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Discussione: Semper infideles

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    Predefinito Da Clodoveo a...Yves Congar

    Clamoroso: le radici della Francia (attuale) sono cristiane. Ruini è d'accordo.
    Da "Avvenire" di oggi
    La laicità si coniuga con la fede religiosa

    Da Sarkozy manifesto di una nuova visione dello Stato


    Pubblichiamo il discorso pronunciato dal pre*sidente francese Sarkozy nella basilica di San Giovanni in Laterano, dove ha ricevuto dal car*dinale Ruini il titolo di canonico onorario.

    S

    ignori cardinali, signore e signori, cari a*mici,
    consentitemi di rivolgere le prime parole al cardinale Ruini, per ringraziarlo molto calo*rosamente della cerimonia che ha appena pre*sieduto. Mi hanno toccato le preghiere che ha voluto offrire per la Francia e la felicità del suo popolo. Voglio ringraziarlo anche per l’acco*glienza che mi ha riservato in questa cattedra*le di Roma, in mezzo al suo capitolo.
    Le sarei parimenti riconoscente, Eminenza, di voler trasmettere a Sua Santità Benedetto XVI i miei sinceri ringraziamenti per l’apertura del suo palazzo pontificio che ci permette di ritro*varci questa sera. L’udienza che il Santo Padre mi ha concesso stamani è stata per me un mo*mento emozionante e di grande interesse. Rin*novo al Santo Padre il mio attaccamento al pro*getto di un suo viaggio in Francia nel secondo semestre del 2008. In quanto presidente di tut*ti i francesi, mi faccio portatore delle speranze che tale prospettiva suscita nei miei concitta*dini cattolici e in numerose diocesi. Qualun*que siano le tappe del suo viaggio, Benedetto XVI sarà il benvenuto in Francia.
    Nel recarmi stasera in San Giovanni in Latera*no, accettando il titolo di canonico onorario di questa basilica, che fu conferito per la prima volta a Enrico IV e che da allora è stato tra*smesso a quasi tutti i capi di Stato francesi, as*sumo pienamente su di me il passato della Francia e il legame particolare che ha unito co*sì a lungo la nostra nazione alla Chiesa.
    Con il battesimo di Clodoveo la Francia è di*ventata Figlia maggiore della chiesa. È un fat*to. Facendo di Clodoveo il primo sovrano cri*stiano, quell’evento ha avuto conseguenze im*portanti sul destino della Francia e sulla cri*stianizzazione dell’Europa. In seguito, a più ri*prese, nel corso della storia, i sovrani francesi hanno avuto l’occasione di manifestare quan*to fosse profondo l’attaccamento che li legava alla Chiesa e ai successori di Pietro. (...) Al di là dei fatti storici, è soprattutto perché la fede cristiana è penetrata in profondità nella società francese, nella sua cultu*ra, nei suoi paesaggi, nel suo mo*do di vivere, nella sua architet*tura, nella sua letteratura, che la Francia ha con la sede apostoli*ca una relazione così particola*re. Le radici della Francia sono essenzialmente cristiane. E la Francia ha dato all’irradiamen*to del cristianesimo un contri*buto eccezionale. Contributo spirituale e morale tramite un’abbondanza di santi e di san*te di portata universale: san Bernardo di Chia*ravalle, san Luigi, san Vincenzo de’ Paoli, san*ta Bernadette di Lourdes, santa Teresa di Li*sieux, san Jean-Marie Vianney, Frédéric Oza*nam, Charles de Foucauld... Contributo let*terario e artistico: da Couperin a Péguy, da Claudel a Bernanos, Vierne, Poulenc, Duruflé, Mauriac o ancora Messiaen. Contributo in*tellettuale, tanto caro a Benedetto XVI, che si tratti di Blaise Pascal, Jacques Bénigne Bos*suet, Jacques Maritain, Emmanuel Mounier, Henri de Lubac, Yves Congar, René Girard... Mi sia consentito citare anche l’apporto deter*minante della Francia all’archeologia biblica ed ecclesiale, qui a Roma, ma anche in Terra Santa, così come all’esegesi biblica, in parti*colare con la Scuola biblica e archeologica francese di Gerusalemme.
    Voglio inoltre rievocare tra voi questa sera la fi*gura del cardinale Jean-Marie Lustiger che ci ha lasciati la scorsa estate. Il suo irraggiamen*to e la sua influenza hanno anch’essi di gran lunga oltrepassato le frontiere della Francia. Ho tenuto a partecipare alle sue esequie, perché nessun francese è rimasto indifferente alla te*stimonianza della sua vita, alla forza dei suoi scritti, al mistero della sua conversione. Per tut*ti i cattolici la sua scomparsa ha rappresentato un grande dolore. (...) Quanto profondamente il cristianesimo sia i*scritto nella nostra storia e nella nostra cultura è visibile qui a Roma nella presenza mai inter*rotta di francesi all’interno della Curia, con le più alte responsabilità. Voglio salutare stasera il cardinale Etchegaray, il cardinale Poupard, il cardinale Tauran, monsignor Mamberti, il cui operato onora la Francia.
    Le radici cristiane della Francia sono visibili an*che in simboli quali i Pii Istituti, la messa an*nuale di Santa Lucia e quella della cappella di Santa Petronilla. E poi c’è ovviamente la tradi-
    zione che fa del presidente della Repubblica francese il canonico onorario di San Giovanni in Laterano. San Giovanni in Laterano, niente di meno. È la cattedrale del Papa, è la 'testa e la madre di tutte le chiese di Roma e del mon*do', è una chiesa cara al cuore dei romani. Che la Francia sia legata alla Chiesa cattolica da que*sto titolo simbolico è la traccia di una storia co*mune in cui il cristianesimo ha contato molto per la Francia e la Francia ha contato molto per il cristianesimo. È dunque con la massima na*turalezza, come il Generale de Gaulle, come Valéry Giscard d’Estaing, e più recentemente come il presidente Chirac, che sono venuto a i*scrivermi in questa tradizione.
    Come il battesimo di Clodoveo, anche la laicità è un fatto nel nostro Paese. Conosco le soffe*renze che la sua applicazione ha provocato in Francia nei cattolici, nei sacerdoti, nelle con*gregazioni, prima e dopo il 1905. So che l’in*terpretazione della legge del 1905 come un te*sto di libertà, di tolleranza, di neutralità è in parte una ricostruzione retrospettiva del pas*sato. È soprattutto attraverso il loro sacrificio nelle trincee della Grande guerra, attraver*so la condivisione delle soffe*renze dei loro concittadini, che i sacerdoti e i religiosi di Francia hanno disarmato l’an*ticlericalismo; ed è la loro co*mune intelligenza che ha con*sentito alla Francia e alla San*ta Sede di superare i loro dis*sidi e ristabilire le relazioni.
    Tuttavia nessuno più contesta che il regime francese della laicità sia oggi una libertà: libertà di credere o non credere, libertà di praticare una religione e libertà di cambiar*la, libertà di non venire offesi nella propria sen*sibilità da pratiche ostentatrici, libertà per i ge*nitori di far impartire ai figli un’educazione conforme alle loro convinzioni, libertà di non essere discriminati dall’amministrazione in funzione del proprio credo.
    Il nostro Paese è cambiato molto. I cittadini francesi hanno convinzioni più varie di un tem*po. Perciò la laicità si afferma come necessità e opportunità. È diventata una condizione della pace civile. Ed è per questo che il popolo fran*cese è stato tanto pronto a difendere la libertà scolastica quanto a voler vietare i segni di o*stentazione nella scuola.
    Stando così le cose, la laicità non potrebbe es*sere negazione del passato. Non ha il potere di tagliare alla Francia le sue radici cristiane. Ha cercato di farlo. Non avrebbe dovuto. Come Be*nedetto XVI, ritengo che una nazione che ignori l’eredità etica, spirituale, religiosa della propria storia commetta un crimine contro la propria cultura, contro quel miscuglio di storia, di pa*trimonio, d’arte e di tradizioni popolari che im*pregna profondamente il nostro modo di vive*re e di pensare. Strappare le radici vuol dire per*dere il significato, vuol dire indebolire il ce*mento dell’identità nazionale e inaridire ulte*riormente i rapporti sociali che tanto hanno bi*sogno di simboli di memoria.
    Per questo dobbiamo tenere insieme i due ca*pi della corda: accettare le radici cristiane del*la Francia, e anche valorizzarle, continuando a difendere la laicità giunta a maturità. Ecco il senso del passo che ho voluto compiere stase*ra in San Giovanni in Laterano.
    È giunto il momento che, in uno stesso spirito, le religioni, in particolare la religione cattolica che è la nostra religione maggioritaria, e tutte
    le forze vive della nazione guardino insieme al*la posta in gioco del futuro e non più solo alle ferite del passato.
    Condivido l’opinione di Benedetto XVI quan*do ritiene, nella sua ultima enciclica, che la speranza sia una delle questioni più impor*tanti del nostro tempo. Dal secolo dei Lumi, l’Europa ha sperimentato molte ideologie. Di volta in volta ha riposto le speranze nell’e*mancipazione degli individui, nella democra*zia, nel progresso tecnico, nel miglioramento delle condizioni economiche e sociali, nella morale laica. Ha deragliato nel comunismo e nel nazismo. Nessuna di quelle diverse pro*spettive – che chiaramente non metto sullo stesso piano – è stata in grado di rispondere al bisogno profondo degli uomini e delle donne di trovare un senso all’esistenza.
    Certo, fondare una famiglia, contribuire alla ricerca scientifica o alle scienze umane e so*ciali, insegnare, lottare per le proprie idee, in particolare quelle della dignità umana, guida*re un Paese, possono dare senso a una vita. So*no queste piccole e grandi speranze 'che, gior*no per giorno, ci mantengono in cammino' per riprendere le parole dell’enciclica del San*to Padre. Non rispondono però alle domande fondamentali dell’essere umano sul senso del*la vita, sul mistero della morte. Non sanno spiegare cosa accada prima della vita e dopo la morte.
