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Discussione: Siciliani

  1. #21
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    IGNAZIO BUTTITTA

    Bagheria (Palermo) 19.09.1899 - Ivi 05.04.1997

    Ignazio Buttitta è stato uno dei più significativi poeti siciliani del ’900. Di modesta famiglia potè proseguire gli studi solo fino alle elementari.

    Nel 1916 fu richiamato alle armi partecipando alla battaglia del Piave. Ritornato in Sicilia nel 1918, riprese a lavorare nella bottega paterna, aderendo nel frattempo attivamente alle idee socialiste e successivamente iscrivendosi al Partito comunista. Consapevole della necessità di coniugare gli interessi letterari con l’impegno sociale, cominciò a formarsi una cultura da autodidatta. Nel 1922 fondò a Bagheria il Circolo culturale “Filippo Turati” che fu animatore di una sommossa popolare contro i dazi comunali. Fino al 1928 fu condirettore del mensile palermitano di letteratura dialettale “La Trazzera”, soppresso dal Regime.

    A questi anni risalgono la raccolta di versi Sintimintali (1923) con prefazione di G. Pipitone Federico, e il poemetto Marabedda (1928), tradotto da G. Ganci Battaglia. La Seconda guerra mondiale lo costrinse a rifugiarsi con la famiglia a Codogno (Milano). Durante la permanenza in Lombardia partecipò alla lotta clandestina. La sua prima poesia antifascista fu pubblicata nel 1944, nel secondo numero di "Rinascita". Fu arrestato due volte dai fascisti riuscendo sempre a sfuggire alla condanna.

    Alla fine della guerra rientrò in Sicilia, dove trovò i suoi magazzini di generi alimentari saccheggiati. Per vivere (erano già nati i suoi 4 figli) fu costretto a ritornare in Lombardia e a intraprendere l’attività di rappresentante commerciale. A Milano potè frequentare una ristretta cerchia di artisti e intellettuali siciliani tra i quali Salvatore Quasimodo e Elio Vittorini. Nel 1960 tornò definitivamente in Sicilia, stabilendosi in una casa ad Aspra, prospiciente il golfo di Palermo, che divenne presto luogo d'incontro per poeti, scrittori e artisti provenienti da tutte le parti del mondo.


    Le opere

    “Sintimintali”- Poesie con prefazione di G. Pipitone Federico, Edizioni Sabio, Palermo 1923;
    “Marabedda”- Edizioni La Terrazza, Palermo 1928;
    “Lu pani si chiama pani”- Traduzioni in versi di Salvatore Quasimodo, illustrazioni di Renato Guttuso, Edizioni di Cultura Sociale, Roma 1954;
    “Lamentu pi la morti di Turiddu Canivali” - Traduzione di Franco Grasso, Edizioni Arti Grafiche, Palermo 1956;
    “La peddi nova”- Prefazione di Carlo Levi, Edizioni Feltrinelli, Milano 1963;
    “Lu trenu di lu suli” - Introduzione di Leonardo Sciascia, edizioni Avanti!, Milano 1963;
    “La paglia bruciata” - Prefazione di R. Roversi con una nota di Cesare Zavattini, Edizioni Feltrinelli, Milano 1968;
    “Io faccio il poeta” - Prefazione di Leonardo Sciascia, Edizioni Feltrinelli, Milano 1972 (Premio Viareggio);
    “Il cortile degli Aragonesi”- (rielaborazione di un’opera teatrale di autore ignoto) Editore Giannotta, Catania 1974;
    “Il poeta in piazza” - Edizioni Feltrinelli, Milano 1974;
    “Prime e nuovissime” - Gruppo Editoriale Forma, Torino 1983;
    “Le pietre nere” - Edizioni Feltrinelli, Milano 1983.

  2. #22
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    Siracusa 287 a.C. - Siracusa 212 a.C.

    Fisico e filosofo nato a Siracusa nel 287, è da ricordare anche come uno dei più grandi matematici dell'antichità. Figlio dell'astronomo Fidia, probabilmente studiò ad Alessandria d'Egitto dove conobbe Conone di Samo, Dositeo di Pelusio, Eratostene di Cirene, e fu allievo di Euclide. Tra le sue opere si ricordano “Della sfera e il cilindro”, ”Misura del circolo”, “Conoidi e sferoidi”, “Le spirali”, “Sull'equilibrio dei piani”. Le opere citate e numerose altre furono tradotte in latino nel medioevo e studiate nel Rinascimento. Va ricordarlo anche per il suo notevole contributo alla filosofia ellenica, insieme ai colleghi della scuola di Alessandria del III secolo avanti Cristo. Morì a Siracusa nel 212 avanti Cristo durante l'assedio romano guidato da Marcello, a causa della rottura dell'alleanza tra Siracusa e Roma.

