Non solo Fagiano Fagiani.
Tutti primi al traguardo dell’indipendenza.
Non c’è solo il neoconsigliere della Rai a replicare con piglio e capalbietà alle insinuazioni di supposta obbedienza a chicche e sia, fosse pure Chiccheprodi o Siaveltroni.
C’è tutto il fior fiore della grande stampa che si lancia nella gara dell’indipendenza e comincia da par suo Paolo Mieli che, con una lettera mai scritta a Nove Colonne, precisa: “Non è vero che il Corriere è fagianodipendente, tanto è vero che se da un lato è stato incensato, dall’altro lato, con Galli della Loggia, è stato bastonato”.
Anche Pierluigi Battista, vicedirettore di via Solferino, sulle orme di Fagiani, il presidente onorario dei sans-pouvoirs, sempre primo a tagliare il traguardo dell’indipendenza, dichiara da par suo: “Non siamo fagianodipendenti, prova ne sia che mangiamo solo anatra all’arancia e l’amatriciana la gustiamo da Marco in piazza Capranica, altro che Fortunato al Pantheon, luogo ostile al terzismo. Quanto al barbiere – beh!, che dire? - anche io e Paolo abbiamo fatto un errore: non abbiamo usato la brillantina Linetti”.

Non solo Fagiano Fagiani.
Anche Gianni & Riotto detto Johnny scrive una lettera d’indipendenza da Prodi: “Non è vero che sono in quota Romano, tanto è vero che solo il mio tigì ha più volte mandato in onda un servizio sull’impotenza e i danni alla prostata causati da un abuso di bicicletta. Se proprio di dipendenza si deve parlare, allora parlate di quella del cuore, quella che mi lega a Totò Cuffaro, l’unico con cui vale la pena andare a spasso coi pattini per le straducce di Raffadali, altro che Appennini”.

Non solo Fagiano Fagiani. Dal suo esilio di Londra, novello Giuseppe Mazzini, anzi, novello Salvatore Giuliano, scrive una lettera d’indipendenza Marcel, ossia Marcello Sorgi.
Destinatario della nobile missiva è il proprio direttore, ovvero Giulio Anselmi:
“Vorrei darti appuntamento a Portella della Ginestra (quello è il posto tuo) ma è dalle tristi brume d’Inghilterra che ti scrivo affinché anche la Stampa, al fianco dei più nobili tra i giornali della libertà, ascolti il grido di dolore che si leva dalle popolazioni meridionali da sempre oppresse dal tiranno italiano e si faccia interprete dell’aspirazione per il riscatto della Sicilia libera, indipendente e senza Fiat”.
Un’altra grande firma della Stampa prende carta e penna: è Lucy, ossia Lucia Annunziata che, tra i sans-pouvoirs, si candida all’indipendenza scrivendo al Manifesto, il giornale che la vide eroina invitta:
“Anche se sono qui, alla Stampa, dunque nel cuore del capitalismo, resto quella di sempre. Col cavolo che sottoscrivo la diarchia tra leadership del Pd e Palazzo Chigi, piuttosto faccio io personalmente il triumvirato con Walter e D’Alema e così faccio l’indipendente di garanzia nel futuro governo democratico”.

Non solo Fagiano Fagiani. Alla Repubblica non fanno altro che scrivere dichiarazioni dei redditi e delle indipendenze. La più accorata è quella di Io, la bella musa che si dichiara senz’altro indipendente da Eugenio Scalfari, quindi c’è quella della Ruga che si proclama indipendente dalla Fronte, infine sulle bacheche dei corridoi dell’intero edificio di Largo Fochetti, sede della redazione della Repubblica, è affissa la confessione struggente del Fondatore. Abbandonato da Io e dalla Ruga, Eugenio Scalfari dichiara:
“Restatevene sulla Cristoforo Colombo. Un tempo non avreste fatto così”.
Non solo Fagiani dunque. Tutti primi al traguardo dell’indipendenza allora.
Solo Scalfari, sdegnato, se ne torna a piazza Indipendenza.

www.ilfoglio.it pg 1 del 15 09 07

saluti