    Tali domande appartengono a tutte le civiltà e a tutte le epoche. Non hanno perso nulla del*la loro pertinenza. Al contrario. Gli agi mate*riali sempre maggiori nei Paesi sviluppati, la frenesia del consumo, l’accumulo di beni sot*tolineano ogni giorno di più la profonda aspi*razione degli uomini e delle donne a una di*mensione che li superi, perché la soddisfano meno che mai.
    'Quando le speranze si realizzano, prosegue Benedetto XVI, appare con chiarezza che ciò non era, in realtà, il tutto. Si rende evidente che l’uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre. Si rende evidente che può bastargli solo qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere [...] Se non possiamo sperare più di quanto è ef*fettivamente raggiungibile, né più di quanto si possa sperare dalle autorità politiche ed eco*nomiche, la nostra vita si riduce a essere pri*vata di speranza'. O ancora, come scrisse Era*clito: 'Se non si spera l’insperabile, non lo si ri*conoscerà
    mai'. La mia profonda convinzione, che ho espresso in particolare nel libro di interviste che ho pub*blicato sulla Repubblica, le religioni e la spe*ranza, è che la frontiera tra fede e non-creden*za non passi tra quanti credono e quanti non credono, ma attraversi ciascuno di noi. Anche chi sostiene di non credere non può dire di non interrogarsi sull’essenzialità. Il fatto spirituale è la tendenza naturale di tutti gli uomini a cer*care una trascendenza. Il fatto religioso è la ri*sposta delle religioni a tale aspirazione fonda*mentale.
    Per tanto tempo la Repubblica laica ha sotto*stimato l’importanza dell’aspirazione spiritua*le. Perfino dopo il restauro delle relazioni di*plomatiche tra la Francia e la Santa Sede, essa si è mostrata più diffidente che benevola di fron*te ai culti. Ogni volta che ha fatto un passo ver*so le religioni, che si tratti del riconoscimento delle associazioni diocesane o della questione scolastica o delle congregazioni, ha dato l’im*pressione che agiva perché non poteva fare al*trimenti. È solo nel 2002 che ha accettato il prin*cipio
    di un dialogo istituzionale regolare con la Chiesa cattolica. Mi sia permesso ugualmente di ricordare le virulenti critiche di cui sono sta*to oggetto al momento della creazione del Con*siglio francese per il culto musulmano. Ancora oggi, la Repubblica mantiene le congregazioni sotto una forma di tutela, rifiuta di riconosce*re un carattere di culto all’azione caritativa o ai mezzi di comunicazione delle Chiese, le ripu*gna riconoscere il valore dei diplomi rilasciati dalle istituzioni di istruzione superiore cattoli*ca mentre la Convenzione di Bologna lo pre*vede, non accorda nessun valore ai diplomi di teologia, considera che non deve interessarsi alla formazione dei ministri del culto.
    Penso che questa situazione sia dannosa per il nostro Paese. Certamente, coloro che non cre*dono devono essere protetti da ogni forma di intolleranza e di proselitismo. Ma un uomo che crede è un uomo che spera. E l’interesse della Repubblica è che ci siano molti uomini e don*ne che nutrono speranza. La disaffezione pro*gressiva delle parrocchie rurali, il deserto spi*rituale delle periferie, la scom*parsa dei patronati e la penu*ria dei sacerdoti non hanno re*so i francesi più felici. Questa è
    un’evidenza.
    Vorrei anche dire che, se esiste incontestabilmente una mora*le umana indipendente dalla morale religiosa, la Repubbli*ca ha interesse a che esista an*che
    una riflessione morale i*spirata alle convinzioni reli*giose. Anzitutto perché la mo*rale laica rischia sempre di esaurirsi o di tra*sformarsi in fanatismo quando non è appog*giata a una speranza che colma l’aspirazione al*l’infinito. Poi e soprattutto perché una morale sprovvista di legami con il trascendente è mag*giormente esposta alle contingenze storiche e in definitiva all’arrendevolezza. Come scriveva Joseph Ratzinger nella sua opera sull’Europa nella crisi delle culture, 'il principio ricono*sciuto oggi è che la capacità dell’uomo sia la misura della sua azione. Ciò che sappiamo fa*re, possiamo anche farlo'. A un certo punto, il pericolo è che il criterio dell’etica non sia più quello di cercare di fare ciò che dobbiamo fa*re, ma di fare ciò che possiamo fare.
    Nella Repubblica laica, l’uomo politico che io sono non deve decidere in funzione di consi*derazioni religiose. Ma importa che la sua ri*flessione e la sua coscienza siano illuminate specialmente dai pareri che fanno referenza a norme e convinzioni libere dalle contingenze immediate. Tutte le intelligenze, tutte le spiri*tualità che esistono nel nostro Paese devono farne parte. Noi saremo più saggi se coniu*ghiamo la ricchezza delle nostre differenti tra*dizioni. È per questo che mi auguro profonda*mente l’avvento di una laicità positiva, cioè u*na laicità che, pur vegliando alla libertà di pen*sare, a quella di credere o non credere, non considera che le religioni sono un pericolo, ma piuttosto un punto a favore. Non si tratta di mo*dificare i grandi equilibri della legge del 1905. I francesi non lo auspicano e le religioni non lo chiedono. Si tratta, in compenso, di cercare il dialogo con le grandi religioni di Francia e di a*vere come principio quello di agevolare la vita quotidiana delle grandi correnti spirituali piut*tosto che di cercare di complicarla a loro.
    (...) Vorrei rivolgermi a coloro che tra voi sono impegnati nelle congregazioni, presso la Curia, nel sacerdozio e l’episcopato e a coloro che in
    questo momento si stanno formando da semi*naristi.
    (...) Mi rendo conto dei sacrifici che rappresenta u*na vita intera consacrata a Dio e agli altri. So che il vostro quotidiano è e sarà attraversato tal*volta dallo scoraggiamento, dalla solitudine, e certamente anche dal dubbio. So anche che la qualità della vostra formazione, il sostegno del*le vostre comunità, la fedeltà ai sacramenti, la lettura della Bibbia e la preghiera, vi permetto*no di superare queste prove.
    Sappiate che abbiamo almeno una cosa in co*mune: quella di avere una vocazione. Non si è prete a metà, lo si è in tutte le dimensioni del*la propria vita. Credetemi che non si è neanche presidente a metà. Capisco che vi siete sentiti chiamati da una forza incontenibile che veni*va da dentro, perché io stesso non mi sono mai seduto per chiedermi se avrei fatto politica, l’ho fatto. Capisco i sacrifici che fate per risponde*re alla vostra vocazione perché anch’io cono*sco quelli che ho fatto per realizzare la mia.
    (...) È grande il vostro contributo all’azione ca*ritativa, alla difesa dei diritti dell’uomo e della dignità umana, al dialogo interreligioso, alla formazione delle menti e dei cuori, alla rifles*sione etica e filosofica. Lo vediamo radicato nel*la profondità della società francese, con una varietà di modi spesso insospettata, così come si dispiega attraverso il mondo. (...) Offrendo in Francia e nel mondo la testimo*nianza di una vita donata agli altri e riempita dall’esperienza di Dio, voi create speranza e svi*luppate sentimenti nobili. È un’opportunità per il nostro Paese e da Presidente la considero con molta attenzione. Nella trasmissione dei valo*ri e nell’apprendimento graduale della diffe*renza tra bene e male, l’insegnante non potrà mai rimpiazzare il parroco o il pastore, anche se è importante che egli si accosti ad essi, per*ché gli mancherà sempre la radicalità del sa*crificio della propria vita e il carisma di un im*pegno sostenuto dalla speranza.
    Voglio inoltre evocare con voi la memoria dei monaci di Tibhérine e di monsignor Pierre Cla*verie, il cui sacrificio porterà un giorno frutti di pace: ne sono convinto. L’Europa ha troppo gi*rato le spalle al Mediterraneo, anche se una par*te delle sue radici vi affondano e se i Paesi ri*vieraschi di questo mare sono all’incrocio di un gran numero di sfide del mon*do contemporaneo. Ho voluto che la Francia prenda l’iniziati*va di un’Unione del Mediterra*neo. La sua collocazione geo*grafica, così come il suo passa*to e la sua cultura ve la condu*cono naturalmente. In questa parte del mondo in cui le reli*gioni e le tradizioni culturali e*sasperano spesso le passioni, in cui lo scontro delle civiltà può rimanere allo stato di fantasma o rovesciarsi nella realtà, noi dobbiamo coniu*gare i nostri sforzi per raggiungere una coesi*stenza pacifica, rispettosa di ciascuno, senza rinnegare le nostre convinzioni profonde, in u*na zona di pace e di prosperità. Questa pro*spettiva incontra, mi sembra, l’interesse della Santa Sede.
    Ma ciò che mi sta a cuore dirvi è che in questo mondo paradossale, ossessionato dal benesse*re materiale, ma sempre più in cerca di senso e di identità, la Francia ha bisogno di cattolici con*vinti che non temano di affermare ciò che so*no e ciò in cui credono. (...) Come ha scritto Henri de Lubac, grande amico di Benedetto XVI, 'la vita attira, come la gioia'. E’ per questo che la Francia ha bisogno di cat*tolici felici che testimonino la loro speranza.
    Da sempre la Francia è nota nel mondo per ge*nerosità e intelligenza. E’ per questo che essa ha bisogno di cattolici pienamente cristiani e di cristiani pienamente attivi.
    La Francia ha bisogno di credere di nuovo che non deve subire l’avvenire, ma costruirlo. E’ per questo che ha bisogno della testimonianza di quanti, condotti da una speranza che li sor*passa, ogni giorno si rimettono per strada per costruire un mondo più giusto e più generoso. Stamattina ho donato al Santo Padre due edi*zioni originali di Bernanos. Permettetemi di concludere con lui: 'L’avvenire è qualcosa che si domina. Non si subisce l’avvenire, lo si fa (…) L’ottimismo è una falsa speranza ad uso dei vi*li (…). La speranza è una virtù, una determina*zione eroica dell’anima. La forma più alta di speranza è la disperazione dominata'.
    Ovunque agirete, nelle periferie, nelle istitu*zioni, accanto ai giovani, nel dialogo interreli*gioso, nelle università, io vi sosterrò. La Fran*cia ha bisogno della vostra generosità, del vo*stro coraggio, della vostra speranza.
    ( Traduzione redazionale)