  3. #23
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    Giuseppe Fava (Palazzolo Acreide - Siracusa - 1925 / Catania 1984), scrittore e autore drammatico, si trasferisce a Catania da giovane e qui intraprende l'attività di giornalista per il quotidiano "Espresso sera". "Cronaca di un uomo" del 1966, premio Vallecorsi, e "La violenza" del 1970 e premio Idi, segnano l'inizio della sua carriera di scrittore teatrale. Nei suoi testi si trova la formula del "teatro documento" e quella della dimensione onirica. Tra gli altri suoi testi si ricordano "Il proboviro" del 1972, "Bello, bellissimo" del 1974, "Opera buffa" del 1979, "Sinfonia d'amore" del 1980, "Foemina ridens" del 1982 e "L'ultima violenza" del 1983. Quest'ultima va ricordata come suo testamento spirituale visto che l'anno dopo, davanti al Teatro Verga di Catania, fu ucciso in un agguato mafioso. L'opera può esser intesa come un documento di ciò che può accadere in una società dominata dalla violenza mafiosa.

  4. #24
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    FRANCO FRANCHI & CICCIO INGRASSIA


    FRANCO FRANCHI (FRANCESCO BENENATO)

    Palermo, 18 settembre 1928 - Roma, 9 dicembre 1992

    Francesco Benenato, in arte Franco Franchi, è l'ottavo di quattordici fratelli, dopo la terza elementare è costretto a cercarsi un lavoro, trascorrendo la sua giovinezza tra vari lavori ambulanti, il carcere e gli spettacoli di un gruppo di musicisti girovaghi. Talento comico innato, mimica impressionante, doti canore e esuberanza fuori dal comune sono le premesse del matrimonio artistico con Ciccio Ingrassia. I due raggiungono il successo teatrale grazie a Domenico Modugno che li porta con sé nel musical Rinaldo in campo, per poi farli esordire al cinema in Appuntamento a Ischia. E' però il pubblico portarli in trionfo come la coppia più amata del cinema italiano. Dal 1960 al 1969 sono protagonisti di quasi novanta film, di cui quarantadue realizzati tra il '64 e il '66; successo di pubblico, record di incassi e guadagni sicuri per produzioni in fallimento non corrispondono al successo della critica, che non ha mai visto di buon occhio Franco e le sue smorfie. Anche la qualità dei film, molti dei quali diretti da Giorgio Simonelli e Lucio Fulci, tende a svalutare nel tempo le loro arti. Scenegggiature scadenti, regie standard, tempi di produzione ristrettissimi, infinite parodie di film di successo e di temi scottanti, il tutto miscelato esclusivamente dalla loro verve comica. Recitano accanto a Totò, una delle sue prime imitazioni, nel film di Pasolini Capriccio all'italiana e sono i protagonisti del Don Chisciotte di Gianni Grimaldi. Nonostante le numerose separazioni, Franco e Ciccio resteranno artisticamente inscindibili fino alla morte, omaggio e ricordo di uno dei comici più amati dal pubblico italiano.


    CICCIO (FRANCESCO) INGRASSIA

    Palermo, 5 ottobrre 1923 - Roma, 28 aprile 2003

    Dopo una lunga gavetta nei teatri di provincia, Ciccio Ingrassia arrivò al cinema all'inizio degli anni Sessanta. Proprio nel 1960 esordì in coppia con Franco Franchi in Appuntamento a Ischia. Per tutto il decennio il duo Franchi-Ingrassia furoreggiò con titoli quali I due mafiosi (1963), I due evasi si Sing Sing (1964), I due deputati (1968), I due vigili (1968) e Don Chisciotte e Sancho Panza (1968). L'allentamento del sodalizio che caratterizzò l'inizio degli anni Settanta consentì a Ingrassia di mostrare le sue doti di attore drammatico in Violenza, quinto potere (1972). L'anno seguente fu lo zio matto del protagonista in Amarcord, di Fellini, poi recitò in Todo modo (1976), di Petri, ne L'ingorgo (1979), di Comencini, e in Giovani e belli (1995), di Risi. Come regista firmò due titoli: Paolo il freddo(1974), in cui lasciò spazio a Franchi, ritagliandosi solo una parte secondaria come attore, e L'Esorciccio (1975), in cui, al contrario, assente l'amico, fu anche protagonista.

