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Discussione: Semper infideles

  1. #61
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    Predefinito In(d)sultisti anonimi

    Per i gentiluomini in(d)sultisti di "Cattolici Romani".

    Nel luglio dello scorso anno apriste una discussione sulla mia lettera al "Corriere della Sera" a proposito di Roncalli, pubblicata con risposta da Sergio Romano..
    Alcuni autentici gentiluomini aorirono il fuoco contro di me.
    Tal Luca Matteo Paolo, con fine acribia accademica, precise argomentazioni eed eleganza stilistica, sostenne lapidariamente che avevo scritto "un sacco di c....e". .
    Un altro fine teologo, tal Dominicus, affermò che sarei stato prima "lefebvriano", poi sedevacantista. Posso smentirlo: mi sono accostato alla Tradizione tramite "Sodalitium" e non ho mai trovato obiezioni serie alla Tesi di Cassiciacum.
    Un altro ancora affermò che i sedevacantisti non sono cattolici: lo sfido allora a dimostrarmi quale sarebbe il punto di dottrina che non condivido e quale dei requisiti indicati dal catechismo di S. Pio X per essere cattolici non possiederei.
    Un ultimo anonimo alcolista, pardon indultista, scrisse che frequentarei siti "abominevoli". Lo invito caldamemnte a indicarne almeno uno.
    Povero sito "Cattolici Romani", "quanto mutatus ab illo" dai tempi di Augustinus.

  2. #62
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    Predefinito Domenicani degeneri


    Il ritorno della Messa antica: quale la posta in palio?


    Sabato 12 gennaio a Venezia è stato inaugurato il centro culturale San Tommaso dei padri domenicani della basilica dei Ss. Giovanni e Paolo (vulgo S. Zanipolo). La conferenza, tenuta dal padre provinciale dei domenicani d'Italia Riccardo Barile, ha affrontato il tema"Il ritorno della Messa antica. quale la posta in palio?"
    La posizione del relatore è apparsa subito critica nei confronti del motu proprio "Summorum Pontificum": sostenendo che la Messa detta di S. Pio V (anzi, pardon, di Pio V )aveva ingessato la cristianità "in quattro secoli di immobilismo", in cui i fedeli assistevano alla Messa "come estranei e muti spettatori", ha giustficato la riforma di Paolo VI (mai citato Bugnini), che sarebbe, more solito, venuta incontro all'esigenza di "maggior partecipazione popolare", peraltro già avvertita da Pio XII (nemmeno una parola su S. Pio X e sulla sua riforma della musica sacra) e prima ancora dal movimento liturgico del '700 (quello sfociato nello scisma di Scipione Ricci), che aveva solo il torto di essere... elitario e quindi, è parso di capire, troppo in anticipo sui tempi (e infatti ricordiamo i forconi dei contadini toscani - "o Messa antica o bastonate nuove" - rievocati da Tito Casini).
    Curioso il cenno alle "novità" del motu proprio di Benedetto XVI: mentre Paolo VI negava che la Messa antica procurasse il bene delle anime (tanto da averla di fatto proscritta) , Giovanni Paolo II e ora Ratzinger ammettono che "per qualcuno" possa essere buona. La domanda sorge spontanea "si alicui, cur non omnibus?". La preoccupazione di p. Barile è invece che Montini passi per cretino...Altre sue preoccupazioni: l'"effetto domino" (la reintroduzione della Messa antica si porterebbe dietro il ritorno al passato in campo dottrinale (e infatti, dice, "già i lefebvriani proclamano che bisogna tornare indietro anche sull'ecumenismo, sulla libertà religiosa..." ) e il "che cosa c'è dietro?" (a suo avviso, una volontà restauratrice anche nei confronti dei vescovi, che, poverini, si sono sentiti esautorati, e la volontà di "non avere nemici a destra", prospettando ai "lefebvriani", "che rimangono pur sempre scismatici", un rientro soft. Come se di questi "bocconi avvelenati" non avessimo ahimé lunga esperienza).
    In sostanza il prestigioso relatore, che sposa in pieno la teoria ratzingeriana delle "due forme di uno stesso rito" e deplora solo talune stravaganze liturgiche (peraltro a suo avviso enfatizzate dai siti tradizionalisti), pensava di trovarsi di fronte una platea di modernisti preoccupati da tranquillizzare. Invece in prima fila eravamo in tre tradizionalisti a scuotere il capo di fronte ai passaggi più demagogici (come l'anatema per la definizione di "Messa di sempre"). Nel mio intervento, dopo aver ricordato i benefici spirituali grandissimi che mi vengono da oltre dieci anni di frequentazione della Messa tradizionale, ho citato la "Quo primum tempore" laddove istituisce la Messa romana con Indulto perenne (p. Barile, pur criticando per altro verso le approssimazioni della stampa, aveva infatti parlato di "concessione"), il "Breve esame critico" laddove parla di "impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della S. Messa" e il libro di Phazael "Le sacrifice de Cain", che, dopo accurata analisi, definisce le eucarestie conciliari "di natura eretica" e "di ispirazione gnostica, esoterica, simbolista e cabalista".
    La risposta è stata naturalmente "politica". con il solito mezzo sorrisino p. Barile si è compiaciuto per i benefici spirituali da me ricevuti ma ha sentenziato che "chi definisce eretica la nuova Messa è fuori della Chiesa", troncando così con un argomento autoritario il punto cruciale dell'intera questione, che in sostanza, a mio avviso, è questo. se la Messa antica è buona perchè è stata vietata per oltre quarant'anni? E chi porta la tremenda responsabilità di aver negato ai fedeli questo bene insostituibile va valutato sul piano della "cretineria" o su quello del possesso dell'Autorità?
    Me ne dovevo andare subito dopo la risposta per raggiungere (sotto l'acqua di una serata veneziana da canzone di Aznavour) il pontile di Rialto e da lì la stazione. salutati gli amici, ho quindi solo fatto in tempo a vedere con la coda dell'occhio il successivo ascoltatore che interveniva: era padre Konrad zu Loewenstein, il sacerdote della Fraternità San Pietro che celebra ogni giorno la Messa tradizionale a S. Simon Piccolo. Mi hanno detto che il suo intervento ha ruotato intorno alla nozione di "sacrificio" (sulla quale p. Barile aveva affermato che il sacrificio della Messa si compie attraverso un convito rituale).
    Chicca finale: parlando della sua opinione ("ognuno di noi ne ha una e non è onesto nasconderla") il provinciale d'Italia dei domenicani ha testualmente affermato: "la Verità non esiste". Da Tolosa e da Roma si sono sentiti sordi brontolii: erano San Tommaso e il domenicano S. Pio V che si rivoltavano nella tomba.