    Il re franco Clodoveo

  2. #52
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    Predefinito Su "Avvenire" un ebreo esalta il celebre pamphlet massonico di Croce



    verso Natale

    Il celebre assioma di Benedetto Croce era un invito a cercare il dialogo senza dimenticare le proprie radici culturali ed etiche
    Perché «dirsi» cristiani fa bene anche ai laici
    DI
    ARIEL S. LEWIN*
    P
    ochi giorni fa la famiglia di mio suocero, Giovanni Ferra*ra che è stato docente di sto*ria antica all’Università di Firenze, ha donato secondo la sua volontà ultima un prezioso manoscritto (con accluso il relativo dattiloscrit*to e le prime bozze) di Benedetto Croce all’Istituto di Studi Storici di Napoli. Sicuramente si tratta del luogo più idoneo per accogliere que*sto lascito dal momento che, come è noto, l’istituto di palazzo Filoma*rino, sorto nei locali adiacenti alla abitazione privata di Croce, custo*disce l’archivio e la biblioteca per*sonale del filosofo. Croce, anche questo è noto, era solito donare i propri manoscritti agli amici. Per*ché non possiamo non dirci cristia*ni
    fu dato a Nina Ruffini che lo re*galò poi a Ferrara allora giovane pro*mettente studioso e fervente cro*ciano.
    Su questo per la verità assai breve testo – di pochissime pagine mano*scritte – è stato scritto molto, spes*so peraltro in modo superficiale o eccessivamente polemico per diri*gerlo verso direzioni che gli sono so*stanzialmente estranee. Non è qui la sede per discutere in dettaglio il pensiero di Croce espresso in que*ste dense pagine ed è invece oppor*tuno rinviare il lettore per uno stu*dio serio e profondo a un paio di ar*ticoli recentemente pubblicati dal*l’insigne studioso Gennaro Sasso, o*ra riuniti in un volume dello stesso,
    Filosofia e idealismo V
    (Bibliopolis 2007).
    Solo due brevi considerazioni meri*tano qui menzione: il testo in que*stione, apparso nel 1942, deve esse*re valutato nell’ambito del pensiero filosofico di Croce che era già peral*tro da molto tempo interessato al*l’apporto particolare offerto dal cri*stianesimo nella cultura e nella sto*ria. In tal senso Croce non pare qui ripudiare quanto aveva espresso an*che in scritti precedenti, e cioè che il cristianesimo costituisce la vetta della acquisizione dello spirito e che noi non possiamo non considerar*lo come fondamento imprescindi*bile per la società in cui viviamo. So*no considerazioni forti ed estrema*mente degne di nota.
    Tuttavia, coerentemente con tutto il pensiero crociano, il Cristianesi*mo non usciva dall’immanenza, ri*manendo al filosofo sostanzial*mente estranea la sfera della fede (è fondamentale ricordare in tal senso che nel titolo del manoscritto, a scanso di equivoci, la parola cristia*ni è virgolettata).
    Non risulta da nessuna fonte scrit*ta o orale che negli ultimi giorni del*la sua vita Benedetto Croce si sia av*vicinato alla fede; per quanto ci è noto egli avrebbe ingiunto alla mo*glie, cattolica, di prendersi cura che i preti non gli si avvicinassero nei momenti ultimi. D’altro canto, è ve*ro che in una pagina dell’epistolario con la Curtopassi il filosofo si au*spicava che la 'Grazia' illuminasse il mondo, ma dobbiamo ritenere che egli la intendesse (secondo quanto aveva già enunciato in scritti prece*denti) come solo immanente.
    Comunque sia, non è questo il pun*to interessante per noi. Le scelte in*time di Croce meritano il massimo rispetto, qualsiasi esse siano state (e in questo senso il cristianesimo stes*so ha molto da insegnare per quan*to riguarda il rispetto di cui necessi*ta il non credente dal momento che attribuisce il ruolo decisivo per la conversione alla Grazia). Occorre in*vece sottolineare come le pagine di Croce rappresentino un grande e*sempio di onestà intellettuale da parte di un laico che privilegia la via
    del 'dialogo' a quella della con*trapposizione.
    Il celebre manoscritto, dunque, ha trovato la sua sede verosimilmente definitiva in un autentico luogo del*la memoria: la biblioteca di Croce che fu devastata dallo squadrismo fascista che odiava la cultura e la li*bertà rimane ora per noi un focola*re di dialogo e di umanità.
    Detto questo, mi viene da riflettere pensando che queste mie righe ven*gono scritte nei giorni a cavallo fra la festa ebraica di Chanukkà e il gior*no di Natale. La festa di Chanukkà rievoca un preciso fatto storico, la nuova inaugurazione del Tempio, nel 164 avanti Cristo, dopo che que*sto era stato profanato per tre anni dal sovrano ellenistico Antioco IV E*pifane.
    L’indomito capo degli Ebrei Giuda Maccabeo sconfisse il nemi*co e ripristinò il culto tradizionale con grandi festeggiamenti che du*rarono otto giorni. Per questo moti*vo ancora oggi gli Ebrei ricordano quella memorabile inaugurazione accendendo gioiosamente le can*dele appunto per otto giorni.
    La festa, dunque, riassume l’impor*tanza di un evento fondamentale per la nostra civiltà: se Antioco fos*se riuscito a conquistare durevol*mente Gerusalemme e la Giudea queste sarebbero divenute comple*tamente grecizzate, secondo quello che era il volere del re ellenistico. La tradizione ebraica ne avrebbe rice*vuto un colpo durissimo, quasi mor*tale – Antioco non voleva solo in*trodurre
    la cultura e i costumi dei Greci, ma addirittura intendeva sra*dicare l’ebraismo – e Gesù non sa*rebbe potuto nascere dentro quella tradizione che era l’unica che lo a*veva preannunciato e in cui egli si sarebbe dovuto manifestare, quella del Dio d’Israele.
    Ciò mi fa pensare a come la società dei nostri giorni corra un rischio gra*vissimo: l’inaridimento spirituale e culturale. Ne ho avuto esperienza a profusione constatando fra l’altro nei miei studenti (universitari) – a cui spesso propongo corsi sulla Giu*dea all’epoca di Gesù – non solo l’as*senza quasi totale di cognizioni ri*guardo l’ebraismo, ma anche dello stesso cristianesimo. Sembra che l’a*more per le nostre radici sia diven*tato
    fuori moda, in qualche modo da sconsigliare e che la cultura eu*ropea e italiana siano un fardello or*mai fuori tempo, sostituito dalla computerizzazione, dall’individua*lismo, dall’affarismo più egoistico e da un buonismo melenso. È davan*ti agli occhi di tutti come senza o*nestà intellettuale, giustizia ed a*more stiamo creando i presupposti per forgiare un mondo di violenza. Rivalutiamo allora il nostro patri*monio culturale e religioso, ricrean*do per le nuove generazioni quel*l’entusiasmo che esse meritano. Del nostro bagaglio faranno parte cer*tamente anche quelle pagine cele*bri di Benedetto Croce.
    *docente di Storia romana all’Università della Basilicata

    Una panoramica della città di Betlemme: in primo piano la basilica della Natività.



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    Predefinito Introvigne sul "Domenicale": Grande sprint delle aziende religiose

    È logico che un Dio provvidente possa rivelarsi: a dirlo non è la teologia, ma la sociologia delle religioni. Per la quale, inoltre, alcune rivelazioni rispettano l’uomo e la sua ragione, altre no. Le ultime clamorose scoperte di Rodney Stark, specialista doc
    di Massimo Introvigne S’immagini qualcuno che odi gli aerei, che non ne abbia mai preso uno e che consideri pazzi scriteriati quelli che lo fanno. Se lo ritroviamo a scrivere manuali sugli aerei o a occupare cattedre universitarie di aeronautica c’è evidentemente qualche cosa che non va. È la parabola che Rodney Stark, uno dei più grandi sociologi viventi, mi raccontava qualche tempo fa annunciandomi l’intenzione di volere chiudere i conti con gli studiosi accademici delle religioni, molti dei quali – piuttosto curiosamente – non sono religiosi, odiano le religioni e considerano le persone religiose inguaribilmente arretrate, se non affette da una malattia di cui si dovrebbe cercare la cura.
    I conti, ora, sono chiusi con Discovering God:The Origins of the Great Religions and the Evolution of Belief (“La scoperta di Dio. Le origini delle grandi religioni e l’evoluzione del credere”, HarperOne, New York 2007), un’opera monumentale destinata a fare epoca non solo per l’ambizione di portare uno sguardo sociologico sull’intera storia delle grandi religioni, dalla preistoria al fondamentalismo islamico, ma per il carattere molto politicamente scorretto delle conclusioni cui perviene.

    Per capire di che si tratta occorre ricordare brevemente i princìpi generali del metodo sociologico di Stark, ispiratori di una lunga carriera di cui quest’opera costituisce per molti versi il coronamento.
    La sociologia della religione è stata dominata fin dalle origini ottocentesche dall’idea secondo cui la presenza delle religioni è destinata a diminuire mano a mano che avanzano Modernità e scienza, di cui i primi studiosi di questa materia si consideravano gli araldi, così che si aspettavano di poter fare da notai e stendere presto o tardi l’atto di morte della religione. Poiché le religioni tardavano a morire, le loro idee – senza cambiare nell’ispirazione generale – si sono trasformate in teorie sempre più sofisticate della “secolarizzazione”.
    Uno dei postulati è che la Modernità porta con sé la democrazia e la libertà religiosa, le quali erodono le strutture di plausibilità delle religioni. Se c’è una religione sola – ragionavano questi sociologi – è ancora possibile che qualcuno ci creda veramente. Ma se regna la libertà religiosa e ce ne sono molte, non potendo credere a tutte, si finirà per non credere a nessuna.

    I fatti si sono ostinatamente rifiutati di conformarsi a queste teorie. Diffondendosi la democrazia e il pluralismo religioso le religioni non sono scomparse. Anzi, è proprio nei Paesi dove ci sono più religioni – come gli Stati Uniti – che c’è anche più religione: più persone si dichiarano religiose, più numerosi sono coloro che frequentano i luoghi di culto.
    Proprio facendo leva sul caso nordamericano, Stark e i colleghi che lo hanno seguito – dapprima minoritari, mentre oggi rappresentano negli USA una buona metà dei sociologi della religione, anche se incontrano forti resistenze in Europa (ma assai meno in Asia) – hanno gradualmente sostituito al “vecchio paradigma” della secolarizzazione come portato necessario della Modernità e del pluralismo un “nuovo paradigma”, secondo cui la compresenza di più religioni giova alla religione nel suo insieme.

    Dalla parte dell’offerta
    La concorrenza stimola infatti le energie delle varie “aziende” che operano sul “mercato religioso”, le spinge a fare di più e a proporre “prodotti” più graditi dal pubblico. La metafora economica può piacere o no, ma non significa affatto che Stark consideri le religioni un prodotto da supermercato, né che si disinteressi delle dottrine.
    È precisamente il contrario: infatti il centro del “mercato” – se si vuole, il “prodotto” che le “aziende religiose” vendono – è la dottrina, che dunque ha un ruolo centrale nel “nuovo paradigma”, mentre il “vecchio” tendeva a spiegare il successo delle religioni con fattori extrareligiosi come la povertà o le crisi politiche. Secondo la nuova teoria il vecchio paradigma si poneva, sbagliando, “dal lato della domanda”, andando a cercare nella storia i fattori che facevano crescere o diminuire la domanda di religione, mentre per Stark la domanda tende a rimanere costante nel tempo e per spiegare che cosa succede nel mondo delle religioni occorre porsi supply-side, “dal lato dell’offerta”, perché è appunto l’offerta religiosa che muta continuamente.

