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Discussione: Semper infideles

  1. #41
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    Citazione Originariamente Scritto da FrancoDamiani Visualizza Messaggio
    20 settembre: una festa?
    DI
    ANTONIO GIULIANO
    P
    er molto tempo la ferita fu più grande di quella 'breccia' aperta dai bersaglieri nelle Mure Aureliane presso Porta Pia.
    Con la conquista militare di Roma, il 20 settembre 1870, il governo nazionale completò l’unità d’Italia e pose fine al potere temporale del Papa. Ma si aprì subito una lacerante frattura tra Chiesa e Stato.
    L’allora Pontefice, Pio IX, si dichiarò prigioniero dell’Italia e vietò ai cattolici di partecipare alla vita politica del Paese. «Non expedit», non è conveniente, fu l’espressione che sintetizzò il motto «né eletti né elettori». Soltanto nel 1929 i Patti Lateranensi risolsero la tormentata «questione romana».
    Dopo 137 anni, però, Porta Pia è ancora sotto il fuoco delle cannonate ideologiche: una pagina di storia spesso celebrata con retorica eccessiva e faziosa.
    Fa dunque discutere la proposta avanzata dalla rivista cattolica
    30Giorni.
    Scrive il mensile diretto da Giulio Andreotti: «È cosa giusta che, per sano amor di patria, senza trionfalismi da una parte e con sincera letizia dall’altra, il 20 settembre venga proclamata festa nazionale del Risorgimento unitario».
    Per
    Agostino Giovagnoli, ordinario di Storia contemporanea all’Università Cattolica di Milano, «L’iniziativa ha se non altro il merito di provare a superare le recenti interpretazioni polemiche tra cattolici e Risorgimento con divaricazioni spesso ingiustificate. I cattolici sono da sempre parte essenziale della vita politica italiana. E oggi nessun credente rimpiange o ha nostalgia del potere temporale della Chiesa. Come peraltro hanno riconosciuto saggiamente i pontefici, penso a Giovanni XXIII. Trovo però più opportuno celebrare l’unità d’Italia del 1861, perché è un comune riferimento anche per i cattolici.
    La breccia di Porta Pia determinò al contrario la contrapposizione più aspra della storia tra Stato e Chiesa. E quella del 20 settembre 1870 è diventata una data simbolo dell’anticlericalismo e talvolta
    di un clericalismo in senso opposto. Capisco però la reazione di Pio IX: il suo non era un attaccamento al potere temporale.
    Ma piuttosto la preoccupazione per la presenza della Chiesa nella società. I mezzi sono cambiati, ma trovo che sia un timore molto attuale anche nella società odierna».
    Sull’iniziativa di
    30Giorni la storica
    Angela Pellicciari
    è invece allibita: «Ritengo questa proposta scandalosa. Porta Pia è stata una pagina nera della storia della Chiesa e del popolo italiano in larghissima maggioranza cattolico. Fu la vittoria di una politica anticlericale che buttò per strada 57 mila membri degli ordini religiosi, soppressi in barba alla Costituzione 'liberale'.
    Un manipolo di sedicenti liberali, non più dell’un per cento della popolazione italiana, ha fatto di tutto per distruggere la Chiesa. Il loro
    liberalismo condannato dal Sillabo di Pio IX era in realtà la negazione della libertà, soprattutto di quella religiosa. Le proprietà ecclesiali furono espropriate e svendute a favore dei più ricchi generando una quantità smisurata di poveri costretti ad emigrare. Centinaia di diocesi furono lasciate senza vescovo. I preti rischiavano di continuo il linciaggio. E noi cattolici dovremmo celebrare con letizia questo avvenimento?
    Dovremmo lavorare per far emergere la verità storica non lanciare queste iniziative superficiali e anche frutto di ignoranza».
    Secondo
    Danilo Veneruso, docente di Storia contemporanea all’Università di Genova, la proposta di 30Giorni è comprensibile: «C’è la volontà di togliere ogni strumentalizzazione politica ad un evento storico. Se l’iniziativa serve ad una maggiore integrazione del Paese ben venga.
    Non dimentichiamo però che la breccia di Porta Pia fu sin dall’inizio accettata anche da molti cattolici, i quali avevano compreso che l’unificazione dell’Italia non poteva essere più rimandata.
    Bisogna però riconoscere che dietro la conquista di Roma si nascondeva il proposito degli anticlericali di cancellare il tessuto sociale cristiano del nostro Paese».
    Quanto allo scontro armato, non fu certo una battaglia estenuante quella di Porta Pia: durò poco più
    di quattr’ore, dalle 5,15 alle 9,40.
    Poi i cannoni tacquero. Ci furono 56 morti e 141 feriti da parte dei bersaglieri e dei fanti italiani e 20 morti e 49 feriti tra le truppe pontificie. «Fu merito di Pio IX – aggiunge Veneruso –. Il pontefice si dimostrò saggio nell’ordinare il cessate il fuoco non appena iniziò lo scontro. Proviamo a immaginare lo spargimento di sangue se il Papa avesse incitato o chiamato alla resistenza l’intero popolo cristiano».
    Il giornalista e scrittore
    Vittorio Messori taglia corto: «È stata una di quelle occasioni in cui il Dio cristiano sa scrivere dritto su righe storte. Perché guardandolo in una prospettiva storica quell’evento si può definire provvidenziale, come riconobbe Paolo VI. Ma per una questione di principio fecero bene ad opporsi Pio IX e gli altri pontefici fino al 1929: c’era da salvaguardare l’indipendenza della Chiesa se pur su un territorio piccolo. La libertà politica è condizione indispensabile della libertà religiosa: il Pontefice non può essere un prigioniero dello Stato, un suddito. E il suo magistero non può essere condizionato dalla politica come per esempio lo fu ad Avignone. Il 20 settembre è una data importante, se pur dolorosa per la cristianità. Ma io abolirei il 25 aprile, una festa di parte, di liberazione dal totalitarismo nero, ma d’inizio del pericolo rosso. E proporrei come festa nazionale dell’unità italiana il 18 aprile 1948: la vittoria democristiana alle elezioni politiche ci salvò dall’incubo di Stalin, come riconoscono anche oggi i comunisti».
    Veneruso: «Se serve ad una maggiore integrazione del Paese ben venga. Non dimentichiamo però che quell’evento fu sin dall’inizio accettato anche da molti cattolici»