    Franco Damiani

  3. #63
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    Predefinito L'anticristo Ratzinger nega la divinità di N.S. Gesù Cristo

    L’enseignement hebdomadaire du maintien de la foi

    FIDEM SERVAVI

    « J’ai gardé la foi » - II Timothée 4 / 7

    N° 9

    Prieuré saint Pierre et saint Paul

    Le prieuré – 6, rue du Chapité – 25920 Mouthier Haute-Pierre



    dimanche 2 mars 2008

    Ce sermon peut être téléchargé au format .WMA ou .mp3 depuis le site http://fidemservavi.info/ à l’adresse suivante :

    http://fidemservavi.info/index_sermons_abbe_Marchiset.htm




    Résumé

    Quelques précisions sur les propos des actuels antichrists. La multiplication des pains, préfiguration de l'institution de la sainte Eucharistie. De l'union à Notre Seigneur Jésus-Christ dans la communion.





    Sermon du « quatrième dimanche de Carême »

    Mes bien chers frères,

    Nous voici arrivés à la Mi-Carême. Celle-ci se situe plus exactement jeudi dernier, et c'était l'occasion pour Dom Guéranger dans son année liturgique de préciser combien nous pouvions placer quelques nourritures supplémentaires sans toutefois rompre le jeûne et les efforts de cette sainte quarantaine. Toutefois « la solennité ecclésiastique, dit-il, se trouve transférée au dimanche suivant (c'est-à-dire aujourd'hui) dans la crainte qu'une trop grande liberté ne vint altérer en quelque chose l'esprit du jeune: aujourd'hui rien ne s'oppose à la joie des fidèles et l'Église elle-même les y convie ».

    « Le motif de l'Église, poursuit Dom Guéranger, en exprimant aujourd'hui l'allégresse dans la sainte Liturgie, est de féliciter ses enfants du zèle avec lequel ils ont déjà parcouru la moitié de la sainte carrière, et de stimuler leur ardeur pour en achever le cours ».

    Alors ici encore, considérons la sagesse de l'Église dans son enseignement dans ce cours du Carême. Car si je résume ces trois dimanches passés, nous avons vu au premier dimanche, la nature de la tentation et les moyens pour repousser celle-ci : la pratique du jeûne, de la piété et de l'Aumône ainsi que quelques autres résolutions pour effectuer le Carême comme le désire l'Église. Au second dimanche nous avons regardé le but à atteindre pour nous stimuler, à la fois pour notre pèlerinage ici-bas et dans ce temps de Carême, c'était la transfiguration de Notre Seigneur Jésus-Christ au Thabor, avec son programme de vie spirituelle. Et puis dimanche dernier, nous avons parlé des périls causés par les ennemis invisibles (auxquels j'ai rajouté le danger de l'apostasie causé par les ennemis visibles de nos âmes) pour nous faire chuter, et puis aujourd'hui, avec la multiplication des pains, c'est la nourriture de nos âmes qui nous est préfigurée, la communion à Notre Seigneur par la réception de la sainte Eucharistie pour augmenter en nous la vie de la grâce, que se soit, là encore, d'une manière générale dans notre pèlerinage ici-bas, ou que se soit tout particulièrement pendant le Carême qui en est comme le raccourci.