    E la domanda è veramente molto costante. In Discovering God Stark ipotizza che sia costante fin dalla preistoria (il che equivale a dire che la religione ha qualcosa a che fare con la stessa natura umana) e che pure la distribuzione dei consumatori religiosi in “nicchie” – le quali dividono chi cerca un’esperienza religiosa molto intensa da chi la vuole più blanda – potrebbe essere rimasta costante non solo per secoli, ma per millenni.
    Ma come è nata l’offerta? Come sono nate le religioni? Stark svela la risposta finale che gli sembra più plausibile solo alla fine del libro, non perché scambi un testo di sociologia per un giallo ma perché è ragionevolmente persuaso che, data all’inizio, la sua risposta apparirebbe così scandalosa da indurre più di un lettore (e certamente molti suoi colleghi accademici) a non proseguire.
    Procedendo dunque cautamente, Stark comincia a far notare che le religioni non nascono da vasti “comitati” o dal “popolo”: «una nuova cultura non “accade” semplicemente e né le tribù né le società inventano alcunché. L’innovazione è il lavoro d’individui o al massimo di piccoli gruppi».

    Dopo avere rifiutato (come teorie alla vana ricerca di fatti che le confermino) le ipotesi secondo cui i culti preistorici e protostorici erano estremamente rozzi, selvaggi e “animistici”, Stark mostra come molti studi recenti riabilitino le ipotesi di Andrew Lang (1844-1912) per il quale i “primitivi”, pur non essendo tecnicamente monoteisti, credevano in un “Dio supremo” regnante su un pantheon di divinità minori e creatore del mondo. Rispetto a questa fase più antica, l’abbandono del “Dio supremo” per un “politeismo elaborato” appare non un progresso, ma una decadenza.
    Questo processo degenerativo porta alle “religioni del tempio”, di cui Stark studia dettagliatamente le forme sumere, egizie, greche, maya e azteche, a proposito di queste ultime ricordando, contro accostamenti “buonisti”, sia la centralità del sacrificio umano, sia le sue motivazioni prevalentemente religiose – non economiche o politiche –: «senza le ragioni religiose non ci sarebbe stato alcun sacrificio».

    Roma magistra vitae
    Naturalmente si sa molto poco di una eventuale “economia religiosa” nella preistoria e nella protostoria, ma – nota Stark – si sa almeno che non c’erano regimi forti in grado d’imporre una religione di Stato. Non così all’epoca delle “religioni del tempio”, ch’erano un’appendice dello Stato, avevano un clero statale e contavano sullo Stato per sopprimere qualunque concorrenza (pur potendo presentarsi all’interno come divise nei culti delle varie divinità politeistiche, tutte però parte di un ordine comune).
    La conseguenza, come Stark cerca di documentare attraverso un’ampia ricognizione, è quella tipica delle economie religiose monopolistiche. Ufficialmente tutti erano religiosi, ma questa religione si riduceva al sostegno economico (obbligatorio) dei templi, le cui cerimonie erano spesso condotte dal clero senza neppure la presenza del popolo. Nonostante le apparenze contrarie, non si trattava di una religiosità popolare e diffusa. Infatti, era esposta alla crisi appena si fosse presentata la concorrenza.

    Il mercato religioso nasce, per Stark, a Roma, che – pur mantenendo a lungo gli stessi dèi – è molto diversa dalla Grecia. Roma si limita a un modesto sostegno ai templi di Stato e lascia che la religione sia regolata dalla libera concorrenza. Come risultato, la religione fiorisce, benché le autorità si preoccupino di quelle religioni che rischiano d’interferire troppo nel normale andamento dello Stato e della politica perseguitando, già prima dei cristiani, gli ebrei – così che solo «strane militanze ideologiche» possono attribuire al cristianesimo la nascita di un antisemitismo che a Roma esisteva ben prima di Gesù Cristo – e i seguaci di culti misterici semi-monoteistici come quelli di Cibele e d’Iside.

    Akhenaton, faraone super
    Proprio il successo della religione più crudelmente perseguitata, il cristianesimo, mostrerà però che, aperte le porte del mercato, è difficile richiuderle persino con il sangue, e che chi risponde alla domanda con l’offerta più persuasiva vince. Ma il successo nel mercato religioso è sempre precario. Chi vince tende a conquistare anche il potere politico creando forme di religione di Stato, che s’impigriscono e perdono seguaci. È un rischio, secondo una tesi che Stark ha esposto in maggiore dettaglio altrove, che diverse forme di Chiese cristiane avrebbero spesso corso nella storia.
    Il monoteismo costituisce in effetti un’offerta più persuasiva del politeismo: un Dio unico appare più ragionevole e può promettere ai seguaci non i benefici settoriali delle varie divinità dei pantheon, ma la salvezza eterna. La “rinascita” del monoteismo (che secondo Stark si era già intravista all’alba della storia nei culti del “Dio Supremo”) è annunciata da avventure singolari come quella del faraone egiziano Akhenaton (che regna dal 1353 al 1334 a.C.) – stroncata dopo la morte dalla reazione della “religione del tempio” egizia – e si compie con lo zoroastrismo in Persia e la graduale vittoria (non senza difficoltà e opposizioni) della fazione monoteista all’interno del popolo d’Israele.

    Una discussione delle controversie su quando si sia svolta l’attività di Zoroastro – e delle ragioni che militano a favore di una datazione più o meno tra il 618 al 541 a.C. (mentre altri la collocano intorno al 1000 a.C. o anche diversi secoli prima) – permette a Stark di ritornare sulla nozione, resa popolare dal filosofo Karl Jaspers (1883-1969) ma già proposta da studiosi ottocenteschi quali Ernst von Lasaulx (1805-1861) e Viktor von Strauss (1809-1899), del sesto secolo a.C. come “età assiale”.
    In quest’epoca fioriscono contemporaneamente i rinnovatori dell’induismo che gli conferiscono la sua forma attuale, Buddha (563-483 a.C.?) e il fondatore del giainismo, Mahavira (forse morto nel 527 a.C.), in India, Zoroastro in Persia, i grandi profeti in Israele, Lao-Tze (di cui Stark rivendica la storicità, ma di cui s’ignorano le date di nascita e di morte) e Confucio (551-479 a.C.?) in Cina.

    Buoni e cattivi
    Costoro hanno poco in comune, salvo il fatto che stabiliscono un saldo collegamento tra religione e morale, precedentemente affatto scontato: gli dèi più antichi spesso non solo non ricompensavano il bene, ma compivano essi stessi azioni malvagie. Stark ritiene che, mentre sarebbe del tutto sbagliato pensare che le religioni nate nell’“età assiale” siano state “generate” dal sorgere di grandi Stati che avevano bisogno di rafforzare con il consenso morale il necessario “controllo sociale”, questa situazione spiega «perché, quando le “risposte” sono apparse, sono risultate così popolari».
    L’istituzionalizzazione religiosa propone peraltro due tipi diversi di religione: quelle per cui Dio (o il divino) è una “essenza” o un’energia impersonale e remota, e quelle dove Dio è concepito come un Essere personale che si occupa del mondo. Nonostante la preferenza personale di molti studiosi accademici delle religioni per il primo modello, in una situazione di libero mercato religioso questo ha in realtà un successo molto modesto.

    Nella forma “pura” – come “religioni dell’essenza” – buddhismo, giainismo, confucianesimo e taoismo si riducono a fenomeni elitari con poco seguito. Quando invece adottano nei templi un buon numero di dèi e propongono dottrine di salvezza personale, nella loro forma “popolare”, si assicurano un successo che dura fino a oggi. Buddhismo o confucianesimo “atei” come risultano dai libri entusiasmano solo piccoli gruppi d’intellettuali (e molti studiosi occidentali). I templi buddhisti e confuciani davvero frequentati dalle popolazioni sono, invece, letteralmente pieni di dèi.
    Peraltro, le religioni che si fondano sulla meditazione o sulla riflessione filosofica hanno uno svantaggio in un mercato aperto rispetto a quelle che rivendicano una rivelazione divina. Se il monoteismo è persuasivo soprattutto quando parla di un Dio che si occupa di noi, allora appare anche logico che questo Dio non rimanga silenzioso e si riveli.
    Non tutte le rivelazioni, però, sono uguali. Stark offre un’analisi senza reticenze dell’islam di cui mostra l’essenza nel carattere imprevedibile del suo Dio, che non dispone il mondo secondo ragione, così che di questo mondo non si può avere conoscenza certa, dovendo invece sottomettersi a quanto Dio rivela nel Corano e all’autorità politica che – secondo percorsi diversi – continua nella storia la missione del Profeta. Stark non cita mai Papa Benedetto XVI né il discorso di Ratisbona, ma le conclusioni sono del tutto analoghe quanto al rischio che questa idea di Dio spinga a risolvere le controversie con un appello non alla ragione, ma alla forza.

    Value-free? No thanks
    Il sociologo americano può così tirare le sue conclusioni sorprendenti. Da dove nasce la religione? O si tratta di un’invenzione umana o viene da un Dio che si rivela.
    Si è sempre detto che le scienze umane non si occupano delle prove dell’esistenza di Dio e non rispondono alla domanda se Dio esista o meno, perché questo sarebbe un “giudizio di valore” mentre il metodo scientifico è per definizione value-free, “indipendente dai valori”. Stark confessa di avere condiviso la tesi per anni, ma di non essere più così sicuro che l’affermazione secondo cui le religioni ci sono perché un Dio personale si è rivelato agli uomini sia un “giudizio di valore” rispetto al quale la sociologia non ha niente da dire.
    Anzitutto, i sociologi hanno a lungo barato: fingendo di proporre una scienza value-free, si sono in realtà schierati in modo militante per sostenere che Dio non esiste, che le religioni sono illusioni, che al massimo sono tollerabili quelle “senza Dio”, buddhismo o confucianesimo (delle élite), o è simpatico l’islam perché dà noia a quell’Occidente che certi accademici amano ancora meno della religione.

    Stark, per così dire, rende la pariglia. Se tanti sociologi, a partire dai padri fondatori della disciplina, hanno tratto dalla loro scienza argomenti contro l’esistenza di Dio, la foglia di fico della neutralità è caduta. Si può dimostrare che i loro argomenti sono sbagliati. Le cause economiche e politiche che dovrebbero rendere ragione dell’ascesa delle religioni non sono sufficienti a spiegare fenomeni come la diffusione del cristianesimo o la vittoria del monoteismo nella storia dell’antico Israele. Tutto lo schema evolutivo, secondo cui la religione sarebbe passata da forme più primitive e caotiche di politeismo a versioni raffinate del monoteismo, è falso. Le acquisizioni archeologiche e storiche permettono al contrario di concludere che alle origini vi è il semimonoteismo del “Dio supremo” e che il successivo politeismo non corrisponde a uno sviluppo ma a una decadenza.
    Stark fa riferimento alla polemica scientifica sul “Disegno Intelligente” – secondo cui la natura dell’universo rivelerebbe l’esistenza di un disegno e quindi di un progettista, Dio –, rilevando che la vera prova di questa tesi non è tanto offerta “dalla scienza” quanto «dalla stessa esistenza della scienza»: un’esistenza che è un dato sociale, e su cui il sociologo ha titolo a pronunciarsi. La scienza è fiorita in Occidente sulla base dell’idea secondo cui – prima che arrivi lo scienziato a scoprirle – esistono nel mondo leggi che non mutano: oggi sono le stesse di ieri, e saranno le stesse domani.