  5. #25
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    Turi Ferro


    Attore di teatro e cinema

    Catania, 1921 - Catania, 2001

    Turi Ferro, comincia a recitare nella compagnia Brigata d’arte filodrammatica, diretto dal padre Guglielmo Ferro, al teatro Coppola di Catania. La sua prima interpretazione è il personaggio di Michelino, nell’opera Aria del continente di Nino Martoglio.
    Dai quindici ai venti anni recita nei teatri parrocchiali della città.
    Nella stagione teatrale 1948-49 entra nella compagnia romana di Rosso San Secondo e si sposa con la collega Ida Carrara.
    Nel 1953 ritorna a Catania: lavora contemporaneamente con la Brigata d’arte filodrammatica e cin la RAI.
    Riscuote enorme successo nelle rubriche Tutta la città ne parla, Il campanile d’oro – dove interpreta Alfio Spampinato fu Filippo - il Ficodindia, dove interpreta Bastiano.
    Nel 1958 collabora con l’istituito l’Ente teatro Sicilia – il futuro Teatro Stabile del quale in seguito sarà uno dei principali animatori; e qui comincia il suo successo teatrale, con l’interpretazione di Malìa di Luigi Capuana, cui seguono La Lupa di Giovanni Verga e tanti altre opere dello stesso autore siciliano ed anche di Luigi Pirandello, Nino Martoglio, Vitaliano Brancati, Rosso San Secondo, Federico De Roberto, Leonardo Sciascia.
    Diventa uno dei più validi interpreti della vita catanese e siciliana.
    In questo Stabile lavora con grandi registi, quali Onorato, Benedetto, Bragaglia, Bernardi, Salvini, Landi. Il successo è confermato anche all’estero, con opere importanti: Liolà, I Viceré, Il giorno della civetta, Il consiglio d’Egitto, Mastro don Gesualdo e altri. Nel 1961–62 entra nello Stabile di Genova, con Luigi Squarzina e al Piccolo di Milano, con Giorgio Strehler. Prende parte a numerosi sceneggiati televisivi: L’accusatore pubblico, Villaggio Stepancicovo, Mastro don Gesualdo, I racconti del maresciallo, I nicotera, L’aria del continente.
    Nel cinema interpreta molti film di successo, tra i quali: nel 1971 L’istruttoria è chiusa di Damiano Damiani; Mimì metallurgico ferito nell’amore di Lina Wertmuller nel 1972; Malizia nel 1973 di Salvatore Samperi; La governante del 1974 di Gianni Grimaldi; Il lumacone di Paolo Cavara del 1974; Fatto di sangue tra due uomini per causa di una vedova (si sospettano moventi politici) del 1978 per la regia di Lina Wertmuller; Tu ridi del 1998 dei fratelli Taviani.
    E’ morto la mattina dell’11 maggio 2001 a Catania dov’era nato nel 1921, nella sua abitazione a Sant’Agata Li Battiati. Era stato dimesso dal reparto di cardiologia dell’ospedale per l’aggravarsi del suo stato di salute, dopo un infarto cardiaco. Aveva da poco compiuto gli 80 anni. Avrebbe dovuto far parte del film Pinocchio di Roberto Benigni.
    Ha detto di lui Roberto Benigni, Turi Ferro era un attore di stratosferica bellezza. Il suo volto poteva abitare con la medesima forza paesaggi reali e luoghi fiabeschi. C’eravamo incontrati per cominciare insieme, appunto, un viaggio nella più bella favola del mondo.

  6. #26
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    FRANCO BATTIATO

    Jonia(Catania), 23.03.1945

  7. #27
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    www.siciliaindipendente.org Agnes velhom age, bureita dadenami. Eka esti, metere Trinacie geped. Ais darna Trinacie uie, iti Talia tebei, ahita Talia praarei, viadis Talia aite esti. Zudai esti. Puri Trinacie ires.
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    Rosa Balistreri
    Licata, 21 marzo 1927 — Palermo, 20 settembre 1990



    Cantante "folk" siciliana. Non cominciò subito la carriera di cantante, nonostante coltivasse in segreto la passione per il canto. Visse, maturando l'esperienza di emigrante, per circa vent'anni a Firenze per poi trasferirsi a Palermo nel 1971.

    Cominciò la carriera di cantante professionista nel 1966 partecipando allo spettacolo di Dario Fo "Ci ragiono e canto", nello stesso anno registrò il suo primo disco. Proseguì con concerti al teatro Carignano di Torino, al Manzoni di Milano e al Metastasio di Prato alternati con esibizioni in varie sedi compresi seminari sulla musica popolare in alcune università. Il suo repertorio variava dai canti appresi durante l'infanzia a canti popolari di varia provenienza, in particolare scrisse per lei numerose liriche Ignazio Buttitta. Il timbro forte ed originale della voce le consentì di interpretare le canzoni popolari siciliane con un tono fortemente drammatico esprimendo il senso di povertà e orgoglio della sua terra.