    Aussi, avant de regarder avec vous cette multiplication des pains et son enseignement, je voudrais revenir et préciser quelque peu ce que je vous ai dit dimanche dernier à propos des ennemis visibles de nos âmes. Je pense que cela est nécessaire, car même si nous sommes en ce dimanche de 'Laetare', de la joie, nous vivons celui-ci dans des conditions telles, que nous ne pouvons pas, ne pas tenir compte du contexte dans lequel nous sommes. Par conséquent, je vous ai cité dimanche dernier, ce que nous pouvons savoir des ennemis visibles de nos âmes par les saintes Ecritures, par l'Apôtre saint Paul dans son Epître aux Thessaloniciens particulièrement, par les commentaires de saint Thomas d'Aquin sur cette Epître, et puis je vous ai fait remarquer combien l'on connaissait au Moyen Age ce que seraient ces antichrists, précurseurs eux-mêmes de l'Antéchrist, puisque les commentaires sur l'Apocalypse, de Beatus de Liebana, constituaient l'ouvrage le plus lu dans les monastères à cette époque.

    Alors, puisque je n'ai fait qu'évoquer les propos de cet antichrist Joseph Ratzinger, je vais revenir sur ceux-ci. Tout d'abord je vous rappelle brièvement ce que dit ce commentaire sur l'Apocalypse de Beatus de Liebana qui a l'avantage de présenter la pensée des Pères de l'Église :

    « Toutefois j'ai dit qu'on les accusait à tort, tous (Beatus de Liebana parle de ceux qui, déguisés avec des peaux de brebis, ont l'air vertueux mais au-dedans sont des loups ravisseurs) parce qu'ils ne s'élevaient pas ouvertement contre l'Église à laquelle ils affirment être unis, se disant fils de Dieu, ils tendent des pièges aux fils de Dieu (…) ne proférant pas ouvertement des imprécations contre l'Église, ils font cependant partie du mystère d'iniquité , sous couleur de sainteté ».

    Et le commentaire poursuivait en disant:

    « Que lorsque viendra le temps où l'Antéchrist se manifestera (…), alors on comprendra et on connaîtra tous ceux qui auparavant sous le simulacre de religion, cachant sous des paroles occultes des imprécations contre Dieu, mais qui à présent parleront comme l'Église catholique ».

    Par conséquent, si l'on retient bien ce passage du commentaire, il faut comprendre que ces antichrists, tout en ne s'élevant pas ouvertement contre l'Église et affirmant au contraire lui être unis, sembleront parler comme l'Église. C'est ce qui constituera le piège tendu aux fils de Dieu, en attendant la manifestation de l'homme de péché, l'Antéchrist.

    Eh bien, c'est ce que nous constatons, déjà dans les écrits et les discours de ce super moderniste Joseph Ratzinger. Par son modernisme par conséquent, qui nous l'avons vu, est la négation de Notre Seigneur Jésus-Christ, et puis si nous analysons pratiquement chaque semaine ses propos, nous constatons effectivement son enseignement qui semble être celui de l'Église mais qui en réalité n'en est absolument point.

    Alors je vous donne quelques exemples précis. Je vous ai parlé de ce qu'il écrit dans son ouvrage Jésus de Nazareth , sur la Transfiguration : pas d'affirmation de la théophanie, de la manifestation de la sainte Trinité. Pas même une allusion au Saint-Esprit. Et ce qui plus récent, c'est ce qu'il a dit dans son sermon il y a quinze jours sur la Transfiguration précisément. Voici qu'il dit :

    « La Transfiguration est un événement de prière. En priant, Jésus se plonge en Dieu, s'unit intimement à Lui, adhère avec sa volonté humaine à la volonté d'amour du Père, et ainsi la lumière l'envahit et la vérité de son être devient visible : Il est Dieu, Lumière née de la Lumière ».

    Ainsi, si l'on ne fait pas trop intention et surtout si l'on ne retient que sa conclusion, l'on se dit : « très bien, il affirme ce que nous trouvons dans le prologue de saint Jean (le passage du dernier Evangile que nous lisons à la fin de la messe), « Jésus est Dieu, Lumière né de la Lumière », et bien sûr ce que nous chantons dans le Credo ».

    Or, ce qui est très subtil, et c'est bien là qu'il faut reconnaître sa négation de la divinité de Notre Seigneur Jésus-Christ, c'est que pour lui, Notre Seigneur doit se plonger en Dieu et qu'il doit adhérer avec sa volonté à la volonté d'amour du Père pour être envahit par la lumière et qu'ainsi son être devienne visible. Alors l'on se demande bien où est passé la volonté divine de Notre Seigneur Jésus-Christ ? C'est bien là le problème. Il est Dieu, oui, mais dans le sens de ce passage, cela tend à vouloir dire que Jésus est devenu Dieu suite à "l'invasion de la lumière" divine.

