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  1. #61
    repubblicano nella sinistra
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    L’ amica Luisa Babini (ex consigliere regionale PRI, esponente di Riscossa) è stata nominata membro ( uno fra sei) dell’ esecutivo della consulta degli emiliano romagnoli all’ estero.
    La consulta è l’ organismo che indirizza le politiche regionali a favore delle comunità di concittadini all’ estero, un tempo abbastanza marginale ha acquisito un certo prestigio specie con l’aumentato interesse per i concittadini all’ estero sia per motivi di promozione economica e culturale che per il diritto al voto degli stessi.
    La nomina di valenza politica e di importanza media è di competenza della presidente della consulta la diessina Bartolini

    Se non ho un clamoroso vuoto di memoria e’ la prima volta dal 1995 che un esponente repubblicano viene scelto per un incarico di valenza politica di livello regionale.
    Auguri di buon lavoro all' amica Luisa

  2. #62
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    Mi associo agli auguri di buon lavoro per l'amica Babini.

  3. #63
    repubblicano nella sinistra
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    Predefinito Cisnetto

    Ha trovato una nuova conferma la segnalazione di Paolo sull' interesse per le posizioni Cisnetto, posto qui di seguito due articoli apparsi su terza repubblica.

    Sul primo colmo di riferiemnti di poltico finanziaria ed industriale confesso che dovrei documentarmi di più per esprimere un consenso o dissenso approfondito.

    Il secondo è condivisibile in molte parti, magari lascia un pò perplessi la mancata indicazione delle priorità necessarie per dare più sostanza alle manovra governativa definita troppo timida.

    Quello che è interessante è il tentativo di individuare una posizione di politica economica che sproni il governo verso una più accentuata modernizzazione ponendo però un argine verso coloro che lo stesso Cisnetto chiama "liberali scolastici" e che individua emblematicamente in Giavazzi o Debenedetti.
    Ho l' impressione che non sia solo un posizionamento da disputa fra economisti, ma una precisa volontà di "segnare il territorio" in senso politico.

    Molto interessante devo dire, il grido che mi è sembrato riecheggiare anche su questo forum " nel centro sinistra nessun nemico a destra" mi aveva lasciato molto perplesso.

  4. #64
    repubblicano nella sinistra
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    Predefinito gli articoli di cisnetto

    Né con Prodi né con Giavazzi
    Il Paese è in declino. Volenterosi, impegnamoci ad usare il massimo del pragmatismo
    Enrico Cisnetto
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    Mentre il pil mondiale cresce del 5,3% e quello italiano dell’1,7% (che già ci sembra una performance eccezionale), per l’ennesima volta noi ci attardiamo nel solito, inutile dibattito ideologico su mercato e Stato, questa volta sotto le (mentite) spoglie del “ritorno dell’Iri”. Vabbè, se proprio dobbiamo attardarci nel gioco di società proposto dal Foglio, allora dico subito che non sto né con Prodi né con Giavazzi (e pazienza se dovrò stare con Scalfari).

    Non sto con il Prodi che, lungi dal voler rifare l’Iri – magari, quella era una cosa seria – usa palazzo Chigi per costruirsi il partito che non ha, e gli dà la forma di una banca, la cui nascita annuncia giubilante prima ancora che i consigli di amministrazione lo abbiamo fatto formalmente. Non sto con il Prodi che “adesso gliela faccio vedere io a D’Alema come si lancia un’opa”, e spedisce il fidato Costamagna a costruire la scatola (Mittel più Hopa) che dovrà scalare le Generali con l’ausilio del “ricco del quartierone” Zaleski. Non sto con il Prodi che rovina un’idea giusta – utilizzare la rete Telecom per costruire un nuovo soggetto del nostro capitalismo anoressico – per il desiderio di fare “filotto” e buttar giù in un colpo solo Tronchetti, Mieli e Geronzi. Non sto con il Prodi che spinge Di Pietro ad attaccare i Benetton sulla fusione Autostrade-Abertis, e poi tace quando Bruxelles manda una lettera di ammonizione – inevitabile e giusta – al governo di Roma. Ma soprattutto, non sto con il presidente del consiglio che – al pari del precedente, è proprio vero che Prodi e Berlusconi sono perfettamente simmetrici – non spiega al Paese che è in pieno declino, che per superarlo occorre un nuovo patto sociale e poi però pretende di essere creduto (e credibile) nel momento in cui si atteggia ad “ape regina” (efficace definizione di Forte sul Foglio, unica cosa buona in un pezzo “aberrante”).

