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  1. #11
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    Come detto, evito di commentare.
    Mi sembra sufficiente un'illustrazione:

  2. #12
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    Citazione Originariamente Scritto da ARI6 Visualizza Messaggio
    Come detto, evito di commentare.
    Mi sembra sufficiente un'illustrazione:




  3. #13
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    Come detto, evito di commentare.
    Mi sembra sufficiente un'illustrazione:
    L'illustrazione è molto eloquente e serve a spiegare alcuni contorsionismi di Giorgio La Malfa che in realtà cerca di coniugare l'impostazione lasciata da suo padre Ugo che era assai keynesiano con la sua, più liberista.

    Ma arrampicarsi sugli specchi, serve a poco.

  4. #14
    la Banda Fratelli
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    Questo keynesianismo soft è stato praticato anche da politici come Ronald Reagan che ricordiamolo: investì molto denaro pubblico in nuove tecnologie, soprattutto militari. Se si smentisce la teoria dell'aumento della spesa pubblica in fase di recessione o stagnazione economica, abbracciando la teoria della riduzione delle tasse, viene meno la sostanziale differenza tra keynesiani e liberisti tout court.

  5. #15
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    il keynesismo di reagan si chiamava "guerra fredda" e non c'erano motivazioni economiche ma belliche, banalmente la spesa militare serviva per sopravvivere

    la supply side è ben diversa dal keynesismo
    _
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    Presidente di Progetto Liberale

  6. #16
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    la supply side è ben diversa dal keynesismo
    Nulla in contrario, ma la differenza sta nel "dove" destinare gli investimenti... Nella supply side lo stato ritiene che sia meglio puntare sull'offerta invece che sulla domanda, a differenza del keynesianism. Insomma, vorrei focalizzare l'attenzione sul fatto che in fin dei conti, si tratta pur sempre di interventi statali in economia...

  7. #17
    Anarcocapitalista
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    j.m. keynes visto da giorgio la malfa
    Dalla Voce Repubblicana di domani

    La teoria generale, un libro in grado di sfidare i dogmi dell'accademia
    J.M. Keynes visto da Giorgio La Malfa


    di Riccardo Bruno

    Un’attrazione fatale. Quando nei primi anni ‘60 il giovane Giorgio La Malfa approdò a Cambridge, non si poteva resistere. Nella più prestigiosa facoltà di economia britannica, il fascino della personalità e delle teorie di Keynes era rimasto vivissimo. A Cambridge insegnavano ancora suoi allievi, come Reddaway, e suoi incalliti avversari come Dennis Robertson. Poteva uno studioso alle sue prime esperienze resistere alla suggestione di un’atmosfera intellettuale tanto originale? Ricordiamo anche che all’università di Cambridge viveva una personalità carismatica come Piero Sraffa, l’autore di “Produzione di merci a mezzo di merci”, allora famosissimo negli ambienti economici e politici italiani. A Sraffa (un amico personale di Gramsci) lo stesso Keynes nell’estate del ‘21. chiese di scrivere un articolo sul sistema bancario italiano per i supplementi di economia del quotidiano “Manchester Guardian”. Keynes apprezzò il livello scientifico dell'articolo al punto che decise di pubblicarlo direttamente sull'”Economic Journal”, la più autorevole rivista inglese di economia politica, col titolo "The Bank Crisis in Italy". Alla fine Keynes affidò a Sraffa anche la cura dell'edizione italiana del suo “A Tract on Monetary Reform”. Da quel momento Sraffa diventa un monumento vivente, e il giovane La Malfa ci si trovò subito a confronto. Un’altra epoca.