    Or, que nous disait Mgr Gaume dans son Catéchisme de persévérance à propos de la Transfiguration. Je vous ai cité ce passage, car celui-ci avait l'avantage de résumer toute la doctrine catholique à ce sujet :

    « L'état glorieux dans lequel il venait de se montrer, était son état naturel, et le miracle n'était pas qu'il eût part quelques moments dans cette gloire propre du Fils unique du Père, mais que par un effet de sa toute puissance, il la renfermait au-dedans de Lui-même, et qu'il l'empêchait de frapper et d'éblouir tous les yeux ».

    C'est cet état glorieux dont bénéficièrent Pierre, Jacques et Jean à la Transfiguration. Nous voyons donc combien nous retrouvons là cette négation de la divinité de Notre Seigneur Jésus-Christ. Ainsi, si nous lisons maintenant les propos fort ambigus de Joseph Ratzinger-Benoît XVI après ces remarques, nous voyons quel est sa pensée: ce personnage-là, sous toutes ses apparences trompeuses, nie que Notre Seigneur Jésus-Christ soit le Verbe de Dieu qui a assumé la nature humaine. Jésus se plonge en Dieu, car c'est un homme bon et parfait, mais initialement bien distinct de Dieu. Sa volonté humaine adhère à la volonté de Dieu, oui, mais il n'y a pas de volonté divine en Jésus ! Cela ne transparaît pas dans les paroles de Joseph Ratzinger.

    Eh bien, cela, mes bien chers frères, ce
    n'est ni plus ni moins que de l'arianisme. Et il ne se passe pas une semaine, je vous l'ai dit, sans que l'on découvre ces sortes de propos, niant très subtilement la divinité de Notre Seigneur Jésus-Christ. Disons que d'une manière générale dans l'enseignement qui est donné par ces antichrists nous découvrons que pour eux, Notre Seigneur a dû recevoir quelques compléments, en quelque sorte, dans sa vie terrestre pour être Dieu. Ici à la Transfiguration c'est pour être illuminé par son Père, mais vous trouvez également dans l'entourage de Joseph Ratzinger ces mêmes négations. Tout dernièrement le pseudo « cardinal » Vanhoye qui a prêché la retraite au Vatican, à Joseph Ratzinger par conséquent, explique au journaliste de l'Osservatore Romano qui lui pose une question sur ce que signifie l'affirmation « prêtre selon l'ordre de Melchisédech » à propos du Christ. Voici ce que ce prédicateur, ce pseudo cardinal répond, entre autre :

    « (…) Il s'agit donc d'un prêtre qui correspond à l'image du Fils de Dieu, qui est vraiment devenu prêtre à travers son sacrifice , qui remplace tous les sacrifices antiques (…).

    Alors il faut bien sûr analyser ce passage qui contient toujours ces mêmes erreurs christologiques, ici cela touche évidemment l'union hypostatique de Notre Seigneur.

    En disant que « le Fils de Dieu est vraiment devenu prêtre à travers son sacrifice » , et vous sentez bien que ce langage n'est pas catholique, ce pseudo cardinal nie que Notre Seigneur soit substantiellement prêtre, et donc de façon plénière, en vertu de l'union hypostatique . Là encore, nous le voyons, il faut que Notre Seigneur accomplisse son sacrifice pour devenir vraiment prêtre. C'est incroyable, mais c'est bien ainsi qu'il conçoit Notre Seigneur Jésus-Christ ! Et cela se prouve encore par le fait qu'il dit que c'est la réalisation de la Passion qui a formé dans l'humanité du Christ les deux relations essentielles pour la médiation sacerdotale.

    Voici ce qu'il dit exactement :

    « La passion est un sacrifice de consécration sacerdotale, car elle a formé dans l'humanité du Christ les deux relations essentielles pour la médiation sacerdotale : la relation avec Dieu et la relation avec ses frères ».

    Alors qu'il faut dire, selon la doctrine catholique, que Notre Seigneur possède ces deux relations essentielles de par son union hypostatique et qu'il manifeste celles-ci dans sa Passion.

    Voilà, mes bien chers frères, un aspect de ces erreurs particulièrement graves, car celles-ci nient par conséquent la divinité de Notre Seigneur Jésus-Christ. Ce sont donc ces erreurs subtilement introduites dans tous ces propos, ce genre d'erreurs qui ont déjà eut des conséquences, car c'est ce même genre d'erreur que nous retrouvons dans la nouvelle forme de l'épiscopat dans le rituel Pontificali Romani de Montini-Paul VI de 1968.

    C'est l'hérésie de l'onctionisme du Père Lécuyer. Tout cela vous est connu de par les études du Comité Rore Sanctifica. C'est l'hérésie de l'onctionisme du Père Lécuyer, par conséquent, qui définit une « consécration sacerdotale, conférée de façon encore imparfaite à la conception virginale, et de façon plénière au baptême, quand Jésus sera oint visiblement pour son apostolat public ». Dixit le père Lecuyer.

