



Ho paura a risponderti, Mr, perchè ho letto l' aggettivo "personalistico" e la cosa mi atterrisce. Posso solo dire che hai pienamente ragione. Un abbraccio.


Aprile 2005... mese che mi fa venire in mente un evento sicuramente ovvio per i defensores fidei. Un evento in cui il Sommo Avversario dell'eutanasia ha preferito la dignità al così detto accanimento terapeutico. Termine che non si sa bene cosa definisca, dal momento che i confini paion assai labili tra i defensores stessi, che non sembrano nemmeno loro esser in grado di capire (o quantomeno spiegare) quando questi limiti vengon travalicati.
L'unico confine tangibile sembra quello del proprio cortile (giusto per sfruttare un acronimo a volte ricorrente per ben altri temi, nimby) e, per quanto ciò che è giusto vada giudicato (teoricamente) da persone non influenzate dagli eventi, c'è da chiedersi perché anche altri individui, pur liberi da questo vincolo abbiano opinioni così contrastanti.
Mi viene in mente la retorica dei fautori della condanna a morte, che invariabilmente pongono la domanda e se succedesse ai tuoi cari? Lì la condanna è ferma, il non è giusto uccidere chiccessia in nome di Dio, del Popolo, o di quel che si vuole, nello schema di valori determinato da una comunità civile che dopo millenni ha raggiunto una determinata consapevolezza s'è incastonato e fatica ad essere divelto.
Ma la retorica della condanna a vivere?
La questione dell'omicidio di Stato è una cosa che coinvolge coattivamente un individuo terzo, ma la questione dell'autodeterminazione della propria morte è assolutamente individuale, personale, e coinvolge solo marginalmente altre persone. Questo è il problema: chi crede che la vita sia stata donata da un ente terzo, dice anche che solo quell'ente è deputato a togliertela, solo lui. Ma questo non basta, in quanto a sentire i defensores dovere dell'individuo è aggrapparsi con le unghie alla vita prolungandola per quanto possibile. Come se fosse terrorizzato da quello che c'è dopo.
Il che è un paradosso, un nonsense. Il Sommo Nemico, in tutti i resoconti variamente agiografici del suo spirare, ha scelto di accettare la morte, e con deferenza questo è stato accettato dalla comunità che egli governava. In perfetta logica con la sua fede. Non si capisce dunque il perché del lui sì e noi no, manco dovessimo precipitare in qualche selva di dantesca memoria, e per evitarlo ci si trovi a dover morire trasformati nell'ombra di noi stessi.
Siamo nell'età del trionfo dell'individualismo, dell'azzeramento della spiritualità, della supremazia del materiale, o almeno così dicono i defensores, e questo dovrebbe portare ad un terrore della morte, proprio a quel desiderio di rimanere avvinghiati alla vita, possibilmente oltre la nostra ora. E' bizzarro (per non dire altro) che proprio loro, i fustigatori della decadenza, vogliano impedire a chi invece si sente pronto per il grande salto, per chi non vuole andare oltre ciò che colui in cui credono ha stabilito. Dovrebbero provare a pensarci sopra, a chiederselo. Ma sappiamo che chi vive di certezze di domande non se ne pone...
P.S.: astengansi accuse di apologia del suicidio, grazie.


Qui, mi sa, si "astengono" tutti; amico Azy.
Comunque; la questio "gira" sul FATTO che, oggi, si muore "più tardi"; e non più per malattie acute, quanto invece per malattie croniche e, di più, DEGENERATIVE.
"Vite più lunghe e salute peggiore; malattie più lunghe e morti più lente; vecchiaia più lunga e demenza crescente".
(Daniel Callahan)
Ancora, oggi la medicina è in grado di "vicariare" le funzioni dei più importanti organi vitali e quindi di tenere in vita un paziente indefinitamente e, comunque, ben oltre il punto in cui si può ragionevolmente dire che stiamo prolungando la vita e non, invece, procrastinando inutilmente la morte.
Questo è un punto importante; l'etica medica tradizionale s'è formata in un'epoca in cui molto poco poteva essere fatto per salvare la vita del paziente e quel poco doveva essere fatto.
L'imperativo del "vitalismo", che imponeva di prolungare ad ogni costo la vita del paziente, era una reazione all'impotenza della medicina, di fronte al fatto drammatico di NON poter riuscire a salvare una vita, spesso ancora carica di promesse.
Oggi, invece, possiamo fare moltissimo non solo per salvare la vita, ma (putroppo) anche per prolungarla quando "non può promettere più nulla".
Si pone allora il problema di sapere se vale SEMPRE la pena ("comunque" degli altri) di fare tutto quello che si è in grado fare, fino alla totale espropriazione di quel che viene comunemente definito il "diritto di morire con dignità".
Nel rispetto del dolore di quelli che percepiscono questo come una VIOLAZIONE della dignità della persona che vedono INUTILMENTE soffrire.






A nessuno, ripeto a nessuno è vietato di rifiutare l'accanimento terapeutico e di avere solo cure palliative. Al Papa non è stato fatto nulla di diverso da quelo che quotidianamente viene fatto a migliaia di anziani compresa mia nonna quando è morta: gli si dà l'ossigeno, li si lascia sedati, anche in casa, finchè si spengono.
Quindi nessuna doppia morale.
Questo è ben diverso dall'eutanasia, dove si provoca attivamente la morte in qualcuno che invece potrebbe continuare a vivere per un po' anche senza cure.
Questo è diverso e io sono contrario, per un motivo ben preciso che nulla ha a che vedere con la fede, ma sono con l'umanità: cioè che questa sarebbe solo l'eutanasia per la depressione, non per il malato. Ovvero sappiamo che eliminando il dolore l'unico problema che rimane è la vicinanza o meno dei propri cari, alla fine chi è solo sceglie l'eutanasia, chi ha l'affetto di qualcuno ha sempre un quarto d'ora in più che vale la pena vivere.
Certo lo Stato no n può fornire l'affetto, e quindi l'eutanasia è la scelta più facile...![]()
Against all odds


Cosa intendi per "inutilità"? Una volta eliminato il dolore fisico, e si può farlo, è inutile stare un quarto d'ora in più con i propri cari, se ci sono, o un'ora in più a crare il proprio hoby, che so, la lettura, o semplicemente sentire la muscia.
Ma l'affetto delle persone è fondamentale. solo chi è solo sente come inutile anche solo un minuto in più, ma per quello allora non c'entra neanche l'essere inguaribili...
Against all odds




Ti chiedo: sei MAI stato vicino ad una persona "cara" sedata ED in coma vigile?
Se si: sei ASSOLUTAMENTE certo che non soffra?
(come "assicurano" i medici "obiettori")
Ma, OLTRE a questo: se ci sei stato (non me lo auguro, per te, e non lo credo; stante quello che scrivi); ma di quali "hoby" e fesserie varie vai vaneggiando sulle persone che VEDONO questo loro caro nelle condizioni più INIQUE che si possano immaginare?