



Chi avesse avuto occasione di approfondire il Nomos della Terra non può non accorgersi che la posizione schmittiana va distinta dalla critica tradizionalista e antimoderna al movimento di conquista planetaria seguito alla rivoluzione spaziale e sfociato nell'egemonia europea sul mondo. A essere deplorato da Schmitt non è tale movimento storico, centrato sulla distinzione fra due tipi di riconoscimento e di guerra (che si potrebbero descrivere con gli archetipi del "torneo" codificato dallo ius ad bellum e in bello quando avesse da risolversi tra iusti hostes europei e della "caccia" senza scrupoli soverchi laddove invece si trattasse della conquista e dell'appropriazione di nuovi spazi esterni all'ambito di civiltà europeo); ma al contrario è precisamente il venir meno di un tale stato di cose propiziato dall'ideologia universalistica e umanitaria a essere nel mirino dell'autore tedesco.
Insomma la ben nota critica alla famigerata logica marittima delle talassocrazie è da leggersi come una condanna dell'ideologia della Società delle Nazioni (che ad esempio attribuisce all'Etiopia lo stesso valore formale dell'Italia fascista) piuttosto che un'adesione in veste magari "antimperialista" al movimento di decolonizzazione (che proprio attraverso la sostituzione di principi astratti e despazializzati all'ordinamento geografico concreto poggiante sulla distinzione tra Europa e resto del mondo ha tappezzato la cartina mondiale di una quantità di statucoli sfigati e minato la centralità del continente europeo).
Come ha lucidamente spiegato Carlo Galli nel da lui curato Manuale di storia del pensiero politico:
"[...] l'esistenza degli Stati in Europa struttura e dà ordine allo spazio mondiale: dove ci sono Stati, in Europa, c'è tra di loro reciproco riconoscimento e guerra limitata; dove non ci sono Stati, nel resto del mondo, c'è solo conquista e guerra illimitata. [...] L'ordine mondiale moderno, stabile proprio perché fondato non sull'universalismo e sull'uguaglianza, ma su queste differenze e disuguaglianze, cioè su queste localizzazioni e questi orientamenti, crolla - per Schmitt - quando, alla fine del XIX secolo, le potenze extraeuropee, e soprattutto gli Stati Uniti, iniziano a pretendere che il diritto internazionale sia universalistico e indifferenziato, cioè sia fondato sul principio che tutti i popoli, anche quelli extraeuropei, non civilizzati, possono avere uno Stato e che tutti gli Stati sono uguali fra loro e davanti alla legge internazionale."
Ultima modifica di Lord Kitchener; 08-02-10 alle 19:20


Il problema della destra radicale (ovvero nouvelle droite) è che da anni ha fatto proprie le riflessioni della sinistra antioccidentale e antimperialista. Oggi la destra che attacca gli USA lo fa attraverso una linea di pensiero che la costringe al tempo stesso a difendere l'Etiopia. De Benoist, Tarchi e Fini non se ne fanno un problema, i "razzisti" invece sorvolano per imbarazzo su questo scomodo risvolto.
Ultima modifica di Florian; 08-02-10 alle 19:55




Carl Schmitt morì nel 1985 e tuttavia mai cambiò le sue opinioni sul fatto che gli Stati Uniti d'America abbiano contribuito in maniera determinante a distruggere il diritto internazionale eurocentrico.
Il post di Lord Kitchener è preciso e rigoroso in tal senso: mi permetto però di aggiungere che Carl Schmitt è 'Epimeteo cristiano' - per sua stessa ammissione - e quindi, in lontananza, si vede chiaramente che per il giurista tedesco il 'Silete theologi in munere alieno' rappresenta una necessità per preservare l'ordine interno alla civiltà europea, ma pur sempre una soluzione di compromesso - un male minore - rispetto invece al diritto internazionale medievale pienamente cristiano cattolico.
Schmitt però non assume una posizione meramente nostalgica.
In 'Teologia Politica, volume II' e ne 'La Teoria del Partigiano' mostra chiaramente di aver compreso l'evoluzione del mondo dopo la seconda guerra mondiale e dello scenario politico internazionale.
E' lui ad aver capito ciò che si sta riproponendo grosso modo oggi, ossia la 'guerra totale' contro il terrorismo (la figura del 'partigiano' è qui molto importante).
Perchè Schmitt non è nostalgico? Perchè lui propone una soluzione per superare l'impasse: la teoria degli spazi.
Non è quindi vero che il buon giurista di Plettenberg fosse uno che non aveva tenuto minimamente conto dell'evolversi della situazione politica.
E' proprio quella sua consapevolezza estrema della fine della centralità politica dell'Europa a portarlo ad una critica forte dell'universalismo americano.
Ultima modifica di Giò; 08-02-10 alle 21:49