    Cet onctionisme par conséquent, nie que le Christ soit substantiellement prêtre, et donc de façon plénière, en vertu de l'union hypostatique. Or, comme le rappelle saint Thomas que je vous ai déjà cité, et je me rappelle vous avoir dit que « cela est relativement facile à comprendre ». Eh bien je le reprends ce matin. Voici ce que dit saint Thomas :

    « La nature humaine, sans aucun mérite antérieur, fut unie, dès le premier instant de son existence, au Verbe de Dieu dans une telle unité de personne que le Fils de Dieu fut le même être que le Fils de l'homme et le Fils de l'homme le même être que le Fils de Dieu » (Enchir. xi . - S. Thom. iii Part. q. xxxii , art. 1).

    Voilà la saine doctrine catholique. La nature humaine du Christ possède donc, mes bien chers frères, la plénitude du Sacerdoce dès le premier instant de son existence et ce Sacerdoce n'est nullement ‘complété' lors de sa vie terrestre. Il n'y a donc pas de « complément » à son Sacerdoce, fut-il la « grâce épiscopale », que le Christ puisse recevoir au moment du baptême du Jourdain, de même que Notre Seigneur ne devient pas vraiment prêtre en réalisant son sacrifice, il est, comme le rappelle fort bien l'Apôtre Saint Paul dans son Epître aux Hébreux, Epître qui est capitale, Il est « le grand Prêtre des biens à venir », c'est ce qui nous sera cité dimanche prochain, « Le Grand Prêtre des biens à venir qui a traversé un tabernacle plus grand et plus parfait, qui n'est pas fait de mains d'homme, c'est-à-dire, qui n'appartient pas au monde d'ici-bas ».

    Nous voyons donc combien tous ces propos des antichrists, ces paroles occultes, comme le dit Beatus de Liebana, car niant d'une façon fort subtile la divinité de Notre Seigneur, ressemblent à l'enseignement de l'Église, mais en réalité n'en est absolument point. Et c'est en cela qu'il faut comprendre que ces antichrists tout en ne s'élevant pas ouvertement contre l'Église, ils s'en gardent bien, et affirmant au contraire lui être unis, sembleront parler comme l'Église. C'est, je vous l'ai dit, ce qui constituera le piège tendu aux fils de Dieu, même dans la majorité traditionnelle, en attendant la manifestation de l'homme de péché, l'Antéchrist.

    Voilà donc, mes bien chers frères, ce que je voulais vous dire afin de bien comprendre qu'elle est la situation dans laquelle nous sommes. Car les fidèles qui se disent catholiques sont trompés. Non seulement ceux qui se réclament de l'église conciliaire, mais encore la majorité des clercs et des fidèles qui se réclament de la tradition. Et vous savez bien pourquoi je précise : de la tradition avec un petit t, car ceux-ci faisant partie de cette ensemble que j'appelle la majorité traditionnelle, sont plongés dans le mensonge des erreurs doctrinales sur l'Église et son magistère. Alors, quelque soit le combat de ces derniers , voire même leur fermeté, et malgré leurs désirs d'expliquer la situation, je pense particulièrement à un confrère qui vient d'essayer de faire correspondre l'avant dernière devise de saint Malachie à l'abbé Joseph Ratzinger, et qui ne comprend toujours pas, je remarque cela en lisant son article, qui ne comprend toujours pas la véritable signification de l'éclipse de l'Église dont nous parle de Notre Dame de La Salette. Peut-être qu'au Mexique, puisque celui-ci se situe dans ce pays, les éclipses de soleil sont différentes que dans le reste du monde. Eh bien, quelques soient leurs combats, ceux-ci croient toujours « marcher sous la bannière des clés apostoliques », c'est ce prévoyait la Constitution de la Haute-Vente de la Franc-Maçonnerie, et c'est ce nous trouvons annoncé dans l'Apocalypse. Le commentaire de Beatus de Liebana le soulignait déjà au Moyen Age à partir des écrits des Pères de l'Église:

    « (…) le diable a inventé cette supercherie afin de pouvoir mieux parvenir à en imposer aux religieux au nom de la religion . (…) ».

    Il n'est donc pas question d'inventer, en allant fouiller de malheureux arguments, chez saint Robert Bellarmin particulièrement, il n'est donc pas question d'inventer « un devoir de désobéissance » à ces autorités que la majorité traditionnelle considère toujours comme légitimes.

    Alors maintenant, mes bien chers frères, regardons cet enseignement bien particulier de l'Église en ce quatrième dimanche de Carême. Il ne manque pas d'auteurs pour nous le développer, mais je m'inspirerai principalement des commentaires de Dom Guéranger sur ce dimanche, et puis de ce que nous dit Mgr Gaume à propos de la multiplication des pains, et puis je développerai quelque peu avec vous la doctrine sur la communion, en regardant ce que nous en dit l'abbé Buathier, que certains connaissent, dans son ouvrage sur le saint Sacrifice de la Messe.

    Il est évident que je ne vais pas regarder avec vous toutes les significations et les origines liturgiques de ce dimanche de Laetare, significations qui sont très enrichissantes à plusieurs égards, mais je vais retenir bien sûr la plus importante, celle que la liturgie désigne sous le nom de Dimanche des cinq pains .