    Caro Giovagnoli,

    nel Suo commento alla proposta di "30Giorni" di istituire una festa nazionale il 20 settembre Lei ha dichiarato che "oggi nessun credente rimpiange o ha nostalgia per il potere temporale".
    Non è esatto, caro Giovagnoli. Noi cattolici integrali non solo "rimpiangiamo" il potere temporale, ma operiamo concretamente per la sua restaurazione, giuta l'insegnamento di S. Pio X di "instaurare omnia in Christo", cioè di ricreare la società cristiana che per secoli si è identificata con la civiltà tout court e che nel potere temporale, baluardo di quello spirituale, aveva uno dei suoi capisaldi. Il 20 settembre, come ha dichiarato Angela Pellicciari. è una data nefasta, da celebrarsi come un lutto: il coronamento del sogno massonico di abbattere il potere temporale della Chiesa come primo passo per abbattere anche quello spirituale: gli scambi epistolari tra i capi massonici non lasciano dubbi al riguardo. Che oggi siano "cattolici" a proporre di solennizzare questa ricorrenza è, come ha scritto la Pellicciari, semplicemente mostruoso, e che persino dei "papi" abbaino trovato "provvidenziale" la breccia di Porta Pia non può che far meditare sul "mysterium iniquitatis". Del resto gli effetti di questa stolida rinuncia, di questa intelligenza con il nemico, sono sotto gli occhi di tutti, e vane sono le ciance di chi lamenta la scristianizzazione della società proponendo poi di festeggiare la data che ha segnato il suo inizio e la sua causa prima.


    Franco Damiani

  2. #42
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    Dal convegno dello Sheraton di Abano (1° dicembre) dell'associazione "Chiesa cattolica dei peccatori" fondata da "don" Sante Sguotti è emersa, tra l'altro, la proposta (che sarà presentata alla CEI e al vescovo di Padova) che siano benedette le coppie di divorziati che convivano stabilmente da almeno sette anni.
    Ma come può la Chiesa benedire ciò che Dio condanna, ossia unioni costruite sul disprezzo del sacramento del matrimonio. come se i biblici sette anni potessero trasformare in atto virtuoso una condizione di peccato mortale? Non ha essa sempre insegnato, al contrario, che dal peccato si esce solo con il pentimento, la confessione e la riparazione?
    Il solo fatto che qualcuno, per anni investito di responsabilità sacerdotali, possa formulare un pensiero del genere, e che qualcun altro possa dargli credito, fa accapponare la pelle. Peraltro questo non è che uno dei tanti frutti marci del Vaticano II: in che seminario infatti il nostro eroe ha imparato così aberranti principi?


    Franco Damiani

  3. #43
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    Predefinito La scuola di Bologna annette Ratzinger

    11 dicembre 2007




    Roma, 11 dicembre 2007

    Confermato: il Concilio fu "svolta epocale". La scuola di Bologna annette il papa

    Con mossa ardita, i fautori della "discontinuità" del Vaticano II rispetto alla Chiesa del passato dicono che Benedetto XVI sta dalla loro parte. Ruggieri, Komonchak e altri lo spiegano sulla loro rivista. Ma è proprio così?

    di Sandro Magister




    ROMA, 11 dicembre 2007 – Per quasi due anni, il memorabile discorso con il quale Benedetto XVI aveva criticato e respinto l'interpretazione del Concilio Vaticano II come "discontinuità e rottura" era rimasto senza risposta. Nessuno degli storici e teologi apparentemente presi di mira aveva replicato alle argomentazioni del papa.

    Ma oggi la risposta è finalmente arrivata, in forma quasi ufficiale, con quattro saggi di quattro studiosi molto rappresentativi, pubblicati sull'ultimo numero di "Cristianesimo nella storia", la rivista dell'Istituto per le Scienze Religiose di Bologna.

    L'Istituto bolognese, fondato da don Giuseppe Dossetti e dal professor Giuseppe Alberigo, è quello da cui è uscita la "Storia del Concilio Vaticano II" più letta al mondo, in cinque volumi completati nel 2001 ed editi in sette lingue. Una "Storia" che interpreta il Concilio più come "evento" che per i suoi documenti, più nello "spirito" che nella "lettera", più come "nuovo inizio" che in continuità con la Chiesa precedente.

    Gli autori dei quattro articoli di replica al papa sono l'italiano Giuseppe Ruggieri, direttore di "Cristianesimo nella storia", l'americano Joseph A. Komonchak, il francese Christoph Theobald e il tedesco Peter Hünermann.