    È precisamente perché non crede che Dio abbia creato il mondo secondo ragione che l’islam – che è stato capace di produrre altissima tecnologia – è rimasto ai margini dello sviluppo della scienza moderna. «Alcuni pensatori musulmani hanno perfino negato la stessa esistenza del principio di causa e di effetto, anche riferito al solo mondo terreno, sulla base che è intrinsecamente contrario al principio dell’illimitata libertà di azione di Dio […]. Queste dottrine, che implicano l’affermazione che ogni pretesa di formulare leggi naturali è blasfema in quanto anche queste leggi limiterebbero la libertà di Allah, hanno avuto un ruolo fondamentale nel fallimento del tentativo musulmano di tenere il passo dell’Occidente».

    Il Dio plausibile
    L’esistenza nel reale di leggi naturali – che la scienza ha puntualmente scoperto – rende invece eminentemente plausibile l’esistenza di un Disegno Intelligente di Dio: in effetti, una “variazione infinitesimale” delle componenti fondamentali dell’universo, come gli scienziati dimostrano, lo renderebbe caotico e inintelligibile, e le possibilità che l’universo si sia disposto così per caso rasentano l’impossibilità. Se questo è l’argomento classico degli scienziati sostenitori del Disegno Intelligente, anche lo scienziato sociale trova nella storia delle società “leggi” e regolarità che vanno precisamente nella stessa direzione. Così, anche il sociologo – argomentando pure dalle “leggi” che regolano lo sviluppo e la diffusione delle religioni, che avviene nel corso dei millenni con sorprendente regolarità – può arrivare secondo un suo percorso ad affermare il Disegno Intelligente.

    E può fare di più. Una volta indicata come plausibile, l’esistenza di un Dio che si rivela può costruire un percorso sociale di questa divina rivelazione, che mostra come assai credibile l’antica ipotesi teologica secondo cui la rivelazione è progressiva e tiene conto delle capacità di ricevere rivelazioni che l’umanità manifesta nelle varie epoche storiche, che sono talora di sviluppo della ragione, talaltra di decadenza e di crisi. Stark torna così esplicitamente a Giambattista Vico (1668-1744) e all’idea di una “rivelazione primordiale” le cui vestigia si trovano nelle antichissime teologie del “Dio supremo”, cui segue una decadenza. Dalla storia della rivelazione progressiva di Dio – e qui Stark consapevolmente si avventura su un terreno teologico, rivendicando peraltro il carattere perfettamente “scientifico” della teologia – si devono escludere i sistemi religiosi dell’Oriente, che non affermano di essere basati su una rivelazione ma sulle intuizioni di saggi (i quali, peraltro, hanno potuto scoprire qualche verità grazie alla ragione).

    Dopo un possibile ma dubbio prologo con il faraone Akhenaton – la cui rivelazione è sì monoteistica, ma «trova una base per rifiutarla come autentica nel fallimento del suo tentativo di produrre effetti di lunga durata»–, la storia della rivelazione per Stark inizia con la vittoria del monoteismo all’interno dell’ebraismo, la quale avviene peraltro non senza «una qualche interazione con lo zoroastrismo» durante la cattività babilonese degli Ebrei. Zoroastro (parzialmente), gli autori di quello che per i cristiani è l’Antico Testamento e gli scrittori neotestamentari costituiscono per Stark – insieme alle ignote ma spesso geniali personalità religiose che conservarono e diffusero brandelli della rivelazione primordiale, resistendo a lungo al politeismo – le tappe di una storia in cui Dio progressivamente si rivela.

    La domanda è inevitabile: dove si colloca l’islam? Per i musulmani è chiaro: l’islam è vertice e conclusione di ogni rivelazione. Stark non è meno tranchant: a parte la «sincerità di Muhammad», un problema estraneo al nocciolo della questione, «la fede rivelata nel Corano è moralmente e teologicamente regressiva». Rispetto ai monoteismi precedenti, la nozione islamica musulmana di Dio – «imprevedibile e così inconoscibile che non si può neppure dare per scontato che sia ragionevole o virtuoso» – rappresenta una fase di decadenza. Così, nel modello di Stark, «è inappropriato includere l’islam nel novero centrale delle religioni che risultano da un’autentica ispirazione di Dio», cosa che non esclude che – come ogni impresa umana – l’islam possa includere anche elementi umanamente degni di stima. Ma «tutta questa discussione su un nucleo centrale di religioni davvero ispirate è basata sull’assunzione che Dio esista. Se Dio non esiste, non c’è nessuna religione ispirata», il che rende puerili certe difese di ufficio dell’islam da parte di accademici occidentali atei. Ma per Stark lo studio della sociologia, come di ogni scienza, permette di concludere che è eminentemente plausibile che Dio esista. Per negare quanto sembra evidente ci vuole, paradossalmente, un atto di fede (atea) e – scrive il sociologo – «non sono più sufficientemente arrogante o ingenuo per pronunciare questo atto di fede».

    Intelligenti pauca
    Naturalmente, il fatto che una religione appaia più credibile di un’altra come autentica rivelazione divina non significa necessariamente che continuerà ad affermarsi nella storia. Il sociologo fedele alla propria professione è costretto a ricordare sempre il ruolo centrale della demografia. A prescindere da qualunque esame delle rispettive rivelazioni, e contro le tesi contrarie di qualche studioso inguaribilmente ottimista, «il numero di cristiani in Europa sta declinando molto rapidamente, non tanto per le defezioni dalla fede ma perché i cristiani fanno sempre meno figli», mentre «la fertilità musulmana rimane ovunque sopra il livello di sostituzione demografica, anche fra i musulmani immigrati in Europa». Così che la prospettiva di una mappa religiosa del mondo che presenti fra un secolo «un’Europa musulmana» non è irragionevole. Ma è pure vero, nota Stark, che non sempre le previsioni dei sociologi si avverano.
    Il disegno di Dio sulla storia è certamente intelligente, ma non necessariamente è anticipato e compreso dalle previsioni intelligenti dei sociologi.




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    Predefinito Caro Sarko, non sei l'erede di Clodoveo

    Caro Sarko,


    nel Suo lungo elenco di "glorie cattoliche e laiche" di Francia ci sono alcune "strane" dimenticanze: e il genocidio della Vandea? E l'assassinio di Luigi XVI e di Maria Antonietta? E i bagni di sangue ("le sang des bleus rougira nos sillons") della ghigliottina? Le chiese e i conventi abbattuti, i beni della Chiesa nazionalizzati? I preti costituzionali e la persecuzione dei refrattari, le ruberie napoleoniche, il Papa portato prigioniero in Francia? Come può dirsi cristiano un Paese che ha le sue radici nel più feroce assalto che mai sia stato mosso alla Chiesa, e ne va ancora fiero al punto da inalberarne i simboli nella bandiera e nell'inno nazionali, senza aver mai fatto né aver intenzione di fare (non ce n'è infatti nelle Sue parole alcuna traccia) alcun "mea culpa"? E com'è possibile senza sprezzo del ridicolo istituire una linea rossa tra Clodoveo e Santa Giovanna d'Arco, campioni della monarchia cattolica, da una parte, e dall'altra ... Yves Congar ed Etchegaray, Mounier e Poupard, "campioni" dell'autodemolizione "ecumenica" della Chiesa? C'è, è vero, una Francia degnissima delle sue tradizioni cattoliche, ma è quella che si batte contro il modernismo e il falso ecumenismo attuali, in nome di quella Regalità Sociale di Cristo che un tempo non lontano fu la gloria dell'Europa. In nessun paese infatti come in quello da Lei rappresentato la resistenza al mortale connubio tra cattolicesimo e liberalismo ("l'illusion libérale" di Veuillot) è stata ed è forte e battagliera, segno che là dove le forze del male più si scatenano Dio sa anche suscitare i più eroici difensori alla sua causa. Perché non ha citato, allora, i veri campioni del cattolicesimo francese, non a caso detto "ultramontano" , cioè dom Guéranger, Louis Veuillot, Henri Delassus, il cardinale Jouin, monsignor Meurin, Jean Ousset. Henri Coston, Georges Virbeau, Pierre Virion, l'abbé de Nantes, Mons. Lefèbvre e Mons. Guérard des Lauriers? In loro, e non nei Tauran o nei Lustiger, rivive lo spirito dei progenitori della "figlia primogenita della chiesa", quei re "cristianissimi" contro cui si scatenarono le orde giacobine, già corrose dall'illuminismo che oggi Lei esalta come promotore di "libertà". Perché invece ha scelto proprio quei nomi che assecondano il falso "continuismo" ratzingeriano? La sviolinata all'ospite è un insulto alla verità. Non sente che San Bernardo e Santa Bernadette si rivoltano nella tomba a essere assimilati a de Lubac o a René Girard?
    Non cerchi quindi di ammaliarci con i suoi mielati discorsi su radici cristiane e laicità: la Francia è la tomba delle libertà civili, come dimostra la legge Fabius-Gayssot (la cosiddetta lex Faurissonia), che vieta di discutere sul fatto storico più importante del '900 e mette in galera chi osa contraddire la vulgata. Se un simulacro di cattolicesimo vi può sopravvivere è solo quello che non mette in discussione i "sacri principi": il suo vangelo è la "Professione di fede del vicario savoiardo" di Rousseau. un cattolicesimo inoffensivo perché relativista, adogmatico, valido al più come "religione civile" del cittadino in quanto non gli pone mai l'alternativa tra i doveri verso Dio e quelli verso lo Stato.
    Si ripassi quindi la lezione e cerchi di essere intellettualmente più onesto.
    Peggio di lei comunque i suoi ospiti vaticani, che, paralizzati dal conformismo e totalmente privi di orgoglio cattolico e di coraggio, non hanno battuto ciglio (nemmeno di fronte al suo divorzio). E non l'hanno rispedita a casa con il primo aereo, a raccontare le sue storielle a Carla Bruni.