    Questioni tematiche

    Il “Keynes visto da Giorgio La Malfa” edito per la Luiss University Press (pagg. 155, euro 14,00) ci aiuta a ricostruire le questioni tematiche di uno dei più grandi economisti del secolo scorso, ma soprattutto ci permettere di cogliere quell’aura che ha condizionato un intero processo culturale, non certo solo economico. Va detto che lo scritto di La Malfa si accompagna a due testi originali di Keynes piuttosto considerevoli. Uno di essi è “La fine del laissez - faire” (1926), e l’altro “Le note conclusive sulla filosofia sociale”, tratto da “La Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, del 1936. In quest’ultimo si legge: “La nostra critica della teoria economica classica prevalente è consistita non tanto nel trovare errori logici nella sua analisi, quanto piuttosto nell’evidenziare che i suoi assunti impliciti vengono soddisfatti mai o di rado, con il risultato che essa non può risolvere i problemi economici del mondo reale”. E’ cosa rilevante essere costretti a constatare che la scienza economica non risolve le questioni che si pongono nei processi della vita reale. Si tratta di un aspetto del pensiero di Keynes a cui La Malfa si mostra molto sensibile. Ad esempio, La Malfa difende Keynes dalle accuse di Schumpeter mosse alla “Teoria generale”. Stando a quelle, in sostanza, le analisi di Keynes non andrebbero al cuore del processo capitalistico e alle sue prospettive future. Per Schumpeter, Keynes si limiterebbe ad una valutazione dei fenomeni economici valida per il breve periodo. La Malfa replica che Keynes ne era consapevolissimo, ma che la sua analisi era condizionata dall’esperienza drammatica dei sistemi economici di quegli anni. Si tratta del 1929, del 1930, in cui l’economia aveva evidenziato una patologia acuta, mostrandosi incapace di utilizzare pienamente la forza produttiva esistente e quindi di realizzare la piena occupazione. Una “patologia”, chiosa La Malfa, che ha poi continuato a manifestarsi nei sistemi economici contemporanei e che si manifesta perfino ai giorni d’oggi nei paesi dell’Europa Occidentale, inclusi gli Stati Uniti.
    “E’ chiaro – scrive La Malfa – che in un’ottica di breve periodo, un’elevata propensione al risparmio rende più difficile la piena occupazione, mentre in un’ottica di più lungo respiro, posto che il sistema sia in condizioni di piena occupazione, una maggior quota di risparmio, seppure non influenzi il tasso di crescita dell’economia che è determinato dall’aumento della popolazione e dal ritmo del progresso tecnologico, ha altri effetti positivi”. Per cui La Malfa sottolinea come il testo keynesiano, oltre che un nuovo contributo alle teorie generali dello sviluppo capitalistico, sia principalmente uno strumento indispensabile per gli interventi correttivi alle disfunzioni dello stesso.

    Economista in lotta


    Il Keynes che ci trasmette La Malfa non è un “professorone” che sforna teorie e trattati: è un economista che si batte per trovare delle soluzioni ai problemi del suo paese e ovviamente del mondo, come dimostra financo il ruolo svolto sul piano diplomatico all’indomani della fine del primo conflitto, dove Keynes era contrario, a ragione, alle sanzioni imposte alla Germania da parte dalle nazioni vincitrici. Tra l’altro c’è da osservare che nella querelle che divide Schumpeter da Keynes spicca anche un ulteriore elemento di rilevante importanza: Schumpeter era convinto di un’evoluzione felice e socialista del sistema economico e di una inevitabile sconfitta del capitalismo. Keynes, al contrario, non aveva nessun dubbio che il socialismo, soprattutto quello sperimentato in Unione sovietica, non fosse assolutamente in grado di offrire un nuovo modello di riferimento, né per l’Oriente, né tanto meno per l’Occidente. Di più, Keynes era completamente emancipato anche da qualsiasi condizionamento marxiano, escludendo dunque che le linee di pensiero del tedesco fornissero elementi di qualche utilità pratica. Keynes riteneva, ci ricorda La Malfa, che il futuro avrebbe imparato più dallo spirito di un tal Silvio Gesell che da quello di Marx. Visto che Silvio Gesell era piuttosto sconosciuto anche all’epoca, si capisce molto bene l’opinione dell’economista sui lavori di Marx. E’ proprio l’elemento dogmatico e dottrinario – Marx prima che un economista era pur sempre un erede dell’idealismo tedesco - a suscitare la diffidenza di Keynes. Tanto è maggiore il dogmatismo, tanto maggiore è lo scetticismo di Keynes. E’ vero che Marx voleva riporre “l’uomo sui piedi invece che sulla testa”, ma evidentemente per un pensatore come Keynes, la sola elaborazione della metafora (“un uomo poggiato sulla testa”, secondo l’Hegel letto da Marx) comportava un allontanamento ulteriore dalla realtà.

