In breve, penso che sia fuorviante parlare di classi sociali alla vecchia maniera.
Il conflitto vero e proprio potrà essere tra "classi" o "razze" dello spirito, cioè, tra gruppi che intendono diversamente la vita e l' esistenza.
In breve, penso che sia fuorviante parlare di classi sociali alla vecchia maniera.
Il conflitto vero e proprio potrà essere tra "classi" o "razze" dello spirito, cioè, tra gruppi che intendono diversamente la vita e l' esistenza.


Esatto..penso che TerraeAmore abbia centrato il nocciolo del problemaggi gran parte del disagio in Occidente piuì che di carattere economico è "esistenziale" e cioe' un disagio interiore dell'essere umano ontologicamente inteso che prescinde da dati materiali o meglio si sussume nella materia vista come solo orizzonte della propria vita.Quindi ogni tentativo di rivoluzione deve fare i conti con la scissione spirito-materia ricomponendola in un messaggio forte xche scuota le coscienze e faccia comprendere come l'alienazione è causata dal modello capitalista edonista e consumista che schiavizza l'UOMo in ogni suo momento socialeed individuale.Liberazione individuale e colllettiva viaggiano insieme.
In questo senso dico che la rivoluzione la fa chi ci crede, Se inseguiamo la rivoluzione facendo leva sulle oggettive condizioni di una classe confusa e imborghesita, non arriveremo da nessuna parte.


Probabilmente io ho un approccio troppo economicista alla cosa (paradossale se penso che ad esempio Terraeamore è uno studioso di economia ma questi sono i misteri della mia mente). Tuttavia io continuo ad insistere che è bene stare in guardia da degli approcci di tipo esistenzialista o di sovrastruttra. Questi approcci sono già stati tentati in forme differenti nel recente passato in Italia ed hanno portato a teorizzazioni non tanto antimarxite (nel senso di opposizone alla contrapposizione di classe) ma proprio contrarie al buon senso. Non dobbiamo cadere nel tranello o nella gabbia mentale di vivere in una situazione di contrapposizione totale al sistema perchè anche se molto autogratificante questa non è reale. E' chiaro che se si imposta così il problema allora certo il proletariato come classe sociale non esiste più nè esiste una sua valenza antiborghese ed anticapitalista. Se ci rifugiamo in uno schema simile allora ecco che possiamoandare alla ricerca del potenziale soggettivo di ognuno ma vi ricordo che queste sono state le premesse che in Italia hanno portato al fenomeno dell'autonomia diffusa (termini che preferisco a quelli di autonomia operaia o a quella in maiuscolo di Autonomia) ed è stato fenomeno che si è sciolto alle prime costatazioni fattuali della realtà ed alla prima reazione del sistema.
E dopo di allora c'è stato il riflusso.
Già questa tendenza al soggettivismo autonomista esistenziale ed all'idea dello scontro totale reale quotidiano (cosa per cui non dovremmo per coerenza con i fatti noi che ci riteniamo comunisti non utilizzare più alcuno strumento borghese e dunque non dovremo fare la spesa, non dovremmo utilizzare il denaro, non dovremmo avere un telefono cellulare, non dovremo utilizzare il computer, non dovremmo vedere alcun film, non dovremmo nemmeno andare a lavoro) si sta riproponendo ultimamente. Io la guardo con molto molto molto scetticismo ed anche con molta preoccupazione.
A luta continua


ahi,ahi...effettivamente ciò che tu contesti è molto convincente...mi prendo un pò di tempo per pensarci, perchè mi hai contrapposto (in senso buono!), un 'analisi veramente stringente...
Sarà che sto attraversando un periodo di "ripensamenti "filosofici, ma ho deciso di ritornare su Marx...mi pare proprio che, pur avendolo studiato, non l'ho colto in tutta la sua interezza...credo che mi vedrete sempre di più da queste parti...
Ora scappo. a Presto!


