Gabriele Adinolfi
da www.gabrieleadinolfi.it/articoli/ORION214.DOC
Avanguardia e aristocrazia
L’aristocrazia è infatti la depositaria di uno stadio dell’essere incentrato e consolidato sull’essenza, sulla memoria, sull’esempio, sul sacrificio, sul coraggio e sulla fermezza e pertanto non può partecipare alla politica intesa come mera spartizione delle quote. Non lo può per dissintonia con i valori imperanti, non lo può per disinteresse, non lo può per tedio.
Può essere invece avanguardia.
La differenza con le oligarchie non deve quindi essere soggettiva, ovvero determinata solo da riferimenti ideologici o mitici che, restando fini a se stessi non intervengono a modificare lo spirito ed il modo di agire, ma deve essere imperativamente oggettiva, cioè individuabile nei riferimenti, nelle relazioni e nei comportamenti di ogni giorno.
Con un’opera di formazione innanzitutto spirituale ed etica ed infine sociale, è possibile qualificare un’avanguardia che competa con le oligarchie affondando le radici nella società.
Qualificare e potenziare l’avanguardia
La via da intraprendere, in relazione alle necessità storiche del momento, è dunque forzatamente elitaria e d’avanguardia: ma su questo concetto e sulla sua attuazione dobbiamo fare particolarmente attenzione perché il rischio di fare esattamente l’opposto di quanto si dovrebbe è altissimo.
Come abbiamo rilevato su Orion numero 213 dello scorso giugno, le vere élites, come quelle napoleoniche, mussoliniane ed hitleriane, si sono aperte al popolo ed hanno fatto sì che il popolo partecipasse alla politica rinnovandole con questo costantemente. Ciò che rappresentava e potrà sempre rappresentare un vero e proprio pericolo di sopravvivenza per le oligarchie chiuse dell’alta finanza, delle logge, del clero e delle alte sfere dell’oligarchia intellettuale e di quella tecnocratica.
La differenza essenziale tra un’aristocrazia ed un’oligarchia consiste proprio in questo spartiacque: la prima è mossa da una vocazione alla generosità e alla giustizia e intende il suo primato come il dovere di dare di più e di ottenere di meno, come l’imperativo di offrire se stessi per il bene di tutti; la seconda persegue il privilegio ed ostenta la superiorità di mezzi e di condizioni.
Nel gene dell’oligarchia – che è l’opposto speculare dell’aristocrazia – è iscritto il disprezzo degli altri, dunque la prepotenza, la prevaricazione, il cinismo più ampio ed incondizionato.
Siamo entrati in pieno nell’era dell’oligarchia e dobbiamo confrontarci con le dinamiche, con le meccaniche e con le logiche dell’era oligarchica, ovvero dell’era dei pochi organizzati che si distaccano dalla massa atomizzata con tutte le conseguenze nefaste (sociali, economiche e culturali) che questo comporta.
Bisogna quindi assumere come ricchezze e come strumenti le particolarità dell’essere minoranza e le capacità di trasformare questa minoranza in un’entità operativa che sia creatrice di dinamiche nuove, rettificatrice di torti diffusi ed insopportabili e non soltanto un gruppo che acquisisce qualche grado di potenza per godere dei suoi risultati girando le spalle al resto del mondo.
In questa differenza, che si definisce concettualmente, che si eredita per essenza e che si coltiva nell’efficacia e nell’umiltà, e sottolineo l’umiltà, risiede la linea del fronte, anzi il fossato che delimita lo spazio sacralizzato ed ordinato dal regno del Caos, ovvero l’alternativa eterna tra il potere usurpato dalle ganghe del crimine organizzato e l’azione positiva delle aristocrazie popolari.


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