    Franco Damiani




  5. #55
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    Predefinito La Chiesa torni a cercare l'anima

    Il Giornale 24 dicembre 2007

    Le religioni crescono oggi nella loro dimensione religiosa, cioè quella che trascende la ragione. Vi è, in questo, l'impressione che la grande avventura occidentale, che ha informato di sé il mondo in tutte le sue latitudini e culture, crei per così dire una incertezza cosmica. Il 2000 dell'Occidente corrisponde all'anno 1000 della Cristianità. Allora si pensava che il millennio del regno di Cristo sulla terra, indicato da Sant'Agostino come il tempo della Chiesa, fosse giunto al termine e che il giudizio divino si sarebbe abbattuto sul mondo. Ciò determinò conseguenze nefaste, anche a livello di persecuzione degli ebrei, perché non si convertivano e così non determinavano la fine del mondo, visto che la loro conversione era stata profetizzata da San Paolo come l'atto precedente il compimento dei tempi.
    Anche nel 2000 vi è un timore cosmico, ma questo è causato dall'avventura della ragione e non dall'avventura della fede. I due tempi si corrispondono nella loro differenza. L'allarme viene da molti fattori, tra cui quello dell'impossibilità di diminuire l'effetto serra, considerato come la causa dell'aumento della temperatura del pianeta e delle conseguenze sulla vita degli uomini e dei popoli che ne seguirebbero. Ma vi è anche il tema dell'energia, quello della demografia, quello della migrazione dei popoli, delle differenze di livello tra le varie parti del pianeta. La grande avventura della ragione ha creato un mondo che sfugge ad essa e toglie all'uomo l'orizzonte entro il quale si possono comprendere i fenomeni che lo circondano e lo condizionano.
    Certamente, dal punto di vista della ragione umana, erano preferibili i tempi delle utopie, anche se esse ci hanno dato guerre civili e mondiali sanguinose: democrazia e comunismo come orizzonti mondiali conferivano una idea del futuro, permettevano di pensare il presente come un cammino direzionato, come una finalità pensabile. La fine del comunismo ha complicato il pensiero umano perché ha tolto l'utopia dall'orizzonte e, paradossalmente, l'orizzonte è caduto, non c'è più stato.
    Non è più possibile pensare al futuro in questo eterno presente che viene determinato dai fatti che accadono e dalle risposte che gli uomini vi danno. Ne viene una conflittualità diffusa, senza che sia possibile pensare ad una sua composizione razionale. La ragione perde i suoi diritti nel tempo che essa ha costruito, senza prevedere che le sarebbe stato così problematico immaginare il governo del mondo. La potenza della ragione è anche la sua sconfitta a pensare il mondo come razionale, appunto perché da essa costruito.

    Per questo tornano le religioni, torna cioè l'idea che vi sia un progetto non umano a governare il mondo, che il rischio dello sviluppo umano sia in qualche modo soggetto a qualcosa come una Provvidenza e che il ricorso ad essa sia l'unica possibilità che ci viene offerta per continuare a sperare. Non a caso l'enciclica di Papa Ratzinger è una enciclica sulla speranza. E un pontificato come questo, così tradizionale, non sarebbe stato pensabile nella Chiesa che aveva cercato la grande intesa con il Moderno nel Concilio e nel post-Concilio; non sarebbe stato possibile se non vi fosse, nel popolo cristiano, in tutto il mondo, dentro e fuori la Chiesa cattolica, un bisogno di sperare che va oltre il timore in cui attualmente viviamo: quello di non avere soluzioni ai problemi che abbiamo creato.
    Anche la rinascita islamica, che non è un fatto secondario e non è solo il terrorismo, nasce dal timore che il disordine occidentale invada i popoli del Corano e che l'unica riserva di Dio nell'umanità venga travolta dalla invasione della civiltà della tecnica e del consumo.
    Finita la certezza della ragione, sia nel modello democratico che nell'utopia comunista, le religioni appaiono come il simbolo dell'umanità che ha sempre cercato nel cielo il disegno che governava la terra. In ogni popolo, in ogni cultura, in ogni civiltà. L'uomo vive non di realtà, ma di simboli; sono questi che gli consentono di apprendere la realtà. È il divino il linguaggio simbolico per eccellenza, nel quale l'uomo interpreta se stesso mediante l'altro da sé.
    Il linguaggio della Chiesa non parla più di anima perché timoroso delle neuroscienze, che intendono spiegare col cervello tutta la realtà dell'uomo. Ma il loro successo sarebbe la fine dell'universo simbolico e la riduzione della storia umana alla biologia. Per questo la dimensione dell'anima ritorna nella speranza che solo il Dio che l'anima percepisce è la realtà che può salvare il mondo reale creato dall'uomo.

    Gianni Baget Bozzo



  6. #56
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    Predefinito "Una Festa tra nostalgia e oblio"

    .
    "Il Giornale di Vicenza" 24-XII-07

    L’EDITORIALE
    Una Festa che spazia fra la nostalgia e l’oblio

    Pietro Nonis


    In una delle amare considerazioni che negli ultimi anni delle sua vita giocata fra la luce delle fede e l’oscura, realtà della sofferenza padre Turoldo esclamava "Dio ci perdoni i nostri Natali!".
    Vedeva crescere, lui che era, nato e diventato grande in un Friuli povero ma cristiano, la distanza fra il modo con cui vivevano il mistero del Natale i contadini, gli operai (braccianti e manovali, per lo più) e i poveri costretti all’emigrazione, quando egli, nato nel primo dopoguerra, già nell’umile famiglia, nel villaggio piantato fra le montagne e il mare viveva una primavera dura eppure incantevole, a far godere la quale bastavano i valori assimilati in casa, fra stalla e focolare, e in chiesa, dove si continuava a cantare, prima e durante le feste, l'antica canzoncina di Alfonso de Liguori (1696 - 1767) "Tu scendi dalle stelle...A te che sei del mondo/il creatore, or manca, pan e fuoco, o mio Signore".
    Non credo che fosse nostalgia, o almeno non soltanto quella, la sofferenza che l'alto poeta friulano provava, quando si avvicinavano le feste natalizie.
    Era, piuttosto, la constatazione che nel fervore sempre più vivo e festevole, anzi festaiolo, da cui veniva agitata la fine di dicembre e la prima parte dell'anno nuovo, tradizionalmente culminante nell'Epifania (che in Veneto e Friuli accendeva, in pianura e sui colli, grandi fuochi augurali) appariva spenta o languente la causa prima dell’impagabile gioia legata al Natale.
    Turoldo - prima e meglio di noi, con la profonda sensibilità del poeta - riscontrava, semplicemente, che il mistero della Natività era sparito, dissolto nella sua essenza profonda, lasciando di sè, nella memoria del cuore di molti "credenti" - che continuano a credere di credere - una specie di crisalide, un vuoto involucro.
    Da quando il poeta friulano se n’è andato, l’involuzione dell’antico sentimento del Natale è accentuata.
    Anche se auguri e doni, col miglioramento delle nostre condizioni di vita, sono diventati più consistenti, le festività di fine anno (come sempre più spesso si chiamano cancellando l’evento natalizio anche nell’espressione verbale) appaiono per così dire materializzate.
    Sono diventate un meccanismo funzionale a quella concezione della vita, individuale e sociale, che equivale a una diffusa forma di ateismo pratico. A differenza di quello teoretico, che suppone un sistema di pensiero, una filosofia pesantemente esemplata nel marxismo, l'ateismo pratico consiste, semplicemente, nel pensare, agire e vivere come se Dio non esistesse.
    Il Bambino nato, secondo i vangeli, a Betlemme, è la vittima più illustre, ma non l'unica di un simile convincimento. L'altra vittima, di conseguenza, è quella che un tempo - diciamo da Socrate, Platone, Aristotele in poi - si chiamava anima, il principioo vitale e sostanziale che sopravvive anche dopo la morte.
    Nelle forme tipiche del suo pensiero e del costume che ne consegue, l'Occidente sembra non crederci più, se si sta alla maggioranza di agnostici o scettici che appare caratterizzata da quello che Benedetto XVI chiama "relativismo", ossia dall'esclusione dell'Assoluto trascendente, dal reale Dio, dalla vita attuale del Cristo risorto. (sic)
    naturalmente non si può escludere la serie di miglioramenti, di benefici, di effettive conquiste che caratterizza positivamente la nostra epoca. Limitandoci al nostro territorio dobbiamo considerare come provvide conquiste l'elevazione del tenore di vita e della durata media di questa, le migliorie intervenute nella salute, nel livello culturale, nella sfera della giustizia sociale, nella valorizzazione e difesa delle libertà personali. Sarebbe possibile, anche se non facile, collegare il bene che connota a livelli diversi il mondo di oggi con il messaggio cristiano risuonato prima a Betlemme, alla nascita di Cristo, e poi in Galilea dove egli fece il "discorso della montagna", in cui furono beatificati i poveri e Dio fu proclamato Padre universale. ma il collegamento con la grotta-stalla di Betlemme che vide nascere da Maria, quella notte oramai lontana, il Bambino, resta precario, poco sentito, attenuato negli effetti che pure poteva produrre. La Natività, insomma, rimane una festa, e continua a mewttere in movimento traffici, commerci, iniziative turistiche e vacanziere, ma non è più quella che pur conoscemmo, in condizioni, magari disagiate, tanti anni orsono. Buon Natale, comunque, a tutti.






    Lettera al direttore del Giornale di Vicenza


    Egregio direttore,

    leggo l'editoriale del GdV del 24 dicembre sul tema "Una Festa fra la nostalgia e l'oblio". L'articolo si lascia leggere (a parte qualche espressione francamente astrusa tipo "l'Assoluto trascendente escluso dall reale Dio e quindi dalla vita attuale del Cristo Risorto"), anche se aggiunge poco a quanto già letto e sentito innumerevoli volte sul degrado del senso del Natale come aspetto del generale degrado della fede.
    Ciò che stupisce è però la firma: non si tratta infatti di uno dei tanti sociologi pret- à-porter od "osservatori del costume" di cui pullula la nostra stampa, ma nientemeno che di S.E. Pietro Nonis, "vescovo emerito" di Vicenza.
    Possiamo dire che da un vescovo ci saremmo aspettati qualcosina di più che una diagnosi, certo esatta, ma alquanto freddina, dell'attuale crisi di fede? Vogliam dire che ci saremmo aspettati , oltre alla diagnosi, almeno un abbozzo di terapia? Invece, a leggere le parole sconsolate del "vescovo emerito" sulla perdita del senso del Natale, sembrerebbe che si trattasse di un fenomeno inevitabile e irreversibile.
    Forse perché, come membro della Chiesa docente, dovrebbe sentirsi almeno in parte responsabile di tale crisi? Ma il Vaticano II non dovreva essere la "nuova Pentecoste", non doveva aprire una stagione di nuova giovinezza della Chiesa? E poiché il corso attuale della barca di Pietro non è stato deciso dall'alto dei cieli, ma è tutto opera di uomini, largamente contestati da altri uomini, come mai un vescovo emerito non prova nemmeno a domandarsi se sia atato commesso qualche errore? Siamo proprio sicuri, per esempio, che la ricerca ossessiva del "dialogo interreligioso" non sia tra le cause di quel "relativismo" deplorato da Benedetto XVI (anche lì, però, con una diagnosi senza terapia)?
    Quando poi si legge che il Bambino nacque "secondo i vangeli" (minuscola d'obbligo) a Betlemme (secondo i vangeli, quindi non è detto che le cose siano andate proprio così) ecco affiorare dalle stesse parole del "vescovo emerito" quello scetticismo - di origine modernista -che egli deplora nella società.
    Che monta poi far riferimento al miglioramento del tenore di vita e della durata media di questa, più le altre (presunte) "conquiste sociali" (dove la vede Nonis "le migliorie nella giusitizia sociale, nella valorizzazione e nella difesa delle libertà personali" nel mondo di Enron, della globalizzazione, della guerra preventiva, delle leggi Mancino e Mastella?) Che interessa tutto ciò a un vescovo, che dovrebbe preoccuparsi unicamente della "gloria Dei", della"salus animarum", e del bene naturale eventualmente solo come conseguenza di quelli? Si potrebbe anzi dire che tali "conquiste", aumentando il benessere, allontanano vieppiù le anime da Dio.
    D'altra parte, si sa, i "mea culpa" si fanno solo rispetto al lontano passato (e non sono atti di umiltà ma di superbia, perché sono in realtà degli "eorum culpa": guardate come siamo bravi noi rispetto a quelle scamorze dei nostri predecessori).