Attenzione, Sandinista, mi sembra di capire dove vuoi arrivare. E ti premetto che capisco e anzi condivido ogni tua preoccupazione e timore. L'approccio soggettivistico che ci indurrebbe a fare della rivoluzione una specie di tormentone di ogni istante dell'esistenza, una specie di motore interiore che ci porterebbe ad abbracciare una sorta di vita santa e sacra e perfetta in ogni azione e in ogni cosa, di rifiutare ogni modernità o ogni risultato del modo di produzione borghese può essere, come tu giustamente vedi, un'arma a doppio taglio. Infatti il punto, e la mia riflessione degli ultimi anni si è proprio compiuta in questa precisa direzione, è esattamente fare incontrare il livello della prassi soggettiva, della "redenzione" individuale, ognuno secondo la sua strada ( ma secondo un comune e trasversale senso umano profondo della vita e della comunanza) , fare intrecciare questo con il livello sociale, sistemico, riconoscendo, da marxisti ( perché questa è la vera e assoluita eredità di Marx ) che esiste un sistema,che al di là di ogni soggettività e buona volontà individuale schiaccia il genere umano imponendosi con la forza dell'assufazione e della persuasione quotidiana e perfida.
Qui è il punto.
Il rischio, che tu sottolinei, è che tutto si esaurisca in un cambiamento rivoluzionario del proprio stile di vita ( tipo le comuni degli anni 70 che poi sappiamo come sono andate a finire ) senza un'interazione con la globalità del contesto. Questa,ad esempio è la grave pecca di una certa mentalità cattolica che aborrisce ogni riferimento alla categoria "sistema" in nome di un'esclusiva concentrazione sull'aspetto della liberazione individuale, unico viatico per la salvezza e la stessa felicità dell'uomo. E qui , per me, il cristianesimo incontra il suo limite storico, e non assoluto, più grande e più grave. Il credere, appunto, che non vi sia liberazione sociale, ma che trasformando ogni uomo alla bontà la società diventerà poi buona per effetto diretto. Ecco l'altra faccia della medaglia del meccanicismo. Il marxismo engelsiano, da un lato ci dice che cambiando il sistema cambia l'uomo, il cristianesimo storico tradizionale ( limpide e valide anche qui le eccezioni ) ci dice invece che cambiando l'uomo cambierà il sistema. Tutte e due le prospettive sono errate e non portano che a risultati parziali e poco duraturi, nell'un caso per la mancanza di spiritualità e di diffusione di una mentalità nuova e rigenerata, nell'altro caso per la mancanza di una critica ad un sistema che cessa di essere visto ( al contrario di quanto fece magicamente Marx ) come un essere vivente e condizionante.
Io, sandinista, lavoro nell'incontro tra i due sbagliati estremi, per una liberazione che sia individuale, qui entra l'idea degli "uomini di buona volontà , e sociale, quindi entra l'idea di sovvertimento culturale e fattuale del sistema politico sociale ed economico.


per quanto riguarda lo stile di vita, è chiaro che sono convinto che dovremmo tutti liberarci dal consumismo e dal materialismo esistenziale, ma è altrettanto chiaro che questo non significa rifiutare il progresso inquanto fattore di normale e naturale sviluppo umano e non in quanto vettore dello sfruttamento capitalistico. Altro discorso è che ,vivendo nel modo di produzione borghese, tutto ciò che ci troviamo ad acquistare è frutto della produzione borghese, volente o nolente. Ma qui un purismo pauperistico sarebbe solo stupido e controproducente, e remerebbe contro alla stessa critica radicale al consumiso e alla mercificazione della vita. Se la medicina progredisce, ma allo stesso tempo l'uomo è pronto a morire ammettendo i limiti della sua esistenza ( faccio riferimento all'accanimento terapeutico di oggi ) questo è solo un bene .


argh, sono tornato perchè mentre me ne stavo andando a riflettere sul quesito emerso, cioè come coniugare l'approccio più soggettivistico, con quello più oggettivistico ed economicistico...sono stato folgorato...
Credo che in verità, sia Sandinista che Terraeamore non siano lontani dal dire le stesse cose...
DIciamo che il dato oggettivo, cioè la separazione tra proprietari e non proprietari è la premessa, la "conditio sine qua non" esiste la lotta e l'alienazione, ma spetta poi al singolo farsi carico della lotta stessa dopo averne preso coscienza.
Nel senso che il prenderne coscienza non è , e non può essere, automatico: esistono migliaia di operai, o più generalmente di non-proprietari che appoggiano l'oderno sistema di cose e ritengono che la loro sofferenza deriva da cause esterne (terrorismo islamico, sfortuna, corruzioni ecc).
Ciò che intendo dire è che sia il dato oggettivo che quello soggettivo servono e non sono eliminabili.
Senza dato oggettivo, senza divisione tra proprietari e non-proprietari non ci sarebbe il motivo della lotta; ma senza la presa di coscienza individuale e collettiva non ci sarebbe chi lotta.
Togliere l'importanza del dato soggettivo è, credo, pericoloso, perchè si cadrebbe nel fatalismo che vede nell'operaio o proletario, il rivoluzionario per motivi automatici...e sappiamo bene che così non è.
Togliere il motivo oggettivo, a sua volta, non avrebbe senso, perchè è quello il dato, il fatto, dal quale nasce la lotta. La divisione tra proprietari e non-proprietari è motivazione non ridimensionabile o eliminabile, pena la perdita di senso della lotta stessa...
Spero di essere stato chiaro...nella mia testa appare tutto molto logico e convincente, ma potrei non essere riuscito a trasportare in parole i concetti che volevo...vediamo che mi dite...