    Cette désignation correspond, vous l'aurez compris, à ce miracle de la multiplication des pains opéré par Notre Seigneur, et cet Evangile et son enseignement, en même temps qu'il complète le cycle des instructions du Carême, constituent donc une des causes des joies de cette journée, de ce dimanche.

    « Nous perdons de vue un instant la Passion imminente du Fils de Dieu, nous dit Dom Guéranger, pour nous occuper du plus grand de ses bienfaits : car sous la figure de ces pains matériels multipliés par la puissance de Jésus, notre foi doit découvrir ce « Pain de vie descendu du ciel, qui donne la vie au monde » (Jean 6, 35).

    Voici ce que dit Dom Guéranger. Alors voici maintenant ce que nous devons savoir du contexte de ce miracle qui vient de nous être relaté par saint Jean. Je vous cite donc ici ce que nous en dit Mgr Gaume dans son Catéchisme de persévérance , car notre bon auteur anti-libéral, nous explique fort bien cela. Voici ce qu'il dit :

    « Tous ces miracles, et surtout celui de la multiplication des pains, n'étaient que le prélude et l'annonce d'un autre bien plus admirable. Par cette multiplication merveilleuse, le Fils de Dieu avait voulu préparer les esprits au grand prodige de l'Eucharistie (comprenez ‘prodige' comme miracle de l'Eucharistie). En effet, dès le soir même, étant de retour à Capharnaüm, il annonça au peuple qui était venu l'écouter, plus nombreux que la veille, qu'il leur donnerait un pain meilleur que celui dont il les avait rassasiés, un pain plus céleste que la manne dont leurs pères s'étaient nourris dans le désert ».

    Et Mgr Gaume rassemble en un seul passage toutes les paroles de Notre Seigneur sur ce que l'on appelle, le discours du pain de vie, ces versets du chapitre 6 en saint Jean par conséquent. Laissez-moi vous les rappeler :

    « C'est moi, leur dit-il, qui suis le pain vivant descendu du Ciel. Vos pères ont mangé la manne dans le désert, et ils sont morts. Mais pour ce pain descendu du Ciel, dont je vous parle, il est tel que celui qui en mange ne mourra point. C'est moi, je vous le dis encore, c'est moi qui suis descendu du Ciel, c'est moi qui suis le pain vivant; quiconque mangera de ce pain recevra le germe de l'immortalité et le gage d'une vie éternellement heureuse. Ce pain, que je vous donnerai quand le temps sera venu, c'est ma chair qui sera immolée pour le salut du monde ».

    Et nous savons que les juifs en entendant ces paroles disputaient entre eux, disant: « Comment cet homme-ci peut-il nous donner sa chair à manger? ».

    « Loin de les détromper, continue Mgr Gaume, le Sauveur ne répondit à leur embarras que par une nouvelle confirmation de sa doctrine. En vérité, reprit-il, en vérité, je vous le dis; si vous ne mangez la chair du Fils de l'Homme, et si vous ne buvez son sang, vous n'aurez point la vie en vous. Au contraire, celui qui mange ma chair et qui boit mon sang a la vie éternelle. Il en porte le gage dans lui-même, et je le ressusciterai au dernier jour (j'ouvre ici une parenthèse, je vous ai dit comment en latin cela se traduit par « et Ego ressuscitabo in novissimo die », « in novissimo die » c'est le premier jour de la vie éternelle) et pour lui faire posséder un bonheur qui ne finira jamais; car ma chair est vraiment une nourriture, et mon sang est vraiment un breuvage. Celui qui mange ma chair et qui boit mon sang demeure en moi et moi en lui. Et de même que mon Père, qui est le Dieu vivant, m'a envoyé sur la terre, et que je ne vis que pour mon Père; ainsi, celui qui me mange vivra pour moi. Je vous le répète, c'est ici le pain descendu du Ciel. Il n'en est pas comme de vos pères qui ont mangé la manne et qui sont morts; celui qui mange ce pain-ci vivra éternellement ».

    Telle fut cette annonce du grand mystère de nos autels, mes bien chers frères, mystère, que Notre Seigneur a tant désiré réaliser et qui tient par conséquent une si grande place dans le plan de la Rédemption. Mgr Gaume le souligne fort bien. Voici ce qu'il dit :

    « En effet, nous nous posons la question : quel était le but de l'Incarnation? Sinon de rapprocher l'homme et Dieu, séparés par le péché, en les unissant d'une union intime et permanente. Or, voici l'admirable manière dont s'accomplit cette union déifique dans l'Eucharistie. La vie réside en Dieu comme dans sa source; de là elle se répand sur l'humanité de Jésus-Christ, qui lui est unie. A son tour, l'humanité de Jésus-Christ s'unit aux hommes par la manducation, et leur communique la vie dont elle est remplie et toute pénétrée. Cette vie se prend dans le sens le plus étendu et le plus excellent. C'est en même temps la vie de la grâce, la vie de la gloire, et même la vie naturelle qui consiste dans l'union éternelle de l'âme avec le corps ».