    Entità viva

    La realtà, inclusa quella economica, è invece un qualcosa di vivente, che tende a sfuggire ai concetti in cui la si vorrebbe rinchiudere a forza. Veniamo allora al laissez – faire, che ha influenzato un intero secolo di pensiero economico, in Inghilterra e non solo. Keynes non ne sottovaluta certo la rilevanza, ed è quanto mai attento all’importanza delle sue origini polemiche nei confronti delle politiche protezioniste colbertiane. Ma egli si richiama a Cairnes per ricordare che “la massima del laissez - faire non ha alcuna base scientifica, è tutt’al più una semplice e comoda regola pratica”, e sostiene che con la stessa misura occorre considerare la teoria della “mano invisibile” di Adam Smith. “Liberiamoci dai principi metafisici o generali sui quali, di tempo in tempo, si è basato il laissez - faire”. Questo lo spirito. E’ chiaro che, seppur senza riuscire a convincere, l’importanza del socialismo, in particolare all’indomani della rivoluzione sovietica, ha un effetto sulla riflessione keynesiana. Ma, come nota La Malfa, Keynes ne resta impressionato sul piano morale, e non su quello strettamente economico. “L’esperimento sovietico – scriveva Keynes – era volto a far nascere un uomo nuovo liberato dal motivo dell’accumulazione della ricchezza”. E La Malfa: “Il capitalismo non era allora, e non è oggi, un sistema in sé attraente”.

    Serve dell’altro

    Il desiderio individuale di accumulare denaro e ricchezza, alla fine può rivelarsi volgare, e anche piuttosto vano. In termini più semplici, il denaro e l’individualismo sfrenato non danno risposte soddisfacenti alle esigenze di una esistenza. Serve dell’altro, soprattutto quando “l’avidità”, produce sì benessere, ma anche profondi squilibri sociali. A fronte di una crisi gravissima, come quella del 1929, occorre pensare ad un intervento correttivo. Per questo serve lo Stato. Lo sforzo di Keynes è cercare di ritagliarsi uno spazio di azione fra il pensiero economico classico, e la sua interpretazione dottrinale, senza finire in un dogmatismo ancora più grave, come quello socialista. Keynes è ormai lontano nel tempo, ma l’interesse attuale per la sua opera, La Malfa lo spiega in questi termini: “Oggi prevale, soprattutto in Europa, una visione dell’economia che assomiglia molto a quella contro la quale Keynes mosse all’attacco nella Teoria generale”. Bisogna non demonizzare le forze spontanee del mercato, ma avere anche la capacità di saperle correggere, ove è necessario. Ci viene facile credere che in Italia, se si fosse conosciuto un po’ di più il pensiero keynesiano, ed il suo sforzo di trovare soluzioni, la classe dirigente del Paese avrebbe potuto essere migliore.

  8. #18
    Estremista della libertà
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    Che gran tristezza.

  9. #19
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    Li dove ho inalzato mura solide a difesa dell'agressore Socialista. Li dove la strada ha il mio nome. Li dove ho costruito una torre bene armata in difesa della Libertà. Li dove sono Sovrano e i messi dello Stato non sono i benvenuti.
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    Citazione Originariamente Scritto da ARI6 Visualizza Messaggio
    Che gran tristezza.

    Ma dai ARI. La Malfa sta cercando di portare via un elemento alla sinistra, sta cercando di spiegare che non lo si deve usare per giustificare lo statalismo selvaggio della sinistra.......non essere triste.......fai diventare triste anche me...i tempi in cui vedremo politici scrivere libri su Mises o Rand sono ancora lontani....