  8. #28
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    Predefinito Piersanti Mattarella (1935-1980)





    “Nella capacità di identificare uno sviluppo e di proporre scelte coerenti di carattere produttivo che garantiscano una crescita economica, sociale e civile dell'Isola, c'è anche la risposta essenziale all'eliminazione delle ragioni di fondo del prosperare della mafia nella nostra Regione." Così si esprimeva davanti all'Assemblea regionale il Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, il 20 novembre 1979. A meno di due mesi dall'attentato nel quale sarebbe rimasto ucciso, e all'indomani dei gravissimi assassini del giudice Terranova e del maresciallo Mancuso, Mattarella riportava il dibattito sulla mafia nelle sedi istituzionali. Per affermare che occorreva andare oltre "alla identificazione dei momenti repressivi, di lotta da parte degli organi istituzionali a ciò preposti: le forze dell'ordine e la magistratura."
    Per ribadire con forza che il problema mafioso non era solo un problema di ordine pubblico, ma un problema squisitamente politico, che pertanto necessitava di risposte politiche. Per sostenere che la mafia la si combatteva in primo luogo nelle sedi istituzionali, con gli strumenti propri della politica. Piersanti Mattarella, nato a Castellammare del Golfo (Tp) nel 1935, si formò nella gioventù dell'Azione Cattolica, e ne ricoprì importanti incarichi diocesani, regionali e nazionali. Consigliere comunale di Palermo dal 1964 al 1967, divenne componente della direzione regionale, del Consiglio nazionale e della direzione centrale della Democrazia Cristiana. Dal 1967 al 1978 fu deputato nell'Assemblea della Regione Sicilia, eletto per la DC nel collegio di Palermo. Come deputato regionale lavorò nella Commissione per il bilancio, per la riforma burocratica e per la riforma urbanistica, divenendo poi Assessore alla Presidenza con delega al bilancio.
    Nel 1978 assunse la carica più alta, quella di Presidente della Regione Sicilia, fino a quando non venne assassinato a Palermo il 6 gennaio 1980. La politica, dunque, come momento in cui l'impegno di azione civile si congiunge col rigore morale e la fede religiosa. Allo stesso modo di Sturzo, De Gasperi, Vanoni, La Pira e Moro, per Mattarella la propria esperienza cristiana è alla base dell'impegno civile. Profondamente convinto che "per il cristiano l'azione politica, sociale economica e la morale non sono mai dissociabili; ad essi principi occorre ispirare tutta la nostra azione". Il credo individuale si riflette nel modo di confrontarsi con la realtà sociale: "Evangelizzazione e promozione umana non sono dunque due termini nuovi: sono in definitiva i tratti costanti non solo dell'insegnamento della Chiesa, ma anche della stessa azione politica e sociale dei cattolici". Proprio guardando alla dottrina sociale della Chiesa, Mattarella fa derivare una sua certa "disapprovazione del capitalismo che non è mai né accettato né approvato" ed allo stesso tempo la convinzione e la volontà di un'azione politica che, "attraverso pacifiche mutazioni" potesse in definitiva modificarlo "dal di dentro". Un "riformismo cattolico" che scaturisce da una spinta morale individuale, diventa così una prassi di governo fortemente consapevole. Una linea politica che Mattarella persegue inizialmente senza l'obbiettivo di opporsi frontalmente alla mafia, ma che inevitabilmente lo porrà in frontale contrasto con il blocco socio-politico-malavitoso che governava l'Isola. La militanza nella DC palermitana, il medesimo partito di Ciancimino e Salvo Lima, lo porta ad essere deputato dell'Assemblea regionale e assessore, impegnato per dare al partito una marcata spinta riformatrice e "quella incisività necessaria per ottenere risultati di cambiamento".
    Fin dall'inizio della sua esperienza politica sostiene la formula del centro-sinistra e quindi la formazione di giunte che vedano l'alleanza fra DC, PSI, PSDI e PRI. "C'è la necessità afferma nel 1971 che la politica di centro-sinistra assuma un significato riformatore per una coraggiosa eliminazione di talune vistose sperequazioni e che la DC, partito di maggioranza relativa, sappia mantenere l'iniziativa e la guida politica". Il terreno sul quale l'iniziativa riformatrice della coalizione si sarebbe misurata sarebbe stata l'attuazione della riforma burocratica, la riforma urbanistica, una ristrutturazione degli enti regionali, una razionale legge di incentivazione industriale, una nuova e più trasparente legislazione sugli appalti pubblici. Particolare importanza avevano, per Mattarella, il decentramento amministrativo e una maggiore collegialità della giunta regionale, per servire gli interessi generali e non quelli particolaristici. "Occorre spostare i centri di interesse e di riferimento tanto all'interno quanto all'esterno, dalle correnti, dai gruppi o peggio dalle persone a dimensioni più ampie che coinvolgano tutta la nostra comunità ed il suo avvenire". Proprio nel campo delle intermediazioni parassitarie Piersanti Mattarella, quindi, identificò il terreno di lotta alla mafia per l'amministrazione regionale e per la sua attività come assessore regionale. Su questo campo Mattarella non era ostile neppure ad una collaborazione col PCI.