Carl Schmitt morì nel 1985 e tuttavia mai cambiò le sue opinioni sul fatto che gli Stati Uniti d'America abbiano contribuito in maniera determinante a distruggere il diritto internazionale eurocentrico.
Il post di Lord Kitchener è preciso e rigoroso in tal senso: mi permetto però di aggiungere che Carl Schmitt è 'Epimeteo cristiano' - per sua stessa ammissione - e quindi, in lontananza, si vede chiaramente che per il giurista tedesco il 'Silete theologi in munere alieno' rappresenta una necessità per preservare l'ordine interno alla civiltà europea, ma pur sempre una soluzione di compromesso - un male minore - rispetto invece al diritto internazionale medievale pienamente cristiano cattolico.
Schmitt però non assume una posizione meramente nostalgica.
In 'Teologia Politica, volume II' e ne 'La Teoria del Partigiano' mostra chiaramente di aver compreso l'evoluzione del mondo dopo la seconda guerra mondiale e dello scenario politico internazionale.
E' lui ad aver capito ciò che si sta riproponendo grosso modo oggi, ossia la 'guerra totale' contro il terrorismo (la figura del 'partigiano' è qui molto importante).
Perchè Schmitt non è nostalgico? Perchè lui propone una soluzione per superare l'impasse: la teoria degli spazi.
Non è quindi vero che il buon giurista di Plettenberg fosse uno che non aveva tenuto minimamente conto dell'evolversi della situazione politica.
E' proprio quella sua consapevolezza estrema della fine della centralità politica dell'Europa a portarlo ad una critica forte dell'universalismo americano.
Ultima modifica di Giò; 08-02-10 alle 21:49


Comprendo Schmitt, che oltretutto era tedesco e abituato quindi non solo alla centralità dell'Europa nel mondo, ma anche alla centralità della Germania in Europa. Per questo ho fatto il caso degli inglesi: erano loro, più degli stessi tedeschi, i padroni del mondo, e dopo il '45 hanno dovuto rinunciare alla leadership a vantaggio degli americani. Alcuni inglesi non hanno mai accettato questo passaggio di consegne e ciò li ha fatti diventare antiamericani. Ma Churchill ha cercato di evidenziare l'eredità britannica presente negli USA arrivando a scrivere dopo la guerra una "Storia dei popoli inglesi", e nella sua scia si è mossa intelligentemente anche la Thatcher.
Sinceramente quegli europei conservatori diventati antiamericani per invidia mi sembrano essere persone fuori dalla realtà. E' possibile che l'Europa si avvantaggi di una perdita d'influenza planetaria del colosso USA. Ma chi sarebbero oggi a goderne i vantaggi? Le elites tecnocratiche, il pensiero unico franco-kantiano, i pacifisti sinistroidi... insomma nulla che possa essere ricondotto all'Europa medievale o dei Kaiser. E' per questo che, nonostante le sue manchevolezze, in mancanza di una valida alternativa, mi tengo stretto l'America - pardon, l'Amerika...
Ultima modifica di Florian; 08-02-10 alle 22:08


Non è una questione di invidia: Schmitt non era un rancoroso.
Non possiamo poi paragonare il risentimento inglese verso gli americani con l'ostilità dell'Europa continentale all'universalismo cosmopolita e umanitarista americano.
Come sottolinea in 'Terra e Mare', Schmitt considera gli Stati Uniti eredi naturali dell'Inghilterra.
La talassocrazia inglese ha portato necessariamente al dominio americano.
Ti consiglio di leggere il libretto in questione edito da Adelphi.
Quel che posso dire è che non è questione di avercela con gli americani. Il problema è la cosiddetta 'ideologia americana' che è anti-europea.
Stupidità nostra - in quanto Europei - come giustamente ha sempre ribadito Schmitt è stato accettare che gli USA, sin dalla fine della prima guerra mondiale, ci imponessero non tanto le loro condizioni quanto una concezione del diritto radicalmente diversa dalla nostra.