    Quest'ultimo – oltre ad aver collaborato alla "Storia" bolognese – ha anche edito assieme a Bernd J. Hilberath un commentario in cinque volumi dei documenti conciliari, per ora solo in lingua tedesca: "Herders Theologischer Kommentar zum II Vatikanische Konzil", Freiburg-Basel-Wien", 2005-2006.

    In questo commentario, come anche nel saggio su "Cristianesimo nella storia", Hünermann sostiene la somiglianza tra i documenti del Vaticano II e "i testi costituzionali elaborati dalle assemblee costituenti rappresentative".

    Benedetto XVI, nel discorso del 22 dicembre 2005, aveva criticato così tale tesi:

    "In questo modo, il Concilio viene considerato come una specie di costituente, che elimina una costituzione vecchia e ne crea una nuova. Ma la costituente ha bisogno di un mandante e poi di una conferma da parte del mandante, cioè del popolo al quale la costituzione deve servire. I Padri non avevano un tale mandato e nessuno lo aveva mai dato loro; nessuno, del resto, poteva darlo, perché la costituzione essenziale della Chiesa viene dal Signore".

    Hünermann in realtà aveva sostenuto – e ora lo ribadisce – che tra i testi conciliari e le costituzioni degli stati ci sono anche delle differenze, la prima delle quali è che l'autorità dei vescovi "costituenti" deriva da Cristo. Grazie a questo egli ritiene di sottrarsi alla critica del papa. E grazie a questo Komonchak chiude così la disputa:

    "C'è qualcosa di curioso nel commento del papa, perché io non conosco nessuno che abbia assimilato il Concilio Vaticano II a un'assemblea costituente; e di certo ciò non è mai stato nella [nostra] mente".

    * * *
    Ma c'è di più. I quattro studiosi che intervengono su "Cristianesimo nella storia" non si limitano a sostenere che le critiche del papa non li toccano.

    Essi portano Benedetto XVI dalla loro parte. Mettono anche lui tra i fautori della "discontinuità" della Chiesa prima e dopo il Vaticano II.

    Komonchak conclude così il suo articolo:

    "Questa fu 'la svolta epocale' che Giuseppe Alberigo ha proposto come significato storico del Concilio Vaticano II. Lungi dall'essere ripudiata, pare a me che essa è stata affermata e confermata da papa Benedetto XVI".

    * * *
    I più arditi nel reclutare Joseph Ratzinger tra le loro file sono Komonchak e Ruggieri.

    Komonchak liquida come prive di un reale bersaglio le critiche del papa ai teorici del Concilio come "rottura". E fa leva invece sui passaggi del discorso del 22 dicembre 2005 nei quali Benedetto XVI disse che dietro la "apparente discontinuità" di certe affermazioni conciliari – in particolare quella sulla libertà religiosa – vi fosse invece "piena sintonia con l'insegnamento di Gesù stesso come anche con la Chiesa dei martiri, con i martiri di tutti i tempi".

    A giudizio di Komonchak, la discontinuità esemplificata dal papa non è affatto "apparente", ma reale. Su questa e altre questioni, lo stacco rispetto ai secoli precedenti è troppo evidente. Nella sostanza, quindi, anche il papa è concorde con chi vede nel Concilio Vaticano II il più grandioso cambiamento della Chiesa degli ultimi secoli.

    Ruggieri è più sottile. Se il papa, nel discorso del 22 dicembre 2005, ha difeso la continuità del Concilio con la precedente tradizione del magistero cattolico, è perché dal punto di vista "tipico del teologo", che era il suo, "non poteva che sottoscrivere questa concezione".

    Ma dal punto di vista storico, obietta Ruggieri, tutto cambia. La "novità" del Vaticano II è un fatto innegabile. E lo stesso Ratzinger vi contribuì, quando in Concilio era l'esperto di fiducia del cardinale tedesco Josef Frings. Secondo Ruggieri, fu il giovane Ratzinger a scrivere l'esplosivo discorso che Frings lesse in aula durante la prima sessione, discorso di piena rottura col magistero ecclesiastico degli ultimi due secoli. Dal che Ruggieri deduce:

    "Ciò che nella 'Storia' diretta da Alberigo si afferma sulla novità del Vaticano II è ben riassunto in questo intervento di Frings". Leggi: di Ratzinger.

    * * *
    Se dunque anche Benedetto XVI è arruolato tra i buoni, tra i cattivi chi resta?

    Komonchak e Ruggieri fanno nomi e cognomi: gli irricuperabili sono l'arcivescovo Agostino Marchetto e il cardinale Camillo Ruini.

    Il primo, un diplomatico della curia romana, è l'autore di numerose e puntigliose stroncature della "Storia" diretta da Alberigo, raccolte in un volume pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana nel 2005, alcuni mesi prima del discorso di Benedetto XVI sulle interpretazioni del Concilio.

    Il secondo, vicario del papa per la diocesi di Roma, nel presentare al pubblico il volume di Marchetto, disse tra l'altro:

    "L’interpretazione del Concilio come rottura e nuovo inizio sta venendo a finire. È un’interpretazione oggi debolissima e senza appiglio reale nel corpo della Chiesa. È tempo che la storiografia produca una nuova ricostruzione del Vaticano II che sia anche, finalmente, una storia di verità".