    Fin dal 1975 egli constatava infatti che "il reale spostamento a sinistra della società e della stessa DC può e deve consentire ad essa di assolvere al suo compito con le necessarie collaborazioni democratiche. Occorre liberare la DC dalla arroganza o anche dalla semplice ansia del potere, ripristinando a pieno il nostro senso dello stato, il rispetto per la cosa pubblica". Coerentemente con l'avvicinamento fra Moro e Berlinguer su scala nazionale, Mattarella avviò un confronto coi comunisti, guidati in Sicilia da Pio la Torre (anch'egli vittima della mafia nel 1982). Nel febbraio 1978, mentre a Roma Aldo Moro stava lavorando per formare una maggioranza di "Compromesso storico" col PCI (progetto poi realizzato da Andreotti nel marzo, a seguito del rapimento dello stesso Moro), in Sicilia veniva a formarsi la prima giunta di Unità nazionale.
    Il PCI entrava nella maggioranza di governo dell'Isola, votando l'appoggio esterno ad una giunta democristiana presieduta da Piersanti Mattarella. La collaborazione fu breve, poiché terminò nel febbraio 1979, ma assai intensa. L'azione riformatrice di Mattarella, forte dell'appoggio comunista, poté concretizzare alcune misure che porranno il neo Presidente della Regione Sicilia in contrasto col suo stesso partito, e che gli varranno la condanna a morte da parte della mafia. In primo luogo venne elaborato un progetto di "pianificazione economica". Seguendo l'insegnamento di Vanoni, Mattarella era "per l'idea di piano non come fatto di pianificazione collettivistica e quindi non come strumento di mutamento dell'economia liberale, ma piuttosto come correttivo della stessa, come strumento pratico di coordinamento diretto ad eliminarne le più vistose contraddizioni dettate da interessi o da spinte particolaristiche". Ciò gli procurò l'ostilità degli imprenditori, della rete politico clientelare che prosperava grazie all'affarismo mafioso. In secondo luogo si adoperò per l'attuazione della legge del 1976 sul decentramento amministrativo, trasferendo competenze agli enti locali, sottraendole alle clientele burocratico politiche palermitane colluse col sistema mafioso, trasferendo a livello locale la gestione dei finanziamenti, controllando capillarmente l'utilizzo dei fondi erogati dalla CEE.
    In terzo luogo varò una importantissima legge di riforma del sistema degli appalti pubblici indetti dalla Regione. Venivano così lesi per la prima volta interessi enormi che ruotavano attorno al mondo dell'imprenditoria locale, dell'affarismo mafioso, del riciclaggio del denaro sporco, della stretta connessione fra potere politico, edilizia e malavita organizzata. Fu così che la DC tolse la fiducia alla giunta di Mattarella, che fu costretto, con riluttanza, a dichiarare esaurita la collaborazione coi comunisti: la nuova giunta che Mattarella guidò dal febbraio 1979 vide il ritorno del PCI all'opposizione. Ma nonostante le pressioni, si rifiutò di abrogare le riforme da lui stesso introdotte nel corso del precedente mandato, prima fra tutte la riforma del sistema degli appalti. Al centro di una crisi economica che fece aumentare la disoccupazione, l'inflazione e mise in crisi l'Halos di Licata, l'IMSA di Messina e la FIAT di Termini Imerese, nel 1979 esplose la seconda guerra di mafia.
    Intervistato alla RAI nell'ottobre di quell'anno, Mattarella difese con forza la linea del confronto coi comunisti, la nuova legislazione sugli appalti e chiamò tutta la società civile alla mobilitazione contro la violenza mafiosa. "Se tutti quelli che parlano di mafia si comportassero per isolare la mafia, forse avremmo già fatto un grosso passo avanti Tutti quelli che avvertono la gravità di questo fenomeno, si comportino per creare condizioni di isolamento". L'invito di Mattarella era rivolto, probabilmente, verso coloro che, nel suo partito, invece di isolare la mafia, isolavano lui stesso. La sua parola d'ordine "una Regione con le carte in regola" riportava al centro della politica regionale il rispetto della legalità e la trasparenza, specialmente nell'amministrazione pubblica e nella sfera economico-finanziaria dell'Isola.
    A questo proposito Mattarella dispose un controllo capillare dei bilanci dei singoli assessorati e dispose una severa ispezione sugli appalti per la costruzione delle scuole comunali. Sempre più solo, marginalizzato nel partito, alle prese con una drammatica crisi economica, nel pieno della guerra di mafia, la DC provocò la seconda crisi della giunta Mattarella. In una intervista rilasciata al Giornale di Sicilia questi dichiarava, con grande amarezza: "Il peggio è cominciato, ma il peggio va affrontato." Quindi, riprendendo gli appelli del Cardinale Pappalardo, lanciava un drammatico richiamo: "Nella classe dirigente non solo politica, ma pure economica e finanziaria, si affermano comportamenti individuali e collettivi che favoriscono la mafia. Bisogna intervenire per eliminare quanto a livello pubblico, attraverso intermediazioni e parassitismi, ha fatto e fa proliferare la mafia". L'intervista, rilasciata il 5 gennaio 1980, fu pubblicata sul quotidiano palermitano l'indomani, il giorno dell'Epifania; la stessa mattina in cui Piersanti Mattarella, a bordo della propria auto, veniva falcidiato in un agguato mortale.

