



Come dicevo, se l'Agenzia delle Entrate contesta un accertamento di questo livello vuol dire che va al 99,99% sul sicuro. Se fossi Capirossi eviterei la mossa disperata di contestarlo portandolo in contenzioso e pagherei tanto alla svelta quanto consentito dalla sua liquidità. Risparmierebbe qualcosa.


Questi sono i personaggi che milioni di itagliani esaltano nelle loro gesta sportive, mentre questi stessi - molti di loro - sono precari, a tempo determinato, a part-time, in casa integrazione o con milioni di mutuo da pagere.
Siamo proprio ita-g-liani.




Se Capirossi vive in Italia stabilmente, allora per legge (italiana) ha frodato. Ma se Capirossi vive a Montecarlo, l'agenzia delle entrate sta sbagliando.
Se ha società in Italia, saranno le sue società a pagare le tasse, essendo probabilmente società di capitali. Non capisco dove sia la frode. Tutti gli imprenditori che non vogliono rischiari i propri bei personali agiscono con srl e spa.
D'altro canto, signor Nelson, mi sai dire, quanti giorni all'anno, per legge, deve vivere un cittadino per essere dichiarato stabilmente domiciliato in Italia??
E leggi bene.
Il manager Carlo Pernat parla di una vicenda assurda (e fa sapere che il pilota dovrebbe passare alla Suzuki nel prossimo mondiale). "Loris vive veramente a Montecarlo. Non capisco cosa gli si possa contestare. In Italia non è proprietario di niente. La nostra posizione è di totale tranquillità. E' pazzesco - aggiunge - Loris ama abitare a Montecarlo, lì ha fatto nascere suo figlio, lì ha i suoi amici. In Italia ci va solo per le riunioni con la Ducati e per vedere la madre".






Può vivere 365 giorni l'anno all'estero, ma se i suoi redditi sono originati in Italia paga le tasse in Italia, dove i redditi sono originati e li paga nella misura esatta in cui sono originati in questo paese. Se i redditi sono generati all'estero sono soggetti a tassazione separata, con aliquote ridotte, anche se la residenza è in Italia, se il lavoro all'estero supera i 183 giorni annui altrimenti sono soggetti alla medeisima tassazione, a meno che non siano state pagate le imposte nel paese in cui è stato condotto il lavoro (lo so perché tra l'altro è il mio caso).
Sta tranquillo, l'avvocato fa il suo lavoro, ma è una causa persa.


Tasse e sport, quando il campione è in fuorigioco
Il rapporto tra le tasse e i campioni dello sport, in Italia come all'estero, è stato spesso turbolento. Il caso di Valentino Rossi è solo l'ultimo di una lunga serie. Pensando allo sconto richiesto al fisco italiano da Diego Armando Maradona, sui 30 milioni di euro reclamati, fanno quasi tenerezza quei 50 milioni di lire che fecero litigare Paolo Rossi e l'Amministrazione finanziaria, prima che il futuro eroe di Spagna '82 venisse prosciolto dall'accusa di non aver dichiarato un po' di introiti per le sue attività extracalcistiche. Di ben altre cifre si parla per i campioni del mondo sportivo di oggi, dal calcio al Motomondiale, dal tennis allo sci, alla Formula Uno, il panorama è vasto. Il fisco pigia l'acceleratore contro i vip residenti all'estero e non risparmia nessuno. Prima del campione del Mondo di MotoGp Valentino Rossi, i controlli sono toccati ad un altro campione delle due ruote, Loris Capirossi, pilota della Ducati, scivolato anche lui sulle contestazioni dell'Agenzia delle entrate. Tra il 1995 e il 1998 - hanno accertato gli ispettori tributari - non ha dichiarato redditi per quasi 8 milioni di euro, facendosi schermo della sua residenza monegasca. Ma il fisco ha provato che il campione abitava di fatto in Italia, addebitandogli Iva e Irpef, con relativi interessi e sanzioni,per importi milionari.
Un altro esempio è relativo al campione di sci Alberto Tomba costretto a versare miliardi delle vecchie lire. Non è sfuggito ai controlli anche un altro asso del manubrio: Max Biaggi, con residenza nel Principato di Monaco, al quale il Fisco ha contestato miliardi di vecchie lire. Il Principato, del resto, è un pò la meta preferita di Vip e campione dello sport, attratti dalle agevolazioni fiscale monegasche. Oltre a Biagi, risiede lì un quartetto composto dal tennista Andrea Gaudenzi, dal pilota a quattro ruote Nicola Larini, dal pilota di moto Pierfrancesco Chili e dal ciclista Mario Cipollini.
I problemi comunque non ci sono solo in Italia. La Federazione calcistica brasiliana alcuni anni fa, è inciampata su fondi neri e false fatturazioni. Guai anche per il padre della campionessa di tennis Steffi Graf, Peter, che pagò con una condanna a 4 anni di reclusione (poi trasformata in una cauzione) il non aver versato all'erario tedesco 8 milioni di euro tra l'89 e il '93.
Tra gli smemorati del fisco, il tennis sembra essere lo sport preferito: in epoche diverse, sono finiti nelle maglie della giustizia tributaria Michael Stich, Boris Becker e l'estroso John Mc Enroe che più di vent'anni fa dimenticò di versare 1 milione di dollari all'Internal revenue service (l'Agenzia delle Entrate Usa).
Al grande pubblico, il nome di Sir Lester Piggott forse non dirà nulla, ma la Gran Bretagna, quindici anni or sono, ci rimase molto male quando il suo più grande fantino incassò 3 anni di prigione, una multa di 25mila sterline e il pagamento di 34mila per le spese processuali, per aver consegnato al fisco britannico una falsa documentazione di contabilità bancaria.
Negli anni passati, uno dei passatempi preferiti dei calciatori era l'evasione collettiva, e non certo dai ritiri. Capitò al Genoa nell'85 e al Palermo nell'86: si scoprì che le società pagavano i giocatori in nero, senza ovviamente dichiarare una lira di Irpef. Finì tra le braccia degli ispettori del fisco anche il trio olandese (Rijkaard, Gullit e Van Basten) che fece grande il Milan di Sacchi e che pagò qualche lieve infrazione con una multa di 1.500 dollari.
Il grande Niki Lauda, pluricampione mondiale di Formula 1, bisticciò con il fisco austriaco negli anni '80, in merito agli introiti pubblicitari incassati all'estero, mentre Michael Schumacher, come quasi tutto il circo della Formula 1, ha risolto i problemi sul nascere, trasferendo la residenza nel Principato di Monaco.
E per finire vengono toccati anche i miti. Non solo Diego Armando Maradona, alle prese con il fisco made in Italy. Il fisco brasiliano non ha risparmiato neppure la leggenda di Pelè. Sulle tracce di «O Rey», tra l'altro ex ministro del Paese, si sono scatenati gli ispettori tributari carioca ansiosi di sapere qualcosa in più su presunte società off shore intestate al più grande calciatore di sempre.
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