    Voilà donc, mes bien chers frères, et si je retiens votre attention, c'est bien pour vous faire comprendre la beauté et l'utilité de l'institution de la sainte Eucharistie, comme nourriture dans notre vie de la grâce ici-bas et pendant ce Carême, voilà donc ce que nous lisons dans les bons manuels de doctrine, ces catéchismes écrits par des auteurs dont nous sommes sûrs, qui ont gardé la foi et qui ont su l'exprimer dans leurs ouvrages.

    Aussi afin de compléter quelque peu cette instruction sur cette admirable moyen que Notre Seigneur a institué afin que s'accomplisse cette union déifique dans l'Eucharistie, je vous cite quelques passages de l'abbé Buathier que nous trouvons dans son ouvrage, je vous l'ai signalé : Le saint Sacrifice de la messe .

    Tout d'abord celui-ci établit cette remarque que nous trouvons du reste bien signalée dans tous nos catéchismes lorsque l'Église nous fait regarder le sacrement de l'Eucharistie, en tant que sacrement précisément, en tant que sacrifice, et en tant que communion. Voici ce que développe l'abbé Buathier à ce propos :

    « Perpétuer ici-bas le souvenir du Calvaire et reproduire sur l'autel la réalité du sacrifice de la croix, dit-il, tels sont les deux premiers buts de la messe. Elle en a un troisième, d'un caractère essentiellement pratique, celui d'appliquer aux âmes les mérites acquis par la mort du Rédempteur. « Sur la croix, Jésus-Christ se livrait pour tous les hommes en général ; à l'autel, il distribue à chacun une part de ses mérites ».

    Et l'abbé Buathier ajoute :

    « Mais le sacrifice qu'il y accomplit ne donne point encore actuellement aux hommes les grâces dont il est la source, il les y prépare et les dispose à les recevoir par l'expiation préalable qu'il opère du péché. C'est par son sang et sa mort qu'elle se fait, et c'est par les sacrements, et surtout par la Sainte Eucharistie, que la grâce de Jésus-Christ est communiquée. Le sacrifice de la croix (écoutez bien comme cela va être fort bien dit) est donc le sacrifice de rédemption et de mérite, car il mérite tout, mais il ne donne et n'applique rien ; et le sacrifice de la messe est le sacrifice d'application et de sanctification, car il donne et applique tout, mais il ne mérite rien ».

    Ces propos, avec cette forme d'enseignement, vous l'aurez remarqué, expriment bien cette doctrine que nous devons retenir particulièrement aujourd'hui en ce dimanche de Laetare.

    « En un mot dit encore l'abbé Buathier, le Calvaire est la source, l'autel est le canal ; le Calvaire a recueilli tout le sang de Jésus, l'autel apporte à flots ce sang répandu pour nous, il en arrose le champ des âmes, il le féconde, il y fait germer les semences de la sainteté. En vain les eaux jailliraient de la montagne, si le fleuve ne les amenait dans la plaine. Ainsi, l'immolation du Golgotha resterait inefficace sans la Messe qui en apporte les grâces et qui les distribue ».

    Voilà ce que dit l'abbé Buathier et que je tenais à vous citer, afin que vous puissiez le retenir, mes biens chers frères ; et ainsi nous comprenons pourquoi les actions des ennemis du Christ et de l'Église se sont particulièrement et premièrement portées sur le rituel catholique des sacres épiscopaux. Le démon savait que pour endiguer les grâces qui permettent aux âmes de se sauver, qu'il fallait couper le canal de la grâce et principalement, avant même les réformes sur le rituel du sacerdoce et les réformes sur le saint Sacrifice de la messe, qu'il fallait déjà invalider ce rituel de l'épiscopat.

    Alors comprenons bien que se sont les canaux de la grâce que l'ennemi a coupé, et comprenons aussi combien nous sommes quelques peu privilégiés. Ceux qui m'écouteront ou qui me liront, peut-être déjà cet après-midi ou ce soir, comprendrons qu'ils sont eux-mêmes privés des grâces de Notre Seigneur Jésus-Christ, parce qu'ils se trouvent dans des situations qui ne leur permettent déjà plus, malgré tous leurs efforts, de pouvoir communier, et d'une manière générale de recevoir les sacrements. La religion réduite à l'état de domesticité comporte ce genre de conséquences.

    Alors suivons notre messe, avec les mêmes sentiments que nous aurions eu si nous avions été au pied de la Croix avec la très sainte Vierge Marie, l'Apôtre saint Jean et les saintes Femmes, car la Messe, en effet, nous dit encore l'abbé Buathier:

    « C'est le sacrifice de la croix rapproché de nous. C'est l'immolation d'un Dieu qu'on nous met en quelque sorte dans la main, pour que nous puissions prendre la part qui nous revient, dans le temps, les circonstances, la mesure, et pour le but déterminés par la Providence. Or, il est à notre portée un moyen sûr et doux de rendre plus efficace l'assistance au saint sacrifice, c'est de nous incorporer la Victime par la communion. Non seulement la présence de Jésus en nos âmes accroîtra notre ferveur et rendra ainsi nos dispositions meilleures, mais le sacrement étant la consommation nécessaire du sacrifice, en est aussi le fruit immédiat. C'est pourquoi la messe ne peut s'achever sans la communion [du prêtre] : le sacrifice n'est parfait que lorsque la victime a servi d'aliment ».