    Così, almeno, riferì www.chiesa in un servizio del 22 giugno 2005. Ruggieri, sulla base di una registrazione elettronica, trascrive invece così le parole finali del cardinale:

    "Una diversa storia onestamente è ancora da scrivere. Abbiamo bisogno di un'altra grande storia in positivo del Concilio Vaticano II".

    Ma anche assolto questo scrupolo filologico, Ruggieri mantiene contro Ruini il pollice verso: perché in lui, in Marchetto e in "quanti polemizzano contro la 'Storia' diretta da Alberigo oggettivamente si manifesta una paura della memoria dell'evento". Essi rifiutano la "Storia" non perché enumera le molte novità del Vaticano II – novità che sono capacissimi di "annegare" nel mare della continuità – ma proprio perché racconta il Concilio "come evento che ha aperto una nuova stagione della chiesa".

    * * *
    Il Concilio come evento. In molte pagine dell'ultimo numero di "Cristianesimo nella storia" ritorna questa tesi portante.

    Theobald dà evidenza a questa frase di Alberigo: "Il Concilio come tale, in quanto evento di comunione, di confronto e di scambio, è il messaggio fondamentale che costituisce il quadro e il nocciolo della sua recezione".

    Ruggieri scrive: "Il Concilio ha trasmesso se stesso. In questo senso la nuova 'dottrina della chiesa' non è frutto della Lumen Gentium e degli altri frammenti ecclesiologici presenti nei vari documenti conciliari, ma della celebrazione conciliare in quanto tale. [...] Il problema della recezione del Vaticano II è primariamente quello della sinodalità della chiesa tutta".

    Ma questa visione non è proprio quella che Benedetto XVI aveva criticato sotto l'etichetta della "ermeneutica della discontinuità e della rottura"?

    Ecco come la descrisse allora il papa:

    "L'ermeneutica della discontinuità [...] asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l'unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito".

    Hanno un bel dire Komonchak, Ruggieri ed altri che queste cose non le hanno mai scritte così, pari pari. Perché anche la loro "Storia" è un evento che va oltre il testo, ha una recezione e produce un pensiero e una prassi.

    Benedetto XVI ha semplicemente messo tutto ciò nero su bianco. Ha descritto e criticato lo "spirito" della scuola di Bologna.

    Il paradosso di "Cristianesimo nella storia" è che, per rispondergli, si attacca alla "lettera".

    __________


    I saggi citati sono usciti sul n. 2 del 2007 di "Cristianesimo nella storia", la rivista dell'Istituto per le Scienze Religiose di Bologna. Nell'ordine e nelle lingue originali:

    – Joseph A. Komonchak, "Benedict XVI and the Interpretation of Vatican II", pp. 323-338;

    – Peter Hünermann, "Der «Text». Eine Ergänzung zur Hermeneutik des II. Vatikanischen Konzils", pp. 339-358;

    – Christoph Theobald, "Enjeux herméneutiques des débats sur l'histoire du concile Vatican II", pp. 359-380;

    – Giuseppe Ruggieri, "Recezione e interpretazione del Vaticano II. Le ragioni di un dibattito", pp. 381-406.

    Nelle prime due pagine del primo dei quattro articoli Komonchak dà ampio risalto ai servizi di www.chiesa pubblicati sul tema:

    > Benedetto XVI rilegge il Concilio Vaticano II. E questa è la prefazione (5.12.2005)

    > Il Concilio di Bologna. Fortune e tramonto di un sogno di riforma della Chiesa (30.8.2005)

    > Vaticano II: la vera storia che nessuno ha ancora raccontato (22.6.2005)

    > Concilio "capovolto" e Opus Dei. Un inedito bomba di Giuseppe Dossetti (1.12.2003)

    > Concilio Vaticano II. Una storia non neutrale (9.11.2001)

    Recentemente, monsignor Agostino Marchetto è intervenuto di nuovo contro l'interpretazione del Concilio Vaticano II fatta dalla scuola di Bologna. Il suo testo è riprodotto integralmente in questo servizio:

    > Grandi ritorni: Romano Amerio e le variazioni della Chiesa cattolica (15.11.2007)

    __________


    Il discorso di Benedetto XVI alla curia romana del 22 dicembre 2005, sulle interpretazioni del Concilio Vaticano II:

    > "Svegliati, uomo..."

    __________


    A proposito di continuità e discontinuità, uno dei punti di cambiamento più spettacolari tra prima e dopo il Concilio Vaticano II è generalmente indicato nella liturgia della messa.

    In realtà, il messale preconciliare del 1962 – comunemente detto "di San Pio V" – e quello postconciliare del 1970 "recepiscono entrambi i criteri dell'Istruzione sulla musica sacra e la sacra liturgia promulgata da Pio XII nel 1958".


    È ciò che spiega in modo convincente Enrico Mazza, professore di storia della liturgia all'Università Cattolica di Milano, in un saggio pubblicato sul numero 10, 2007, della "Rivista del Clero Italiano", edita da Vita e Pensiero:

    > La Rivista del Clero Italiano

    La vera svolta sarebbe dunque avvenuta cinque anni prima dell'inizio del Concilio. Eppure nessuno, all'epoca, avvertì una "rottura" con la tradizione della Chiesa.

    Se è così, la spettacolarità del cambiamento non risiede nel messale del 1970, ma nella perdita di controllo sulla sua utilizzazione.

