserei dire antropologiche, rispetto a qualunque destra e sinistra europee (fatte salve le epifanie di alcune realtà europeo-orientali). Ma questo dato non può costituire l’alibi per tentativi velleitari e sterili di condizionare la politica da una posizione non tanto di minoranza numerica, in fondo i liberali son sempre stati quattro gatti, ma di assoluta inesistenza politica e mediatica, condizionata poi dalla necessità di mettere assieme e di far conciliare antipatie personali, ambizioni scioviniste, sempre mascherate dal vizio odierno del terzismo: ovvero l’appoggio esterno, dissimulato per senso del pudore, comunque ed in ogni caso ad uno dei contendenti (sempre il meno liberale!), in una sorta di castità non più verginea, nel tentativo, ormai schizofrenico, di veder reincarnati Luigi Einaudi e Benedetto Croce nella loro negazione.
Altri liberali la loro scelta l’hanno compiuta da tempo, ed è forse giunta l’ora che con loro si inizi un dialogo proficuo. I ritardi, anche in politica, creano danni irrimediabili.