    Fonte: http://www.centrostudimalfatti.org/p_mattarella.html

  9. #29
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    Don Luigi Sturzo

    Caltagirone (Catania), 26.11.1871 - Roma, 8.8.1959



    Luigi Sturzo nasce a Caltagirone, in provincia di Catania, il 26 novembre 1871. La famiglia fa parte dell'aristocrazia agraria. Luigig frequenta i seminari prima di Acireale, poi di Noto.

    Dopo il 1891, la pubblicazione della Rerum novarum, prima enciclica sulla condizione operaia, e lo scoppio delle rivolte dei contadini e degli operai delle zolfare siciliane (i cosiddetti Fasci) spingono Sturzo a orientare i suoi studi filosofici verso l'impegno sociale.

    A Roma, mentre frequenta l'Università Gregoriana, partecipa al fervore culturale dei giovani cattolici. Il giovane Sturzo assume con entusiasmo posizioni vicine al pensiero di Leone XIII, il papa della Rerum novarum. Allo stesso tempo Sturzo è critico rispetto allo Stato liberale, al suo centralismo e all'assenza di una politica per il Mezzogiorno.



    Nel 1895 fonda il primo comitato parrocchiale e una sezione operaia nella parrocchia di S. Giorgio; a Caltagirone dà vita alle prime casse rurali e cooperative.

    A Roma Sturzo perfeziona i suoi studi conseguendo il diploma in Filosofia e la laurea in Teologia. Viene ordinato sacerdote il 19 maggio 1894. Il fratello maggiore Mario sarà vescovo di Piazza Armerina (EN).

    Nell'esercizio del suo ministero sacerdotale ha modo di constatare la grande miseria del popolo: arriva così alla"vocazione di portare Dio nella politica". Don Sturzo dedica tutto se stesso all'attuazione dei princìpi della dottrina sociale della Chiesa.

    Studia scienze sociali, è uomo politico e s'interessa nel primo decennio del XX secolo alle proposte politiche di Romolo Murri e alle proposte sociali di Giuseppe Toniolo, modernisti cattolici. Don Sturzo è precocemente favorevole, ancora negli anni del non expedit pontificio, all'organizzazione politica indipendente dei cattolici italiani e al loro progressivo inserimento nella vita civile e politica dello Stato.

    Le caratteristiche del sacerdote sono, oltre a una continua unione con Dio, il profondo senso della giustizia, l'eroica obbedienza alla Chiesa, e il grande amore per i poveri.

    Meridionalista, sostiene la necessità del decentramento amministrativo e delle autonomie regionali.
    Ostile al capitalismo liberale che tendeva al monopolismo borghese, così come al socialismo classista che tendeva allo statalismo proletario, dopo una prima esperienza - che durerà 15 anni - di pro-sindaco di Caltagirone, Sturzo sostiene l'abolizione del non expedit per la partecipazione dei cattolici alla vita politica.

    Nel 1919 fonda il Partito Popolare Italiano, di cui sarà segretario, portandolo a notevoli e importanti successi.
    Giovanni Giolitti non si capacitava del fatto che un piccolo prete, da un ufficetto vicino a Montecitorio, potesse guidare e dare ordini a un così compatto gruppo di deputati.