    __________


    Per altre notizie e commenti vedi il blog SETTIMO CIELO che Sandro Magister cura per i lettori italiani. Ultimi titoli:

    “Spe salvi”. Piccola guida per leggerla con frutto

    Pio XII ha un nuovo avvocato: Paolo Mieli

    Benedetto XVI e i 138 musulmani. Un commento controcorrente

    __________
    11.12.2007

  4. #44
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    Predefinito Sottolineo

    In realtà, il messale preconciliare del 1962 – comunemente detto "di San Pio V" – e quello postconciliare del 1970 "recepiscono entrambi i criteri dell'Istruzione sulla musica sacra e la sacra liturgia promulgata da Pio XII nel 1958".


    Questa mi sembra enorme e gravissima. Qualcuno è in grado di replicare nell'immediato? Comunque in questo momento mi vien da "tifare" per gli Alberigo boys... Chissà che rabbia Ferrara, Socci e Introvigne.

  5. #45
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    Predefinito Per ora limitiamoci a rispondere così

    Cje cosa capisca l'autore del saggio sulla Rivista del clero forse si può dedurre dal suo cognome...

    Dalla presentazione del Breve esame critico:

    Come dimostra sufficientemente il pur breve esame critico allegato - opera di uno scelto gruppo di teologi, liturgisti e pastori d’anime - il Novu Ordo Missæ, considerati gli elementi nuovi, suscettibili di pur diversa valutazione, che vi appaiono sottesi ed implicati, rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino, il quale, fissando definitivamente i «canoni» del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del magistero.

  6. #46
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    Predefinito Che pensate di "don" Paolo Spoladore?

    ...che gode di larghissima fama specialmente nel Veneto?

    http://www.informusic.it/old/IntSpoladore.htm

  7. #47
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    Predefinito Un miastero che allarma il "Papa"

    UN MISTERO CHE ALLARMA IL PAPA… 15.12.2007

    E’ sorprendente ricevere una conferma tanto clamorosa e tempestiva da un’alta autorità come il cardinale Ivan Dias, Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli e stretto collaboratore del Papa. Sabato scorso, su queste colonne, avevo segnalato un “dettaglio” allarmante contenuto nella recentissima enciclica pontificia “Spe salvi”: la menzione dell’Anticristo, tramite una citazione di Immanuel Kant. E’ assai raro oggi, nel mondo cattolico, sentir parlare di questo terribile personaggio profetizzato nel Nuovo Testamento. Colpisce ancor più vederlo evocare, in relazione ai tempi presenti, in un documento solenne come un’enciclica e da un papa così rigoroso, pacato e colto come Benedetto XVI.

    Nell’articolo di sabato avevo ricordato che già il 27 febbraio scorso, nel più stretto entourage papale, si era riflettuto con il Pontefice su quell’inquietante profezia, durante gli esercizi spirituali predicati dal cardinal Biffi che citò “Il racconto dell’Anticristo” di Vladimir Solovev. Infine avevo rammentato che lo stesso Ratzinger, da cardinale, in un memorabile discorso tenuto a New York e a Roma, aveva citato quelle pagine.
    Ma le parole pronunciate dal cardinal Dias sempre sabato scorso, poi pubblicate dall’Osservatore romano (fatto significativo), sono le più clamorose. Il prelato stava facendo la sua omelia nel santuario di Lourdes “per inaugurare, come inviato del Papa, l’Anno celebrativo del 150° anniversario delle apparizioni”. Si tratta delle apparizioni della Madonna a Bernadette Soubirous che iniziarono l’11 febbraio 1858.
    Nella solenne circostanza l’inviato del Papa ha portato “il saluto molto cordiale di Sua Santità” e poi ha detto: “La Madonna è scesa dal Cielo come una madre molto preoccupata per i suoi figli... È apparsa alla Grotta di Massabielle che all’epoca era una palude dove pascolavano i maiali ed è precisamente là che ha voluto far sorgere un santuario, per indicare che la grazia e la misericordia di Dio superano la miserabile palude dei peccati umani. Nel luogo vicino alle apparizioni, la Vergine ha fatto sgorgare una sorgente di acqua abbondante e pura, che i pellegrini bevono e portano nel mondo intero significando il desiderio della nostra tenera Madre di far arrivare il suo amore e la salvezza di suo Figlio fino all'estremità della terra. Infine, da questa Grotta benedetta la Vergine Maria ha lanciato una chiamata pressante a tutti per pregare e fare penitenza e così ottenere la conversione dei poveri peccatori”.

    Il cardinale ha inquadrato queste apparizioni nel “contesto della lotta permanente, e senza esclusione di colpi, tra le forze del bene e le forze del male”. Una lotta che sembra arrivata, nella nostra generazione, all’epilogo finale, preparato dalla “lunga catena di apparizioni della Madonna” nella modernità, iniziate “nel 1830, a Rue du Bac, a Parigi, dove è stata annunciata l’entrata decisiva della Vergine Maria nel cuore delle ostilità tra lei ed il demonio, come è descritto nei libri della Genesi e dell’ Apocalisse”.

    E’ un vero affresco di teologia della storia quello tracciato dal cardinale che richiama anche Fatima e – ritengo - Medjugorje: “Dopo le apparizioni di Lourdes, la Madonna non ha smesso di manifestare nel mondo intero le sue vive preoccupazioni materne per la sorte dell’umanità nelle sue diverse apparizioni. Dovunque, ha chiesto preghiere e penitenza per la conversione dei peccatori, perché prevedeva la rovina spirituale di certi paesi, le sofferenze che il Santo Padre avrebbe subito, l'indebolimento generale della fede cristiana, le difficoltà della chiesa, la venuta dell’Anticristo ed i suoi tentativi per sostituire Dio nella vita degli uomini: tentativi che, malgrado i loro successi splendenti, sono destinati tuttavia all'insuccesso”.