In quanto europei? Arriviamo a conclusioni diverse in quanto partiamo da posizioni diverse. Io avrei detto: "in quanto controrivoluzionari", oppure "in quanto destri", se non proprio "in quanto conservatori"... tu invece dici "in quanto europei", come se l'Europa - o meglio l'Idea di Europa che hai fatto tua - fosse l'alfa e l'omega del nostro impegno politico.
Io mi reputo certamente europeo perchè sono nato sul suolo europeo. Ma è solo la geografia a legarmi all'Europa e nulla più. Nasco infatti nel 1967 e il panorama che ho subito di fronte nulla ha più in comune con i ricordi di Schmitt. Quando ero bambino potevo respirare la differenza che c'era tra una famiglia, come la mia, "occidentale", e altre famiglie di tipo "comunista". Noi occidentali venivamo battezzati e osservavamo il catechismo, ma allo stesso tempo potevamo guardare la tv e giocare con bambolotti di plastica. Chi nasceva in una famiglia comunista era diverso da me: Dio non faceva parte della sua vita, andava alle manifestazioni politiche col suo papà, nella sua casa si ascoltavano i cantautori impegnati oppure le canzoni di protesta e in genere lo stile di vita con cui era a contatto era più spartano del mio. Tu queste cose non puoi saperle, ma io che nel 1977 avevo dieci anni posso affermare che allora non si era tutti "uguali" come oggi. C'era chi non sapeva "chi fosse" Pippo Baudo, chi non comprava le Barbie alle figlie, chi non andava al catechismo, chi non comprava il quotidiano della sua città. Chi nasceva in una famiglia comunista si trovava forzatamente a condividere le scelte di chi era più grande di lui: l'ascolto degli Inti-Illimani, il gioco degli scacchi, il sacco a pelo, giornali come Il Manifesto e Paese Sera. Noi giocavamo ai cowboys, loro ai partigiani; noi impugnavamo le colt, loro il mitra. Dov'era l'Europa in quei giorni? E chi l'ha vista mai? La mia generazione non ha conosciuto l'Europa, ma un muro: un muro che divideva l'Ovest dall'Est, e le anime stesse dei popoli occidentali.
Quando nell'89 quel muro cadde restituendo la libertà ai tedeschi, chi era cresciuto come me con Derrick e Rummenigge ne fu felicissimo, ma ancora non sapeva cos'era l'Europa. Iniziò ad impararlo immediatamente dopo, grazie al Trattato di Maastricht e ne ebbe conferma al tempo dell'euro. Non era un granchè quest'Europa: dovunque si guardasse, il cambiamento era avvenuto in peggio, non in meglio. Di colpo non c'erano più nemici, ci trovavamo ad essere tutti uguali, ma questa uguaglianza aveva un prezzo: ad imporre i valori comuni non eravamo stati noi, che pure avevamo vinto, ma i nostri avversari.
Che ne puoi sapere tu di tutto ciò, che sei nato (non so se dire "fortunatamente") nel 1991? Che ne sai tu di quella società spaccata in due parti, rossi e bianchi, che nel 1974 visse lo scontro calcistico tra Beckenbauer e Sparwasser (e poi tra Beckenbauer e Cruijff) come una guerra civile? Dov'era l'Europa, allora? Con chi stava l'Europa?
Non c'era l'Europa allora e non c'è oggi. Il mondo di Schmitt non esiste più nè tornerà, così come in Francia non tornerà più il Re e gli occidentali un domani non avranno più la pelle bianca. Siamo tutti tenuti a fare i conti con la realtà che ci circonda, per quanto spiacevole possa essere.
Ultima modifica di Florian; 09-02-10 alle 10:44