    Tuttavia, non sto neppure con Giavazzi (o Debenedetti, o Mingardi, o Giannino, dipende da chi è di turno) quando, in nome del Dio mercato, propone le liberalizzazioni – e, cosa ancora più grave, le privatizzazioni – come fine e non come mezzo, facendole diventare tutte necessarie e tutte buone per definizione. Non sto con i “liberisti-komeinisti” quando, in piena “guerra energetica” voluta dal duopolio imperialista del gas, pretendono di attuare una “separazione” tra rete (Snam RG) e gestore (Eni) che indebolirebbe l’unico soggetto che ci assicura gli approvvigionamenti della materia prima sulla quale abbiamo sciaguratamente puntato tutto, quando un ritocco alla governance (si studino il caso della rete tlc di British Telecom, i nostri tardo-tatcheriani) potrebbe tranquillamente bastare. Non sto con Giavazzi quando propone di fare la versione italiana National Grid (cioè unire Snam e Terna) – bene, sono mesi che lo predico – ma pretende che sia fin dall’inizio una public company tranquillamente comprabile dagli stranieri, ignorandone la strategicità ai fini della sicurezza energetica nazionale. E non sto con chi, ignorando colpevolmente i dati di fatto, ha già criminalizzato F21, il fondo per le infrastrutture – e Dio solo sa quanto questo Paese ne abbia bisogno – che ha il solo torto di mettere insieme la Cassa depositi e prestiti (che laddove c’è, come in Francia, da anni svolge un’utile funzione di collante di diversi gruppi del capitalismo d’oltralpe) con le fondazioni bancarie (tornate ad essere bersaglio dopo l’infelice, ma chiuso con recita di meaculpa, tentativo di Tremonti di metterle al bando) e alcuni istituti di credito italiani e stranieri. Tra i quali c’è sì la prodiana Sant’Intesa – e dall’altra parte è la prima banca del Paese, sarà bene farcene una ragione – ma c’è pure l’anti-bazoliano Unicredito (e non è detto che sia finita lì). Il fondo, poi, è stato accusato di voler ristatalizzare – è un po’ dura, avendo la Cdp solo il 15% - Snam, Terna, Enel e quant’altro, quando invece nell’agenda delle sue future acquisizioni ci saranno autostrade, aeroporti, porti, insomma roba del settore trasporti.

    Francamente, io non sto con questo modo di ragionare per cui il fine non è lo sviluppo ma l’etica – come se la vera etica del capitalismo non fosse appunto la creazione di ricchezza e sviluppo dentro un quadro di regole condivise – e in base al quale la politica non deve assumersi la responsabilità di indicare le linee strategiche di crescita del paese, che dunque saranno semplicemente la somma dei singoli comportamenti individuali. E lo dico in particolare ai miei amici Volenterosi: saremo tali solo usando il massimo del pragmatismo, non scherzando col fuoco del manicheismo.

    Pubblicato sul Foglio del 2 febbraio 2007


    Solo “lenzuolate” e piccoli aggiustamenti
    Il piano liberalizzatore del governo
    La “fase due” rimane incompiuta. Il nostro Paese ha bisogno di “più Stato e più mercato”
    Enrico Cisnetto
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    Qualche piccolo passo nella direzione di un paese più civile, ma niente di più. Non c’è bisogno di essere dei liberisti incalliti per definire il piano del governo un po’ pomposamente titolato “liberalizzazioni” come qualcosa di non di grande portata.