    E’ una frase breve, ma folgorante questa del prelato: la Madonna è apparsa così frequentemente in questo tempo “perché prevedeva” una grande apostasia dalla fede, le persecuzioni alla Chiesa, la sofferenza del Papa e – testualmente – “la venuta dell’Anticristo”.

    E’ una frase dirompente che si rifà, evidentemente, alle parole pronunciate dalla Vergine in qualcuna delle apparizioni citate.

    Così l’inviato del Papa, parlando del nostro tempo, evoca di nuovo e pubblicamente l’ Anticristo a pochi giorni dall’uscita dell’enciclica. Nel Nuovo Testamento questa figura non si colloca necessariamente alla fine dei tempi. Gesù stesso preannuncia l’arrivo di “falsi cristi e falsi profeti” capaci di “indurre in errore, se possibile, anche gli eletti” e profetizza “una grande tribolazione”, mai vista così terribile nella storia umana (Mt 24,24). San Paolo spiega che si verificherà l’ “apostasia” (2 Tes 2,3), ovvero l’abbandono di Dio e della Chiesa, quindi esploderà “la manifestazione dell’uomo iniquo”, “il figlio della perdizione”, colui che “nella potenza di Satana… si contrappone a Dio” fino a sedersi “nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio” (2 Tes 2, 3-4).

    E’ un dominio quasi totale del Male sulla terra che viene qui preconizzato. Non si sa come, quando e per quanto. Uno scenario di orrore e di malvagità agghiacciante. I teologi discutono se sia un preciso individuo che viene preannunciato o un sistema di potenze. Ma colpisce in queste settimane sentirlo evocare con tanta insistenza accorata dalla Santa Sede, evidentemente anche in forza di “informazioni” (che Oltretevere si conoscono e si valutano) provenienti da “fonti” speciali, quali appunto i messaggi delle apparizioni mariane, di mistici e di rivelazioni private. Questi pronunciamenti pubblici mostrano con quanto allarme in Vaticano si guardi agli eventi mondiali. Del resto drammatico è anche il messaggio pontificio per la Giornata della pace del 1° gennaio prossimo, dove si mette in guardia dalle devastazioni morali (delle famiglie e della vita) e materiali (per esempio con gli immensi rischi della corsa alle armi nucleari).

    Il quadro è cupissimo. Ma la Santa Sede non è un’entità politica e non valuta la situazione con uno sguardo solo terreno. Infatti vi è la certezza di poter contare su un aiuto “superiore”. Il cardinale Dias nella clamorosa omelia di sabato spiegava: “Qui, a Lourdes, come dovunque nel mondo, la Vergine Maria sta tessendo un’immensa rete nei suoi figli e figlie spirituali per lanciare una forte offensiva contro le forze del Maligno nel mondo intero, per chiuderlo e preparare così la vittoria finale del suo divin Figlio, Gesù Cristo. La Vergine Maria oggi ci invita ancora una volta a fare parte della sua legione di combattimento contro le forze del male”.

    Il prelato ripete – se non fosse chiaro – che “la lotta tra Dio ed il suo nemico è sempre rabbiosa, ancora più oggi che al tempo di Bernadette, 150 anni fa” e “questa battaglia fa delle innumerevoli vittime”. Quindi rivela delle parole – forse inedite – pronunciate dal cardinale Karol Wojtyla il 9 novembre 1976, pochi mesi prima di essere eletto Papa: “Ci troviamo oggi di fronte al più grande combattimento che l’umanità abbia mai visto. Non penso che la comunità cristiana l'abbia compreso totalmente. Siamo oggi davanti alla lotta finale tra la Chiesa e le Anti-Chiesa, tra il Vangelo e gli Anti-Vangelo”.

    Parole clamorose. Una ulteriore conferma. Sembra evidente che il Vicario di Cristo e i suoi più stretti collaboratori conoscano qualcosa di più e desiderino preparare i cristiani a quella “lotta finale”. I loro ripetuti appelli a rispondere alla chiamata della Madonna sono già sufficienti per riflettere seriamente su ciò che sta accadendo e che accadrà alla Chiesa e al mondo. Un futuro prossimo che noi non conosciamo, ma che, spiega Dias, sarà vittorioso grazie a Maria. Come lei stessa annunciò a Rue du Bac: “Il momento verrà, il pericolo sarà grande, tutto sembrerà perduto. Allora io sarò con voi”.

    Antonio Socci

    da “Libero”, 14 dicembre 2007

  8. #48
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    Predefinito Caro Socci...

    Caro Socci,

    non si è mai chiesto se l'Anticristo (che, non dimentichiamolo, "siederà sul trono di Dio") non potrebbe essere proprio il "suo" Ratzinger?

  9. #49
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da FrancoDamiani Visualizza Messaggio
    Cje cosa capisca l'autore del saggio sulla Rivista del clero forse si può dedurre dal suo cognome...

