Roma. Che il patto fondativo della Cdl fosse sciolto lo s’intuiva da prima delle elezioni politiche. Dopo tre anni d’inconcludenti verifiche interne, con un cambio in corsa dell’esecutivo provocato dalle rovinose regionali del 2005, non c’era da immaginarsi che i leader del centrodestra si facessero fotografare intorno a Silvio Berlusconi pugnaci e sorridenti.
Non è accaduto durante la campagna primaverile nella quale il Cav. Ha fatto tutto da sé, ottenendo i risultati che sappiamo – il 24 per cento per Forza Italia, come coalizione uno 0,6 per mille in meno rispetto a Romano Prodi – e che hanno fatto trasecolare gli aspiranti consoli della Cdl, Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini.
Proprio loro che non disdegnavano la sconfitta del capo, gli artefici delle primarie con schema a tre punte, espediente sofistico con il quale si è tentato di trasformare la competizione tra i Poli in un concorso interno per la leadership.
La situazione non poteva migliorare dopo la sconfitta. Se la conta dei consensi al dettaglio conferma il primato berlusconiano, l’interpretazione loffia che ne ha dato l’Udc è centrata invece sul rapporto tra i voti guadagnati e quelli perduti, a tutto vantaggio dei centristi.
Per ora il realismo del Fini uomo politico sovrasta le ambizioni del Fini aspirante riserva repubblicana: senza Berlusconi non si va da nessuna parte.
La Lega ondeggia, lacerata da pulsioni isolazioniste che l’intendenza non controlla più, priva di un leader a pieno servizio, incapace di promuovere un ricambio nel suo minuscolo ceto dirigente. Quando Roberto Maroni rivendica libertà d’iniziativa e indipendenza dai vincoli di coalizione, ripete il già detto e riconsacra un dato di fatto acquisito.
Se pure la Lega proverà a trattare i propri interessi direttamente con il governo, l’inamovibilità di Bossi e il profilo elettorale del Lombardo-Veneto rendono oggettivamente insormontabile l’alleanza con Forza Italia.
Purché Berlusconi non sciupi questa sua ultima dote marginale.
Purché fuoriesca dal cerchio stregato della baruffa intorno a una premiership lontanissima.
Il Cav. alterna la rivendicazione inutile di ciò che già possiede a vigorose dimostrazioni di forza consapevole.
Da ultimo la sua messa a nudo dell’invadente bulimia statalista di Prodi sul caso Telecom e la difesa senza tremori di Benedetto XVI dall’aggressione islamica. Siccome la leadership non si reclama ma si esercita su obiettivi sensibili, dentro casa e in Parlamento, è lì che il Cav. può piantare le proprie bandiere.

La casa comune fra i Popolari europei
Peraltro la fine della Cdl non comporta l’esilio delle funzioni di contrasto e di proposta.
Lo stesso Casini, in mancanza d’altro, si concepisce come l’avanguardia smilza di un centro alternativo all’Unione ma solidale con le sue forze riformiste. Voterà quei capitoli della Finanziaria che somiglino vagamente a un germoglio di liberalismo e sui quali si concentrerà il corto lamento delle sinistre estreme.
Poi, seduto sul picco degli avvoltoi, aspetterà le amministrative del 2007.
La Lega intende negoziare l’applicazione letterale della modifica al Titolo V della Costituzione (quella realizzata nello scorcio della penultima legislatura, governante Giuliano Amato), ma esiste una compatibilità di obiettivi e collegamenti sul territorio che fa dei governatori forzisti Roberto Formigoni e Giancarlo Galan due alleati indispensabili.
Esaurita la stagione della sudditanza recriminatoria condivisa con Casini, Fini ha bisogno di votarsi a una causa non velleitaria. Il documento programmatico che si avvia a discutere con intellettuali e simpatizzanti, prim’ancora di avere la firma dei propri dirigenti riuniti in assemblea, muove nella direzione atlantico-liberale berlusconiana.
Il leader degli ex missini ambisce alla tessera dei Popolari europei e Hans Pöttering non pare disposto a regalargliela senza un patronage esterno che soltanto il Cav. può assicurare.
A esaminare in fila le esigenze primarie e minute dell’ex centrodestra, si nota la necessità di un azionista che le metta in forma per orientarle strategicamente.
La forza delle cose suggerisce che potrebbe bastare un Cav. non afasico né depresso o vendicativo.
Con un nuovo progetto di riforma costituzionale (legge elettorale compresa) da mostrare ai presidenti Giorgio Napolitano e Franco Marini, i quali non aspettano altro; che legga la manovra Finanziaria e la giudichi da ex premier con la medaglia del defiscalizzatore; che offra in materia di politica estera l’immagine del più credibile facitore di ponti atlantici (votando di conseguenza in aula sulle missioni internazionali).
E che magari, mentre cerca di federarsi con An e la Lega come nel 1994, e mentre innesca una transumanza al Senato in funzione antiprodiana, faccia maturare la riflessione sull’identità di un occidente sotto schiaffo.

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