    Nel loro complesso, le decisioni dell’esecutivo vanno a correggere una serie di anomalie esclusivamente italiane: non si può quindi che giudicare positivamente la trasparenza per le tariffe degli aerei e la scadenza degli alimentari, la sburocratizzazione dei procedimenti per l’apertura di un’impresa e gli interventi su commercio, edicole e cinema. E’ significativo poi che l’eliminazione dei costi di ricarica dei cellulari sia stato approvata al consiglio dei Ministri dopo essere partita “dal basso”, attraverso una petizione popolare girata via Internet. Per quanto riguarda, invece, le decisioni sui carburanti, più che prendersela con la lobby dei benzinai sarebbe il caso di riflettere sul fatto che i provvedimenti giacevano bloccati sui tavoli degli enti locali, che non accordavano i permessi di vendita ai centri commerciali. Una storia emblematica di come il potere distribuito a livello territoriale riesca a creare più danni di quanti ne risolve. Positive anche le scelte operate sulle assicurazioni, come il divieto di esclusiva per le polizze del ramo danni, la nullità della variazione delle classi di merito nel ramo auto in caso di incidente finché non si accertano le responsabilità del contraente, e la possibilità di recedere dai contratti entro 60 giorni dalla scadenza. E anche quelle sulle banche, con l’annullamento della commissione per il massimo scoperto, la portabilità dei mutui e il divieto di clausole penali per la loro estinzione. Mentre sulla riforma della scuola superiore, per adesso, non si può non dare un giudizio negativo. In primo luogo, perché annulla le decisioni della Moratti senza che prima queste siano state “provate su strada” a dovere, e poi perché cancella l’innovazione dei licei economici e tecnologici dei quali, in un mondo dell’istruzione squilibrato dal lato umanistico, c’era sicuramente bisogno. Sospeso è invece il giudizio sulla questione della rete unica dell’elettricità e del gas, che è stata giustamente demandata a un disegno di legge. Perché le decisioni sul tema non possono essere presa senza tenere conto del fatto che oggi Eni ed Enel sono due aziende strategiche, e strappar loro le infrastrutture di connessione senza trovare una formula che garantisca il Paese dagli svantaggi che ne deriverebbero – la soluzione c’è: fare in modo che i due colossi mantengano la proprietà separandola però dalla gestione operativa – soltanto per sostenere le ansie liberizzatrici dell’Autorità dell’Energia, sarebbe un atto di masochismo istituzionale.

    Insomma, la “fase due” del governo, quella che doveva essere delle grandi riforme, per ora è ridotta ad una manciata di piccoli aggiustamenti, catalogabili più sotto la categoria del buon senso che delle grandi modernizzazioni. Scelte di cui si può essere complessivamente contenti se si ragiona in assoluto, ma che diventano poca cosa se si valutano in relazione alle aspettative che si erano create. E sulle quali sarà però bene essere chiari. Finora abbiamo ragionato in termini di contrapposizione tra riformisti e massimalisti, e ci siamo lamentati che abbiano prevalso i secondi. Oggi, dopo il “lenzuolo” di provvedimenti targati Bersani-Rutelli, si parla di rivincita dei primi, anche se la scuola liberista lamenta che trattasi di vittoria di Pirro. In realtà, sarebbe più corretto dividere il partito dei riformisti in due grandi filoni: i “liberali scolastici”, che intendono le liberalizzazioni come il fine ultimo; e i “liberali pragmatici”, che invece considerano le riforme un mezzo per eseguire il fine dello sviluppo del Paese. I pasdaran delle liberalizzazioni avrebbero voluto che il governo rovesciasse il Paese come un calzino, mentre i pragmatici sanno che senza rafforzare il nostro capitalismo “anoressico” attraverso un vero proprio “patto sociale” al servizio di una nuova “italian way of development”, il mito del mercato senza vincoli rischia di rimanere tale, senza produrre alcun effetto positivo. br>
    Per questo il dibattito che ha preceduto e che ora segue il piano del governo è affetto da un doppio strabismo: da una parte c’è chi considera le liberalizzazioni una cosa di destra, e reclama “più Stato e meno mercato”, mentre dall’altra c’è che risponde a questo vetero-marxismo con una dose di ideologia altrettanto esagerata, reclamando “più mercato e meno Stato”. In realtà, l’Italia ha bisogno di “più Stato e più mercato”, intendendo il primo come maggiore progettualità politica (indicare al Paese dove deve andare) e il secondo come un capitalismo più libero perchè più grande e forte. O si fa così, al di là delle divisioni politiche e degli steccati ideologici, oppure avere più cinema nelle città italiane o aver cancellato il pubblico registro automobilistico sarà del tutto inutile.

