





Condivido quello che hai scritto.
Sopratutto riguardo all'importanza della costruttività dialettica del linguaggio.
Troppo spesso chi adotta un linguaggio politico si lascia andare infognandosi nell'inutilità dello scherno, dell'espressionismo burlesco, dell'insulto, che inrealtà nasconde una carenza di idee.
Inoltre il rispetto dell'altro e della sua condizione contingente e personale è fondamentale per approdare a qualcosa di buono.
Altrimenti possiamo stare tre ore a parlare di politica bombradandoci di idee, mettendo in piazza la nostra bravura e la nostra intelligenza, senza però essere capiti, riscuotendo appalusi estetici, ma senza aver spostato nulla nella coscienza dell'altro.
Evviva !!! finalmente, si discute “ di linguaggio “
Nei mesi scorsi ,più volte, ho cercato di insinuare qualche dubbio sul modo di esprimersi di tanti compagni del forum, ma inutilmente. ( certamente a causa dei miei limiti )
Sofismi inutili, citazioni illustri, possono denotare un certo bagaglio culturale di chi li usa, ma rischiano…una sterilità produttiva. Bisogna saper conformarsi” all’altro “, alla capacità dell’altro di recepire un messaggio, non modificarne il contenuto, ma il modo di esplicitarlo.
Una elite di acculturati, che parla un linguaggio di elite, e quindi alieno ai più, non potrà ne veicolare ciò che il linguaggio sottende, ne diffonderne il contenuto.
Bravi compagni ! continuate a riflettere, e speriamo in un buon esito da queste riflessioni.
Chissà, forse riuscirò a sentirmi meno “ inadeguata “, e con me molti altri.
Un ‘abbraccio a tutti Neva


Scusate ma provo un momento a spostare di poco il centro della discussione. Stiamo parlando di linguaggio e di quale linguaggio possa essere più efficace per entrare in contatto con la gente comune.
Credo allora sia interessante pragmaticamente partire dal gradino precedente al momento in cui si comunica, ovvero al momento in cui ci si trova faccia a faccia con la gente quando ancora non si è detto nulla ma è già chiaro che si sta per tentare di iniziare una comunicazione.
Credo sia senso comune poter affermare che nel mondo odierno, nel momento in cui ci si presenta a qualcuno (soprattutto a chi non ci conosce) e si tenta di comunicargli qualche cosa immediatamente sorgono della barriere comunicative di autodifesa dell'individuo, che sono schemi pressochè istintivi o da apprendimento pavloviano.
Le domande che chi ci si trova davanti si farà con buona probabilità quando si inizierà a parlare saranno (e questo vale sia a livello singolo che ancora di più a livello di comunità odiernamente intesa):
"chi è questo" o "chi sono questi"
"che cosa vuole da me/noi" o "che cosa vogliono da me/noi"
"perchè lo sta/stanno dicendo proprio a me/noi"
"c'è qualche cosa che non mi/ci sta/stanno dicendo?"
Non sono possibilità campate per aria o frutto della mia personale esperienza, per ovviare a queste difficoltà e a questi ostacoli naturali comunicativi sono sorte discipline all'interno delle scienze del linguaggio che studiano propriamente come aggirare o abbattere questi ostacoli, mi viene da pensare ad esempio alla programmazione neurolinguistica.
Ora senza stare a scendere troppo nel dettaglio posso assicurarvi che spesso queste tecniche di comunicazione sfociano implicitamente nel raggiro di chi ci si trova davanti (la tecnica del mirroring ad esempio è a mio parere quanto di meno etico esista).
Io personalmente sono convinto che per abbattere la diffidenza e le barriere comunicative l'unico modo etico possibile sia quello di percorrere la via della partecipazione reale e sentita da parte nostra ai problemi quotidiani di una collettività a cui vogliamo riferirci, senza chiedere contropartite esplicite o implicite, diventare parte di quella comunità che gradualmente lasciandoci entrare si aprirebbe a noi e sarebbe a quel punto un pò meno chiusa, e solo dopo cominciare a parlare, a dire da membro interno di quella comunità tutto quello che abbiamo da dire, a quel punto allora parte secondo me il tema di questa discussione.
Dunque alla fine del discorso l'obiettivo primigeneo, prima ancora del linguaggio è individuare una simile comunità (che non è detto sia consapevole di esserlo), una comunità che chiaramente però presupponga dei requisiti che noi dobbiamo individuare, che senta certe tematiche locali e quotidiane anche solo superficialmente.
Il discorso è molo amplio e queste poche righe rileggendole rischiano di banalizzarlo. Spero solo che si sia capito il nocciolo di quanto ho voluto intedere.
Una cosa comunque è certa, non esiste la formula perfetta del linguaggio o della comunicazione e dunque conditio sine qua non rimane sempre la capacità di agire per tentativi sapendo che a volte non rimane che navigare a vista.
A luta continua




Nessuno qui dentro pretende di utilizzare linguaggi da specialisti.
La filosofia elitarista la trovo semplicemente ripugnante.
Se capita di condurre analisi politica o filosofica nel profondo, si usano termine relativi a ciò che si dice, ma credo che tutti noi, qui nel forum, mostriamo sempre la volontà di essere capiti e far capire. In ogni modo è un bene che tu voglia sentirti sempre più coinvolta nelle discussioni.
Quando qualcosa ti sfugge, o ti sembra ambigua, non c' è niente di meglio che chiedere spiegazioni. Anche quella è una forma dialettica importante.
Da parte mia, ti dico che cercherò di essere sempre più diretto nella forma e nella sostanza.