  10. #20
    RenzoAudisio
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    JohnPollock,
    conosco bene Giorgio La Malfa fin dalla fine degli anni '70, da quando cioè mi iscrissi nel Pri, proprio nella sua stessa sezione di allora (quella di via Giannone a Torino)... allora ero un diciottenne, tra i pochissimi che sosteneva idee liberiste, credevo ancora nella politica, avevo votato il PLI alle politiche del '79 ed il PRI alle Europee la settimana successiva. Mi iscrissi al PRI per lui... perchè veniva descritto come un economista d'ispirazione politica "Thatcheriana", ma presto mi accorsi cos'era l'endemico procaio della politica, la deludente ipocrisia che avvolge anche i politici meno zozzi.
    La Malfa cominciò ad apparirmi quasi subito come un onest'uomo, che però si circondava di cialtroni (non sto a fare nomi... ma potrei farli!), ed anni dopo questo mio giudizio (quando non facevo già più parte di quell'associazione a delinquere) ne ebbi la riprova trovandoli, senza stupirmi, coinvolti in vari scandali dallo IACP ai vari finanziamenti clientelari di ogni ordine e grado, che finirono per invischiare lui stesso in Tangentopoli.
    Ora dimmi te, come un politico, anche il più onesto, potrebbe mai condurre una politica minarchica, dunque finalizzata a spogliarsi del potere, acquisito attraverso le indispensabili clientele che ti sponsorizzano richedendo una politica diametralmente opposta.
    Al massimo potrai fare delle Privatizzazioni per così dire all'italiana... o se vogliamo anche all'americana... perchè, sia chiaro che, com'è stato accennato prima, anche Reagan aveva le sue clientele, e non solo nell'industria militare...
    Una per tutte su La Malfa, si pensi alla sua vincente posizione politica sulla privatizzazione dell'ALFA ROMEO... svenduta... anzi regalata infatti alla famiglia della nostra collega di partito e di sezione Susanna (Agnelli), anzichè seriamente venduta sul mercato Mondiale... magari alla FORD che era disposta anche a pagarla...
    Nella politica o ti adegui... oppure non segui le clientele ed allora non raggiungi il potere e nessun altro risultato!
    Un collega d'università di La Malfa (che appunto insegnava all'allora facoltà di Economia in Piazza Arbarello a Torino), suo collega d'università, ma di più nitida ispirazione minarchica: il Prof. Sergio Ricossa, riferendosi a quando gli venne proposto un Ministero da Edgardo Sogno nel progetto Golpista del 1974 racconta:
    "Dissi di sì, assai divertito. Avevo già il programma in testa: dimettermi da ministro subito dopo avere abolito tutte le imposte e tasse, subito dopo avere restituito ai contribuenti il denaro nella tesoreria dello Stato. Sapevo che, se non mi fossi dimesso, mi avrebbe cacciato lo stesso Sogno, o i militari suoi amici, che di denaro pubblico hanno sempre bisogno. Caro Sogno, quanto mi manchi...
    Tu sei l'unico che mi abbia offerto la possibilità (teorica) di realizzare un'utopia libertaria. E me l'hai offerta a tuo rischio e pericolo. Perché il giudice Violante aveva te nel mirino, io immagino fossi per lui insignificante, forse uno sconosciuto. Tu hai un posto onorevole assicurato nella storia d'Italia, io no."
    Da quando nell'84-85 afferrai il concetto, lasciai PRI, lasciai questa politica democratica o non ma costantemente di merda e proseguii a coltivare il mio liberalismo sempre più libertario fino all'Anarchia.
    Alle stesse conclusioni arrivò sempre il Prof. Sergio Ricossa che nel suo libro "da liberale a Libertario" scrisse:
    "Quanto ai partiti, mi resi conto che era tempo perduto bazzicarli, se non si mirava a una carriera politica redditizia al proprio portafogli e al proprio gusto di potere. Trovai le etichette dei partiti spudoratamente ingannevoli, nella pessima democrazia italiana. All'estero, poco meglio. I liberal anglosassoni non sono, o non sono più, della mia famiglia. Negli Stati Uniti scovai un Libertarian Party, anarco-individualista (all'incirca), e interessante perché parecchi suoi simpatizzanti consigliano di astenersi dal votarlo. Infatti essi consigliano di astenersi dal votare qualunque partito. Un partito libertario è una contraddizione in termini. Lotta per il potere allo scopo di non esercitarlo. "
    Cosa vuoi che mi possa fregare di meno se La Malfa sottragga alla Sinistra John Maynard Keynes, se tanto poi questa ardita operazione culturale, che associa il primo al suo contr'altare Nozick, sarà utilizzato ideologicamente solo per gettare fumo negli occhi di qualche giovane ingenuo come te, ed a fare il gioco di qualche altra clientela?

 

 
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