L’avanguardia
Dominare il linguaggio, quindi. Imporre una logica nuova che decostruisca i paradigmi dominanti, che dissolva e riplasmi gli schieramenti. L’avanguardia deve distinguersi per “
un’azione sistematicamente e culturalmente eversiva, che miri a introdurre in circuito idee ‘avvelenate’, che punti non tanto ad influenzare, dimostrare, convincere, organizzare burocraticamente, quanto a colpire, ad affascinare, a creare dubbi, a generare bisogni, a far crescere consapevolezze, a produrre atteggiamenti e condotte destabilizzanti. Deve, in una parola, parlare e saper parlare il linguaggio del mito, crearsi da sé il proprio pubblico, far leva pienamente sia sulle tendenze spontanee di rifiuto politico della realtà del Sistema nelle sue varie articolazioni, che sugli archetipi romantico-faustiani che ancora circolano nell’inconscio collettivo europeo” (
iv).
Scioccare e sedurre. Ma per questo occorre un altro stile, che esca definitivamente dalla ritualità vuota del nostalgismo, dagli slogan triti e ritriti, dal conformismo settario. Superare gli stereotipi, parlare un linguaggio nuovo, rifiutare le logiche del Sistema per imporne di nuove, confrontarsi con il presente e progettare il futuro – ecco il nostro obiettivo. Dobbiamo praticare – come già fece brillantemente la
Nouvelle Droite nel suo periodo d’oro – la logica del terzo incluso: si partecipa al dibattito sostenendo sempre una terza opinione (logicamente usando la testa: innovare per innovare è un esercizio sterile) rispetto alle posizioni opposte in cui si dividono i seguaci del Sistema.
In questo modo li si mette di fronte ad un discorso nuovo cui non sono preparati, li si obbliga a prendere posizione ed a ridefinire gli schieramenti. Gli individui assuefatti, per convinzione o abitudine, al discorso dominante ci danno per scontati, ci assegnano d’ufficio un’identità fatta di ignoranza e prepotenza, di nostalgia ed intolleranza, di pregiudizio ed arroganza. Il nostro compito è di sorprenderli, di far saltare le logiche ed i ritmi imposti, di sfuggire alle classificazioni e alle etichette. Quello che importa è essere
nel mondo contemporaneo, sempre pronti a confrontarsi con esso ed a raccogliere le sue sfide, senza essere
di questo mondo, appartenendo ad un’altra razza, ad un altro stile, legati ad altri miti e ad altri valori. Solo così si possono fugare due comportamenti speculari ma ugualmente pericolosi: l’ansia di schierarsi, di partecipare, di essere recuperati al Sistema ed ammessi alla discussione tra le “persone civili” e l’opposto ripiego su dibattiti esoterici ed insignificanti, tutti interni ad un micro-ambiente tagliato fuori dal mondo.
Del resto la stessa
Nouvelle Droite, che pure qui si è presa come esempio positivo, non ha applicato questa strategia che in modo parziale, limitandosi al solo discorso culturale e filosofico, quasi che un’idea di per sé innovativa risulti rivoluzionaria per il solo fatto d’esser detta. L’elaborazione ideologica in senso stretto va invece integrata in un’azione globale e diversificata più ambiziosa e più ad ampio raggio, seppur allo stesso tempo più umile e concreta.
Il mito si afferma con ogni linguaggio possibile, anche e soprattutto con quello dell’esempio e dell’azione, affermando quotidianamente una presenza attiva nella società e sul territorio; presenza che, una volta tanto, non serva per reclamare una tangente o una poltrona ma che sia, all’opposto, la dimostrazione concreta che l’alternativa è possibile. Solo maturando la capacità di mantenere ed affermare una tale presenza nel cuore della società potremo strappare dalle mani indegne del carrozzone
new-global il monopolio del pensiero alternativo, attirando di conseguenza verso il nostro campo tutte le istintualità ribellistiche e i conati di rivolta, cercando poi di “mettere in forma” e di mobilitare consapevolmente tali sentimenti espressi fino ad ora solo allo stato grezzo. Solo questo sforzo costante in direzione di un’apertura al mondo contemporaneo può permetterci di parlare il vero linguaggio del mito, che per sua natura è sempre pro-vocatorio (
pro-vocare, cioè, etimologicamente, “chiamar fuori”, ovvero invitare, sfidare, tentare, eccitare, incitare; in una parola: mobilitare).
L’alternativa è la chiusura orgogliosa in un ghetto che si crede comunità, in una setta che si crede aristocrazia, fuori dal mondo e dalle sfide della contemporaneità, eternamente in ritardo sulla storia, da tutti misconosciuti ed ignorati prima ancora che condannati e banditi.
A noi la scelta.
Adriano Scianca
da Il mito e l'avanguardia - A. Scianca www.uomo-libero.com