    Franco Damiani.


  7. #57
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    Predefinito "Far fruttificare" il vizio?

    La Difesa del popolo, settimanale della diocesi di Padova
    9 dicembre 2007
    Cent'anni: 2002-2003

    Gay e credenti

    L'appuntamento del Padova pride diventa occasione per un inedito confronto

    La prima metà di giugno, per tradizione secolare, a Padova significa soprattutto attesa e preparazione alla festa di sant'Antonio.
    Nel 2002, invece, quelle stesse giornate diventano il palcoscenico per l'appuntamento italiano del Gay pride. Come già a Roma durante il giubileo, la concomitanza di date pare fatta apposta per suscitare reazioni, con l'estrema destra che minaccia controiniziative, il comune che alla fine rifiuterà il patrocinio, il mondo cattolico che domanda ragione di una scelta letta come un affronto alla sensibilità religiosa dei padovani. Per la Difesa, tuttavia, il Padova pride si trasforma in un preziosa occasione per riaprire un dibattito sulla condizione omosessuale che il settimanale diocesano - tra la sorpresa di mezza Italia - aveva già inaugurato nel 2001 dedicando una sere di articoli all'esperienza dei gay credenti.
    In città dal 1997 hanno un punto di riferimento nel gruppo Emmanuele, che si incontra due volte al mese in una parrocchia per portare avanti il suo lavoro di riflessione sui temi esistenziali legati alla spiritualità e alla Parola.. Non è un'esperienza delle più pubblicizzate, ma vive a pieno titolo nel cammino pastorale della diocesi. "Nella consapevolezza - spiegano alla Difesa - che la condizione omosessuale non costituisce un ostacolo , ma rappresenta anzi uno dei talenti che il Padre ha dato a ciascuno di noi e che, come gli altri, è da far fruttificare". Il gruppo Emmanuele l'8 giugno parteciperà al Padova pride così come Gianni Geraci, portavoce dei gruppi omosessuali cristiani in Italia, che pure il settimanale diocesano intervista. E nelle settimane precedenti l'evento arriva la riflessione congiunta del coordinamento di pastorale cittadina e dei frati del Santo a chiarire ancor meglio i cardini di un percorso che - seppur tra cautele e fatica - la chiesa cattolica ha da tempo intrapreso per consegnare al passato ogni rifiuto e ostilità preconcetta. "La fede è chiamata a dare un senso a questa realtà perchè ciascuna persona possa sentire le parole di Gesù che dice "Alzati e cammina". Una seria riflessione sulle persone omosessuali - spiega il documento che la Difesa pubblica a tutta pagina - chiede anzitutto di fare un po' di verità in noi e di liberarci da molti pregiudizi che coltiviamo nei confronti di questi fratelli e sorelle".
    E dunque no alle generalizzazioni, perché ogni persona non può essere ridotta a un'etichetta o categoria; no ad alimentare sensi di colpa, che vanno invece superati, una volta per tutte; no a un rigorismo capace solo di generare angoscia; no ad atteggiamenti differenti da quelli usati verso l'eterosessualità. "Nella chiesa - commenta il teologo Giuseppe Trentin - non è più possibile continuare a dire agli omosessuali: dovete convertirvi, dovete cambiare. Siamo noi, eterosessuali, a dover cambiare un po', o forse molto, nei confronti delle persone omosessuali e riconoscerle così come sono, e non come noi vorremmo che fossero. Si deve prendere atto della loro condizione esistenziale. In ogni caso la diversità va sempre riconosciuta, non considerata insignificante".
    La chiesa tende la mano e mostra la propria "maternità". In cambio chiede però rispetto, e l'abbandono di forme esasperate di "orgoglio"che cancellano il dibattito e rinchiudono negli steccati dell'ideologia.
    Tempo altri quattro anni, e a Padova una delibera di consiglio comunale apre mezza porta al riconoscimento ufficiale delle convivenze omosessuali attraverso la discussa attestazione anagrafica di vincolo affettivo. Ma questa, a ben guardare, è un'altra storia.

    .

    Lettera al direttore della "Difesa del popolo"

    Spett. direttore,

    ho letto l'articolo della "Difesa" sul "Padova pride" del 2002 e vi ho appreso parecchie notizie interessanti: per esempio che "la condizione omosessuale non costituisce un ostacolo, ma rappresenta anzi uno dei talenti che il Padre ha dato a ciascuno di noi e che, come gli altri, è da far fruttificare". Quindi, se capisco bene, gli omosessuali non sono affatto chiamati a pentirsi e a correggersi del loro vizio, ma a coltivarlo e a "farlo fruttificare" al massimo. Ammetterà che si tratta di una prospettiva rivoluzionaria nei confronti della morale tradizionale che classificava il "peccato contro natura" tra i peccati "che gridano vendetta al cospetto di Dio" (catechismo di S. Pio X) e che lo considerava, presso i popoli antichi, meritevole di morte e, presso le monarchie cristiane, reato penale grave. Inutile naturalmente domandare in quale filosofia, in quale pedagogia e in quale concezione giuridica affondi le radici tale esaltazione del vizio. A me basta ribadire che non ha alcun fondamento nella dottrina cristiana né nella tradizione degli Stati cristiani.
    Più avanti si leggono alcuni categorici "no": no "ad alimentare sensi di colpa, che vanno invece superati una volta per tutte", no "a un rigorismo capace solo di ingenerare angoscia" e infine "no ad atteggiamenti differenti da quelli usati verso l'eterosessualità".
    Mi pare francamente che stiamo cadendo nell'eccesso opposto a quello presunto che si voleva combattere: ma la morale non insegna che il senso di colpa (un tempo "contrizione del cuore") è necessario alla validità stessa della confessione? Che è dovere degli educatori correggere le tendenze sbagliate degli educandi, tendenze che possono portarli solo alla perdizione e all'infelicità? E che comunque è dovere della Chiesa essere inflessibile sulla morale perché la vera "angoscia" è quella prodotta dalle pene dell'Inferno, pene cui sono immancabilmente condannati i sodomiti impenitenti?
    Più sotto si apprende che secondo il "teologo" Giuseppe Trentin (ma una volta i teologi non dovevano camminare nel retto solco tracciato dalla Chiesa?) "non è più possibile continuare a dire agli omosessuali: dovete convertirvi, dovete cambiare". "Siamo anzi noi eterosessuali a dover cambiare un po' o forse molto": frase inquietante anche se seguita dalla precisazione "nei confronti delle persone omosessuali". Perché non sarebbe più "possibile" esortare gli omosessuali al pentimento e alla conversione? Perchè a Trentin e ai suoi amici ciò risulta scomodo? Ma l'"ammonire i peccatori" non è la terza opera di misericordia spirituale, obbligatoria per chiunque e altamente meritoria?
    Non mi è sfuggito il tono di malcelata soddisfazione dell'articolista nel constatare che questo atteggiamento a dir poco sconcertante della Chiesa (si scrive con la maiuscola) ha aperto la strada alla "discussa atttestazione anagrafica di vincolo affettivo", con cui Padova si è posdta all'avanguardia del pubblico riconoscimento del vizio, un ben triste primato per una città un tempo cattolica e una ben triste soddisfazione per un periodico "cattolico", anzi per il periodico della diocesi, oggi antesignano di ciò che per quasi due millenni la Chiesa ha combattuto.
    Infine vorrei sapere se l'illuminato autore dell'articolo, Lei, Trentin e tutti gli altri "cattolici di larghe vedute" affidereste volentieri il vostro figlio minorenne a un educatore notoriamente omosessuale.


    Franco Damiani

  8. #58
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    Predefinito Prefazio III della messa (moderna) del giorno di Natale

    PREFAZIO DI NATALE III
    Il misterioso scambio che ci ha redenti

    È veramente cosa buona e giusta,
    nostro dovere e fonte di salvezza,
    rendere grazie sempre e in ogni luogo
    a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno,
    per Cristo nostro Signore.
    In lui oggi risplende in piena luce
    il misterioso scambio che ci ha redenti:
    la nostra debolezza è assunta dal Verbo,
    l’uomo mortale è innalzato a dignità perenne
    e noi, uniti a te in comunione mirabile,
    condividiamo la tua vita immortale
    .
    Per questo mistero di salvezza, uniti a tutti gli angeli,
    proclamiamo esultanti la tua lode: Santo
    .


    Sbaglio o nelle parole in grassetto è racchiusa l'eresia della redenzione universale?