    Sopraggiunta la dittatura fascista, nel 1924 Don Sturzo è costretto ad un lungo esilio, prima a Londra, poi negli Stati Uniti, dove con i suoi scritti e le sue pubblicazioni prosegue la lotta: grazie alla traduzione dei suoi saggi la parola "totalitarismo" diviene tra le più diffuse nel lessico politico del Novecento.

    Torna in Italia, da New York, nel 1946.
    Difensore della Roma cristiana contro il comunismo ateo, nel 1952 caldeggia un'alleanza con il Movimento Sociale e i monarchici per contrastare il "Blocco del popolo" alle elezioni comunali. Sturzo viene sconfessato da parte del mondo cattolico e da Alcide De Gasperi. I partiti di centro vincono ugualmente.

    Il presidente della Repubblica Luigi Einaudi lo nomina senatore a vita nel 1952.

    Luigi Sturzo muore a Roma il giorno 8 agosto 1959.

    Papa Giovanni XXIII lo definirà "esempio di preclare virtù sacerdotali". Papa Giovanni Paolo II, nel suo discorso ai vescovi siciliani in occasione della loro visita ad limina del 1981 ne esalterà "la vita, l'insegnamento e l'esempio [...] nella piena fedeltà al suo carisma sacerdotale".

    È stata presentata istanza per la sua canonizzazione.