    Pubblicato sul Gazzettino del 27 gennaio 2007

  5. #65
    repubblicano nella sinistra
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    POSTO QUI UN CONTRIBUTO AD UNA DISCUSSIONE INIZIATA CON PAOLO E GIUSEPPE SUL 3D BASE DI VICENZA

    Citazione Originariamente Scritto da Paolo Arsena Visualizza Messaggio
    Io credo che la deriva destrorsa del Pri degli ultimi anni abbia prodotto un risultato doppiamente negativo. Sia sul fronte destro che su quello sinistro.
    Da un lato ha portato il proprio bagaglio nelle braccia di quelli che sono sempre stati i nostri nemici ideali, deteriorizzando tutto il potenziale laico, democratico, liberale e patriottico di cui è sempre stato portatore. Instillando cioè il fraintendimento che questo bagaglio fosse compatibile e barattabile con il populismo plutocratico, col secessionismo, col post-fascismo, col clericalismo conservatore.
    Dall'altro, ha lasciato orfani gli altri repubblicani, che per distinguersi, per prendere le distanze dai fratelli, per accreditarsi a sinistra, hanno ricominciato da Mazzini.
    Facendo tabula rasa di tutto quello che la politica repubblicana ha rappresentato e costruito nel dopoguerra.
    Prendendo l'Apostolo come lume, interpretandolo alla lettera in una sorta di apologia che mostra tutti i limiti dell'approccio ideologico.
    Da qui talune esternazioni degli Strozzi (fu Catilina), dei Lucio, dei Biondini (mi aspetto ora le levate di scudi).

    Solo sapendo mediare in modo equilibrato ed efficace tra queste due istanze, senza esasperarle, ma recuperando a quello che fu il Pri di Ugo La Malfa, un sano riferimento alla sostanza (non alla lettera) del pensiero mazziniano, potrà uscire qualcosa di buono. Altrimenti, mi sembrate tutte schegge impazzite: reducisti post-risorgimentali da un lato, che usano i Doveri dell'Uomo come il breviario di un sacerdote; caricature lamalfiane sclerotizzate dall'altro, incapaci di ripensarsi in un mondo lontano anni luce da quello della guerra fredda e del pentapartito.

    L’ analisi è interessante, anche se credo sia necessaria qualche osservazioni di contesto.