Bello questo intervento, aggiungo solo due cosine
Le parole sono pietre, bisogna saperle utilizzare bene e contestualizzarle in modo storico.
Il vecchio marxismo aveva tutto un suo linguaggio sia colto che popolare che oggi non viene più compreso. Perché? Per me è semplice, un tempo c'era un movimento sociale comunista o socialista che voleva cambiare il mondo e quindi il linguaggio (simbolico e non) aveva dei destinatari colti (gli intellettuali piccolo-borghesi) e popolari (operai e contadini).
Oggi la piccola-borghesia è spappolata dal consumismo, la classe operaia è in declino, mentre i contadini si sono quasi estinti. Ergo il vecchio linguaggio (simbolico e non) è muto, in quanto privo di riferenti nella società.
Io penso che i vecchi moduli di comunicazione non possano essere riproposti perché il vecchio marxismo non funziona più e non ha più una base sociale. Se nascerà un comunismo delle comunità questo avrà un suo linguaggio e suoi simboli nuovi che saranno il risultato del lavoro di milioni di persone.
Per ora siamo al palo e possiamo solo lavorare in negativo criticando i vecchi moduli linguistici (falce martello, terminologia, ecc.) accennando qualche cosa di nuovo o quasi (recupero comunista dei simboli nazionali italiani). In positivo possiamo solo lavorare alla creazione di una nuova teoria di riferimento, di cui il linguaggio (simbolico e non) costituisce la ricaduta nella società.


Discorso e discussione interessanti. Ripetendo ciò che hanno ben detto gli altri secondo me sono due i principi da valutare quando si discute il linguaggio:
a) il contesto storico
b) il contesto sociale e culturale
a) Per quanto riguarda il contesto storico bisogna rendersi conto della realtà storica in cui si vive. Dove non si è più negli anni '60 nè,tantomeno,negli anni 70 con lo svilupparsi proficuo(anche se,purtroppo,molte volte sterile) con il diffondersi di riviste letterarie,filosofiche,artistiche,e politiche.
Qui siamo in una situazione in cui neanche il 40% degli italiani legge un libro l'anno e poco più legge un quotidiano al giorno(compresi quelli sportivi ovviamente).
b) il contesto sociale e culturale è ancora più importante. Perchè proprio da comunisti e comunitaristi deleterio è ogni discorso finto-intellettuale ma,al contrario, nostro compito dovrebbe essere quello di apportarsi alle comunità,al popolo,in base al contesto.
Ciò ovviamente non vuol dire usare del bieco populismo ma cercare sempre di veicolare le nostre idee a tutti i livelli.
Particolarmente vero è poi quanto ha detto Outis "non livello basso ma registro basso", distinzione che per quanto mi riguarda ritengo fondamentale così come la concezione del linguaggio che in tutte le epoche rivoluzionarie è stato elemento primario nella comunicazione(dalla rivoluzione linguistica del '300 che,certo, non fu solo mero cambiamentom dal latino al Volgare ma comportò cambiamenti in ambito sociale,culturale e politico).
Mi auguro da questo insieme di deliri di aver espresso ciò di cui penso e passo,in ogni caso la parola a voi compagni.![]()
Sinistra Nazionale!


Outis:
I linguaggi si consumano e diventano inefficaci quando non sono più espressione di qualcosa di pulsante. Il comunismo ha parlato bene e si è fatto capire quando è stato in grado di rappresentare interessi reali e aspirazioni reali; quando, invece, ha cominciato a diventare qualcos’altro allora ha perso efficacia e “comunicativa”.quale linguaggio politico utilizzare per parlare con la "gente" (categoria sociale ampia e variegata)?
Ed ecco allora che hanno un valore le domande che pone Sandinista:
"chi è questo" o "chi sono questi"
"che cosa vuole da me/noi" o "che cosa vogliono da me/noi"
"perchè lo sta/stanno dicendo proprio a me/noi"
"c'è qualche cosa che non mi/ci sta/stanno dicendo?"
Quante volte mi è capitato di dare un volantino a persone che mi vedevano come un estraneo che parlava una lingua estranea! Il testo era difficile? Non credo, noioso forse sì. Forse, molto più semplicemente, perché ero considerato altro e allora avrei potuto inventarmi tutti i linguaggi immaginari immaginabili, il risultato sarebbe stato lo stesso.
Quante volte ho sentito l’espressione “bisogna cambiare modi comunicare alla ‘gente’ “! Il volantino non va più bene, l’assemblea non serve, il corteo non serve più eccetera. Non si tratta di ridiscutere le forme della comunicazione, è probabile che a volte si debba semplicemente far silenzio oppure fare quel che la situazione “impone”. Ed è solo questa pratica che ti fa scoprire i linguaggi giusti.
Mi fermo, non posso continuare.