Roma. Le agenzie di rating hanno bocciato la sua manovra finanziaria e lui le snobba. C’è molto di Romano Prodi in questo atteggiamento, trasparente nella lettera inviata ieri a la Stampa dal presidente del Consiglio italiano.
Non le cita neppure le reprobe Standard & Poor’s e Fitch. Si rifugia nel formalismo del Patto stupido, e rifiuta la concretezza dell’analisi fatta da chi parla ai concretissimi mercati.
Ecco le sue parole: “Abbiamo approntato una legge finanziaria in grado di ottenere dall’agenzia di rating più importante, l’Unione europea, la certificazione di essere anche economicamente tornati a far parte dei Grandi del mondo”.
L’affermazione, oltre che un po’ furbetta, è anche impegnativa.
Perché è difficile spacciare due parole dette, dopo un weekend romano di incontri ad alto livello, dal commissario europeo Joaquin Almunia per la certificazione di alcunché, tanto meno per il biglietto di reingresso nel club dei Grandi.
Mentre è noto che il primo pronunciamento ufficiale e ragionato, quindi con un inizio di cognizione di causa, la commissione lo darà il 6 novembre.
Certo, c’è un buon lavoro diplomatico in corso, al quale non è estraneo Tommaso Padoa-Schioppa con i suoi buoni rapporti a Bruxelles, e ci sono certamente informazioni incoraggianti, come riferiscono al ministero dell’Economia, sul trattamento che la Finanziaria italiana riceverà dalla Commissione, a cominciare dalle rassicurazioni che sarebbero arrivate sul sì alla classificazione come entrata a tutti gli effetti contabili delle somme ricavate con il trasferimento all’Inps dei flussi di Tfr prodotti da gennaio in poi.
Ancora: l’Europa sarebbe pronta anche ad accettare come valido l’alleggerimento, pure questo puramente contabile, del deficit ottenibile grazie all’uscita dei bilanci dell’Anas dal periplo delle amministrazioni pubbliche. Ma questo abile lavorio tra i centri decisionali europei non autorizza a parlare di certificazione.
Il testo prodiano – si perdoni l’eccesso di filologia – al capoverso successivo a quello citato contiene un’altra furbetteria. Dopo la definizione di “agenzia di rating più importante” data all’Europa ecco Prodi dire che “questa legge, migliorata ed arricchita, si appresta all’esame più importante, quello dei rappresentanti dei cittadini che siedono in Parlamento”.
Tanti esami, insomma, Bruxelles e la maggioranza spostata a sinistra, e tutti gli esami giudicati come i “più importanti”.
Troppi esami, buttati lì per cancellare o esorcizzare quello già subito, con bocciatura, dalle agenzie di rating vere e quello temuto nell’incontro di oggi con i 45 rappresentanti della maggioranza, dei partiti e delle commissioni parlamentari.
L’esame europeo soprattutto, ancorché positivo, dirà poco.
E’ puramente formale, in pieno accordo con la definizione prodiana dei parametri contabili come “patto stupido”.
Le agenzie che Prodi snobba, invece, hanno chiarito, se mai ce ne fosse stato bisogno, di non avere pressoché alcuna considerazione del rispetto formale del tetto europeo all’indebitamento. Ragionano in tutt’altro modo: per loro conta solo la capacità futura di rimborsare i debiti.
Devono informare i loro clienti del grado di rischio che c’è in un investimento e di nient’altro. L’Economist se ne è occupato andando a vedere l’unico indicatore oggettivo dell’eventuale percezione da parte del mercato di un peggioramento del merito di credito italiano: la differenza nella remunerazione tra i titoli italiani e quelli tedeschi.
Nell’immediato, dopo la bocciatura, questa differenza (spread) è rimasta vicina ai tre decimi di punto già scontati. Ma, scrive l’Economist, potrebbe peggiorare qualora il mercato cominciasse a distinguere all’interno dell’eurozona tra paese e paese.
Il grado di distinzione tra i diversi emittenti di titoli nazionali potrebbe aumentare se si cominciasse a sentire qualche scricchiolio nel meccanismo di garanzia reciproca che finora ha dato la certezza che “in caso di default un paese europeo verrebbe tirato fuori dai guai”.
Nell’analisi dell’Economist, però, non si fa cenno all’esame della Commissione europea. Assumendo il punto di vista degli investitori internazionali, nell’analisi del terzo debito pubblico mondiale in termini assoluti, ciò che dice Bruxelles, a meno che non si tratti di cose terribili, conta davvero molto poco. Conterebbe, insomma, il micidiale abbandono dell’Italia a se stessa. Conterebbe soltanto una clamorosissima bocciatura, mentre le promozioni con il sigillo stupido di Bruxelles, per chi investe, non fanno notizia.

da il Foglio di ieri

saluti