Per Lao Tse.
Credo che hai colto cio' che cercavo i dire nell'ultima risposta, ma ti vorrei portare anche su un passo ulteriore. Fermo restando che concordo sull'interrelazione reciproca di elememento soggettivo ( uomo singolo nel suo sentimento e nell'azione ) e oggettivo ( sistema vivente e condizionante l'azione umana ), credo che la distinione tra proprietari e non proprietari non sia il tratto saliente del sistema capitalistico . Il tratto saliente è piuttosto la proprietà in quanto tale. La proprietà è un rapporto sociale perché si pone in relazione all'altro come fonte di competizione e di prevaricazione. Posto anche che tutti gli agenti economici ( cosi' come ama esprimersi l'ideologia economica marginalista dominante ) siano proprietari di merci vendibili ( case, automobili, elettrodomestici, titoli di stato, azioni in borsa ) pensi che il capitalismo abbia perso la sua essenza ? Il capitalismo contemporaneo, grazie alle cosiddette cause contrastanti ( stato sociale seppur in dissolvimento, frammentazione del capitale azionario seppur solo formale, movimenti cooperativi seppur minoritari, assistenza di volontariato, etc etc ) ha reso, nel mondo più ricco, proprietari di qualcosa, persino di molte cose, gran parte degli uomini. Ma questo non toglie che il capitalismo sia sempre lo stesso, anzi sempre più brutale e dissacrante.
Vedi il punto è che la concentrazione in enormi capitali monopolistici che dominano il mondo come anticamera del socialismo non si è verificata ( a dispetto delle lucide, per il suo tempo, previsioni di Lenin ). Non si è verificata per l'ideologia contrastante e complementare insieme della concorrenza.
Il capitalismo monopolistico che depauperizza e espropria matura, ma viene poi messo in continua discussione da smembramenti, dissoluzioni e riavitamenti del sistemaeconomico su sè stesso. La proprietà si concentra e poi si riframmenta ( sotto la spinta dei poteri statali e delle circostanze ) e lo stato sociale, seppur sempre meno, aiuta il processo che frena l'esproprio delle moltitudini.
In conclusione non è la presenza contemporanea di proprietari e non proprietari la peculiarità del capitalismo, bensi' l'esistenza della proprietà privata come rapporto sociale. Non è solo lo sfruttamento del lavoro altrui ( elemento pure centrale,ma non unico ) il fulcro del perverso gioco,ma anche la concorrenza che muove e rimuove e ricchezze formando progresso, benessere materiale e assufazione ( sul piano culturale e spirituale ) .
Quindi, e anzi questo sarebbe il vero sogno della dottrina liberale onesta con se stessa e neocorporativista, potremmo anche essere tutti proprietari e lottare continuamente tra di noi per chi sarà il proprietario più possidente, e il rapporto sociale fondamentale non muterebbe di una virgola.
E' proprio qui, badate bene, il fallimento, a mio avviso, dell'ideologia fascista ( in economia ) fondata sul corporativismo, nonché il fallimento di ogni progetto fondato sulla concorrenza tra cooperative. In una cooperativa tutti sono proprietari, eppure se le cooperative non cooperano tra di loro, l'unica cosa che accade è uno spostamento logico e ontologico del problema dal singolo individuo in lotta con il mondo alla singola cooperativa in lotta con il mondo. Questa idea è ciò che in termini di teoria economica, mi distanzia in maniera inequivocabile da tutta la letteratura e dall'esperienza politica della destra anticapitalista.
Il proletariato in quanto classe sociale - su scala nazionale e mondiale - è sempre più numeroso. Ma una gigantesca socializzazione del lavoro industriale a livello globale non corrisponde necessariamente a coscienza di classe e mobilitazione rivoluzionaria .Originariamente Scritto da Sandinista
Nel nostro paese, in soli 20 anni, il Capitale ha potenziato il proprio controllo sulla vita dei proletari, portando tra di essi (dis-)valori propri del ceto borghese (in primis l'individualismo), e reintegrando culturalmente la classe storicamente antagonista. Ha svuotato di contenuti le organizzazioni tradizionali dei lavoratori e le ha portate sul tavolo della concertazione.
Io parto dalla mia esperienza personale, non dai libri di Marx nè dalle riviste di sinistra extraparlamentare. Possibile che in un reparto di fabbrica, gli operai non riescano più a collaborare sinergicamente per riaffermare il proproprio antagonismo? In che misura conta tutto ciò che accade al di fuori del posto di lavoro?