    Dalla presentazione del Breve esame critico:

    Come dimostra sufficientemente il pur breve esame critico allegato - opera di uno scelto gruppo di teologi, liturgisti e pastori d’anime - il Novu Ordo Missæ, considerati gli elementi nuovi, suscettibili di pur diversa valutazione, che vi appaiono sottesi ed implicati, rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino, il quale, fissando definitivamente i «canoni» del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del magistero.
    L'amico Bellarmino mio ha recentemente ricordato la messa a punto di don Ricossa sulla matrice bugniniana del messale del 1962 e della stessa riforma pacelliana dell settimana santa, il che sostanzialmente dà ragione a Enrico Mazza pur traendo ovviamente conclusioni ooposte.
    Ecco l'articolo:

    1) La Sede Apostolica deve considerarsi formalmente (non materialmente)
    vacante ALMENO partire dal dicembre 1965, con la "promulgazione" del documento conciliare Dignitatis humanae personae. Questo non vuol dire che la Sede non potesse essere già vacante precedentemente, ma che la prova certa di questa vacanza può essere data a partire da questa data.

    2) La questione di seguire o meno le riforme liturgiche precedenti questa data (riforma delle rubriche e della settimana Santa sotto Pio XII; riforma delle rubriche sotto Giovanni XXIII; riforma liturgica di Paolo VI prima del N.O.M.) esula dalla questione della vacanza della Sede in genere e della
    Tesi di Cassiciacum in specie. Vi sono sacerdoti che aderiscono a questa Tesi e che adottano queste riforme (almeno quelle di Giovanni XXIII) ed
    altri, come quelli dell'Istituto, che non le applicano.

    3) Una disciplina promulgata o anche solo autorizzata dalla Santa Sede e da un legittimo pontefice non può essere in se e per se cattiva, nociva, dannosa per le anime; questo vale anche per le rubriche liturgiche. Ciò non impedisce che si possa pensare prudentemente che una disciplina in vigore non possa e non debba essere eventualmente corretta dalla competente autorità, o essere stata poco opportuna, o diventare in determinate circostanze (per accidens) nociva.

    4) I motivi che mi fanno pensare che le riforme liturgiche pre-conciliari pongano attualmente dei problemi li ho esposti ad esempio in Sodalitium, n. 11, pp. 8 ss, giugno 1986. Nella traduzione francese dell'articolo è stata aggiunta la spiegazione dei principi in base ai quali non seguiamo queste
    riforme. Proverò a riassumerli.

    5) Durante il pontificato di Pio XII, e anche quello di Giovanni XXIII (fino a prova del contrario) ogni sacerdote cattolico avrebbe dovuto accettare con
    obbedienza le riforme liturgiche da loro promulgate. E' quello che avrei fatto pur io. Queste riforme sono per se ancora cattoliche, e non sono in se
    cattive, nocive ecc. Questo avrebbe impedito ai medesimi sacerdoti, secondo la loro competenza in materia, di esprimere rispettosi dubbi sull'opportunità di queste riforme ed auspicare una riforma della riforma. Il fatto però che le riforme in questione erano promulgate dalla legittima autorità, fedele all'ortodossia cattolica, era più che sufficiente per
    tranquillizzare il clero ed i fedeli.

    6) Queste riforme, essendo state promulgate dalla legittima autorità, sono ancora in vigore come legge liturgica della Chiesa.

    7) Tuttavia, il Concilio Vaticano II e le successive riforme liturgiche hanno dimostrato che è in atto un tentativo di distruggere l'ortodossia
    della fede e la liturgia cattolica. Alcuni promotori di questa distruzione - ad esempio in campo liturgico - come Padre Annibale Bugnini, principale
    autore materiale delle riforme pre e post-conciliari, hanno dichiarato che la loro intenzione, già prima del Concilio, era quella di operare, a piccoli
    passi, la riforma liturgica post-conciliare che è per noi inaccettabile e che non può venire dalla Chiesa. Naturalmente Pio XII (ed eventualmente
    Giovanni XXIII) non poteva immaginare un tale tradimento della sua fiducia e uno svelamento di queste intenzioni. Quanto affermato in questo punto è un FATTO storico.

    8) Ne segue che la situazione attuale è totalmente diversa da quella di prima del Concilio, sotto il glorioso pontificato di Pio XII. Allora regnava Pio XII, legittimo Papa. Oggi la Sede è formaliter vacante. Allora vigeva la fede cattolica ortodossa. Oggi una "autorità" illegittima divulga o lascia divulgare l'eresia. Allora la sede Apostolica difendeva i retti principi liturgici. Oggi vige la riforma post-conciliare. Allora non si immaginava e si poteva difficilmente immaginare che i liturgisti della Commissione per la riforma liturgica avevano in buona parte l'intenzione di distruggere la liturgia romana. Oggi lo sappiamo, ce lo hanno detto, e lo hanno fatto.

    9) Tutti i moralisti cattolici insegnano che esiste una virtù (l'epicheia o equità; cf II-II, q. 120) che permette di non applicare la lettera di una
    legge positiva, quando questa legge in determinate circostanze diventa (per accidens, non per se) nociva, e contraria, di fatto, all'intenzione del
    legislatore, e questo quando non è possibile ricorrere al legislatore (in questo caso assente, data la vacanza della Sede Apostolica).

