Roma. Gli spettri del ’98 contro i partiti a vocazione maggioritaria. Francesco Cossiga e Massimo D’Alema contro Silvio Berlusconi e Walter Veltroni.
Il modello tedesco proposto da Enzo Bianco per conto dei primi contro il sistema ispanico-teutonico depositato ieri dai secondi. Infine: il vecchio e risorgente centro-sinistra (col trattino che piacque e piace al presidente emerito Cossiga) vs il bipartitismo Pd-Pdl per il quale lavorano il Cav. e W. Sul fondale della disputa le spoglie della maggioranza prodiana, materia prima consunta ma disponibile di qui a poche settimane per essere rimodellata in Parlamento dagli aspiranti demiurghi della politica italiana.
Un po’ è fantapolitica.
Un po’ è tutto vero ma per comprenderlo bisogna forse ricominciare dal salvataggio praticato l’altroieri a Palazzo Madama dal senatore a vita, e dalla giustificazione del proprio operato: l’ho fatto per Massimo D’Alema.
Per salvarlo da cosa? Dal fallimento di un’idea ambiziosa.
I nemici del CaW. parlano tedesco per unire Pd e Cosa bianca
E’ verosimile che Cossiga abbia soltanto fatto un piacere al vecchio amico D’Alema: far cadere oggi il governo prodiano rischia di pregiudicare le grandi manovre sulla legge elettorale.
E questo è il fronte sul quale si combattono più battaglie contemporaneamente. Quella dalemiana – sostengono i suoi antagonisti – resta ancorata allo schema del compromesso storico.
La sterzata proporzionalistica e l’imposizione – non definitiva – del modello tedesco nelle mani del relatore Enzo Bianco (da lunedì in discussione) rivela la volontà di dilatare il più possibile lo spazio che sta per aprirsi al centro del sistema politico italiano.
In quel luogo dovrebbe accomodarsi la Cosa bianca di Pier Ferdinando Casini.
Allargata (se va bene) a Luca Cordero di Montezemolo e Savino Pezzotta, ingrossata da qualche transumante di pregio in uscita dai pascoli berlusconiani, come Ferdinando Adornato e Giuseppe Pisanu; e magari impreziosita dall’arrivo di Francesco Rutelli con teodem al seguito più frattaglie di popolari ex mariniani.
Il risultato sarebbe diabolicamente magistrale. In un colpo solo D’Alema metterebbe Veltroni in condizioni di minorità: alla guida di un Partito democratico deprivato della componente centripeta e sbilanciato a sinistra dal reintegro nei ranghi d’area diessina di Fabio Mussi e dei suoi (pochi) seguaci.
La fisica parlamentare obbligherebbe il centro e la sinistra paramoderata a incontrarsi in un’alleanza strategica da Prima Repubblica. E non è in fondo primorepubblicano il profilo del paesaggio disegnato dagli ottimati di oggi?
Con differenze decisive: la nuova Prima Repubblica sarà postberlusconiana, sì, ma c’è chi la disegna con il Cav. dentro e chi no. Non per caso ieri il senatore Giuseppe Saro (Dc-Pri-Mpa) ha depositato nella commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama una bozza ricalcata interamente sul modello descritto dal veltroniano Salvatore Vassallo nella lettera pubblicata dal Foglio di giovedì. Motivo: non lasciare a Bianco, Rutelli, D’Alema e altri il privilegio di calibrare il confronto bipartisan sopra un testo che stravolge (ma fino a un certo punto) la proposta ispanica di Veltroni.
E’ la controffensiva di Berlusconi e del sindaco romano, convinti che il centro debba essere un luogo elettorale e non partitico, una riserva di consenso alla quale attingere in nome di un riformismo popolare a vocazione maggioritaria.
In questo contesto Pd e Pdl dovrebbero essere solidali e concorrenti, se non alleati in un’eventuale grande coalizione resa inevitabile dalle urne. O perfino qualcosa di più.
I diplomatici berlusconiani (da Gianni Letta in poi) stanno cercando di convincere Berlusconi a non precludersi la via direttissima alla realizzazione coerente del progetto condiviso con W.
E cioè la possibilità di amministrare nella legislatura in corso un governissimo puntellato dalla coppia Pd-Pdl che subentri al morituro esecutivo di Prodi e riscriva le riforme indispensabili per tornare al voto in condizioni nuove.
Il Foglio ha definito questa soluzione come “il governo dei presidenti”, ma non è detto che il Cav. e W abbiano le stesse idee di Giorgio Napolitano (silente), Franco Marini (tendenza D’Alema) e Fausto Bertinotti (più verso Walter).
E’ convinzione comune che si stia scantonando verso la terra delle mani libere e delle alleanze postelettorali a geometria variabile, tuttavia intorno a questa certezza danzano aspettative non sovrapponibili.
Acuto e perfidino, Clemente Mastella ha detto che “se il governo Prodi cade l’unica soluzione sono elezioni anticipate, che segneranno giustamente la vittoria di Berlusconi anche se si presenta senza l’Udc e An”.
Due mezze verità restano tali anche se pronunciate con l’obiettivo di spaventare il plotone d’esecuzione antiprodiano allineato nella maggioranza.
Se Prodi va giù, prima del voto, s’incroceranno il tentativo di allestire un governissimo politico a due gambe (cioè il CaW, impegnato a scrivere il Vassallum e lo si può fare anche dopo il referendum) e la tentazione di ristabilire un tutorato di establishment (Lamberto Dini o Luca di Montezemolo?) che faccia venire le rughe al solitario Cav. e la bile nera a W.
I contendenti si combatteranno sperando che esca un testo base sbilanciato alla spagnola o alla tedesca.
Fini non ha ancora deciso da quale parte stare.
www.ilfoglio.it del 8 dic 07
saluti




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