





Osservazioni molto pertinenti, a partire da quella sull'evoluzione della medicina. E' vero: fino a non troppo tempo fa quando si "doveva" morire non si poteva far altro. Nonostante la filosofia dell'eutanasia non mi pare si sia mai effettivamente sviluppata nel corso dei secoli, già era presente il pensiero dell'alleviamento delle sofferenze (che è umanissimo, dopotutto) per il malato, ma l'attaccamento alla vita come fattore positivo è sempre stato se non assoluto quantomeno l'atteggiamento di gran lunga dominante. Ma il fatto è che un tempo potevi morire per malattie che ad oggi bastano un paio di pillole per risolvere, ed era assolutamente impensabile che una vita potesse essere mantenuta, anche solo temporaneamente, in maniera artificiale. Ma all'alba del XXI secolo la questione si sta progressivamente ribaltando: aumentano per noi le possibilità di decidere, ovviamente in determinate e specifiche condizioni, quando morire.
E qui il principio d'attaccamento alla vita va a farsi friggere, dal momento che mentre prima se ti capitavano certe cose morivi nel giro di un amen (sic!), adesso quell'"amen" si è trasformato anche potenzialmente in anni, se non addirittura decenni.
Ma decenni di cosa?
Decenni di vita che il malato può ritenere accettabile o di sofferenze che lo stesso, potesse, si risparmierebbe?
Certi alfieri della vita che partivano lancia in resta per "difendere" l'esistenza di persone bloccate in stato neurovegetativo (senza nemmeno chiedersi se i "difesi", avessero potuto esprimersi, sarebbero stati d'accordo) nel nome del Dio te l'ha data Dio te la toglie erano uno spettacolo che, non fosse stato tragico il contesto, avrebbe avuto risvolti comici fino (oltre) il grottesco.
Buffo che chi si scaglia per (?) la vita poi osteggi e guardi come abominazioni certi ultrapositivisti che sostengono (e sperano) che in un futuro neanche troppo remoto l'uomo sconfiggerà la morte. Negare la morte vorrebbe dire sacrilegio, ma allungare la vita invece è sacrosanto. L'uomo non può sostituirsi a Dio, dicono.
Per poi usare gli strumenti che lo sostituiscono per far andare oltre chi andar oltre non vuole.
Innanzitutto vorrei puntualizzare una cosa.
A me dello Stato non frega una mazza, non l'ho citato nemmeno incidentalmente: era un discorso che toccava la sfera individuale e l'ingerenza della dottrina religiosa.
Poi.
L'eutanasia è applicata a chi "vivrebbe un altro po' anche senza cure".
Pensando ad un noto caso del passato recente di sciacallaggio "radicale" per il quale la dottrina ha imposto funerali non religiosi, mi verrebbe da pensare che il concetto in realtà è un po' più esteso. Quando uno vive attaccato ad una macchina, vivrebbe un altro po' anche senza cure?
Non mi pare.
Però il concetto di eutanasia si applica anche ad un'eventuale interruzione della terapia in quel caso. Legittima applicazione, a mio avviso.
Io, a differenza tua, non so se eliminando il dolore l'unico problema è la vicinanza o meno dei propri cari, e ne sono tutt'altro che certo. Sai, c'è un'idea che pare non sfiorarti: la morte come liberazione.
I funerali un tempo erano visti come una festa (per quanto triste), in quanto il trapassato aveva lasciato questo mondo per andare in un posto migliore. La morte non è solo mera liberazione dalla sofferenza, come se la condizione di sofferenza stessa fosse l'unica giustificabile per un troncamento prematuro (per quanto mi suoni bizzarro parlar di prematuro in certe condizioni, che sono quelle di cui si sta parlando in questo thread), ma è anche, forse sto per usare un'espressione impropria, liberazione dalla vita stessa. Non si muore "perché ci tocca". Si muore perché la morte è parte integrante della vita, e come si ha il diritto di vivere con dignità, si ha il diritto di andarsene con la stessa dignità, senza essere costretti a vivere diventando l'ombra, se non peggio, di se stessi. Avere la consapevolezza di poter lasciare la gente cui si vuole bene, che si ama, è la più grande prova di maturità che una persona può fare. Avere il coraggio di morire circondati dall'affetto dei propri cari non è suicidio. E' aver compreso che è decisamente giunta la propria ora. Se vuoi metterla sul piano religioso: è il segno che Dio ha voluto dare all'individuo per dirgli che è tempo di morire.


Giusto.
In un mondo "perfetto", però.
Non in quello dove sono state fatte SETTANTAMILA leggi delle quali sono a (ragionevole) conoscenza, si e no, il DUEPERCENTO dei cittadini.
Non, comunque, nel mondo dove (in base, ed in conseguenza, a questa legge che considera l'accompagnamento alla morte, "dolce", un CRIMINE) esistono PIU' "scuole di pensiero" sull'informare, o meno, il paziente dell'EFFETTIVA gravità del suo quadro clinico.
A volte (spesso) NON lo s'informa: per dargli SPERANZA; per CERCARE di rendergli quel POCO che gli resta da vivere il MENO penoso possibile.
E questa PERSONA vive fino all'ULTIMO istante di "coscenza" nella SPERANZA di sopravvivere al male.
Questo è il momento al quale mi riferivo: il momento nel quale questa PERSONA non solo NON HA PIU' coscenza di quelle speranze; ma, il momento nel quale ha OLTREPASSATO le soglie della coscenza.
Non è mia intenzione (figurarsi) lo sminuire lo STRAZIO di situazioni come quelle di Welby o Nuvoli (per citare solo due esempi "noti" alle cronache); ma, quello di cui sto parlando è qualcosa di diverso, di "estremo".
Welby e Nuvoli sono (erano) COSCENTI: coscenti MA disillusi che, nel "breve", si potesse trovare una soluzione alle loro pene.
Io sto parlando di casi dove la "soluzione" NON esiste.
Di casi dove si PUO' ridurre lo strazio dell'INEVITABILE anche di SOLO pochi giorni.


Sicuramente non la CEI, che la CEI non ci provi a decidere per me!
Scherzi a parte, proprio per questo auspico una veloce legislazione in materia, per non avere più dubbi.
In caso di silenzio ti rispondo sinceramente e se vogliamo in modo ipocrita: non saprei!
Non me la sento di esprimermi.
E' privo di umanità lasciare una persona amata nella sofferenza, ma è altrettanto disumano staccare la spina, nel dubbio che la persona non sia d'accordo.
Per fortuna non mi sono mai trovata in una situazione simile, quindi non me la sento di dire cosa sia giusto o cosa sia sbagliato.
Io per me stessa deciderei di non vivere attaccata ad una macchina, l'ho detto a mio marito, lo dirò ai miei figli, sperando che rispettino la mia volontà o sperando che per allora ci sarà una legislazione in materia.


io proporrei ad esempio, al momento dell'entrata in vigore della legge a favore dell'eutanasia... l'obbligo di decidere in merito al testamento biologico... da quel momento in poi, le decisioni andrebbero prese secondo volontà del paziente... il problema forse potrebbe esserci se si trattasse di pazienti di età minore di 18 anni... chi dovrebbe decidere per loro?