    Da http://biografie.leonardo.it

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    Giorgio La Pira

    Pozzallo (Ragusa), 9.1.1904 - Firenze, 5.11.1977

    Nasce il 9 gennaio 1904 a Pozzallo (RG), in Sicilia. Primogenito di una famiglia di umili condizioni, a prezzo di grandi sacrifici riesce a diplomarsi in Ragioneria e poi a laurearsi in Giurisprudenza.
    Trasferitosi a Firenze con il suo maestro, diventa docente di Diritto romano. Tra il 1929 ed il 1939 svolge un’intensa attività di studioso che lo mette in contatto con l’Università Cattolica di Milano: entra cosí in amicizia con figure come padre Gemelli e Giuseppe Lazzati.
    Si impegna a fondo nell’Azione Cattolica giovanile e nella pubblicistica cattolica, scrivendo in numerose riviste, tra cui il famoso Frontespizio. Alla vigilia della guerra (1939) fonda e dirige la rivista Principi nella quale - in pieno regime fascista - pone le premesse cristiane per un’autentica democrazia. Il regime ne vieta la pubblicazione. Tra il 15 luglio e l’8 settembre 1943 crea il foglio clandestino San Marco. Il 23 settembre sfugge alla polizia segreta che lo cerca per arrestarlo. Raggiunta Roma, nel 1944 tiene all’Ateneo Lateranense - su iniziativa dell’Istituto Cattolico Attività Sociali - un corso di lezioni che riscuote molto successo. L’anno successivo le lezioni vengono pubblicate sotto il titolo Le premesse della politica.
    Liberata Firenze l’11 agosto 1944, La Pira torna ad insegnare all’Università e collabora al quotidiano del Comitato di Liberazione Nazionale toscano La nazione del popolo. Nel frattempo arricchisce il suo pensiero approfondendo la cultura cattolica francese e l’economia anglosassone. Sostiene il diritto universale al lavoro e l’accesso generalizzato alla proprietà. Frutto di questa riflessione sono alcuni noti volumi come La nostra vocazione sociale: Valore della persona umana.
    Nel 1946 viene eletto all’Assemblea Costituente. Nel 1947, insieme a Dossetti, Fanfani e Lazzati, dà vita a Cronache sociali, la rivista che meglio ha espresso la presenza cristiana nel difficile processo di rinascita della democrazia in Italia. Alla Costituente svolge un’opera di grande rilievo, e da tutti apprezzata, nella Commissione dei 75, in particolare per la formulazione dei principi fondamentali che dovranno reggere la nuova Repubblica Italiana. Nel 1948 è nominato sottosegretario al Ministero del Lavoro; nel 1950 scrive in Cronache Sociali il famoso saggio L’attesa della povera gente, nel quale dimostra la necessità, e la concreta possibilità, del lavoro e della casa per tutti.
    Nel 1951 interviene presso Stalin in favore della pace in Corea. Il 6 luglio è eletto Sindaco di Firenze (1951-1958; 1961-1965). La sua opera di sindaco è punteggiata da notevoli realizzazioni amministrative e da straordinarie iniziative di carattere politico e sociale. Sotto la sua amministrazione, vengono ricostruiti i ponti Alle Grazie, Vespucci e Santa Trinità distrutti dalla guerra; viene creato il quartiere-satellite dell’Isolotto; si gettano le basi per il quartiere di Sorgane; si costruiscono, in varie zone della periferia, moltissime case popolari; si riedifica il nuovo Teatro Comunale; si realizza la Centrale del Latte; viene nuovamente pavimentato il Centro Storico. Con la collaborazione dell’on. Nicola Pistelli, Firenze viene dotata di un numero di scuole tale da ritardare di almeno vent’anni la crisi dell’edilizia scolastica in città. Nello stesso tempo, La Pira conduce una coraggiosa lotta in favore dei lavoratori. Famosa la strenua difesa dell’occupazione per i duemila operai delle officine Pignone, poi della Galileo e della Cure.
    Nel 1952 organizza in piena guerra fredda il primo Convegno internazionale per la pace e la civiltà cristiana. Da esso ha inizio un’attività, unica in Occidente, tesa a promuovere contatti vivi, profondi, sistematici tra esponenti politici di tutti i Paesi. Nel 1955 i sindaci delle capitali del mondo siglano a Palazzo Vecchio un patto di amicizia. Nel 1958 hanno luogo a Firenze i Colloqui Mediterranei cui partecipano rappresentanti arabi ed israeliani. Nel 1959 La Pira, invitato a Mosca, parla addirittura al Soviet Supremo in difesa della distensione e del disarmo. Rivolge anche un ammonimento ai capi del Cremlino: «Come avete rimosso dal Mausoleo al Cremlino il cadavere di Stalin, cosí dovete liberarvi dal cadavere dell’ateismo. È una ideologia che appartiene al passato ed è ormai irrimediabilmente superata».
    Nel 1965 incontra ad Hanoi Ho Chi-Minh con il quale mette a punto una serie di proposte che, se non fossero state osteggiate da esponenti occidentali ostili alla pace, avrebbero anticipato di un decennio la fine della tragica guerra vietnamita. In parallelo a questi contatti diplomatici avvengono i gemellaggi di Firenze con Filadelfia, Kiev, Kioto, Fez e Reims; nonché il conferimento della cittadinanza onoraria di Firenze al segretario dell’ONU U Thant e al grande architetto Le Corbusier. Nel capoluogo toscano La Pira promuove il Comitato internazionale per le ricerche spaziali; una tavola rotonda sul disarmo; iniziative tese a mettere in luce il valore e l’importanza del terzo mondo e degli emergenti Stati africani (tra l’altro, invita a Firenze il presidente del Senegal Léopold Senghor, uno dei piú prestigiosi leaders cristiani dei movimenti di liberazione). È ancora lui che per primo lancia l’idea dell’Università Europea da istituire a Firenze.
    Dal 1966 comincia a ritirarsi dall’attività pubblica, ma continua a mantenere contatti internazionali quale presidente della Federazione mondiale delle città unite. In questa veste, tiene colloqui e conferenze in vari paesi d’Europa, in preparazione alla Conferenza di Helsinki. Nel 1967 ha colloqui con Nasser in Egitto ed Abba Eban in Israele, per collaborare alla pace tra i due grandi gruppi umani usciti dall’unico progenitore Abramo. Trova un inaspettato interesse per questa impostazione di discorso politico fondato sulla tradizione religiosa. Nel 1973 a Houston (USA) parla al Convegno internazionale "I progetti per il futuro" ed delinea i compiti delle nuove generazioni. Famoso l’inizio del suo discorso: “I giovani sono come le rondini, annunciano la primavera”. Nel contesto di queste molteplici iniziative svolge un'intensa attività pubblicistica. Scrive a Capi di Stato, a personalità di ogni continente, ai monasteri di clausura, ai vecchi e ai bambini di Firenze, tiene discorsi, conversazioni, incontri, soprattutto con giovani, che lo seguono con entusiasmo avvertendo la grande forza della sua fede e la purezza dei suoi ideali.
    Instancabile proclamatore della profezia di Isaia, ne esalta spesso la sua attualità: «
    Avverrà che nei tempi futuri il monte della casa del Signore sarà stabilito in cima ai monti e si ergerà al di sopra dei colli. Tutte le genti affluiranno ad esso, e verranno molti popoli dicendo: "Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché c'istruisca nelle sue vie e camminiamo nei suoi sentieri". Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice tra le genti e arbitro di popoli numerosi. Muteranno le loro spade in zappe e le loro lance in falci; una nazione non alzerà la spada contro un'altra e non praticheranno più la guerra. Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore!».
    È questo ideale che lo sostiene negli ultimi anni, resi difficili da una grave malattia e da un penoso isolamento. Il 5 novembre 1977 in un "sabato senza vespri" come aveva desiderato, conclude il suo pellegrinaggio terreno. È in corso la causa di beatificazione.


    (da testimoni del Novecento, societaaperta.it)


 

 
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