    La prima è che tutti e cinque i partiti del pentapartito della prima repubblica sono spartiti fra i due poli , con qualche spezzone che fa la spola a seconda delle – come dire - circostanze : Bobo Craxi, Mastella, Buttiglione, Giorgio La Malfa. Quest’ ultimo credo abbia raggiunto il record assoluto: nessun esponente politico appena un po’ conosciuto ( certo non il povero Mastella) è stato in maggioranza per ben 11 anni consecutivi ( dal governo Dini al Berlusconi bis) , ora Paolo ci indica interessanti evoluzioni nella posizione del PRI che è all’ opposizione da ben 10 mesi…. Mah ?
    Ma non è questo di cui volevo parlare , ma della spaccatura dei partiti del pentapartito, dopo tutto ci sono repubblicani che si sono collocati a destra e lì sono dignitosamente rimasti , come Armani o nella mia regione Mario Maldini.
    Questo è sicuramente un portato del bipolarismo, unita all’ anomalia che ha segnato l’ Italia per quasi mezzo secolo: non avere una sinistra di governo: per alcuni socialisti questo ha portato lo sviluppo di un ‘ astiosità per il DNA prima ancora che per le idee del PCI e successori, che ora si è evoluta emblematicamente in gente come Cicchetto e Sacconi. Dentro la DC , PRI, PSDI e PLI invece permasero componenti o semplici tradizioni culturali che non avrebbero mai potuto assimilarsi ad una sinistra alleata dell’ URSS ma esauritosi questo problema si sono collocate strategicamente a sinistra.
    Ma anche tutto ciò è fortemente condizionato dal bipolarismo, so che alcuni di noi aspirano a vederlo superato, ma credo che un ipotesi politica nel caso che il bipolarismo permanga dobbiamo farla. E ci sarà una ragione se nessuna riunificazione “trans-schieramento” delle cinque diaspore è mai riuscita, anzi i tentativi ( come quello socialista) hanno aumentato il grado di dispersione

  6. #66
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    Citazione Originariamente Scritto da Venom Visualizza Messaggio
    Le questioni affrontate da Mazzini nell'800, che sembravano essere risolte in seguito all'unità d'Italia e alla realizzazione della Repubblica, purtroppo, oggi sono tornate all'ordine del giorno.

    La sovranità nazionale (ed europea) è messa a rischio dagli USA, e non mi riferisco solo al problema delle basi militari, ma, ad esempio anche al caso Abu Omar e dei lavori della cia in europa.
    La laicità dello stato e il progresso della società sono minacciati da una chiesa sempre più invadente.
    L'unità nazionale viene rimessa in discussione dai secessionisti.
    Lo sviluppo dell'Europa sembra essersi interrotto e come ovvio trova ostacoli su una costituzione che non è espressione del popolo europeo.

    Occorre quindi continuare l'opera di Mazzini, ovviamente in senso moderno, ma anche di La Malfa e del vecchio PRI, e non dimenticare perchè ci chiamiamo Repubblicani.

    ps: forse è meglio dividere le discussioni
    Prima di rispondere a Lucrezio devo riprendere questo post di Venom, per chiarire i facili fraintendimenti che possono scaturire dal mio post su Mazzini.
    Io sono completamente d'accordo con quanto dice Venom, credo di non dover nemmeno spiegare il perché avendo scritto molto sull'argomento, in passato. La lungimiranza dell'Apostolo, e la sua stringente attualità sono un dato di fatto, e una conferma di quanto sia necessaria ancora oggi la nostra funzione.
    Il problema è di "come" attingere da Mazzini. Mi pare che la piega che prendono spesso certi discorsi di alcuni amici, sia più ideologica che ideale. E questo, secondo me, è un errore. Mazzini ce l'abbiamo dentro, non occorre sbandierarlo ad ogni pie' sospinto, né misurare o giustificare tutta la nostra politica col metro delle sue parole. Diventiamo ridicoli e non gli rendiamo un bel servizio.