    Voilà ce dernier passage de l'abbé Buathier que je voulais vous citer ce matin dans le cadre de cette instruction sur la communion.

    Alors si nous revenons sur cette préfiguration de l'Eucharistie qu'est cette multiplication des pains, nous pouvons également comparer cette foule qui a suivi Notre Seigneur avec l'ensemble que nous composons nous aussi qui communions à Notre Seigneur Jésus-Christ. Il y avait les faibles, les infirmes et les convalescents qui étaient dans le besoin. Ils avaient d'ailleurs un besoin d'autant plus grand que cette nourriture leur a servi de remède. Eh bien désormais il en est de même, mais avec cette nourriture spirituelle de nos âmes qu'est la sainte Eucharistie. « Elle est un antidote, dit le concile de Trente, un antidote qui délivre des fautes quotidiennes et qui préserve des péchés graves».

    Que toute âme par conséquent qui n'est pas morte et qui veut sérieusement accroître sa vie s'approche souvent de la Table où Notre Seigneur se donne. Mais qu'elle s'en approche avec foi, car c'est le Dieu caché ; avec pureté, car c'est le Dieu saint ; avec humilité, car c'est le Dieu infini ; avec confiance, car c'est le Dieu bon. Beaucoup, hélas ! ont le coeur desséché parce qu'ils oublient de manger ce pain, ou parce qu'ils le mangent avec des dispositions telles qu'ils ne peuvent se l'assimiler. Lorsque je dis « ce pain », il s'agit bien entendu du pain de vie, de Notre Seigneur Jésus-Christ, corps, sang, âme et divinité.

    D'une façon plus lointaine encore, autrefois, chaque Israélite voyageur, en route vers la Terre promise, trouvait à la manne du désert un goût adapté à son tempérament et à ses désirs. Ainsi en est-il de l'Eucharistie : pour le pécheur converti, elle est le banquet de la réconciliation, pour l'âme faible le banquet de la force, pour l'âme fidèle le banquet de la perfection, pour tout le banquet de la vie : « En vérité, en vérité, je vous le dis, si vous ne mangez pas la chair du Fils de l'homme et si vous ne buvez son sang, vous n'aurez point la vie en vous. ».

    Voilà, mes bien chers frères, c'est sur ces paroles que je termine cet enseignement sur ce quatrième dimanche de Carême, ce dimanche de Laetare, car participer à la victime par la communion, c'est devenir victime soi-même, c'est témoigner qu'on ne fait qu'un avec elle, et rendre ainsi à Dieu le culte le plus parfait ; car « le vrai culte de Dieu, dit Lactance, est celui de quiconque demeure devant lui en état de victime immaculée ».

    Et puis je voudrais conclure par un passage de Dom Guéranger, toujours dans ses commentaires sur ce dimanche et puis quelques mots sur la très sainte Vierge Marie.

    Voici ce que dit Dom Guéranger :

    « Mais remarquez que c'est dans le désert que Jésus nourrit ces hommes qui sont la figure des chrétiens. Tout ce peuple a quitté le tumulte de la ville pour suivre Jésus; dans l'ardeur d'entendre sa parole, il n'a craint ni la faim, ni la fatigue; et son courage a été récompensé. C'est ainsi que le Seigneur couronnera les labeurs de notre jeûne et de notre abstinence, à la fin de cette carrière (de cette sainte quarantaine) que nous avons déjà parcourue plus d'à moitié. Réjouissons-nous donc, et passons cette journée dans la confiance de notre prochaine arrivée au terme. Le moment vient où notre âme, rassasiée de Dieu, ne plaindra plus les fatigues du corps qui, unies à la componction du cœur, lui auront mérité une place d'honneur au festin immortel ».

    Alors continuons dans ces saintes dispositions notre Carême, mes biens chers frères.

    En s'incarnant dans le sein de la très sainte Vierge Marie, Notre Seigneur a pris une chair individuelle. Maintenant, par la communion Notre Seigneur prend notre chair à nous tous, il se l'approprie. Alors nous comprendrons que nous devons lui dire que notre corps, et notre âme bien sûr, sont à lui. Qu'il est nécessaire qu'il rende notre âme comme la sienne : premièrement pure, sainte, sans tache ; et secondement, immortelle, glorieuse. C'est ainsi que nous recevrons le caractère de sa résurrection, pourvu que nous ayons le courage de recevoir celui de sa mort.

    Continuons ainsi notre Carême, mes bien chers frères, demandons toutes les grâces pour cela à la très sainte Vierge Marie, afin que nous puissions parvenir à la gloire de Pâques et, si nous restons fidèles, un jour être participant de cette gloire qui n'aura point de fin, de ce bonheur éternel.
    Ainsi soit-il.

    Abbé Michel Marchiset

 

 
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