    10) A nostro parere è questo il caso delle riforma liturgiche preconciliari promulgate da una legittima autorità, è vero, ma preparate da liturgisti che
    si sono in seguito smascherati essi stessi come modernisti. In questo clima di rivoluzione liturgica è permesso, applicando prudentemente l'epicheia,
    non mettere in pratica delle riforme liturgiche in se ortodosse ma attualmente per accidens rivelatesi preparatorie (nella mente dei liturgisti
    responsabili, non del Papa) alla distruzione della liturgia cattolica. Ciò facendo non si soddisfa alla lettera della legge, è vero, ma si pensa
    interpretare correttamente l'intenzione del legislatore, che non può essere che per il bene della Chiesa. Ammettiamo che altri invece preferiscano
    seguire la lettera della legge ed applicare dette riforme.

    11) Quando, a Dio piacendo, tornerà l'ordine nella Chiesa e una legittima autorità, saremo pronti ad accettare ed applicare queste riforme liturgiche
    o altre, se detta autorità lo chiederà, pur auspicando però la loro abrogazione.

    Don Francesco Ricossa (dalla ML di Cattolicesimo)

  10. #50
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    Predefinito XX settembre

    Su "Libero", qualche tempo fa, è stato pubblicato un articolo sullo stato pietoso in cui è ridotta la famosa 'breccia di Porta Pia'. Il museo del risorgimento non è mai decollato (mi pare venga aperto una volta l'anno) e le zone adiacenti alla 'breccia' sono usate come immondezzaio o discarica che dir si voglia. Mi pare che le condizioni di Roma intera quando il Papato andò via durante la cattività avignonese non fossero diverse. "Hic est digitus Dei", nel dettaglio della monnezza di Porta Pia, intendo.

    Tempo fa scrissi su un giornale locale un articolo sulle "strane coincidenze" del 2 giugno. Lo riporto, facendo presente che la questione del Risorgimento dev'essere "raccontata giusta" ai nostri giovani per rispetto alla formazione di una coscienza storica corretta (e non per dar vita a circoli di nostalgici filoborbonici che lasciano il tempo che trovano, ormai). Se pensiamo che pure il Cicapiano "Ulisse" (Angela) ha dato atto che il Regno delle Due Sicilie era tra i più avanzati e tecnologici d'Europa e il primo ad aver portato l'acqua corrente nelle case, vuol dire che qualcosa si muove. Anche Garibaldi comincia ad essere inquadrato in una prospettiva storica più onesta dai periodici di storia venduti al grande pubblico.

    L'ALTRO 2 GIUGNO
    A conti fatti, la festa della Repubblica del 2 giugno, reintrodotta dall'allora Presidente della Repubblica Ciampi nel 2001, è una delle rare occasioni per pacificare la storia.
    Quali sono le origini di questa festività? Nel maggio 1861 il nuovo parlamento italiano fissava nella prima domenica di giugno (che quell'anno cadeva il 2) la 'festa dello Statuto'. Si trattava della commemorazione dello Statuto Albertino, divenuto carta costituzionale del Regno d'Italia, che dichiarava solennemente, all'articolo 1, di fondarsi sulla religione cattolica, apostolica e romana. In quei giorni il ministro Minghetti invitava, in apparenza senza costrizione, i vescovi ad omaggiare con il rito cattolico la nuova festa nazionale. Il vescovo di Milano rispondeva che la Chiesa non poteva celebrare una festività che era solo civile; peraltro, rimanevano ancora aperte le ferite della “legge Rattazzi”, che anni prima aveva confiscato in Piemonte i beni degli ecclesiastici. I piemontesi, colpiti nell'orgoglio da quel rifiuto, non avrebbero esitato a reagire: molti sacerdoti e chierici che non avevano ottemperato all'invito del Minghetti venivano portati a giudizio, incarcerati, multati o espulsi. Giuseppe Garibaldi avrebbe chiarito cosa si intendeva per religione cattolica: “Noi siamo della religione di Cristo e non della religione del Papa e dei cardinali, perché sono i nemici dell'Italia”, scriverà da Caprera il 20 giugno. Due giorni dopo, un decreto di Garibaldi (che si spegnerà proprio il 2 giugno del 1882) sanciva lo scioglimento delle corporazioni di gesuiti e liguorini della Sicilia, l'espulsione dall'isola e l'espropriazione dei beni. Il fondamento sulla 'religione di Cristo' della monarchia italiana era cosa diversa dalla fede degli antichi duchi di Savoia: si trattava di un mero pretesto. Ancora oggi, per qualche strana coincidenza, una tradizione della città della Sindone vuole che Piazza Statuto sia la porta d'ingresso degli inferi.
    Come è noto, sono tuttavia molte anche le ombre che gravano sulla vittoria repubblicana del 2 giugno 1946, il giorno del referendum tra monarchia e repubblica. Il “re di maggio” Umberto I, lasciandosi alle spalle ogni recriminazione, sceglieva la via dell'esilio prima ancora di tentare la verifica dei voti. A questo punto, se la Repubblica prevalse in modo più o meno limpido, poco importa. Va difatti lasciato alla coscienza personale se possa esserci una chiave di lettura “cattolica”: quella di un inganno restituito agli ingannatori di allora da una sorprendente nemesi storica.
    La storia non fa salti e non ammette di essere dibattuta a compartimenti stagni. Se bisogna alimentare una condivisione del presente che non idealizzi il passato (un esercizio ancora poco diffuso in Italia), l'eterogenesi dei fini resta l'unica metafisica in grado di riannodare i torti e le ragioni del tempo. Una forza che gli uomini non riescono ancora a piegare alla parzialità delle ideologie.

 

 
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