  9. #59
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    Il Mattino di Padova, 2 gennaio 2008

    Il j'accuse del vescovo

    Formidabili quegli anni. Quando al Vangelo veniva contrapposto il Capitale di Marx e la sfida senza esclusione di colpi tra Chiesa cristiana e Chiesa rossa segnava il corso della storia. Tempi duri, ma esaltati da ideali grandiosi. Del Grande Nemico comunista sono rimaste macerie e parodie ma l'epilogo vittorioso ha assunto via via un sapore agrodolce.
    Lo sa bene il wojtyliano Antonio Mattiazzo, arcivescovo di Padova, a tratti sgomento dinanzi ai nuovi, letali avversari della sua missione pastorale. i totem del consumo sfrenato e dell'edonismo borghese, l'approccio usa-e-getta al sesso, il primato del denaro, l'indifferenza verso la povertà, il disprezzo dei diversi, l'irrisione del matrimonio e della famiglia, l'indifferenza alla vita umana.
    Altro che paradisi proletari, ingannevoli certo, ma almeno fondati su un miraggio egualitario e una morale motivata. Ora è il materialismo "pratico", sganciato perfino da una negazione cosciente della dimensione spirituale (che è ignorata più che respinta sul piano valoriale), a farla da padrone. Come dialogare con chi è indifferente alle categorie di Bene e di Male, e anzi le irride quali relitti d'altri tempi? Cosa replicare a un prete che cede al miglior offerente i dettagli della sua intimità sessuale e pretende di continuare a dirigere una comunità di fedeli? Che dire ai seguaci del nuovo, pervasivo darwinismo sociale, convinti che calpestare i diritti dei più deboli rientri appieno nell'intoccabile sfera della libertà di mercato? Così gli uomini e le donne della Chiesa padovana riemergono da un annus horribilis con la sensazione, malcelata, di rappresentare una minoranza insidiata dai poteri vecchi e nuovi che concorrono ad alimentare coscienza collettiva e stili di vita antagonisti rispetto all'etica evangelica. Una condizione, di per sé, non sorprendente, che ricalca il cristianesimo delle origini: fortemente minoritario, isolato e perseguitato, capace però di trasformarsi in "sale della terra", travolgendo con la forza della parola e dell'esempio idoli e potenze pagane in apparenza invincibili. Accade allora che a conclusione di una stagione scandita dalla sconcertante vicenda di don Sante Sguotti - il cui comportamento ha umiliato la diocesi, lasciadovi cicatrici profonde - la comunità ecclesiale rialzi la testa e, nelle parole del vescovo Antonio pronunciate nell'omelia natalizia, rivolga un messaggio schietto, privo di allusioni felpate, a tratti intransigente.
    Che si apre, con sommo dispetto di chi sogna di relegare gli stranieri al ruolo di servi della gleba, con un ringraziamento al "contributo dei migranti alla natalità e al lavoro". E prosegue con una disamina tagliente del nostro vivere quotidiano: "Siamo lontani dall'ideale di genuinità umana, l'esperieza di tutti i giorni ci mostra il crepuscolo, per non dire le tenebre, nelle quali la nostra società si trova. Le fasce di povertà non diminuiscono mentre è sempre più preoccupante l'aumento delle dipendenze, dall'alcool, dalle droghe, oggi anche dall'uso di Internet".
    Non c'è retorica, né, ci pare, rimpianto dei bei tempi andati, nel j'accuse di Antonio Mattiazzo.
    Che legge nel volto del prossimo i segni dell'infelicità, della solitudine, della stanchezza esistenziale. E si sforza di indicare non un breviario di formule astratte ma una prospettiva di vita liberata dai feticci del consumo, dell'avere, del sembrare. E' una strada scomoda quella offerta ai cristiani. Implica un ripensamento raicale, una critica senza sconti, un rischio di isolamento perfino. ma contiene un "senso", traccia un percorso. Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare, diceva Seneca. Contemporaneo di Gesù, a sua volta condannato a morte.

    Filippo Tosatto


    Lettera al "Mattino di Padova"

    Leggo sul "Mattino" del 2 gennaio l'articolo di Filippo Tosatto "Il j'accuse del vescovo" sull'omelia natalizia di Antonio Mattiazzo.
    Mi viene subito in mente una considerazione: chi è il bersaglio del "j'accuse"? Chi è il responsabile del tremendo sfascio della fede e dei costumi denunciato dal presule con accenti accorati? Nell'omelia infatti non c'è traccia né di diagnosi né di terapia. Perchè è avvenuta la scristianizzazione? Onestà e buon senso vorrebbero che chi è incaricato istituzionalmente dell'evangelizzazione cominciasse dall'autoaccusa (o non sono così bravi oggi nei "mea culpa"?). Invece no: pare che tutto sia avvenuto per colpa del destino cinico e baro. Si resta attoniti, anche perché di tale tipo sono tutte le analisi che fioriscono sulla bocca e sulla penna dei presuli. Identica quella di Nonis recentemente sul "Giornale di Vicenza": loro non c'entrano, loro non c'erano e se c'erano dormivano. Ma dov'erano, che facevano mentre la gente si allontanava dalle chiese, perdeva la fede e con essa anche la semplice moralità e il semplice buon senso? Che cos'hanno fatto per evitarlo? Non è colpa dei pastori se le pecore si disperdono? Possibile che non ci sia neanche la minima traccia di resipiscenza, almeno il dire "qualcosa poteva essere fatto meglio"? No, avanti tutta per la strada che ha portato allo sfacelo. Infatti lo stesso Tosatto, autore dell'articolo, sottolinea che nell'omelia mattiazziana "non c'è rimpianto dei bei tempi andati". Non sia mai detto! Vade retro! Dal "Concilio" non si torna indietro! Non vorremo mica tornare ai bui tempi "costantiniani"! E allora, verrebbe da dire, vi meritate tutto lo sfascio che denunciate. Come non capire, per esempio, che il caso don Sguotti non è che il frutto più marcio dell'aver tolto dai seminari lo studio della teologia dogmatica e morale per sostituirlo con quello della psicologia e della sociologia? E che l'ossessivo ripetere che "il prete è un uomo come gli altri", togliendogli non solo la veste talare, che pure era un validissimo presidio dalle tentazioni, ma anche il ruolo di "alter Christus", per ridurlo a quello di un semplice "presidente di assemblea", è tra le cause principali se non la principale della perdita di autostima e di credibilità di cui soffrono i sacerdoti?
    Il mondo, come si suol dire, fa il suo mestiere: è forse una novità che gli uomini, lasciati a se stessi, sono preda dei demoni del denaro, del sesso, del potere? Bella scoperta, davvero.
    Ma è la Chiesa che non fa più il suo. Come? Relativizzando il suo stesso messaggio quasi avesse paura di offendere i suoi nemici, non contestando più anzi avallando il primato del potere laico su quello religioso, cancellando il nome stesso della Regalità Sociale di Nostro Signore, rinunciando all'obiettivo assegnatole da S. Pio X di ricostruire la società cristiana per ripiegare su quello assai più mediocre ma più comodo di diventare una delle tante agenzia di "moralità", non più originale né più attendibile di altre e relegando in soffitta il concetto stesso di persecuzione.
    E' inutile infatti che Tosatto rievochi con accenti poetici il mitico tempo delle origini: magari i cristiani fossero ancor oggi costretti a fuggire nelle catacombe. Il sangue dei martiri, diceva Tretulliano. è seme di cristiani. Oggi, come pure l'articolista scrive, i discorsi dei vescovi e dello stesso papa suscitano al massimo sbadigli e alzate di sopracciglia. Che parlino pure, insomma, tanto chissenefrega. I veri perseguitati sono altri, e lo sono dagli stessi vertici della gerarchia: sono i cattolici seri, che non hanno svenduto la fede alle lusinghe del mondo moderno. Questo dimostra la follia di aver distrutto le strutture cristiane della società per seguire il miraggio della "laicità" e del "pluralismo". Già, il "pluralismo": non era questo che volevate? E adesso vi lamentate che la "coscienza collettiva" e gli "stili di vita" si siano irrimediabilmente allontanati dal cristianesimo? Ma fate il piacere...
    Ma scusate, il vaticano II non aveva definito "profeti di sventura" quelli che paventavano disastri dall'"apertura al mondo"? Non aveva dichiarato per bocca di Roncalli che la Chiesa guardava al mondo (da sempre ferocemente nemico della religione) "con infinita simpatia"? Che le contrapposizioni del passato erano finite? Che una nuova stagione di feconde conquiste spirituali si apriva con la "Pentecoste" conciliare?
    Diciamo che sarebbe serio almeno un piccolo "scusa" per queste incoscienti trombonate che sono la causa principale del panorama di rovine in cui ci troviamo. Altro che strizzatine d'occhio alla poltica sui migranti e banalità da oratorio sui drogati, gli alcoolizzati e financo gli Internetdipendenti. Un tempo Santa Madre Chiesa insegnava che i mali sociali sono conseguenza di quelli spirituali: riaccendete la fede e anche la società tornerà a camminare per la retta via. Oggi anche questa sapienza è dimenticata e le omelie, non escluse quella di mattiazzo, assomigliano parte a comizi sociologici parte a sagre del "vorrei ma non posso". Abbiamo dimenticato che a Pietro furono conferite ambo le chiavi? Che alla Chiesa Gesù non affidò il compito di fare vuoti appelli buonisti ma di guidare la società sulla via del bene?Pubblica ammenda e promessa di non sbagliare più: così avrebbe fatto un vero vescovo, così per secoli ha fatto la Chiesa domandando perdono non davanti alle TV ma davanti a Dio con il doppio Confiteor della Messa (sacerdote e ministranti prosternati davanti all'altare, fedeli in ginocchio). Prima le colpe proprie, poi quelle degli altri, a cominciare dai propri predecessori del passato che sono già stati giudicati da Dio. Scusa per la nostra mancanza di fede. di carità, di sapienza, per l'orgoglio luciferino che ci ha fatto credere di aver inventato noi la religione rinnegando diciannove secoli di sapienza teologica, morale, liturgica e pastorale.
    Ma questo, appunto, l'avrebbe detto un vero vescovo. Noi dobbiamo accontentarci di Antonio Mattiazzo.



    Franco Damiani

  10. #60
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    Al "Mattino" sul centenario della "Difesa del Popolo"

    Signor direttore,

    nell'articolo di Filippo Tosatto "Uno scudo di carta tra rossi e neri" sul centenario del settimanale diocesano "La Difesa del popolo" si legge a un certo punto: [I]"E' l'età di Papa Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano Ii che cambierà per sempre la Chiesa e la coscienza dei fedeli[/i]".
    Quel "per sempre" è evidentemente un "wishful thinking", una speranza personale di Tosatto, che non credo essere dotato della sfera di cristallo.
    "Per sempre": speriamo di no, anzi certamente no per la Chiesa, che prima o poi Dio ricondurrà sul solco tracciato dalla Tradizione. Certamente no anche per i fedeli e qui posso portare la mia testimonianza personale: nonostante il quarantennale tentativo di lavaggio ecumenico e modernista del cervello, a cambiare la mia coscienza e quella di tanti altri non ci sono riusciti. e, questo posso assicurarlo, finché camperò non ci riusciranno.
    Fa ridere poi che della "Difesa del Popolo" si scriva nel sottotitolo che oggi "graffia i poteri forti". E quale potere più forte della massoneria con le sue ramificazioni? Ebbene oggi, a differenza di un secolo fa, essa è il supporter più sfegatato della Chiesa conciliare.


    Franco Damiani

 

 
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