    Poi, Lucrezio.
    I movimenti del Pri si prestano certamente alla tua chiave di lettura. A quella cioè di un partito alla disperata ricerca di una protezione di governo (in questo caso senza riguardo a Giorgio La Malfa però, che non condivide lo sganciamento dal centrodestra). Anzi, ne aggiungo un'altra, forse più insidiosa ancora. E cioè quella di tentare un'operazione centrista per riprendere ossigeno e recuperare qualche elettore perduto, senza però recidere i legami col centrodestra, pronto a tornare sotto l'ala protettiva del Cavaliere, appena possibile. Un'operazione dunque ambigua.
    Queste letture e questi rischi ci sono. Direi che sono insiti nella manovra, così, a una prima occhiata.
    Tuttavia ci sono almeno due grandi potenzialità per connotarla diversamente.
    Anzitutto perché la minoranza interna propugna questa politica dal 2001, cioè dall'anno della svolta "eretica". E lo fa con sostanziale coerenza e sincerità. E quindi sul ruolo che rivestirà Riscossa in questo processo si giocherà molta della credibilità dell'operazione.
    Non a caso, scrivendo l'articolo per la Voce, ho messo l'accento proprio su questo punto: il riconoscimento della paternità di Riscossa sulle finalità odierne, e la conseguente valorizzazione della componente negli organi dirigenti del Partito.
    E poi c'è la potenzialità della questione unitaria. Il Pri sembra (sembra) aver capito che a destra non ha più elettori. E sembra (sembra) in procinto di fare una silenziosa autocritica. Di rimettere in discussione le scelte strategiche. Sapendo che tornando a dialogare con l'altro fronte, si riapre un bacino molto più grande dell'attuale (è un'autocritica che dovrebbe fare, in altro contesto, anche il Mre, ma è ormai evidente che gli obiettivi e le motivazioni siano ben diversi da quelli di sopravvivere e di dare un futuro alla cultura repubblicana). Non dimentichiamoci che il Pri è un partito secolare, e che l'orgoglio e l'istinto di perpetuarsi è sempre stato forte. Io sono convinto che, accanto agli errori politico-strategici che hanno portato alla sbandata destrorsa, abbia avuto un peso anche la necessità di non morire. Come Calvin ci ha più volte spiegato.
    E' proprio qui che possiamo svolgere un ruolo, come Forum per l'Unità: sfidare il Pri a mettersi nelle condizioni di riconquistare davvero quell'elettorato. Facendo dunque scelte chiare, irreversibili, pulite. Riallacciando un dialogo anche di contenuti con l'altra sponda, perduta e abbandonata da anni. Rinnovandosi al suo interno.

    In ultimo hai toccato la questione bipolarismo.
    Una questione che ci disturba assai, e che a mio avviso non è il caso di mettere in mezzo, perché oggi cade a sproposito: il traguardo di questo nostro processo sono le europee, che si tengono col proporzionale puro. In questa fase intermedia dunque, parlare di assetto bipolare diventa un problema capzioso che, se pure esiste in astratto, possiamo permetterci di eludere nel concreto dei prossimi due-tre anni, lasciandolo sullo sfondo, in attesa di vedere cosa succede nel panorama. Puntare oggi tutto sul bipolarismo, sposarlo cioè a priori anche quando non è necessario, è un gioco che non aiuta il nostro processo.
    Occorre lasciar decantare le situazioni, e lavorare alla nostra unità. Il valore e la pregnanza dell'obiettivo raggiunto (se sarà raggiunto) sapranno poi orientare le nostre scelte in modo univoco, a seconda dello scenario che avremo di fronte, e che oggi resta comunque tutt'altro che scontato.

  7. #67
    McFly
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    Sarò monotono anch'io come strozzi, ma per l'ennesima volta vi confermo che le parole de l'Arsena sono anche le mie identiche!

    Pensiero gemello. Fratelli siamesi. Daccordo sempre in tutto...fino alla fine!

  8. #68
    laico progressista
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    .... finché morte non ci separi. 'Azzarola, tocchiamo ferro!

  9. #69
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    non sono un reppublicano ma se me lo permettete di dirlo un simpatizante il documento per me e ottimo anche perche leggendo un po la storia dei reppublicani , secondo il mio modesto parere puo essere il concetto base per una via nuova

    mi scuso se non ho compreso bene ma per me ha questo significato

  10. #70
    laico progressista
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    Scusa amico Libero, a quale documento ti riferisci?

 

 
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